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Consegna prevista dicembre 2019

Fra Milano, i ghiacciai della Val d’Aosta e il mondo dell’arte contemporanea, tre personaggi intrecciano solitudine e ricerca della felicità. Il ritmo e le persone della vita quotidiana tratteggiano i contorni delle loro realtà, distanti eppure legate da un filo sottile. Luna è una studentessa fuori corso, sogna di diventare maestra mentre lavora in un call center di aiuto psicologico. Milo Bianchi è uno scultore affermato nella Milano bene e acclamato all’estero, vive rintanato nella fucina dove esprime la propria forza attraverso il canale vitale dell’arte. Libero lascia la città da ragazzo, solo e senza prospettive, sceglie la Val d’Aosta e si costruisce un futuro come mastro distillatore di Genepy. Bugiarda e procrastinatrice, sempre vittima degli eventi, Luna subisce l’amore impacciato di Milo, che la tratta come un’ancella ma la considera una musa. Quando Libero conosce Luna durante una chiamata notturna se ne innamora, coinvolgendola e suggerendole una possibile via di fuga.

Perché ho scritto questo libro?

Il titolo di Genepy nasce da un sogno: accovacciandomi davanti al ripiano più basso di una libreria colma, estraevo un libro dalla copertina preziosa, con impressa la parola Genepy. I tre personaggi e le loro vicende sono affiorati man mano dentro di me, scrivere è stato come scoprirli, un processo di pura creazione in cui limavo razionalmente i particolari di una materia grezza proveniente dal profondo che mi stupiva, mi riempiva di meraviglia e mi ha donato lunghi attimi in stato di grazia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

– Ciao sono Operatore 3, come posso aiutarti?

– Ciao, sì, io chiamavo perché… Mi sento solo.

– Sono qui per questo, cosa vorresti raccontarmi?

– Hai una voce che ispira fiducia, ma non ti voglio chiedere il nome, una volta l’ho chiesto a Operatore 5 e mi ha detto che non si può.

– Sì, fa parte del regolamento ma non c’è problema, non preoccuparti.

– Mi diresti il tuo avatar?

– Sono Luna.

– Che bello! Vedo la luna dalla finestra proprio ora! Io mi chiamo Libero, e questa notte non passa più.

– Soffri d’insonnia, Libero?

Luna amava mentire. Nascondeva il suo senso d’inadeguatezza dietro

piccole bugie, innocenti omissioni e frottole che considerava innocue.

I colleghi di Amici Al Telefono non sospettavano del suo vizietto, non

sapevano che trasgrediva le regole e spacciava per un avatar il suo vero

nome, quando la voce di un utente le trasmetteva uno scintillio di vitalità;

in fondo, bastava una menzogna per sentirsi più vicini.

Il dottor Brambilla l’avrebbe licenziata in tronco se l’avesse scoperta,

teneva molto alle sue regole. Un giorno in cui i suoi baffi erano più

pettinati del solito e il suo gilet più scozzese che mai, compilò un decalogo

in bella calligrafia e lo appese sulla porta d’ingresso del call center:

“Regola numero uno: Siamo un call center di ascolto e aiuto psicologico,

non una hot line; Regola numero due: L’avatar è il vostro camice, siete gli

infermieri dell’anima, vestitelo sempre…”. Luna stazionava davanti a quel

foglio ben plastificato e s’imponeva di leggere con attenzione, ma le

bastava arrivare alla Regola numero tre per annoiarsi e perdersi nei suoi

pensieri, che si dipanavano come una sciarpetta di nuvole da indossare nel

cielo della sua anima. Non aveva la minima idea di quali fossero le altre

regole.

Quella notte, la voce di Libero la colpì, sembrava accarezzasse il ricevitore

con la coda di un gatto, un timbro caldissimo che tremava di timidezza, un

ragazzo bisognoso che chiamava dopo il lavoro per cercare conforto nelle

sue solitudini, e aveva saputo rassicurarla con poche scarne parole. La sua

voce proveniva da un luogo lontano e quieto, privo dei soliti rumori di

fondo di traffico, sirene di ambulanze, grida di vicini o gracchiare di

televisore, sembrava un albero cavo e Luna sentì che il suo compito

sarebbe stato quello di trovare la bellezza nelle sue deformi rughe di

corteccia.

Milo attendeva Luna per cena. Attendere per cena, nel vocabolario

secondo Milo, significava rimanere chiuso nella fucina dell’oro e del ferro

fino a tardi senza percepire l’ora e il mondo esterno, lasciare che Luna

entrasse in casa usando la chiave sotto allo zerbino, udire il rumore della

pesante porta scorrevole e gridarle:

– Formichina sei tu? Fammi il caffè!

Così Luna, di ritorno dal suo turno serale al call center, posava sul tavolo

in alluminio la spesa fatta nella bottega del pakistano aperta di notte e gli

serviva il caffè prima della cena, che cucinava lei.

Fin da bambino, Milo aveva sentito il proprio cuore colmo delle più grandi

bellezze, e il suo animo di ragazzo ripiegato su sé stesso era introverso e

sensibile; nello scegliersi un mestiere per guadagnarsi il pane, completò

l’apprendistato con fabbri e lattonieri, ma poi fuggì in una bottega orafa di

Pesaro per imparare antiche tecniche di fusione, affinando il suo gusto

innato e convincendosi a spingersi oltre la tradizione e la tecnica,

abbracciando il mondo dell’arte. Suo nonno gli fece dono di un antico

bulino per le incisioni, attrezzo di precisione impreziosito da

un’impugnatura in avorio, vinto al gioco con un orafo durante la guerra e

mai rivenduto, e Milo portò quel piccolo ferro sempre con sé durante gli

anni degli esordi, tenendolo nella tasca dei pantaloni dove infilava la mano

stringendolo di nascosto, come se fosse stato l’unico oggetto dotato di peso

in quel mondo fatto di sogni, l’unico scoglio a cui aggrapparsi per non

finire alla deriva.

Viveva assieme a Luna in una casa-atelier costruita negli anni Ottanta:

quando era soltanto un giovane artista con un passato da fabbro ferraio,

Milo acquistò le mura diroccate di un ex stabilimento industriale della

Milano vecchia, ristrutturandole da solo ed edificandole con calcestruzzo,

ferro e vetro e trasformando quel rudere risalente agli anni Venti in un

severo parallelepipedo bianco, nero e trasparente che soddisfaceva il suo

severo senso estetico di allora; dal tetto, cui aveva appiattito le falde

originali imbiancandolo a calce, si ergeva un’imponente canna fumaria,

che tuffava le sue radici nella fornace del laboratorio nel retro dell’edificio,

pronta per annerirsi sbuffando soffi di fumo rovente. Prima che le

speculazioni immobiliari inghiottissero la vecchia Brera e quell’antico

maglificio, l’atelier del futuro grande artista fu pronto: vi si accedeva

attraverso un cortiletto lastricato e chiuso da alti muri, l’unico tocco di vita

erano le piante perenni a formare le siepi confuse e impolverate di smog

che ne circondavano il perimetro. Alla veranda d’ingresso si accedeva dal

cortiletto attraverso una monumentale porta scorrevole in ferro, era

spaziosa e luminosa, tutta composta da grandi vetrate: forse per questo

Milo non la frequentava molto, preferendo rimanere rintanato nel retro,

mentre lì si trovava la cucina in cui Luna studiava.

Come poteva essere nata una fornace nel centro storico di Milano, a due

passi dai locali alla moda, dalle boutique di lusso e dagli appartamenti

affittati alle top model? Luna se lo domandava durante i pomeriggi

trascorsi passeggiando sul selciato della piccola aia, abbeverando le siepi

mentre ne ripuliva il fogliame con zampilli d’acqua; sollevava lo sguardo

verso la sagoma minacciosa della canna fumaria nelle ore di controluce,

fissava quell’occhio di cielo di Milano sopra la sua testa, che la osservava

azzurro e libero fra i palazzi incombenti oltre la cortina di fumo della

fucina, e si sentiva intimorita.

Milo amava il caffè prima di cena e detestava l’alluminio. Lo

considerava banderuola per laureati dalle mani delicate, un materiale

troppo arrendevole e senza personalità, per niente nobile e inadatto all’arte,

da relegare alle cose quotidiane come la sua cucina lucida e fredda, in cui

Luna si muoveva come una sardina in una lattina vuota; lei studiava sul

grande tavolo da pranzo, così gelido che non vi si potevano posare gli

avambracci in estate, per questo vi lasciava sempre stesa sopra la tovaglia

della cena, era lineare eppure sgraziato e Milo lo sapeva bene, l’aveva

scelto apposta, come simbolo della bruttezza dell’alluminio.

– Sai cosa mi tormenta? – disse Milo a bruciapelo una notte, dopo aver

finito il pasto in totale silenzio, assorto, con quel suo sguardo torvo a

scrutare Luna – Io guardo i tuoi capelli da una vita ma ancora non riesco a

riprodurre come vorrei l’effetto che fanno.

– Ancora con questa storia di appioppare ai cavalli in ferro delle criniere

dorate? E ricce magari… Sarebbe orribile!

– Sarebbe magnifico invece.

– Magnifico, sì.

Continua a leggere
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Invece Luna cambiava opinione in un batter di ciglia. Non lo faceva per

ruffianeria, credeva veramente a una cosa e al suo contrario nel giro di

pochi istanti, si lasciava convincere dal ferro e poi dall’oro senza esserne

veramente coinvolta, chissà se i celebri Cavalli di Milo Bianchi sarebbero

stati veramente più apprezzati con una nuova acconciatura…

– No, tu non capisci, il punto non sono i tuoi capelli…

– Ah no?

– Il punto, Luna, è come io li vedo e come io li rappresento – Milo amava

enfatizzare la parola “io” aumentando il volume della voce e inarcando le

sue folte sopracciglia verso l’alto – perché se io li guardo da vicino, ad

esempio sotto la luce della lampada, mi sembrano come una cascata di

minuscoli fili – alzava ancora la voce – mentre se mi allontano diventano

una massa dorata, e io devo creare quella massa con quell’effetto, e con la

tecnica ne sono capace. E però non posso! – nascose tormentato la testa fra

le grandi mani – Non ci riesco, mi blocco perché… Quello che vedo su di

te, io lo amo.

– Sss! Silenzio, artista – gli sussurrò Luna avvicinandosi in punta di piedi,

accarezzandogli i folti capelli grigi – puoi provare con la fiamma ossidrica.

Milo si alzò di scatto urtando il tavolo e facendo tintinnare i piatti.

– Io odio la fiamma ossidrica! – e si diresse di nuovo verso il laboratorio,

scuro in volto, assorto e cupo, senza salutare.

Anche al tempo della velocità della fibra ottica, il viaggio della voce

lungo la linea telefonica manteneva sempre un vecchio fruscio elettrico

carico di lontananza.

– Ciao sono Operatore 3, come posso aiutarti?

– Sì, pronto, Luna, sei tu? Meno male! Ho chiamato tre volte, ho beccato

perfino quel tuo collega ciccione.

– Ciao Libero, sono contenta di sentirti. Scusa di quale collega stai

parlando?

– Ma sì dai, Operatore 1! Peserà duecento chili almeno!

– Beh però, è molto alto e ha le ossa grosse – disse Luna trattenendo una

risata.

Gli operatori di Amici Al Telefono non potevano lasciarsi andare a

emozioni troppo violente, dovevano mantenere sempre un tono sereno e

pacato per rassicurare gli utenti; l’ascolto amichevole era basato sulla

comprensione, non sul coinvolgimento e Luna aveva assistito di persona al

licenziamento di Operatore 14: non era affatto indisciplinata ma, spesso, si

commuoveva assistendo al telefono gli utenti più sfortunati. Operatore 14

era una ragazza troppo delicata e fragile per quel lavoro ma aveva scelto

un bellissimo avatar e così, quando fu licenziata, Luna glie lo rubò,

diventando Operatore 3 avatar Ametista. Ma per Libero era rimasta Luna.

– Ma tu, nella vita di tutti i giorni, sei sempre così posata?

– Beh questa non è vita di tutti i giorni, è lavoro, abbiamo una certa

impostazione professionale, serve per rassicurare.

– E fuori da lì sei sempre così impostata? Io non credo, magari sei un po’

pazza, come tutti. Come sono i tuoi capelli?

– Oggi stai chiamando di pomeriggio anziché di notte, la tua insonnia è

passata?

– Oggi è il mio giorno di riposo e stanotte ho dormito!

– Questa è una bella notizia! Ti sentivi più sereno?

– Pensavo al suono della tua voce. Cioè, scusa, non sono un pervertito eh,

però… Sì, mi sentivo tranquillo, non capita spesso.

– Non sento mai nessun rumore di fondo da dove chiami. Possiamo dire

che la tranquillità è una tua scelta di vita?

– Sì, io mi sento dentro un gran rumore. Ho vissuto tanti anni in silenzio e

solitudine a Milano, ma quello era il silenzio di chi non vuol parlare, cazzo

era pesante come un macigno. Invece qui in montagna ho trovato il

silenzio della natura, che è molto più vero, ho trovato tante persone

amichevoli… E anche te! Non c’è niente di più importante del calore

umano.

– Calore? Al telefono? – Luna sapeva che la conversazione stava

prendendo una piega non professionale e si sentiva tesa ma, quel

pomeriggio, il dottor Brambilla era rimasto a casa, costretto a letto da una

brutta influenza.

– Luna io non ti conosco, forse sei una ragazza più concreta oltre tutte

queste parole – Luna sorrise pensando a quanto Libero fosse lontano dalla

verità – ma ho paura di molte cose, anche se le vorrei tanto. Mi vergono a

dirlo ma il contatto fisico mi spaventa sempre un po’ e non so bene che

cos’è il calore umano. Stare in montagna ti mette in contatto con una

dimensione anche spirituale… Però averti conosciuta è una cosa intima,

che mi basta per dormire senza incubi. È calore umano sufficiente per me.

– Credi di meritare solo questo?

– E tu Luna cosa credi di meritare dalla vita?

– Io? Non lo so… Non lo so davvero.

Luna era la classica studentessa fuori corso, si considerava un

modello vivente di procrastinazione. Non aveva mai saputo quello che

voleva dalla vita e preferiva che lo sapessero gli altri, che fossero loro a

dirle cosa era meglio per lei; da ragazzina si era affidata a sua madre che

però, a un certo punto a causa dell’età, degli acciacchi e delle paure dei

vecchi, era diventata distratta rispetto ai continui bisogni di quella figlia

così rarefatta e aveva smesso d’indirizzarla, privandola di una guida.

Quando incontrò Milo, le sembrò fantastico potersi finalmente affidare a

un uomo, tanto per cambiare.

A lei piacevano i bambini ed era appassionata d’arte, adorava il pane

appena sfornato e le scarpe da ginnastica, che indossava perfino con la

gonna, come le suore. Covava da sempre il sogno di diventare maestra ma

non voleva farlo prima della laurea e così, seguendo questo schema, era

libera di temporeggiare; ormai odiava il suo corso di Scienze della

Formazione popolato da future mammine scrupolose e pedagogiste

saputelle, finendo in un circolo vizioso di desiderio e repulsione,

continuando ostinatamente a pagare le tasse universitarie grazie al suo

impiego nel call center.

Erano passati quasi quindici anni dalla sera in cui conobbe Milo eppure,

mentre lui era invecchiato, lei era rimasta tale e quale ad allora; le mani di

Milo erano diventate callose, sempre annerite dalla fuliggine della fornace

e i suoi capelli, un tempo neri e ancora foltissimi, si erano dipinti

d’argento, che pareva volessero fare un dispetto a lui che amava

smisuratamente l’oro. Forse per questo rimase tanto colpito da Luna, che

aveva dimenticato di raccogliere l’acconciatura la sera dell’inaugurazione

di una personale sui Cavalli in ferro: Milo la scorse a consultare

diligentemente il catalogo, era minuta, i ricci biondi e l’aria smarrita la

rendevano quasi magica, sembrava preziosa come un’ancella d’oro e se ne

innamorò all’istante. Solitamente burbero e timido, l’avvicinò parlandole

senza farsi riconoscere, lei disse:

– Non conosco l’artista, dicono sia un uomo affascinante dalla forte

personalità, con “un gusto estetico severo e spiccatissimo”, come c’è

scritto qui – e lui si sciolse come un calco di cera.

– Poco fa ti ho vista con il naso ficcato nel catalogo della mostra, come chi

non vede bene da vicino, sei forse miope? Se devi scegliere un paio di

occhiali io ti vorrei aiutare, perché dovrebbero assolutamente essere belli

come il tuo viso – e Luna s’innamorò a sua volta, perché non era mai

riuscita a decidersi di farli, quei maledetti occhiali per leggere.

Libero era stato un bambino silenzioso nella Milano degli anni

Novanta, la sua figurina mingherlina si muoveva solitaria come una

formica in un palazzone popolare dell’hinterland, la madre era morta di

parto e lui era un figlio unico fra centinaia di famiglie numerose; il padre

lavorava come contabile nelle assicurazioni.

– Come si chiamava tua madre?

– Gioia.

– E come ti senti, quando pensi a lei?

– Mi sento solo.

La sua voce divenne ovattata e distante, a Luna sembrò che Libero

piegasse il capo verso il petto per lo sconforto, lei voleva essere forte ma

non riuscì a mantenere il solito tono professionale che l’aveva fatta

avanzare nella classifica di gradimento degli utenti del call center; il dottor

Brambilla aveva inserito un nuovo programma di customer satisfaction per

scoprire quello che già sapeva, cioè che Ametista era in cima all’affetto dei

derelitti al telefono, che Operatore 1 era ormai specializzato in supporto ai

bulimici delle abbuffate notturne, e che il numero 14 portava iella agli

operatori, probabilmente l’avrebbe abolito, anche la nuova Operatore 14

era un disastro.

– Puoi parlare tranquillamente Libero, stanotte faccio il doppio turno

perché ho bisogno di soldi per le mie tasse universitarie, c’è tutto il tempo

che vuoi, questa volta non te la cavi con il solito “mi sento solo”.

– Ah, sei una studentessa?

– Sì, studentessa di una volta! Torniamo a te… Tua madre?

– Mia madre. Le parole hanno un peso che a volte ci schiaccia, non è

ironico? Perdere una persona che si chiama Gioia… Sembra la condanna a

una vita triste.

– La tristezza è una fase, ma il lutto non deve per forza essere uno stile di

vita.

– Per mio padre sì.

– Abbandona il giudizio Libero, parliamo di te, non di tuo padre.

– Sì ma lei era Gioia! Un nome che vola così leggero…

– Come un angelo.

– Sì, però alla donna angelicata non ci credo, al liceo non ho voluto

studiare Petrarca, ho preso un brutto voto e ho litigato con mio padre.

Quella notte ho inforcato la bici pedalando come un pazzo fino a corso

Buenos Aires per guardare le puttane, almeno loro erano vere. Soffrivo

d’insonnia già da un po’.

– Perché proprio le prostitute?

– Sono simpatiche! Se non hanno da fare ci fai due chiacchiere molto

meglio che con le ragazze perbene… Ma non ti ci puoi innamorare, perché

quelle di strada sono schiave.

– Libero, io penso che ora che sei adulto e i demoni bruciano un po’ meno,

potresti provare a recuperare la tua dolcezza pian piano.

– Ci proverò Luna, però sento sempre che la gioia mi è stata rubata.

La giovinezza di Libero era stata tanto soffocante quanto il mutismo

in cui il padre si era chiuso per il suo lutto perenne; trascorreva i suoi

giorni sepolto nell’ufficio più nascosto della compagnia assicurativa più

piccola della città, svolgendo una mansione infima e così ripetitiva da

spegnere ogni ardore di ragioniere. Portava con sé tutto quel grigiore anche

la sera, quando rincasava con lo sguardo basso, osservando nello specchio

d’ingresso il velo di barba incolta che non radeva, i piatti sporchi che non

lavava, il figlio che non accudiva e che faceva i compiti da solo in cucina,

tenendo sulle spalle lo scialletto rosa di sua madre, ormai consunto.

– Hai idea di cosa significhi crescere con una persona depressa?

– Cosa ha significato per te?

– Vivere in una catacomba, hai presente? Sei vivo ma resti sempre al buio

e la pelle diventa trasparente, gli occhi si atrofizzano perché non guardano

mai lontano, l’umidità ti entra nelle ossa e nei pensieri. È un blocco.

– È lì che nasce il rumore che dicevi di sentirti dentro, quello che non ti

faceva dormire?

– Non lo so, forse sì… A casa di mio padre c’era un silenzio che sembrava

una malattia, ma io non ho mai voluto farmi contagiare e ci sono riuscito!

Dopo il diploma me ne sono andato e da allora non l’ho più visto, non so

neppure se sia vivo, o se sopravvive.

Libero si trasferì in Val d’Aosta senza dispiacersi per la vecchia

Milano, scelse le Alpi senza aver mai fatto una passeggiata in montagna;

per mantenersi e contrastare l’insonnia, s’impiegò come cameriere; mentre

decideva quale strada avrebbe voluto prendere, affittò un piccolissimo

chalet alle porte del capoluogo e pensò a lungo al modo di adibire la stalla

in disuso sul lato est dell’abitazione… A quel punto, riuscì a respirare. Il

giovane Libero aveva spezzato le catene di un destino funesto, era rinato e

in quella nascita nessuno era morto.

– Luna, tu sei di Milano vero? So che il call center ha sede in viale

Umbria. Io me ne sono andato da Milano e qui ho trovato una comunità

semplice e accogliente… Ma chissà tu che idea hai di noi montanari!

– Beh nessuna idea in particolare – mentì Luna – non ho mai fatto una vera

passeggiata in montagna in vita mia – questo era vero – perciò non sarebbe

giusto avanzare giudizi su qualcosa che non conosco – mentì di nuovo, lei

amava giudicare ma lo teneva gelosamente per sé e rimproverava

amorevolmente gli utenti verso il giudizio, nella speranza di ammonire

anche sé stessa.

– Qualche anno fa anch’io ero come te, non mi ero mai spostato da

Milano, non ero mai stato da nessuna parte! La metropoli mi dava già

abbastanza daffare così!

– E la montagna è stata una scelta d’impulso o ci hai ragionato?

– Non so spiegarlo bene, ho solo cercato qualcosa che mi piacesse, un po’

come fanno i bambini. Ho pensato che in pianura tutto si disperde, la voce,

i pensieri, mentre la montagna è come un nido, è come se l’eco che c’è qui

rispondesse alle mie domande sulla vita.

Libero si era sempre arrangiato ma una mattina decise di percorrere a

piedi i venti minuti che lo separavano dalla sua più prossima vicina di

casa, un’anziana vedova con tanti fiori alle finestre, per chiederle alcuni

consigli. L’aveva notata passando con l’agente immobiliare il giorno in cui

aveva scelto la sua nuova casa; quando traslocò, arrivò con le sue poche

cose, sbagliò direzione e parcheggiò il furgoncino a noleggio davanti

all’uscio dell’anziana signora, che uscì sorridente con un bicchiere di sidro

di mele su un vassoio in peltro, sembrava che lo stesse aspettando. La

vecchietta aveva l’aspetto di una nonna in piena regola: pochi denti, un

piccolo chignon di capelli bianchissimi, abito scuro a fiorellini, ciabatte

comode, mani nodose. Parlava il patois, il dialetto valdostano figlio di

latini, franchi, celti e occitani, e Libero le rispondeva in italiano;

nonostante fosse abituato all’accento dei cumenda milanesi, con le sue

conoscenze scolastiche di francese e latino comprendeva quella strana

lingua a sufficienza per intrattenere una conversazione con la sua douta, la

sua nuova nonna valdostana mentre il resto che non capiva, suonava

comunque familiare e lui l’ascoltava imbambolato e contento.

Uscì quando ormai il crepuscolo si dipingeva di turchino, dopo aver

passato con la sua douta una splendida giornata di gentilezze che gli fece

assaporare che cos’è il calore di una mamma. Rincasò con la pancia piena,

una bottiglia di ammorbidente delicato sotto il braccio, un vaso di gerani

rossi e un cesto di frittelle di mele; posò i gerani accanto all’ingresso e

riempì un catino con acqua tiepida e un misurino di ammorbidente, tolse

da una scatola del trasloco lo scialletto rosa di sua madre e lo annusò: non

sapeva più di niente ma non poteva finire come uno straccio vecchio,

qualcosa si doveva fare. Esitò, poi lo immerse nell’acqua profumata e lo

lasciò a bagno tutta la notte; quel profumo di fiori sintetici, l’acqua e le

essenze impregnarono i mobili e le pareti in faggio battezzando i sogni del

giovane Libero con un’infusione inebriante. La mattina seguente, dopo

qualche breve parentesi di sonno, Libero aveva deciso cosa fare della

stalla: sarebbe diventata una distilleria di liquori.

La strada di casa era bianca di ciottoli, l’asfalto iniziava sulla strada

comunale mentre lì, nel piccolo paradiso di Libero ai piedi del Gran

Paradiso, circondato dagli abeti, dal sussurro silenzioso delle montagne

scure e dal gorgogliare del ruscello puro poco distante, il bitume non era

arrivato perché non serviva e nessuno lo voleva, che la natura esige

rispetto anche se ci permette di attraversarla camminandole sulla schiena.

Libero diede inizio alla sua attività destreggiandosi fra richieste di

concessione d’uso di acque pubbliche, leasing per l’attrezzatura, cambiali

e carte bollate, finanziamenti europei e sussidi per la giovane

imprenditoria, corsi professionali sull’analisi sensoriale, sull’assaggio e le

tecniche di distilleria; ogni volta che percorreva la strada di casa, la sua

prima e fiammante macchina nuova si ricopriva tutta di polvere chiara: era

un mini fuoristrada usatissimo, acquistato dal cuoco del ristorante in cui

lavorava, che finalmente si era fatto l’auto nuova e voleva liberarsi del suo

vecchio cassone rifilandolo a qualche pollo inesperto. Libero non

conosceva i motori ma non era un ingenuo, capì le intenzioni del cuoco e

tuttavia non si sentì preso in giro, secondo lui gli scarti di una persona

possono diventare la perla di un altro, una perla un po’ scassata e

impolverata ma non gli importava, aveva le gomme da neve per l’inverno

e i temporali della notte l’avrebbero lavata.

– Ah Libero… Certe volte ti invidio.

– Perché? Non sono mica uno di successo.

– Il successo… Io ormai non so più cos’è. C’è quello sociale, ma so per

certo che non dà la felicità, perché non sempre porta con sé la

consapevolezza delle cose e delle persone che ti sono accanto.

– Mi sembri tesa stasera, mi spiace! Però io non so nulla di te e non saprei

come consolarti.

Luna sapeva bene che l’inversione delle parti, fra operatore e utente, era la

circostanza più proibita del suo lavoro, il confine da non superare pena il

licenziamento.

– Quanto parlo con te, sento una persona pura e secondo me non è giusto

che sia tu quello insonne, triste e complessato, quello che si confina via

dalla città e dalla bella società e che telefona in questo buco pulcioso per

chiedere aiuto! Capisci cosa intendo?

– Grazie mi hai fatto un complimento! O almeno credo…

– Ti invidio Libero, perché tu sai apprezzare le piccole cose, e non perché

ti accontenti ma perché le capisci, le vivi. Io pagherei per fare un giro sul

tuo vecchio fuoristrada, per annusare i tuoi gerani…

– Quelli sono della mia douta! Sono così belli perché c’è il tocco da nonna.

– Ma tu li accudisci, loro lo sentono e ti ripagano con la vitalità, invece…

Chi non ti considera ti spegne.

– Non capisco se sei triste o arrabbiata ma magari riesco a tirarti su il

morale perché stasera sono di buonumore, chiamavo per raccontarti che

oggi ho testato all’assaggio una partita di liquore davvero importante e

sono in estasi!

– Che bello, dai racconta!

– Ho fatto molte prove, ho dovuto scartare alcune frazioni e mi è costato

sangue, ho atteso l’invecchiamento sei mesi ma ce l’ho fatta! Questa volta

il sapore del Genepy Joie è riuscito, è proprio trasparente come volevo.

– Ma “trasparente” non è un sapore, è un colore.

– Colore, sapore… Trasparente è una qualità dello spirito.

Libero non conosceva l’intimità, non si trattava di sesso ma di vicinanza,

perché lui conosceva mondo attraverso la lontananza. Si era rifugiato

dietro il vetro dei suoi bicchieri, il rame e l’acciaio dei suoi alambicchi e

più stava lì, senza riuscire a oltrepassarli, imbronciato a osservare il riposo

delle infusioni e il gocciolare dei distillati, più si sentiva depresso. Era

diventato un autentico produttore di spirito, ma certe volte non sapeva

proprio dove trovare la gioia.

Ripensando alla notte in cui la sua voce si allacciò per la prima volta a

quella di Luna, gli sembrava di aver vissuto un raro momento di contatto,

con una ragazza che lo faceva scendere sulla terra per trovare con i sensi

quei sapori e quella gioia che passava la vita a cercare, che danzavano

finemente per brevi istanti in un sorso perfetto di equilibrato liquore.

Ogni tanto, quando Milo si trascinava in camera da letto e si

addormentava in pieno giorno dopo aver lavorato tutta la notte, Luna

s’introduceva furtiva nel laboratorio, portando con sé una scala pieghevole

e un panno umido; immediatamente, iniziava a sudare e si doveva

spogliare, investita dagli sbuffi provenienti dagli sfiati della forgia ancora

accesa; le mancava l’aria e, sentendosi svenire, si sedeva per qualche

minuto sull’incudine, non prima di aver inciampato fra i vari attrezzi

abbandonati sul pavimento e di aver trattenuto i conati di vomito causati

dai tagli di macelleria che Milo si procurava di sottobanco, per i suoi

continui studi di anatomia equestre.

– Scolpisce, fonde e forgia cavalli da trent’anni. Rampanti, al trotto,

distesi, in corsa, zincati, arrugginiti, con le criniere in oro, con le criniere

in ottone, coi corpi in ferro, coi tendini vibranti, coi muscoli tesi, ormai gli

manca soltanto la parola: cosa diavolo se ne fa di questi ritagli

orripilanti… I calchi in gesso e creta sono sempre gli stessi!! – pensava

Luna sventolandosi con un bozzetto e sporcandosi il viso col gessetto

colorato. Aveva sempre attribuito malessere fisico che l’officina le

provocava alle difficili condizioni del lavoro d’artista, così primordiale

nella materia e così faticoso nella tecnica; secondo Luna, una bella scuola

luminosa sarebbe stata un luogo più salubre per lei, che esprimeva opinioni

come desideri senza saperli leggere.

Entrava di nascosto nella parte della casa che meno le apparteneva, armata

soltanto di buone intenzioni; passati i mancamenti e dopo essersi abituata

al clima inospitale, issava la scala stringendo il panno tra i denti, afferrava

saldamente le diagonali e saliva un piolo alla volta, tremolando senza

guardare giù perché soffriva di vertigini. Arrivata in cima, il suo disturbo

le impediva di godere il colpo d’occhio dello studio di scultura, di quel

mondo come di vulcano che appariva al di sopra della cappa di fumo,

fuliggine, buio e luce, afa e polvere di gesso; lei voleva soltanto pulire il

vetro del finestrino sul soffitto, che era sempre annerito, per restituire a

Milo un poca di luce e il vero senso del tempo là fuori.

– Ti sei seduta di nuovo sull’incudine – sbadigliava Milo, che la scopriva

ogni volta.

– Io? No! Perché?

– Hai il sedere tutto nero… E hai pasticciato coi miei bozzetti.

– Quello no davvero! Non lo farei mai!

– Come no… Formichina dal naso blu.

Milo dirigeva il suo grosso indice verso il nasino a punta di Luna,

sfregandovi il polpastrello calloso e mostrandolo a lei, tutto color Blu di

Prussia. Al mondo c’era qualcuno che smascherava sempre le sue bugie.

Il servizio meteorologico della città dava pioggia forte con temporali

a tratti in arrivo da Nord-Ovest.

– Acqua valdostana – fu il primo pensiero di Luna, che ricacciò subito giù

quell’immagine.

Milo, invece, non consultava mai le previsioni del tempo; per lui, il tempo

era quel colore che vedeva dal finestrino della sua fucina, e la temperatura

esterna era sempre e comunque troppo fredda.

– Almeno stasera potevi indossare la collana che ti ho regalato.

– Collana? Ma se è praticamente un pettorale, mi fa sembrare una

comparsa di Ben Hur!

– E con questo? Io l’ho fatta per te, dicevi che ti piaceva.

– Ma sì Milo è stupenda, però mi sento in imbarazzo a indossarla in

periferia e poi, è troppo grande, non ho nulla da mettere che ci stia bene, è

un oggetto troppo fico per i miei vestiti.

– Bastava dirlo, ti avrei comprato un abito adatto.

– Tu? In giro per negozi, con me? – Luna scoppiò a ridere e Milo notò che

il tassista li osservava dallo specchietto retrovisore.

– Ti stai comportando come una ragazzina.

– Senti, l’oro sta bene sulla pelle – Luna si rabbuiò – stasera fa freddo,

sono previsti temporali e non ho nessuna voglia di vestire scollata e

prendermi un malanno per farti contento.

– Le tue ironie sul primo secolo dopo Cristo non c’entrano un bel niente,

quello è un gioiello ispirato al periodo ellenistico in cui le donne

indossavano i monili sopra gli abiti; ma tanto sei troppo ignorante per

saperlo – sibilò Milo a denti stretti.

Luna aveva accanto un uomo incapace di manifestarle il suo amore, era

come se Milo conservasse i sentimenti in una pentola coperta che

sobbolliva sul debole fuocherello della quotidianità; quando gli accadeva

qualcosa di forte, un litigio, un momento di passione, l’arrivo di una

onorificenza o un incidente nella fucina, l’intensità della fiamma faceva

aumentare di colpo il bollore scoperchiando la pentola, esplodendo tutte

quelle emozioni nel loro più crudo e imprevedibile disordine. Non si

sapeva mai cosa ne sarebbe venuto fuori: a volte, un oggetto sublime, a

volte, parole villane. Quella sera, recandosi all’importante inaugurazione

di una sua opera, Milo era teso.

– Va bè, come si chiama questa piazza dove dobbiamo andare?

– Non dobbiamo andare per forza eh, dovresti essere contenta di

accompagnarmi, molte donne pagherebbero per essere al tuo posto.

– Sì certo, le dovresti pagare tu piuttosto…

– Non ricordo il nome – Milo sorvolò sulla freddura di Luna che tentava di

ferirlo – ho dato l’invito con l’indirizzo al tassista.

– Ma come, il Comune di Milano ti commissiona un’opera per decorare

una piazza, e tu non ricordi nemmeno il nome?

– Ho studiato le mappe e le carte topografiche, mi interessava la luce, mica

il nome.

Il tramonto non era ancora riuscito a illuminarsi d’arancione che una coltre

di nubi di piombo aveva già sovrastato la metropoli, tintinnando le prime

gocce pesanti sugli affari dei suoi abitanti e sui litigi degli amanti. Mentre

il tettuccio dell’abitacolo del taxi rimbombava sotto gli strascichi di

pioggia, Luna osservava svogliata le luci dei lampioni che scivolavano via,

l’una dopo l’altra come tante biglie luminose, come i suoi ricordi accanto a

quell’uomo istintivo e crudele come un bambino.

– E comunque, l’arte non “decora” le piazze, l’arte le nobilita, mia cara

Luna. Lo capiresti una buona volta, se solo non ti chiamassi come un cane

da pastore.

Critici d’arte fradici, stelline indispettite, curiosi sotto l’ombrello e

giornalisti intirizziti sotto i portici, rappresentanti del Comune con

impropria fascia tricolore…

– Il fottuto sindaco non si scomoda mai! Mi commissiona opere per pietà,

piazzandole nei sobborghi e nelle periferie e poi nemmeno si presenta,

quel cane – pensò Milo osservando la piccola folla che lo attendeva per il

taglio del nastro e non vedeva l’ora di farla finita in fretta per andarsi a

rintanare nel solito bell’attico in cui era stato allestito il vernissage con

ricco buffet.

Aveva assistito a un mucchio di eventi del genere ormai: la fama, i

giornalisti, la Milano da bere che periodicamente si ricordava di lui come

un idoletto locale… Molti giovani artisti avrebbero voluto essere al suo

posto, e lui stesso trent’anni prima voleva arrivare dove si trovava oggi.

– Nome, successo – pensava Milo sfoggiando il sorriso obliquo che i

critici riconoscevano e i cronisti documentavano – non sono mai

abbastanza se hai la crème cittadina ai tuoi piedi ma il sindaco non ti

manda nemmeno due righe, se le donne più belle ti sorridono ma la tua

compagna cammina un passo indietro a te, congestionata dal pianto, questa

sciagurata che stava per saltare giù dal taxi se non bloccavo in tempo la

serratura. Ma questo cielo non ha nessuna voglia di festeggiare, si

rasserena solo adesso, dopo aver sciupato tutto. Vieni, Formichina, guarda

cosa ho fatto per te!

Milo prese Luna per un braccio tentando tenerezza, le osservò il viso

smarrito anche se la rabbia sembrava passata.

– Tolgono i teli, abbiamo finito ieri di zincarla, guarda.

– No, non voglio.

– Guarda, per Dio!!

Luna obbedì più per spavento che per fiducia, sfinita dalla tensione di

quell’infinito viaggio in taxi, dalle battute al veleno, dalla vergogna per

non essere mai capace di sentirsi adeguata accanto al grande artista: una

volta le scarpe troppo alte, una volta l’allergia ai pollini, una volta il

doppio turno al call center e l’arrivo in ritardo… Stavolta perfino le

lacrime da ordinaria coppia in crisi. Che strazio!

– Ma dove diavolo sei? Cosa diavolo ci fai qui? Sveglia, Luna, sei ridicola

in mezzo a queste persone, non ti piaci in queste situazioni, ti fanno odiare

te stessa – diceva la voce sincera dentro Luna, che stava lì ad ascoltarla

con lo sguardo velato di lacrime – la tua casa non è qui.

In quel momento, il magnifico cavallo venne svelato e pareva nitrisse di un

grido ferroso, come la voce stessa di Milo e della folla che esclamava:

– Oh! Ah! Bravò! – ovviamente, detto alla francese. Così stavolta, a zittire

la voce interiore di Luna ci si misero pure le franco-fonie dell’alta società

meneghina.

Tuttavia l’opera era veramente straordinaria, come scrissero i critici: «La

figura s’inserisce nella tradizione equestre rimanendo fedele soltanto allo

stile post-naturalista peculiare di Milo Bianchi e di nessun altro scultore

antecedente, perché Milo Bianchi trasforma le bestie e le cose in soggetti

iconici, dotati di luce e personalità propria, senza mai far sentire la

mancanza di un cavaliere: è la materia stessa a parlare per i suoi cavalli».

L’animale era colto nell’atto della corsa ma senza affanno, in puro

equilibro e con proporzioni discordanti, né imbizzarrito né placido ma

fiero, e sormontava nel suo movimento l’elemento inedito di una falce di

luna in ottone lucida e dorata.

Luna, privata ancora una volta della sua voce interiore oltre che della

parola, non sapeva più se quelli che Milo disseminava silenziosamente per

il mondo fossero omaggi d’amore o un modo per schiacciarla sotto quegli

zoccoli ferrati. Si arrese e la rabbia l’abbandonò del tutto, era già stanca di

scontrarsi col destino, pochi minuti erano bastati e un nuovo stato d’animo

si avvicendava in lei, così volubile che si sentiva già cambiata, più leggera

e rinfrancata; tolse il cappuccio che le proteggeva i capelli e sentì sul viso

la freschezza della sera umida per la grande pioggia, sulle guance

accaldate sembrava si srotolassero matassine di brezza inafferrabile.

Dopo il vernissage, noioso come sempre ma mai banale, Luna e Milo

tornarono a casa e lei aveva bevuto abbastanza per aver voglia di fare

l’amore.

18 gennaio 2005

Aggiornamento

RASSEGNA STAMPA per la presentazione di Genepy apparsa sul quotidiano veronese L'Arena.
18 maggio 2019

Evento

Lo Speziale Locanda Verona
Brunch con l'autrice # 4. 2019: Camilla Cortese con "Genepy"
Per il ciclo "Brunch di primavera con l'autore", sabato 18 maggio dalle 12.00 alle 14.30 Lo Speziale Locanda Verona presenterà "Genepy" di Camilla Cortese, introdotta e raccontata dall'amico Ernesto Kieffer.
PRENOTAZIONE Necessaria allo 045-2211399, Quota di partecipazione: 10€ comprensivi di cibo a buffet e bevande. PS: Ci sarà uno sconto del 20% per chi ordinerà il libro durante il weekend dell'evento (sabato 18 e domenica 19 maggio).
22 marzo 2019

Aggiornamento

Si parla di #Genepy nelle "news dei tuoi hashtags" su Make Me Feed!
 
22 marzo 2019

Aggiornamento

Si parla di #Genepy e del #crowdfunding sulla storica testata on line Verona In!
Piccolo grande terzo romanzo, percorre la sua strada...
Ecco l'articolo.

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Camilla Cortese
Scrittrice free lance in ambito Copy, Giornalismo, Narrativa, Editing e Formazione. Lavoro da sempre nella Comunicazione. Amo parlare ma ho il dono della sintesi; odio i numeri anche se, a volte, descrivono meglio delle lettere. Ho due lauree, due romanzi, un lavoro all’infinito, una casa dopo averne cambiate molte e chissà quante altre ancora, due gatti, trenta piante, milioni di parole dentro. Del più brutto libro della storia salvo il titolo: Mangia (tutto), prega (la tua psiche), ama (te stesso e chi lo merita). Per me, la scrittura è un muscolo e l’ispirazione è sopravvalutata, la cosa più difficile dello scrivere è decidere di accendere il computer.
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