Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages
Svuota
Quantità

Luna è una donna che manca di spirito. Vaga per Milano come un’ombra, senza lasciare impronte e nascondendosi dietro identità altrui: quella di un avatar al call center di aiuto psicologico dove lavora e quella del volitivo e ingombrante scultore Milo Bianchi, di cui è musa e ancella insieme.
Lo spirito che manca a Luna trabocca in Libero, nella sua voglia di vivere e amare e nelle bottiglie di Genepy che affina con dedizione fra le montagne dove ha deciso di cambiare vita. Le loro conversazioni al call center accendono in Luna il desiderio di scappare da lui per realizzare finalmente quelli che crede essere i propri sogni. Per farlo, però, dovrà rivelare a sé e agli altri la propria vera natura.

Capitolo uno
«Ciao, sono Operatore 3, come posso aiutarti?»
«Ciao, sì, io chiamavo perché… mi sento solo.»
«Sono qui per questo, cosa vorresti raccontarmi?»
«Hai una voce che ispira fiducia, ma non ti voglio chiedere il nome, una volta l’ho chiesto a Operatore 5 e mi ha detto che non si può.»
«Sì, fa parte del regolamento, ma non c’è problema, non preoccuparti.»
«Mi diresti il tuo avatar?»
«Sono Luna.»
«Che bello! Vedo la luna dalla finestra proprio ora! Io mi chiamo Libero, e questa notte non passa più.»
«Soffri d’insonnia, Libero?»
Luna amava mentire. Nascondeva il suo senso d’inadeguatezza dietro piccole bugie, innocenti omissioni e frottole che considerava innocue. I colleghi di Amici Al Telefono non sospettavano del suo vizietto, non sapevano che trasgrediva le regole e spacciava per un avatar il suo vero nome, quando la voce di un utente le trasmetteva uno scintillio di vitalità; in fondo, bastava una menzogna per sentirsi più vicini.

Continua a leggere

 Continua a leggere

Il dottor Brambilla l’avrebbe licenziata in tronco se l’avesse scoperta, teneva molto alle sue regole. Un giorno in cui i suoi baffi erano più pettinati del solito e il suo gilet più scozzese che mai, aveva compilato un decalogo in bella calligrafia e lo aveva appeso sulla porta d’ingresso del call center.
Regola numero uno: siamo un call center di ascolto e aiuto psicologico, non una hot line. Regola numero due: l’avatar è il vostro camice, siete gli infermieri dell’anima, indossatelo sempre… Ogni giorno, bevendo una bibita, Luna stazionava davanti a quel foglio ben plastificato e s’imponeva di leggere con attenzione, ma le bastava arrivare alla regola numero tre per annoiarsi e perdersi nei suoi pensieri, che si dipanavano come una sciarpetta di nuvole da indossare nel cielo della sua anima. Non aveva la minima idea di quali fossero le altre regole.
Quella notte, la voce di Libero la colpì, sembrava accarezzasse il ricevitore con la coda di un gatto, un timbro caldissimo che tremava di timidezza, un ragazzo bisognoso che chiamava dopo il lavoro per cercare conforto alla sua solitudine, e aveva saputo rassicurarla con poche, scarne parole. La sua voce proveniva da un luogo lontano e quieto, privo dei soliti rumori di fondo di traffico, sirene di ambulanze, grida di vicini o gracchiare di televisore, sembrava un albero cavo e Luna sentì che il suo compito sarebbe stato quello di trovare la bellezza nelle sue deformi rughe di corteccia.

Milo attendeva Luna per cena. “Attendere per cena”, nel vocabolario di Milo, significava rimanere chiuso nella fucina dell’oro e del ferro fino a tardi senza percepire l’ora e il mondo esterno, lasciare che Luna entrasse in casa usando la chiave sotto lo zerbino, udire il rumore della pesante porta scorrevole e gridarle: «Formichina, sei tu? Fammi il caffè!».
Così Luna, di ritorno dal suo turno serale al call center, posava sul tavolo in alluminio la spesa fatta nella bottega del pakistano aperta di notte e gli serviva il caffè prima della cena, che cucinava lei.
Fin da bambino, Milo aveva sentito il proprio cuore colmo delle più grandi bellezze, e il suo animo di ragazzo ripiegato su se stesso era introverso e sensibile. Nello scegliersi un mestiere per guadagnarsi il pane, completò l’apprendistato con fabbri e lattonieri, ma poi fuggì in una bottega orafa di Pesaro a imparare antiche tecniche di fusione, affinando il suo gusto innato e convincendosi a spingersi oltre la tradizione e la tecnica, per abbracciare il mondo dell’arte. Suo nonno gli fece dono di un antico bulino per le incisioni, attrezzo di precisione impreziosito da un’impugnatura in avorio, vinto al gioco con un orafo durante la guerra e mai rivenduto, e Milo portò quel piccolo ferro sempre con sé durante gli anni degli esordi, tenendolo nella tasca dei pantaloni dove infilava la mano stringendolo di nascosto, come se fosse l’unico oggetto dotato di peso in quel mondo fatto di sogni, l’unico scoglio a cui aggrapparsi per non finire alla deriva.
Viveva assieme a Luna in una casa-atelier costruita negli anni Ottanta: quando era soltanto un giovane artista con un passato da fabbro, Milo aveva acquistato le mura diroccate di un ex stabilimento industriale della Milano vecchia, ristrutturandole da solo con calcestruzzo, ferro e vetro e trasformando quel rudere risalente agli anni Venti in un parallelepipedo bianco, nero e trasparente che soddisfaceva il suo severo senso estetico di allora; dal tetto, cui aveva appiattito le falde originali imbiancandolo a calce, si ergeva un’imponente canna fumaria che tuffava le sue radici nella fornace del laboratorio sul retro dell’edificio, pronta per annerirsi sbuffando soffi di fumo rovente. Prima che le speculazioni immobiliari inghiottissero la vecchia Brera e quell’antico maglificio, l’atelier del futuro grande artista era pronto: vi si accedeva attraverso un cortiletto lastricato e chiuso da alti muri, l’unico tocco di vita erano le piante perenni delle siepi confuse e impolverate di smog che ne circondavano il perimetro. Dal cortiletto, attraverso una monumentale porta scorrevole in ferro, si arrivava alla veranda d’ingresso, spaziosa e luminosa, tutta composta da grandi vetrate: forse per questo Milo non la frequentava molto, preferendo rimanere rintanato nel retro, mentre lì si trovava la cucina in cui Luna studiava.
Come poteva essere nata una fornace nel centro storico di Milano, a due passi dai locali alla moda, dalle boutique di lusso e dagli appartamenti affittati alle top model? Luna se lo domandava durante i pomeriggi trascorsi passeggiando sul selciato della piccola aia, abbeverando le siepi con zampilli d’acqua mentre ne ripuliva il fogliame; sollevava lo sguardo verso la sagoma minacciosa della canna fumaria nelle ore di controluce, fissava quell’occhio di cielo di Milano sopra la sua testa, che la osservava azzurro e libero fra i palazzi incombenti oltre la cortina di fumo della fucina, e si sentiva intimorita.

Milo amava il caffè prima di cena e detestava l’alluminio. Lo considerava latta per ingegneri dalle mani delicate, un materiale troppo arrendevole e senza personalità, per niente nobile e inadatto all’arte, da relegare alle cose quotidiane come la sua cucina lucida e fredda, in cui Luna si muoveva come una sardina in una scatoletta vuota; studiava sul grande tavolo da pranzo, così gelido che non vi si potevano posare gli avambracci neppure in estate, per questo vi lasciava sempre stesa sopra la tovaglia della cena. Quel tavolo era lineare eppure sgraziato e Milo lo sapeva bene, l’aveva scelto apposta, come simbolo della bruttezza dell’alluminio.
«Sai cosa mi tormenta?» disse Milo a bruciapelo una notte, dopo aver finito il pasto in totale silenzio, assorto, con quel suo sguardo torvo a scrutare Luna. «Io guardo i tuoi capelli da una vita ma ancora non riesco a riprodurre come vorrei l’effetto che fanno.»
«Ancora con questa storia di appioppare ai cavalli in ferro delle criniere dorate? E ricce magari… Sarebbe orribile!»
«Sarebbe magnifico, invece.»
«Magnifico, sì.»
Luna cambiava opinione in un batter di ciglia. Non lo faceva per ruffianeria, credeva veramente a una cosa e al suo contrario nel giro di pochi istanti, si lasciava convincere dal ferro e poi dall’oro senza esserne veramente coinvolta. Chissà se i celebri cavalli di Milo Bianchi sarebbero stati veramente più apprezzati con una nuova acconciatura…
«No, tu non capisci, il punto non sono i tuoi capelli…»
«Ah no?»
«Il punto, Luna, è come io li vedo e come io li rappresento.» Milo amava enfatizzare la parola “io” aumentando il volume della voce e inarcando le sue folte sopracciglia verso l’alto. «Perché se io li guardo da vicino, ad esempio sotto la luce della lampada, mi sembrano come una cascata di minuscoli fili,» alzava ancora la voce «mentre se mi allontano diventano una massa dorata, e io devo creare quella massa con quell’effetto. E con la tecnica ne sono capace. E però non posso!» Nascose tormentato la testa fra le grandi mani. «Non ci riesco, mi blocco, perché… Quello che vedo su di te, io lo amo.»
«Ssst! Silenzio, artista» gli sussurrò Luna avvicinandosi in punta di piedi e accarezzandogli i folti capelli grigi. «Puoi provare con la fiamma ossidrica.»
Milo si alzò di scatto urtando il tavolo e facendo tintinnare i piatti.
«Io odio la fiamma ossidrica!» E si diresse di nuovo verso il laboratorio, scuro in volto, assorto e cupo, senza salutare.

Anche al tempo della velocità della fibra ottica, il viaggio della voce lungo la linea telefonica manteneva sempre un vecchio fruscio elettrico carico di lontananza.
«Ciao, sono Operatore 3, come posso aiutarti?»
«Sì, pronto, Luna, sei tu? Meno male! Ho chiamato tre volte, ho beccato perfino quel tuo collega ciccione.»
«Ciao, Libero, sono contenta di sentirti. Scusa, di quale collega stai parlando?»
«Ma sì dai, Operatore 1! Peserà duecento chili, almeno!»
«Be’, però è molto alto e ha le ossa grosse» disse Luna trattenendo una risata.
Gli operatori di Amici Al Telefono non potevano lasciarsi andare a emozioni troppo violente, dovevano mantenere sempre un tono sereno e pacato per rassicurare gli utenti; l’ascolto amichevole era basato sulla comprensione, non sul coinvolgimento, e Luna aveva assistito di persona al licenziamento di Operatore 14, che non era affatto indisciplinata ma, spesso, si commuoveva assistendo al telefono gli utenti più sfortunati. Operatore 14 era una ragazza troppo delicata e fragile per quel lavoro, ma aveva scelto un bellissimo avatar e così, quando fu licenziata, Luna glielo rubò, diventando Operatore 3, avatar Ametista. Ma per Libero era Luna.
«Ma tu, nella vita di tutti i giorni, sei sempre così posata?»
«Be’, questa non è vita di tutti i giorni, è lavoro, abbiamo una certa impostazione professionale, serve per rassicurare.»
«E fuori da lì sei sempre così impostata? Io non credo, magari sei un po’ pazza, come tutti. Come sono i tuoi capelli?»
«Oggi stai chiamando di pomeriggio anziché di notte, la tua insonnia è passata?»
«Oggi è il mio giorno di riposo e stanotte ho dormito!»
«Questa è una bella notizia! Ti sentivi più sereno?»
«Pensavo al suono della tua voce. Cioè, scusa, non sono un pervertito eh, però… mi sentivo tranquillo, non capita spesso.»
«Non sento mai nessun rumore di fondo da dove chiami. Possiamo dire che la tranquillità è una tua scelta di vita?»
«Sì, io mi sento dentro un gran rumore. Ho vissuto tanti anni in silenzio e solitudine a Milano, ma quello era il silenzio di chi non vuol parlare, cazzo, era pesante come un macigno. Invece qui in montagna ho trovato il silenzio della natura, che è molto più vero, ho trovato tante persone amichevoli… E anche te! Non c’è niente di più importante del calore umano.»
«Calore? Al telefono?» Luna sapeva che la conversazione stava prendendo una piega non professionale e si sentiva tesa, ma quel pomeriggio il dottor Brambilla era rimasto a casa, costretto a letto da una brutta influenza.
«Luna, io non ti conosco, forse sei una ragazza più concreta oltre tutte queste parole,» – Luna sorrise pensando a quanto Libero fosse lontano dalla verità – «ma ho paura di molte cose, anche se le vorrei tanto. Mi vergogno a dirlo, ma il contatto fisico mi spaventa sempre un po’ e non so bene che cos’è il calore umano. Stare in montagna ti mette in connessione con una dimensione anche spirituale… Però averti conosciuta è una cosa intima, che mi basta per dormire senza incubi. È calore umano sufficiente per me.»
«Credi di meritare solo questo?»
« E tu, Luna, cosa credi di meritare dalla vita?»
«Io? Non lo so… Non lo so davvero.»

Luna era la classica studentessa fuori corso, si considerava un modello vivente di procrastinazione. Non aveva mai saputo quello che voleva dalla vita e preferiva che lo sapessero gli altri, che fossero loro a dirle cosa era meglio per lei; da ragazzina si era affidata a sua madre, che però, a un certo punto, a causa dell’età, degli acciacchi e delle paure dei vecchi, era diventata distratta rispetto ai continui bisogni di quella figlia così rarefatta e aveva smesso d’indirizzarla, privandola di una guida. Quando Luna incontrò Milo, le sembrò fantastico potersi finalmente affidare a un uomo, tanto per cambiare.
A lei piacevano i bambini ed era appassionata d’arte, adorava il pane appena sfornato e le scarpe da ginnastica, che indossava perfino con la gonna, come le suore. Covava da sempre il sogno di diventare maestra ma non voleva farlo prima della laurea e così, seguendo questo schema, era libera di temporeggiare; ormai odiava il suo corso di Scienze della Formazione popolato da future mammine scrupolose e pedagogiste saputelle, finendo in un circolo vizioso di desiderio e repulsione, continuando ostinatamente a pagare le tasse universitarie grazie al suo impiego nel call center.
Erano passati quasi quindici anni dalla sera in cui aveva conosciuto Milo eppure, mentre lui era invecchiato, lei era rimasta tale e quale ad allora; le mani di Milo erano diventate callose, sempre annerite dalla fuliggine della fornace, e i suoi capelli, foltissimi e un tempo neri, si erano dipinti d’argento, pareva volessero fare un dispetto a lui che amava smisuratamente l’oro. Forse per questo rimase tanto colpito da Luna la sera dell’inaugurazione di una personale sui Cavalli in ferro: lei aveva dimenticato di raccogliere l’acconciatura, Milo la scorse consultare diligentemente il catalogo, era minuta, i ricci biondi e l’aria smarrita la rendevano quasi magica, sembrava preziosa come un’ancella d’oro e se ne innamorò all’istante. Solitamente burbero e timido, l’avvicinò parlandole senza farsi riconoscere, e lei disse: «Non conosco l’artista, dicono sia un uomo affascinante dalla forte personalità, con “un gusto estetico severo e spiccatissimo”, come c’è scritto qui». Lui si sciolse come un calco di cera.
«Poco fa ti ho vista con il naso ficcato nel catalogo della mostra, hai forse bisogno di un paio di occhiali? Se devi sceglierli, io ti vorrei aiutare, perché dovrebbero assolutamente essere belli come il tuo viso.» E Luna s’innamorò a sua volta, perché non era mai riuscita a decidersi a farli, quei maledetti occhiali per leggere.

18 gennaio 2005

Aggiornamento

RASSEGNA STAMPA per la presentazione di Genepy apparsa sul quotidiano veronese L'Arena. Genepy quotidiano veronese L'Arena.
18 maggio 2019

Evento

Lo Speziale Locanda Verona Brunch con l'autrice # 4. 2019: Camilla Cortese con "Genepy" Per il ciclo "Brunch di primavera con l'autore", sabato 18 maggio dalle 12.00 alle 14.30 Lo Speziale Locanda Verona presenterà "Genepy" di Camilla Cortese, introdotta e raccontata dall'amico Ernesto Kieffer. PRENOTAZIONE Necessaria allo 045-2211399, Quota di partecipazione: 10€ comprensivi di cibo a buffet e bevande. PS: Ci sarà uno sconto del 20% per chi ordinerà il libro durante il weekend dell'evento (sabato 18 e domenica 19 maggio). Brunch di primavera con l'autore
22 marzo 2019

Aggiornamento

Si parla di #Genepy nelle "news dei tuoi hashtags" su Make Me Feed! Genepy su Make Me Feed
22 marzo 2019

Aggiornamento

Si parla di #Genepy e del #crowdfunding sulla storica testata on line Verona In!
Piccolo grande terzo romanzo, percorre la sua strada...
Ecco l'articolo.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Fila liscia la lettura di “Genepy” la pagina che si sta leggendo non è mai sufficiente a soddisfare la curiosità; senza troppa suspance, si ha fame di capire dove si va a parare, pagina per pagina. Al lettore vengono evocate scene, immagini e colori magistralmente descritti dalla penna di Camilla.
    I Caratteri dei personaggi non appaiono mai sdolcinati o ruffiani ma a tratti scomodi, addirittura fastidiosi nella loro normale e straordinaria quotidianità, il loro impegno a scoprire chi veramente stanno diventando lungo il loro percorso di vita è sempre scandito da eventi creativi che la scrittrice sa far vivere a chi legge in maniera mai scontata e per nulla invadente.
    L’arte per me è stata la chiave di lettura di questo romanzo. Dei tre personaggi e dei loro vizi e virtù ho condiviso molto e sono certo condividerete molto anche voi.
    Grazie Camilla.

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Camilla Cortese
è laureata in Giornalismo, vive a Verona e lavora da sempre nella Comunicazione, prima in aziende e redazioni giornalistiche, oggi come scrittrice freelance in ambito Copywriting, Narrativa, Ghostwriting e Formazione professionale, insegnando Content marketing e Storytelling digitale. Genepy è il suo terzo romanzo.
Camilla Cortese on FacebookCamilla Cortese on TwitterCamilla Cortese on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie