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Giallo zinco

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Consegna prevista Marzo 2020

Raul Santamaria, giovane aspirante giornalista, vive a dieci passi dal mare, proprio sopra l’impresa di pompe funebri dello zio Dante, in un appartamento che “se non fosse per le bare al piano di sotto sarebbe pazzesco”. Quando don Alfio, amico fraterno e collaboratore dello zio, muore improvvisamente, Raul è costretto suo malgrado a dare una mano al negozio trovandosi a che fare con cadaveri e casse da morto. È proprio durante la sistemazione della salma del povero Alfio, tra i ferri da imbalsamatore dello zio e il suo sudore freddo, che uno strano livido sul defunto lo porta a sospettare di un omicidio. L’indagine è cominciata, inevitabile e urgente. Bisogna andare a fondo, lo dice e lo fa coinvolgendo Gianni, amico e collega redattore, e Anita, timida biologa della polizia scientifica. Le sue supposizioni fanno acqua da tutte le parti ma Alfio non è morto d’infarto, di questo è sicuro. E un un passato volutamente sepolto e abilmente nascosto sta per essere svelato.

Perché ho scritto questo libro?

La prima volta che ho immaginato questa storia guardavo il mare della riviera ionica di Messina. Pensavo a come sarebbe stato far muovere e agire dei personaggi nello stesso contesto reale nel quale in quel momento mi trovavo, raccontando le luci, gli odori, i rumori di una città addormentata sullo stesso mare che mi stava davanti. È bastato immaginare un filo conduttore degli eventi, un mistero da svelare e un protagonista scanzonato ma sagace che dipanasse le fila della vicenda.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La musica a tutto volume sparata all’improvviso dalla radiosveglia non è abbastanza irritante per me. Non funziona, non come Sansone alle tre del mattino che gratta sullo stipite. Dovrei insegnargli a farlo qualche ora dopo.  Ho lasciato socchiusa la portafinestra, mi sono mezzo congelato e sto ancora dormendo. Speravo che Sansone non mi svegliasse nel pieno della notte per uscire sul terrazzo. Non è stata una grande idea.

Ho un occhio aperto, una gamba e un braccio sul pavimento.

«Ok, sono sveglio.»

Colpa degli speciali sui retroscena dei film di Hitchcock del canale cinquantotto, che guardarli di notte è tutta un’altra storia. E poi, una cosa tira l’altra e si fanno le tre, l’ora in cui il mio gatto ha appuntamento con la luna.

Fortuna che al giornale non si fanno mai le ore piccole, non è un quotidiano. Diciamo che viene stampato una volta a settimana e se viene fuori una notizia da inserire all’ultimo minuto, pazienza, i lettori lo verranno a sapere col numero successivo. Cioè, i lettori la notizia la leggeranno sugli altri giornali ma evidentemente questa del tempismo non è una priorità dell’Eco di Messina. È sempre lì lì per chiudere battenti, ma in un modo o nell’altro sono anni che va avanti così.

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  «Adesso sono sveglio.»

Doccia fatta, caffè preso e colazione saltata. Potrei arrivare in redazione con soli venti, no venticinque minuti di ritardo. Prendo il giubbino, la sciarpa, il cappellino alla Schumacher e il guinzaglio di Pedro al posto delle chiavi di casa.

«Oh no, Pedro.»

Lo guardo. Mi guarda. Scodinzola e io ho il coraggio di chiedergli se gli scappa proprio o magari può resistere diciamo cinque orette.

«Non puoi aspettare? Proprio no? Sicuro sicuro?»

Non può aspettare.

«Dai, veloce però!»

Pedro, fatto. E ora fuori, alla svelta e i minuti di ritardo sono diventati trentacinque sempre che sulla pista ciclabile non trovi i soliti corridori con cuffie e musica a palla nelle orecchie, le solite mamme con passeggino, i soliti bambini sui pattini. Perché tutto si fa tranne che ciclare su quella pista. Perché nessuno usa più la bicicletta da queste parti, nessuno tranne me, ovvio. Perché io sono avanti, troppo avanti, così avanti che ho deciso che la bicicletta è il mezzo di locomozione del futuro, o perlomeno del mio. Ecologica, salutare ed economica. Ecco, soprattutto economica, perché con quello che mi danno al giornale è l’unico mezzo che posso permettermi.

Vivo sopra il negozio di mio zio. In effetti non è proprio un negozio, è che chiamarlo “impresa di pompe funebri” mi fa impressione. Ci vivo sopra proprio perché nessun altro vuole farlo e pago una fesseria per stare in un appartamento che, se non fosse per le casse da morto al piano di sotto, sarebbe pazzesco. Centodieci metri quadri, vista mare, terrazzo a livello che pare che il mare lo tocchi proprio, di lusso insomma.

L’impresa di zio Dante mi ha sempre fatto impressione, forse perché da ragazzino quando mi ci portava mio padre mi pareva di essere morto ancora prima di entrare, perché se ci stavo entrando capace che qualcosa di morto c’era già nell’aria e magari quel morto ero io. Poi piano piano ci ho fatto l’abitudine ma l’impressione, quella non mi è mai passata. Non ci posso fare niente. Anche quando esco di casa tengo sempre gli occhi bassi e spero che mio zio non si accorga di me. Ma lui si accorge sempre di me, è sveglio dall’alba anzi forse è sempre sveglio, forse non dorme mai. Spero che non si accorga di me neanche oggi, soprattutto oggi che sono in ritardissimo.

«Raul.»

E ti pareva. Sembra un ruggito il mio nome detto da lui. Non so cosa mi debba dire ma so già che non mi piacerà.

«L’hai pigliato il caffè?»

«Sì zio. Ciao zio. Scappo sono in ritardo, scusa, ciao.»

«Vieni, vieni che ti faccio il caffè.»

«No zio, davvero, come se avessi accettato.»

«Vieni, vieni che magari ti svegli.»

Prendo il caffè, sulla porta, un po’ per la fretta, un po’ per le bare. Lo saluto, scappo, pedalo con i miei quarantacinque minuti di ritardo e faccio la fila sulla pista dietro la vecchietta col carrellino della spesa.

Non ci provo nemmeno a chiedere permesso, mi tuffo tra le macchine e un po’ ci godo a sfrecciare in mezzo ai veicoli fermi in coda nel traffico. Sorrido di soddisfazione fino al primo incrocio, quello in cui rimango a prendere il fumo in faccia e a guardare un bimbo che si allontana facendomi ciao ciao con la manina.

«Santamaria!»

«Prega per noi!»

C’è sempre qualche spiritoso nella mia vita che risponde così al mio cognome. A scuola era quel simpaticone di Randazzo che mi fece odiare il momento dell’appello più di quanto già odiassi andare a scuola. Qui è Tony, che simpatico non è mai stato a nessuno fino a quando con quella trovata del cognome tutti hanno cominciato a trovarlo per lo meno sopportabile.

«Vuoi un caffè, una brioche, dimmi, dimmi che provvedo.»

«A posto così, grazie.»

«Ti sei accorto che è quasi ora di pranzo, no?»

Tony, per quanto mi scocci ammetterlo, ha ragione. Provo ad accampare due scuse ma è meglio se sto zitto. Mi siedo alla scrivania e mi prendo a turno le urla di tutti.

Dopo un quarto d’ora sono ancora vivo. Sono sopravvissuto, alzo gli occhi e capisco che facevo meglio a morire. Lo schermo del mio computer è totalmente ricoperto di post-it, uno sull’altro decine di bigliettini con le decine di modifiche da fare alle decine di articoli che stanno per essere mandati in stampa.

«Voglio morire.»

Perché io di questo mi occupo. Infilare parole dentro gabbie in cui spesso quelle parole non ci stanno. Le impagino, le sistemo, le stringo e le allargo e non ci vuole un genio a capire che se mi aggiungi tre frasi all’ultimo minuto io devo rifare tutto d’accapo. Che tanto, a dire la verità, di parole interessanti in quegli articoli ce ne sono poche. E quelle poche vengono sempre dalla penna dello stesso. Il mio amico Gianni, che io glielo dico sempre che qui non ci dovrebbe stare.

«Perché tu dovresti stare qua?»

«L’alternativa sono tende di velluto viola e bare all’ultima moda.»

«E la tua laurea allora?»

«E la tua?»

«Vabbé facciamo a chi è più laureato.»

Che una laurea io ce l’ho eccome e mi è costata sangue e sudore, come si dice, e quel poco di divertimento che puoi trovare in una città come Milano se devi finire alla svelta quello che stai facendo per tornartene a casa tua.

Volevo fare il giornalista, ma di quelli d’assalto, di quelli che ti scoprono scoop pazzeschi e li vendono al miglior offerente. Spiriti liberi senza padrone. Un po’ come Sansone, che va, viene, entra e esce e fa un po’ come gli pare, anche se un padrone in effetti lui ce l’ha.

Non che mi dispiaccia quello che faccio. Ho sempre smanettato sui computer e me la cavo, anzi no, sono proprio bravo e poi ogni tanto il giornalista che è in me mette mano ai pezzi illeggibili che mi passano, li ritocco un tantino, cambio qualche congiuntivo, aggiungo un paio di aggettivi quel tanto che basta per renderli presentabili.

Non se n’è mai accorto nessuno, a parte Gianni, e nessuno se n’è mai lamentato.

In effetti non ci ho proprio rinunciato, a fare il giornalista dico. In fondo lavoro in un giornale ed è già qualcosa. Diciamo che aspetto il momento giusto, l’occasione giusta, la persona giusta per fare il salto e nel frattempo respiro aria di redazione e soprattutto di mare. Perché per fare il giornalista, quello vero, qui non ci posso rimanere. Mio zio dice che dovrei andare all’estero, ma credo che sia per liberarsi di me, che da quando mio padre è morto si è preso sulle spalle la responsabilità di questo nipote, che poi è anche l’unico, e credo che non veda l’ora che mi sistemi sul serio, magari lontano dagli occhi suoi. È lui che mi ha mandato a Milano ed è lui che vorrebbe che ci tornassi per “fare qualcosa della mia vita”. Dice proprio così. Come se avessi sprecato ventinove anni e come se stessi per buttare tutti quelli che mi rimangono.

«Allora, ce l’abbiamo fatta?»

Sono passati venti minuti scarsi da quando ho acceso il pc. No, non ce l’abbiamo fatta.

«Quasi.»

Devo solo sistemare trentacinque pagine di minchiate e ho finito.

«Bene, muoviti allora.»

«Tranquillo, ho quasi fatto.»

Il “quasi” è un avverbio magico. Definisce un periodo di tempo tra il minuto e le tre ore, quindi tecnicamente non sto dicendo fesserie. Sono solo ottimista e poi sono davvero veloce, posso finire in mezz’ora se non stacco gli occhi dal monitor e se nessuno mi rompe le scatole nel frattempo, di persona o al telefono.

«Pronto, ciao zio.»

Appunto.

«Dove sei?»

«Al lavoro, zio.»

«Al lavoro, sì. Passa da me, subito.»

«Non posso venire subito.»

«Passa prima possibile.»

«Che succede zio?»

Mette giù senza altre spiegazioni. Non l’ho mai sentito così agitato. Non l’ho mai visto neppure leggermente alterato, è l’uomo tutto d’un pezzo per eccellenza, il maggior detentore di autocontrollo che abbia mai conosciuto.

Ecco, questo non l’ho proprio preso da lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2

La pedalata del pomeriggio è sempre più stanca di me. Non demordo però. Una bicicletta è per sempre.

Attraversare la città col passo lento delle due ruote mi fa sentire bene, soprattutto quando non devo correre per andare da qualche parte. Pedalo e osservo. Sono troppo avanti. L’unico problema è il tempo che non riesco a calcolare per arrivare in orario in qualunque posto debba andare o perlomeno per arrivare con un ritardo ragionevole. Tutta una questione di organizzazione e io, a dirla tutta, non sono organizzato un granché bene.

Mi godo la riviera appena illuminata dai lampioni freschi freschi di installazione. La pista, che a quest’ora del giorno è libera da intrusi di varia natura, costeggia la spiaggia, scivola come l’olio e mi porta dritto davanti a casa. E davanti allo zio che mi aspetta in piedi con le braccia incrociate davanti alle tende porpora.

Lo avevo beatamente dimenticato. Avrei dovuto precipitarmi da lui dopo il lavoro invece di fermarmi a parlare con Gianni della prima edizione introvabile del “Cuore rivelatore” di Allan Poe ripescata al mercatino dell’usato di domenica scorsa. Che poi si finisce sempre per litigare sulla scelta del miglior giallista di sempre.

«Entra.»

Non mi rimprovera per il ritardo. Comincio a preoccuparmi.

«Ancora non ti è passata?»

«Che cosa?»

«La fifa di entrare qui.»

«Ma no zio, ma quale fifa.»

«No, è che proprio te la fai sotto ogni volta che passi di là.»

Me lo dice indicando con gli occhi la porta. La guardo anch’io e vedo l’ingresso dell’inferno. Sì, me la faccio sotto ma è proprio un riflesso condizionato. Condizionato da quelle maledette tende viola, dall’ombra perenne della stanza anche quando fuori il sole è accecante, da quell’odore di fiori che dovrebbe essere buono ma che maledizione sa di morto.

«Ma due luci, no?»

Non ride. Non sorride nemmeno. È serissimo. Non pensavo potesse essere ancora più serio del solito.

Cerco di esserlo anch’io perché qualcosa deve essere capitato, qualcosa capace di far diventare zio Dante più tetro della bara che ho di fronte.

«Andiamo di là.»

Non replico. Sto zitto prima di dire qualcosa di sbagliato. Vorrei tanto non andare di là. Di là, sul retro, è dove lo zio prepara le salme, quelle che vengono portate qui per essere sistemate prima della chiusura definitiva della cassa perché i parenti le possano vedere col vestito migliore e la faccia sistemata seria seria. Di là è pure dove lo zio s’è messo in testa, da un paio d’anni, di imbalsamare su richiesta qualche morto speciale. E ne arrivano da tutta la Sicilia e a volta pure dalla Calabria. Sembra che sia proprio bravo a farli sembrare vivi, i morti.

Ci sono stato parecchie volte in questa stanza. Se non sapessi quello che ci fa lo zio qui dietro, penserei di essere davvero all’inferno. Ci sono attrezzi di ogni genere attaccati alle pareti o poggiati ordinatamente sui due tavoli accostati ai muri. No, non ordinatamente. Sembrano posizionati in modo maniacale, nel senso dell’ordine. Perché maniaco zio Dante lo è di sicuro. Nessuno sano di mente farebbe quello che fa lui, neanche se fosse pagato benissimo e lui di certo non lo è, almeno a suo dire. È un incrocio tra una macelleria, una sala operatoria e un centro di bellezza. Al centro della stanza c’è il posto d’onore, quello per il defunto da imbellettare o imbalsamare, ed è proprio lì davanti a me il protagonista.

«Ecco.»

Si avvicina al cadavere senza guardarlo, giusto quel tanto da scoprirgli il viso. È strano, non copre mai i suoi clienti.

«Mi devi aiutare.»

«Alfio non può?»

«Non può.»

Non può perché il morto è Alfio. L’assistente storico, il socio, l’amico di zio Dante è un corpo freddo, rigido e nudo davanti a me.

«Zio, no, ma quando è successo?»

«Quando ti ho chiamato, stamattina. La signora Angelina mi aveva telefonato allora allora. Un infarto mi disse.»

Non cambia espressione neppure adesso. Neppure mentre mi parla del suo amico morto d’infarto e della vedova che gli ha dato la notizia al telefono. Mi parla del suo amico come se fosse uno dei tanti cadaveri su cui mette mani ogni giorno e forse è proprio così, è solo uno dei tanti.

Io invece non riesco a parlare. Non che lo conoscessi bene, don Alfio. Lo vedevo entrare e uscire da qui ogni giorno, trafficare con le scartoffie sulla scrivania all’ingresso, parlare coi parenti, accogliere le auto con le casse e pure guidarle qualche volta. Ma non ci ho mai davvero parlato, mi ha sempre fatto anche lui un po’ impressione. Se si pensa a un becchino, quello è don Alfio.

Non riesco a dire niente di sensato, almeno dovessi consolare lo zio potrei usare due o tre frasi di circostanza, di quelle che qualcuno ha inventato per togliersi dagli impicci quando non si hanno altri argomenti. Ma sembra che proprio non gliene importi niente, non sembra dispiaciuto, preoccupato forse un po’.

«Posso fare qualcosa, zio?»

Ecco una cosa sensata da dire.

«Sì. Mi devi aiutare.»

Ricopre velocemente il volto dell’amico. Sempre senza guardarlo. Non stacca gli occhi da me in effetti, ma stavolta non ho fatto niente per farlo arrabbiare, eppure mi parla, mi guarda come se avesse qualcosa da rimproverarmi.

Io non riesco invece a staccare gli occhi dai piedi di Alfio rimasti fuori dal lenzuolo che lo copre dalla testa in giù. Sono enormi, troppo grandi per un ometto piccolo come lui. Sono strani, si vede che sono morti pure loro. Dovrebbero cadere in giù di lato e invece stanno dritti, all’insù.

Non ce la faccio, voglio uscire da qui.

«Che posso fare, zio?»

«Era Alfio che mi dava una mano d’aiuto, con le salme. Non posso farlo da solo quindi per un poco mi devi aiutare tu. E devi cominciare da Alfio.»

No, non ho capito.

«Io non sistemo nessun cadavere. Io non ne ho mai toccato uno. Non ne avevo neanche mai visto uno, fino a oggi. Ma ti posso aiutare con i conti, le carte, a fare commissioni, ma questo no. Mi dispiace.»

«Lo capisco.»

Lo capisce?

«Dicevo solo fino a quando non trovo qualcun altro. Solo per aggiustare lui.»

Lo indica portando il braccio quasi fin dietro la schiena fino a toccare la lettiga e il braccio di Alfio. Non lo guarda ma è molto più addolorato di quanto voglia farmi credere.

Gli evito ogni altra spiegazione.

«Ok» riesco solo a dire.

Mi dà appuntamento per l’indomani mattina alle sette, dovrò inventarmi qualcosa per non farlo aspettare. Prima di salutarmi lo zio mi chiede di passare a prendere quelle medicine di cui mi ha parlato, quelle che mi ha segnato su un foglietto, così, perché sicuramente le avrei dimenticate prima di arrivare.

E infatti non me le ricordo già più.

08 ottobre 2019

Aggiornamento

Presentazione di Giallo zinco presso la libreria Doralice - Mondadori Point di Messina. Bella serata, bella atmosfera, splendidi interventi e profumo di libri.
10 ottobre 2019

Evento

Sinagra (Messina)
Il prossimo 10 ottobre Giallo zinco sarà presentato nel Salotto Letterario itinerante "Ottobre si veste di giallo". Ci trovate a Sinagra, in c/da Vecchia Marina, alle 17.30. Vi aspettiamo numerosi!!
02 agosto 2019

Aggiornamento

Su Siciliaoggi si parla di Giallo zinco!
29 luglio 2019

Aggiornamento

A giorni verrà pubblicata sulle due testate giornalistiche "Siciliaoggi" e "OggiMilazzo" la recensione di Giallo zinco a cura della Prof.ssa Rita Chillemi.
Eccola in anteprima per i lettori:

GIALLO ZINCO
Laureata in architettura, Donatella Renda, nata a Messina dove vive, insegna a Lipari e si porta dietro l’ amore per la sua città mescolandolo… alle acque limpide del mare.
Appena l’ho conosciuta, mi sono detta: ecco una persona pulita, limpida, bella… sensazioni a pelle e quando ho ascoltato la presentazione del suo libro, mi sono quasi complimentata con me stessa per non essermi sbagliata.
Donatella dichiara di aver scritto il suo giallo perché “era giunto il momento” e appassionata ne descrive per sommi capi la trama, ma non chiarisce il perché fosse giunto il momento.
L'incipit del romanzo è un misto di bellezza, quella della sua città vista dal suo appartamento e il pianterreno dove è”attivo“ l’esercizio dello zio Dante, insomma un negozio di pompe funebri.
E così che la storia intrisa di humor e di realismo si sviluppa in una Messina ora bella perché lo è realmente, ora indecifrabile, avvolta dalle tende dell’ambiguità, dove vivono giovani come Raul che lavora - per modo di dire - a un giornale, ma che non ama assolutamente il lavoro del giornalista e che trova le sue motivazioni interiori tra quelle tende e cadaveri che sono il lavoro dello zio.
Raul per caso incontra Anita e per caso scopre la sua innata attitudine per l’indagine, per il “particolare” che lo porta alla verità. Anita non è solo la ragazza che s’innamora di lui e che lo fa innamorare, ma la leva che lo solleva dal piattismo, dalla noia, dandogli il coraggio per dipanare una matassa vecchia, difficile da snodare.
Raul che vive con un gatto e un cane, che ama correre in bici, “il mezzo del futuro”, come lui lo definisce, rappresenta il sogno di Donatella Renda, di una Messina riscoperta, di una Messina vivibile da percorrere con dinamismo a piedi e in bicicletta, quel dinamismo che caratterizza tutta la vicenda, tutte le scene di Giallo Zinco, ora segnate dalla paura, dal rischio, ma dal coraggio di pervenire alla verità; il coraggio di illustrare la Messina del passato, cominciando dal Cimitero, luogo d’Arte e di Magnificenza, di camminare tra i morti ammirandone le glorie dei Monumenti e la gloria dei tumuli di coloro che hanno dato la vita senza ora avere un nome, il coraggio di Raul e Anita di dichiararsi il loro amore in un luogo che sa di Eternità, mentre una pioggia porta via ogni dubbio e presenta una verità che è illuminante, ma non può essere illuminata.
I protagonisti dell’indagine, del Mistero che Raul riesce a scoprire, sono morti e vivi, sono anche loro mescolati come se la vita non fosse separata dalla morte, ma un insieme che si sviluppa nel romanzo con dinamicità, tanto da suggerire che Giallo Zinco possa diventare un appassionante sceneggiato, purché mantenga quella lingua italiana limpida, fluida, elegante, in cui la Grammatica e la Sintassi si muovono in una danza armoniosa.
Ecco il “perché era giunto il momento” per Donatella Renda: il momento di rendere Giustizia a Messina, la bellissima città dello Stretto, avvolta dalle tende dell’ambiguità, sulla cui bellezza si è deposita la polvere del mistero, della dimenticanza, di descriverla con quell’italiano limpido e giallo, ahimè sempre più opacizzato da misture e ignoranza, e di far risplendere il Sole.

Rita Chillemi.
19 luglio 2019

Aggiornamento

Bellissima serata al Giardino Letterario di Milazzo (ME), nell'incantevole scenario di Villa Vaccarino, per la presentazione del mio Giallo zinco. Grazie di cuore ai molti presenti e grazie soprattutto all'assessore alla cultura Salvo Presti per l'ospitalità nell'ambito di questa magnifica manifestazione letteraria, al prof. Alessandro Saccà per l'ottimo supporto, alla prof.ssa Rita Chillemi e al Dirigente scolastico prof. Renato Candia per i loro graditissimi interventi.

19 luglio 2019

Evento

Milazzo (ME), Villa Vaccarino
Presentazione di "Giallo zinco" nell'ambito della terza edizione del Giardino Letterario di Milazzo a cura dell'Assessorato ai Beni Culturali nello splendido scenario di Villa Vaccarino.
22 novembre 2018

Aggiornamento

Premio Letterario Internazionale Milano International: serata di premiazione.
22 febbraio 2019

Aggiornamento

Premiazione di "Giallo zinco" al Premio Letterario "Parole in Giallo 2019" con la seguente motivazione della giuria: "Racconto intenso che si espande in un crescendo di emozioni improvvise che disorientano il lettore, lo colpiscono, lo seducono lo immergono nel pieno della storia e non lo lasciano andare fino alla fine"

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Trama avvincente per una lettura piacevolissima che si fa letteralmente “divorare” pagina dopo pagina. Un bel giallo che coinvolge il lettore a seguire attentamente le deduzioni del protagonista e degli altri personaggi, ruotando fra splendide location messinesi sapientemente descritte e con non pochi spunti di irresistibile comicità.

  2. (proprietario verificato)

    Un bel romanzo dalla scrittura sempre pulita, senza sbavature, naturale. I personaggi sono davvero ben delineati, dal protagonista belloccio e scanzonato, alla poliziotta timida ma anche un pò audace, all’amico che lo copre in ogni situazione, al professore, vera chicca del romanzo, i cui discorsi sono molto divertenti.

  3. (proprietario verificato)

    Lettura piacevole e rilassante per un romanzo fluido, ironico e divertente. Una storia coinvolgente narrata con leggerezza e semplicità.

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Donatella Renda
Da quando ne ho memoria disegno e scrivo, con la stessa passione per entrambe le cose. Per un motivo o per l'altro, da bambina avevo sempre una matita in mano per creare paesaggi urbani fatti di case, viali fioriti e strade sulla riva del mare o per scrivere di quegli stessi paesaggi e dei personaggi che ci vivevano dentro. Una passione che si è trasformata da una parte nel mio lavoro di architetto e di insegnante e dall'altra nella necessità di continuare a raccontare storie, luoghi e personaggi attraverso le parole. Il mio romanzo "Giallo zinco" è stato finalista al Premio Letterario "Io Scrittore 2018" e vincitore, al secondo posto, del Premio Letterario "Parole in giallo 2019". Nel 2006 la progettazione del Parco Letterario di Andrea Camilleri, alla quale ho collaborato, mi ha dato la possibilità di conoscere l'autore nella sua casa romana lasciandomi una grande esperienza di vita.
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