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Fratelli diversi

Fratelli diversi
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Consegna prevista Gennaio 2022
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Due giovani, due amici, due fratelli diversi eppure tanto uguali.
Sogni diversi e diversi obiettivi da realizzare accomunati dalla stessa voglia di affrontare la vita di petto.
Un mondo che li vede protagonisti di esperienze che vogliono affrontare senza barriere, con la consapevolezza di rischiare un ceffone in pieno viso e con la segreta voglia di essere accarezzati dal destino.
Ma il destino destinerà a loro un regalo che condivideranno per sempre.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per sondare nella mia anima, capire quali fossero le mie vere paure e trovare il modo di affrontarle.
Alla fine del mio lavoro, ho imparato ad aprire quell’armadio e a ballare con i miei scheletri fino a quando non si sono stancati di danzare e mi hanno lasciato solo.
Questo libro è il mio specchio preferito che riflette tutto quello che sono stato, che sarei voluto essere e che sono diventato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

FUORI DAL TEMPO

Sentivo ancora in bocca il sapore acido delle birre bevute la notte prima, non avevo alcuna voglia di aprire gli occhi e affrontare un altro giorno, tanto sarebbe stato uguale a ieri, identico a quello di una settimana fa e simile a quello che avrei vissuto tra un anno.

Ma dovevo alzarmi.

Le undici del mattino: non avevo dormito per niente, mi sentivo le gambe molli, un’incudine al posto della testa e vetriolo puro nello stomaco.

Il letto zuppo di sudore e l’odore dei miei pensieri bruciati, non sapevo da dove cominciare; accesi una sigaretta e mi decisi a mandare in onda i Prodigy al meglio del volume spaccatimpani.

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Avevo ancora sognato Elena quella notte, ed era così da un po’ di tempo.

Da quando mi aveva mollato.

«Sono stanca di te, sono stanca di questo rapporto: non voglio saperne più nulla»

Lei che sorrideva al mare, lei che sprizzava dagli occhi tutta la sua malinconia in una sera primaverile, lei che mi guardava imbronciata.

Ne avevo le palle piene di quelle foto appese in camera e cominciai a strapparle via con rabbia, quasi volessi strappare via il suo ricordo; bruciai tutte le lettere che mi aveva scritto e lanciai dal balcone tutti i pelouches che, secondo lei, mi dovevano tenere compagnia quando eravamo lontani.

Mi domandavo ancora dove avessi sbagliato e i pensieri correvano furenti al passato, a quell’anno diviso in due: notti angosciate, sigarette, ore buttate in treno nell’attesa di rivederla, minuti pesanti come macigni ad aspettare che il telefono squillasse, risate e sesso.

Elena era nata per fare l’amore: si dava con trasporto, con passione, con la gioia di una bambina che scopre un nuovo gioco; era l’unico momento nel quale si liberava delle sue paure, aprendo senza limiti il suo cuore.

Johnny good bye, tu non mi scorderai mai.

Quando facevi l’amore

Lo facevi guardando il cielo

Johnny lo sai, lo sai che mi mancherai

Perché è così naturale: ti aspetterò

Ricordo ancora come ci fossimo trattati male, offesi e mandati al diavolo appena ci conoscemmo: la paura di scoprirci era tanta.

Poi, quasi all’improvviso, i miei occhi erano persi nei suoi e mandammo al diavolo tutti i timori e le difese che ci bloccavano.

Una passione unica finita in maniera amara.

E ne ero ancora, stramaledettamente, innamorato.

Innamorato di un amore che non mi faceva mai passare la fame che avevo di lei, che non mi saziava mai.

Un amore che mi faceva passare sveglio tante notti solo nel vederla dormire o che mi faceva addormentare col suono del suo respiro come ninna nanna.

Un amore che mi mozzava il fiato ogni santa volta che la vedevo, nuda o vestita, in tiro perfetto o col pigiamone di flanella e i calzettoni di spugna.

Un amore che mi portava a chiudere gli occhi e sentire il profumo della sua pelle anche se mi trovavo a chilometri di distanza da lei, steso sul letto di casa mia a Perugia, cullato dalla musica.

Elena era il fottuto tassello mancante nel mosaico che era la mia vita, un mosaico a

tinte forti: e ora quel mosaico era andato in frantumi, in mille pezzi sparsi ovunque e dovevo provare a ricomporre il tutto.

Uscii finalmente dalla camera e mi diressi in cucina per il primo caffè. Luca, che divideva con me l’appartamento, mi raggiunse in un istante.

«Notte in bianco?».

«No, anzi, ho anche sognato».

Lo fissavo mentre accendevo un’altra sigaretta: non contavo più i pacchetti che divoravo in un giorno, sarebbe stata una lotta persa in partenza.

«Ancora Elena, eh?! È ora che ti dai una mossa, amico mio: non esiste solo lei, hai ventiquattro anni, un fottio di gente da conoscere, hai il culo sparso dei calli più duri a furia dei calci che ha preso e poi…e poi perché c’è puzza di bruciato in camera?».

«Ho bruciato tutto: a puttane lettere, foto e regali vari».

Versai il caffè nelle tazzine e gliene porsi una.

«Fai una doccia, sbarbati e vestiti: si va a Firenze, ci aspetta Pipo».

Luca assaporava quel caffè neanche fosse l’ultimo che beveva!

«La barba la tengo, mi dispiace».

Avevo ripreso a portare la barba lunga, mi serviva come barriera di difesa contro coloro che avevano l’ardire di avvicinarsi a me e provare a sondare nei miei sentimenti.

Mi portavo appresso quella sorta di maschera nei momenti più cupi e duri della mia vita: mi chiedevo per quanto tempo ancora mi avrebbe accompagnato.

Basta con i Prodigy, basta con tutto quel torpore: mi feci forza e, rientrato in camera, provai a ripulirla dai ricordi bruciati di Elena, mi vestii in un lampo e fui pronto per affrontare il mondo che, a mio parere, era sempre in agguato per divorarmi.

Luca apparve dalla sua stanza, bello come il sole.

Gli anfibi neri lucidissimi, il jeans portafortuna, la felpa dei Bulls comperata dopo grossi sacrifici (non aveva fumato per un mese intero!), i capelli bagnati alla Paulo Sousa e gli occhiali da sole che, come lui diceva, lo facevano sembrare figo.

«Sembri un modello di Armani, peccato che tu sia un tappo!».

Adoravo prenderlo per il culo, credetemi!

«Tutta invidia, mazza di scopa» fingeva di essere incazzato ma sapevo bene che ce ne voleva per fargli girare le palle sul serio.

Uscimmo di casa, direzione Firenze, sentendoci come due avventurieri alla ricerca di un tesoro di valore inestimabile.

Sembrava solo ieri il giorno in cui avevo visto Luca per la prima volta: Dio, che cosa trise!

Luca cercava un’altra persona con la quale dividere le spese di quell’appartamento e io risposi all’annuncio, trovato casualmente nella bacheca della facoltà di Lingue, che entrambi frequentavamo con profitti semidisastrosi.

Quando me lo trovai davanti mi sembrò un tipo abbastanza insipido: i capelli con la riga al lato, i pantaloni ben stirati, il gilet Ralph Lauren e un vistoso (e costoso) Rolex al polso.

«Il classico figlio di papà, devoto al dio denaro e fottutamente viziato».

Ecco quale fu il mio primo pensiero.

Quanto mi sbagliavo!

«Ciao, io mi chiamo Luca» mi tese la mano in maniera decisa e già da quel gesto capii che la mia prima impressione non era poi così azzeccata.

«E io sono Alessandro, o meglio, Alex. A proposito, bella stretta: hai una tenaglia al posto della mano!».

Accennai un sorriso per rompere il ghiaccio.

Dopo i gesti di pura cortesia dei primi tempi, ci fu un cambiamento repentino nel nostro rapporto a causa di un avvenimento che mutò e stravolse per sempre la vita di quello che sarebbe diventato il mio alter ego, l’altra faccia della medaglia, il mio fratello putativo.

«Mio padre mi ha tagliato i fondi, Alex: lui non ha mai voluto che studiassi Lingue, mi ha ostacolato in tutti i modi.

Vorrebbe che fossi neurochirurgo come lui.

Andassero al diavolo i suoi sogni e le sue ambizioni. Adesso dovrò trovarmi un lavoro e mantenermi da solo: è forse la volta buona che io impari a diventare uomo».

Cominciai a captare pian piano nuovi aspetti a me sconosciuti del carattere di Luca.

Cambiò totalmente modo di vestire, fece crescere i capelli e trovò lavoro in un pub del centro dove fu protagonista di nuove, multicolori amicizie; il nostro rapporto diventò sempre più profondo: eravamo legati da un vincolo di pelle che ci avrebbe uniti anche ad anni luce di distanza.

Ricordo che un mattino mi sveglai madido di sudore:.avevo sognato Luca che moriva…

So solo che, se l’avessi perso sul serio, la mia vita non avrebbe avuto più lo stsso senso, mi sarebbe mancato un pezzo di cuore e i miei sogni sarebbero stati in bianco e nero.

Mentre guidavo verso Firenze, Luca cercava una musicassetta adatta al mio umore nero come la pece; ne infilò una che non aveva custodia…era curioso di sapere che c’era dentro:io lo sapevo già!

Dammi solo un minuto,

un soffio di fiato,

un attimo ancora…

Stare assieme è finita,

abbiamo capito, ma dirselo è dura

Lo guardai per un attimo e credo si fosse pentito un po’ per il suo gesto: forse quella terapia d’urto non era delle più efficaci per me.

«Fa’ il favore, Luca, alza il volume e a fine canzone cercami Clapton: voglio ascoltare Change the world, è un pezzo che non la sento».

«Stai bene, Alex?!» mi sembrava sbalordito. «Quella è, o meglio, era la vostra canzone».

«Mi raccomando: volume a palla! Voglio che mi entri fino al cuore». Ressi a quella farsa fino a quando non mi venne da ridere.

«Ci eri cascato, scemotto?! Non me la dimentico Elena, sta tranquillo, è solo che mi sono un po’ rotto le palle di pensare sempre a lei.

Certo che recito bene ci sei cascato alla grande!».

«Alex, vaffanculo!» adesso rideva anche lui.

Una volta giunti a Firenze ci volle un’eternità per trovare casa di Pipo e quando ci arrivammo avevamo quasi perso la speranza!

Suonai al citofono e, dopo molto tempo, udimmo una voce femminile.

«Pipo non c’è, è partito ieri sera per Amsterdam e non so proprio quando tornerà» quelle parole non lasciavano spazio a dubbi: lo stronzo ci aveva bidonati!

«Quel gran traditore! Ci ha tirato il pacco, capisci?! Quel porco: ma se lo becco lo squarto».

Ecco a voi Luca in una delle sue più classiche crisi isteriche!

«Frena, Luca, frena: ormai è andata così. Ci facciamo un giro per Firenze, cazzeggiamo un po’ e poi torniamo a Perugia».

Provai a calmarlo anche perché si stava ostinando a prendere a calci il portone di casa

del desaparecido Pipo.

Firenze rievocava nel mio cuore ricordi agrodolci perché c’ero stato in gita anni prima con la classe del quinto liceo, che comprendeva Rosa, il mio primo, vero amore.

Il nostro primo bacio ce lo scambiammo proprio dove ora era poggiato Luca, un muretto sul Ponte Vecchio.

Ricordo ancora bene quella tiepida sera di fine aprile.

«Per essere il primo bacio non è davvero niente male!».

Rosa era fatta così, riusciva a spiazzarmi sempre con improvvisi gesti o parole.

Eravamo compagni di classe da cinque anni, eppure ci eravamo scambiati sempre poche parole.

Era molto introversa, aveva pochi amici e non usciva quasi mai: mi era sempre stata indifferente.

Quell’ultimo anno era cambiato qualcosa: ci avvicinammo gradualmente l’uno all’altra, dividendo assieme ogni festa, facendo coppia fissa al cinema, trascorrendo interi pomeriggi a studiare latino, con De Gregori in sottofondo.

Ciao ciao,

andarsene è un peccato

però ciao ciao.

Bella donna alla porta che mi saluti,

baci, abbracci e sputi:

e io che sputo amore,

io che non sputo mai

E proprio in quella sera di aprile decidemmo per caso di dividere in due i nostri sogni e le nostre paure.

La ricordo come una storia fatta di alti e bassi, di lacrime e baci, di carezze e incazzature, una storia finita dopo un anno e mezzo in maniera brusca, come un colpo d’accetta.

Rosa non mi amava più e non se la sentiva di prendermi in giro.

Continuai a fissare quel muretto come un cretino per altri dieci minuti: erano passati cinque anni e Rosa era ormai solo un ricordo.

«Andiamo Luca, back home» mi ridestai all’improvviso, mentre la mia metà si era fatto passare l’incazzatura e ci stava provando con una turista tedesca.

«E andiamo! Tu hai il maledetto potere di arrivare sempre al momento sbagliato:stavo dando una svolta alla giornata».

Ci rificcammo in macchina per tornare a Perugia: Luca si era isolato col suo walkman e io, senza accorgermene, avevo ripreso a pensare ad Elena.

Il sole stava tramontando su una giornata che, in tutta sincerità, aveva serbato solo delusioni e ricordi amari.

«Il sole sorge e tramonta con te» avevo in testa quella frase: ricordo ancora la notte che gliela dissi, una delle tante volte che ci ritrovammo abbracciati dopo aver fatto l’amore con la Luna che dalla finestra le illuminava il viso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Nicola Perrini
Sono un ragazzino sognante di 47 anni, da quasi due anni vedo il mondo attraverso gli occhi innocenti di mio figlio e amo ridere con mia moglie. Il mio motto è "Le vere bombe sono le idee" e penso che ognuno di noi sia una fucina di idee.
Mi piace viaggiare e vedo nel viaggio un modo per aprire la mia mente a nuove esperienze.
Sono una persona fortunata perchè vivo di cuore e prendo senza filtri tutto quello che la vita mi offre, nel bene e nel male.
Le cicatrici che porto con me mi hanno reso più forte e le ferite che ho procurato agli altri mi hanno reso più saggio.
La mia ragione di vita è lasciare un raggio di sole nel cuore di chi mi conosce.
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