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Foglie verdi nel sottobosco

Foglie verdi nel sottobosco campagna
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Consegna prevista Gennaio 2021
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Lasciato in sospeso il suo lavoro di botanico, Vittorio si finge il custode di un’antica pieve ai piedi del Monte Baldo, la catena montuosa che si estende tra Trentino e Veneto e si affaccia sul lago di Garda.
Ha ben chiaro cosa e dove cercare: il diario abbandonato di sua madre, giovane infermiera della Croce Rossa Italiana, in servizio durante il grande conflitto del ’15-’18. Sono passati più di quarant’anni e Vittorio ora non aspetta altro.
La pieve non ha segreti per la professoressa Elena Calzolari, o almeno questo è quello che crede lei. Insegnante di storia dell’arte porta sempre le sue classi ad osservare questa chiesa romanica. Quando il custode è a un passo dal suo obiettivo, si ritrova però a render conto proprio a Elena e a chiedere il suo silenzio.
La professoressa è dubbiosa, e Vittorio prosegue titubante la sua missione. Loro non sanno ancora che quel segreto sarà l’inizio di un viaggio dentro le loro anime che cambierà per sempre il loro modo di affrontare la vita.

Perché ho scritto questo libro?

Il romanzo nasce dall’idea di rendere omaggio alle magnifiche pitture della pieve e a tutta l’area che la circonda. Gli eventi storici e le caratteristiche naturali di questo territorio sono stati per me fonte di ispirazione e un motivo in più per far conoscere i luoghi storici, il paesaggio e la montagna. Scrivere è stato come compiere un viaggio a ritroso nel tempo, per quanto riguarda gli eventi storici, e nello spazio per le descrizioni. Personaggi: frutto di fantasia e realtà!

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1
Alla Pieve

La voce argento rugiada danzava disinvolta tra gli archi e le colonne pietrose e sembrava spolverare irriverente le canne del vecchio organo scivolando divertita sulla cera delle candele accese di primo mattino.
Talvolta si annoiava e tentava di sfuggire al compito di animare occhi e orecchi di ragazzi sonnecchianti; strisciava, quindi, sul pavimento fino alla porta d’ingresso trovandosi con un balzo all’aria aperta, dove se ne andava solleticando dispettosa i petali di crisantemo delle tombe pievane. Spesso la sua sonorità riusciva a raggiungere il cancello per giocare con il tintinnio delle inferriate nere a punta di lancia e confortare o distrarre qualche visitatore pellegrino.
«Considerando i primi studi archeologici è evidente che le strutture principali appaiono di tre tipi: mura perimetrali, un piano pavimentato e pilastri centrali che dividono in tre navate l’ambiente circoscritto» richiamò tutti all’attenzione la professoressa, la cui voce era tornata sull’altare della chiesa e faceva roteare come civette le teste dei suoi studenti.
«Se osserviamo la costruzione esternamente è evidente la mancanza di regolarità nelle forme e nelle proporzioni dell’edificio. Chi prova ad avanzare qualche motivazione?» un cenno secco della sua mano fece barcollare un vaso di foglie sempreverdi dalla colonna di alabastro. «Io, professoressa!»

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«Si, Zorzi» rispose lei ripristinando la pianta. «Secondo me, è perché ogni tanto qualcuno c’ha attaccato qualcosa, un pezzo di qua e dopo un po’ di anni uno di là.»
«Bene, Zorzi, proviamo a spiegare meglio: il risultato odierno costituisce…» si fermò per lasciar completare la risposta, «la fine di una lunga serie di modifiche nella struttura» concluse lo studente.
L’insegnante, abbastanza soddisfatta proseguì: “Certo, per l’occhio abituato ad analizzare edifici antichi, come le chiese, è relativamente facile individuare i punti in cui sono state effettuate aggiunte strutturali o modifiche avvenute in tempi successivi.»
«Ho capito, professoressa,» la interruppe Peroni, «ma ci sarà stato un inizio!».
«Qualcuno ti ha dato la parola, Peroni?»
«No, mi scusi.» rispose il ragazzo con un tono tra il risentito e il rassegnato.
La professoressa Calzolari utilizzava spesso questo tipo di domande retoriche in quanto pensava che il rispetto delle regole concordate con i ragazzi all’inizio dell’anno scolastico fossero sempre valide e necessarie per gestire bene la classe. Se ci si dimenticava di farle rispettare, secondo la sua esperienza di un decennio o poco più, il caos avrebbe preso gradualmente il sopravvento.
Il difficile era proprio mantenere sempre, tutti i giorni, la gestione del gruppo e delle regole che a volte pesavano anche a lei. A lei così professionale e preparata, ma anche così sensibile e attenta ai suoi ragazzi; lei che in certi momenti si ritrovava a guardarli con ammirazione per la loro volontà e in altri con tenerezza per la loro freschezza. Ma il suo ruolo di insegnante non le permetteva di oltrepassare un certo grado di confidenza o di mancato rispetto nei confronti di quei ragazzi dai quali esigeva sempre massima preparazione e comportamento ineccepibile, ma che avevano riempito il suo cuore di affetto e simpatia.
«Sicuramente c’è un nucleo di partenza, Peroni, ma riguardo al punto di origine, esiste, secondo voi, una risposta sicura basata su ricerche inequivocabili?» riprese la Calzolari. «Figuriamoci, troppo bello!» reagì qualcuno tra sbuffi e braccia penzolanti. «Hai ragione, Bettini, troppo bello. Gli ultimi ricercatori, infatti, hanno confrontato i risultati di tutti gli scavi effettuati in diverse epoche, e la loro ipotesi sostiene che ci troveremmo di fronte a un edificio originariamente concepito come luogo di culto alto-medievale.»
«Ovvero medioevo antico?»
«Sì, Cristoforetti, dovresti saperlo e alza la mano» rispose la voce dell’insegnante.
Non si arrabbiava quasi mai con i suoi ragazzi; sapeva mantenere la calma e usare una buona quantità d’ironia nelle situazioni critiche. Basava il rapporto con loro sulla fiducia che era capace di costruire sin dalla prime lezioni di settembre e ovviamente sul lavoro; non c’era tempo da perdere in inutili prediche. Al massimo dava qualche pagina in più da studiare, quella aiutava di sicuro a calmare gli spiriti ribelli, a concentrarsi sui contenuti o a zittire le ragazze più chiacchierine.
Tutto il gruppo, diciannove teste e colli erano in quel momento chinati verso il pavimento obbligati dal gesticolare della professoressa che indicava in direzione dei suoi piedi: «Tale ipotesi è stata formulata da vari studiosi che concordano nell’affermare che dovesse esistere un sito originario pagano o paleocristiano dal quale poi si sarebbe sviluppata la costruzione attuale della Pieve».
«Io lo so, è qui sotto di noi. Dai proviamo a scavare!».
Un pizzicotto al lobo dello studente e la voce cristallina si sedette a gambe incrociate dritta di fronte al suo timpano: «Peroni, alla prossima ti mando a spazzare il viale!» lo ammonì. E proseguì: «Come abbiamo letto ieri in classe, nel corso del diciottesimo secolo per due volte si arrivò alla necessità di aprire il piano pavimentale che, dai documenti tuttora consultabili, mise in luce un ampio antro sotterraneo.» Uno studente ottenne la parola alzando la mano: «Professoressa, c’è un signore in fondo alla chiesa, forse sta cercando lei, oppure si è perso.»
«Peroni, speravo in un tuo intervento quasi interessante» gli rispose l’insegnante in tono rassegnato, «almeno hai alzato la mano.» Si allontanò dal gruppo per raggiungere il portone dell’entrata laterale che si trovava in fondo alla navata a destra. Con due borse a tracolla e uno zaino sulle spalle, l’uomo sulla soglia fece qualche passo avanti per andarle incontro.
Avrebbe iniziato il suo discorso applaudendo quella piccola donna, con quella voce che lo aveva sospinto fino a lì, impossibile resistere. Era stato come ascoltare il cinguettio vivace dell’usignolo accompagnato dal tocco rilassante e fresco dell’edera umida: «Buon giorno» disse invece, scegliendo un incipit più classico, e si liberò del suo fardello fermandosi per dare il tempo alla donna di raggiungerlo. «Il sacerdote è in ritardo, credo. Io sono il nuovo custode, lavorerò qui per un anno, almeno così dice il contratto. Piacere, Vittorio.»
Brusio e risatine dall’altare maggiore. I ragazzi già stavano inventando una love story tra la professoressa e quel signore sconosciuto. Non si sarebbero stupiti se quei due fossero scappati via mano nella mano, in fondo i bagagli erano pronti e secondo Bettini, per la professoressa sarebbe stata l’occasione della sua vita. Uno sberleffo di Peroni fece barcollare Bettini e la pianta sulla balaustra stavolta cadde davvero.
L’insegnante fece finta di non sentire il tonfo e accolse cordiale il nuovo arrivato: «Piacere, Elena Calzolari.» Vittorio era sbalordito. La voce di quella donnina era di una tale sonorità da scommettere che, da un momento all’altro, anche le canne dell’organo avrebbero iniziato ad accompagnare il suo canto.
Elena era al corrente della nuova assunzione di Don Ernesto, ma non sapeva il giorno preciso del suo arrivo. Lei, quella chiesa ce l’aveva ormai nel sangue. Era nata a pochi minuti di bicicletta da lì, a est, nella zona più a ridosso della montagna dove il sole d’inverno si faceva a lungo desiderare e dove il vento dal nord e il rumore dei treni direttissimi, che sfrecciavano a due metri da casa, obbligavano lei e suo fratello a tenersi stretti per mano e a rifugiarsi per qualche minuto dietro gli alberi del viale che portava a scuola. Da bambini avevano giocato ovunque, saltando sulle traverse dei binari in disuso, esplorando ogni cunicolo che dal paese portava dritto alla riva destra del fiume e contando ogni scalino del campanile della pieve che dominava la valle.
Dalla piccola finestra con le inferriate, poi, avevano spiato mille volte il prete che, nella sagrestia, piegava la sua stola dopo la messa e a bassa voce avevano giocato fino a notte a “prendi e scappa” nel cimitero e lungo il torrente con gli altri bambini della contrada.
Poi, un po’ più grandicella, tutti i sacrosanti mesi di maggio aveva completato la novena alla Madonna insieme a sua madre, suo padre, alla nonna e a tutto il paese di Avio. Quelli erano momenti di raccoglimento per tutti, ma anche l’occasione per uscire e incontrare le amiche e scambiare qualche risatina sotto banco. Ma quello che sentiva ancora sulla pelle era il cristallo gelido sferzante dell’aria che la assaliva all’alba nei mattini dedicati alla Novena dell’Immacolata.
In quelle ore, guidate dalla luce fioca del sole albeggiante, un corteo fedele e tenace si avviava verso la amata Pieve per onorare la Madonna. Erano incontri di preghiera e di testimonianza della propria fede, ma anche di sfida con sé stessi, contro il sonno e la voglia di rintanarsi per un lungo letargo.
Ora che non era più una ragazzina le cose si erano complicate, e non poco; a un certo punto aveva messo tutto in discussione ma, anche se la sua fede si era notevolmente raffreddata, non aveva mai smesso di cercare e pensare.
Esperta di storia e storia dell’arte locali, era stata consultata da Don Ernesto circa la necessità di assumere una persona stabile, fidata, un uomo che si prendesse cura dell’edificio antico e della casa adiacente.
La risposta a dir poco entusiastica fu accompagnata il giorno dopo da una lista di lavori più o meno strutturali da svolgere. Come prima cosa lei aveva pensato alla parte esterna: ristrutturazione del muro di cinta i cui sassi a secco avevano bisogno di essere sostenuti, rifacimento dell’intonaco della parete esposta a nord, riorganizzazione delle aiuole comuni che circondavano il muro, disinfestazione delle stesse dalla parietaria, copertura di antiruggine alle inferriate delle finestre esposte sia a nord che a sud, verniciatura dei serramenti compresi i tre portoni, quello principale in fondo alla chiesa e i due delle entrate laterali.
Questo era solo l’inizio, o meglio quello che Elena aveva ipotizzato per la parte esterna, poi aveva previsto una lista per gli interni: l’imbiancatura della sagrestia, dell’appartamento del custode oltre al sopralluogo delle parti sotterranee della chiesa per eventuali rinforzi della pavimentazione sovrastante; una lista tanto approfondita che Don Ernesto, oltre a cercare un nuovo custode, interpellò due operai da impiegare per qualche giorno ai lavori più pesanti.
Elena rimase assolutamente soddisfatta di queste decisioni e, visto che il prete non aveva tempo di seguire i lavori, si offrì di fungere da suo supervisore privato, in altre parole, si sarebbe fatta viva quasi tutti i giorni e avrebbe controllato che tutto fosse filato liscio.
«Porto qui spesso le miei classi di storia dell’arte» spiegò Elena al nuovo custode. «Si troverà bene qui. E’ un bel posto, e poi la chiesa è estremamente interessante. Mancava una persona che vi si dedicasse a tempo pieno. Sa, qui ci sono i secoli sotto i nostri piedi.» «Ah si? E’ una cosa di cui preoccuparsi?» le rispose controllando il pavimento sotto di lui, «comunque, stia tranquilla, mi siedo qui e aspetto il sacerdote, scusi per l’intrusione.» «Di nulla, si figuri. Io vado dai miei ragazzi, sono sicura che stanno già meditando di scappare.»
Se ne andò verso l’altare con la sua migliore camminata, rimproverandosi di aver indossato quella mattina i suoi pantaloni da esploratrice che tra non molto sarebbero stati trasformati in stracci per spolverare l’auto: color beige sbiadito, con due tasconi lungo le cosce e la maglietta fiorata modello spaventapasseri, che figura.
Ignaro delle sue insicurezze e seduto beatamente là in fondo, Vittorio era avvolto in quella musica vocale come un moscerino prigioniero di una ragnatela; sarebbe stato pronto a giurare di poter rimanere immobile rapito ad ascoltare anche se Elena fosse stata vestita di una scatola di cartone.
«Allora ragazzi, torniamo a noi» richiamò il gruppo al silenzio, ma doveva ammettere che aveva perso il filo del discorso e stava cercando lo spunto tra i suoi pensieri. “E si può visitare il sotterraneo?» la aiutò Zorzi con gli occhi sgranati rivolti a una pietra rettangolare che aveva tutta l’aria di poter essere rimossa. «Ah sì, il sotterraneo» si riprese lei. «Si suppone che sia stato l’esercito italiano durante la prima guerra mondiale l’ultimo ad aprire il passaggio per l’antro sottostante, probabilmente per cercare un rifugio o una via d’uscita. Ora nessuno ha più la necessità di farlo, a meno che non si rilevino nel pavimento eventuali punti pericolanti tanto da dover intervenire dal basso. Ricordatevi, bisogno e interesse intrecciano i fili della storia.» – «La prego professoressa, proviamo noi ad alzare ‘sta pietra!» – «Peroni, vedi di rimettere a posto la pianta, invece! Hai dieci secondi.»
Una risata generale risvegliò Vittorio dall’incanto; finalmente riuscì a staccare le orecchie da quella voce. Ma come aveva fatto a distrarsi così? Per pochi minuti si era completamente abbandonato ai suoni e alle immagini intorno a lui come in un turbine che lasciava una scia di parole come “ricerche, sotterraneo, Madonna della Pieve”.
In quel momento di consapevolezza, seduto di fronte all’altare minore di sinistra, si sentì avvolto da occhi che lo osservavano insistenti, immobili, derisori che lo spinsero a guardare meglio intorno a sé. Seguì con lo sguardo i motivi decorativi in rilievo ripetuti sui bordi delle arcate sopra di lui e vide che le foglie di acanto dipinte erano avvolte tra loro e creavano uno sguardo beffardo, un becco arcigno e le folte ciglia di un gufo e poi un altro e un altro ancora. Vittorio accolse la visione di questi rapaci del bosco come se gli stessero dando il benvenuto e continuò ad osservare le volte intorno a lui.
Quei frutti dipinti sugli archi all’entrata sono tanto belli da far venir voglia di mangiarli, pensò e si ricordò che solo qualche giorno prima si trovava al lavoro in un’area protetta della Val d’Elsa alle prese con le sue magie preferite: sperimentazioni di incroci tra piante.
Quel lavoro, soprattutto i primi anni lo aveva fatto sentire un mago, uno stregone che sapeva bene come far girare la ruota della natura per eliminarne le cosiddette “tare” e ricavarne le caratteristiche migliori: produttività, resistenza, bellezza decorativa. Tra poco la sua equipe gli avrebbe comunicato i risultati degli ultimi tentativi; e sperava che Roberto, il suo capo, si sarebbe complimentato con lui e con i colleghi per il lavoro svolto. Era sempre pronto, però, alla possibilità di sentirsi dire che era tutto da rifare; la pazienza negli esperimenti doveva essere un punto fisso e lui lo sapeva. Ciò che Roberto non avrebbe di certo mancato di fare nella sua prossima telefonata, sarebbe stato il fermo e ormai ridondante invito di tornare al suo posto, al suo lavoro di assistente ispettore forestale della regione Toscana. «Quello che mi chiedo è come farai a passare le giornate lassù» gli aveva detto uno degli ultimi giorni in Val d’Elsa, «custode di una chiesa… ma non farmi ridere! È un vero spreco di professionalità!» aveva insistito più volte prima della sua partenza. I colleghi poi si erano divertiti parecchio, chiamandolo San Vittorio, protettore dei custodi e inventando storie di vecchiette petulanti ed esigenti e immaginandolo ad annaffiare i fiori delle loro tombe e, perché no, ad aiutarle a portare la spesa a casa. Quale migliore occasione per i colleghi, di potersi prendere gioco di qualcuno. Rivide di fronte a sé i loro visi che ora lo fecero sorridere e lo aiutarono a ricordarsi che gli amici lo stavano aspettando, ripetendogli di non prendere troppo sul serio la situazione.
La domanda, invece, che Elena si poneva da quando il sacerdote le aveva annunciato l’imminente arrivo di Vittorio e che si fece più acuta quando lo vide di persona era la seguente: ma dove l’aveva pescato? Sembrava Tarzan a riposo, più che un custode di un sito d’arte sacra. Capelli folti e ondulati cadevano sul collo di una camicia verde chiaro ben sistemato, le righe di stoffa più scure sulle maniche mettevano in risalto spalle larghe e braccia sicure e agili e anche da seduto si poteva facilmente immaginare una corporatura abituata al lavoro ma meno allo studio e alla cura delle opere d’arte. Emanava però un’aria di tranquillità e soddisfazione, come se si stesse godendo l’arrivo al campo base 1 del Monte Everest. La pelle tonica di un colore ambrato suggeriva forse l’abitudine di stare all’aperto; nemmeno lo zaino adagiato accanto a lui non gli attribuiva aria da studioso in più, e anche il fatto di guardarsi in giro a bocca aperta come un bambino ispirava sicuramente curiosa spensieratezza e un pizzico di simpatia piuttosto che attitudine all’analisi iconografica.
Ma Elena era stata abituata sin da piccola a tenersi pronta ad abbandonare i suoi pregiudizi e a lasciare che il tempo facesse luce sulle persone che ancora non conosceva.
A pochi metri da casa sua c’era la piccola stazione ferroviaria che collegava Bolzano con Verona, e dai treni aveva visto salire e scendere una moltitudine di persone. Questo via vai l’aveva da sempre più affascinata che impaurita e a poco a poco le aveva donato socievolezza e desiderio di conoscere. Come aveva visto fare dai suoi genitori e da suo fratello Marco, anche lei parlava con i passeggeri che attendevano il treno o con chi, per qualche motivo, si fermava al suo paesino.
I treni che sferragliavano e la gente che andava e tornava erano per lei la fortunata opportunità di essere parte dell’energia del mondo, che doveva essere consumata piano, giorno dopo giorno senza giudizi impulsivi, né conclusioni superficiali. E per questo lei era molto brava ad aspettare, come un passeggero.
Fermi sull’altare maggiore, la professoressa e i suoi studenti erano nascosti alla vista da un predicatoio di legno dotato di leggìo rivolto, naturalmente ai fedeli. Ma ogni tanto, sporgendosi verso la zona centrale dell’altare, i ragazzi più curiosi lanciavano qualche occhiata assolutamente innocente al nuovo arrivato che aspettava ancora seduto e osservava con l’acquolina in bocca i grappoli dipinti che pendevano dalle colonne.
Lui, dal canto suo, non se n’era andato dalla Val d’Elsa per la crisi dei sette anni o per uno sfratto, e nemmeno per il contratto precario. Aveva lasciato semplicemente in apnea la sua vita a Livorno: casa, amici e qualche donna, perché sapeva che lì, in quella chiesetta dedicata alla Madonna della Pieve di Avio, da qualche parte… «Buon giorno, lei dev’essere Vittorio Contin.» interruppe i suoi pensieri una voce maschile dietro di lui.
«Certo. E lei è don Ernesto suppongo.»
La camicia a quadretti del prete stonava fastidiosamente con gli elementi floreali dipinti sull’entrata, ma ciò non avrebbe mai sfiorato la sensibilità di Vittorio. Il prete diede una vigorosa stretta di mano a quell’uomo dall’aspetto forte e stralunato, e fece un cenno di saluto confidenziale a Elena. «Venga che le mostro la casa.»
Attraversarono trasversalmente la chiesa per raggiungere l’uscita secondaria di destra. Una porta di legno intarsiato li condusse per un corridoio parallelo alla parete sud della Pieve, finché in fondo al cunicolo un piccolo cancello in ferro battuto dava inizio a una rampa di scale in pietra da una parte, ed ad un ampio cortile con un pozzo al centro dall’altra.
Il pergolato circondava il cortile e accompagnava l’occhio sulla valle. L’abitazione destinata al custode era stata costruita mantenendo una parete in comune con la chiesa e insieme formavano un perfetto angolo retto.
Vittorio era troppo preso a non sbattere lo zaino sui muri per notare tutto questo, e seguì il sacerdote a testa bassa come un mulo. Don Ernesto diede il benvenuto al nuovo arrivato con toccanti parole di accoglienza: «Spegnere sempre la luce qui a destra, perché in cima non c’è l’interruttore e si deve tornar giù in fondo.»
Tanto per dire qualcosa, Vittorio prese spunto dalla breve conversazione che aveva avuto poco prima con la professoressa: «Qui ci sono i secoli sotto i nostri piedi, eh don Ernesto?»
«Eh sì, caro ragazzo, è un gioiellino senza tempo.» Caro ragazzo? A quarant’anni passati! Vabbé, piuttosto che mi consideri un suo coetaneo, pensò. Lui però in quella chiesetta non voleva tornare indietro di secoli, no per carità. Si sarebbe accontentato di mezzo…
«Lunedì inizia il restauro» tuonò il sacerdote, «gli operai arrivano alle 8.00, pausa pranzo da mezzogiorno all’una, e se ne vanno alle 19.00. Sabato si, domenica no. Domande?». «Quando arrivano la mattina, devo aprire il portone o il cancello?».
Aveva visto troppe porte e portoncini ed era un po’ confuso, si sentiva come quando in una casa nuova si finisce in bagno pensando di trovare le scale d’uscita. «Tutti e due. Chiuderli a chiave solo la sera dopo le sette e ritirare l’elemosina. Di giorno lasciarli aperti per le donne del cimitero e i visitatori» rispose preciso e fedele al suo infinito prescrittivo, reso ancor più severo dal ritmo cadenzato dei giri della chiave nella toppa.
Cigolio della porta al limite del sopportabile, ed ecco la sua nuova casa: subito una cucina semplice ma spaziosa, un ampio salotto dove tra la stufa e il divano c’era un mobiletto sul quale individuò una radio e un telefono, poi il bagno con vasca e in fondo una camera da letto; il tutto distribuito lungo un loggiato che offriva uno scorcio verdeggiante sull’ultima parte della valle dell’Adige. Niente male per essere la casa di un custode.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Libro dalla trama avvincente con oppotuni cenni storici. La scrittura scorrevole rende la lettura molto piacevole. Lo consiglio vivamente. Silvia

  2. (proprietario verificato)

    Libro dalla trama avvincente con oppotuni cenni storici. La scrittura scorrevole rende la lettura molto piacevole. Lo consiglio vivamente.

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Lorena Cristini
Nata e cresciuta in Trentino Alto Adige.
Diplomata presso l’Istituto tecnico per corrispondenti in Lingue Estere a Verona, ho poi frequentato l’Università di lingue moderne a Trento e a Brighton, UK. Dopo aver lavorato come assistente educatrice presso una struttura studentesca, ho frequentato un Master in Servizi sociali e alla persona.
Da 14 anni insegno lingua e cultura inglese sia alle scuole superiori che alle medie. Sono mamma di due bambine, Giada e Isabel. Amo gli sport all’aria aperta, la lettura e il teatro. Sono stata regista e attrice in una compagnia di teatro amatoriale trentina.
Ho pubblicato una parte della mia tesi di laurea sulla rivista digitale “Ateatro”.
Sono membro volontario di Admo.
Il mio romanzo inedito “Foglie verdi nel sottobosco” è stata una delle trecento opere finaliste al Torneo “Io Scrittore, 2019”.
Vivo tuttora in Trentino con la mia famiglia.
Lorena Cristini on FacebookLorena Cristini on InstagramLorena Cristini on Wordpress
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