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Quando gioca la Nazionale le finestre si illuminano all'unisono

Quando gioca la Nazionale le finestre si illuminano all'unisono
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Consegna prevista Aprile 2022
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Come avviene la maturazione finale di un gruppo di amici vicino ai 40 e affetti dalla sempre più frequente Sindrome di Peter Pan che, dopo un’infanzia vissuta in simbiosi, si sono persi di vista? Bisogna prima di tutto farli riunire. E per farlo c’è un solo modo: si deve far rientrare il leader storico alla base. Un po’ come fa il pastore con le pecore. Riusciranno i ragazzi a crescere e diventare uomini o resteranno intrappolati negli anni ’80 per tutta la vita? Un racconto allegro e frizzante nel quale non mancano vibranti dialoghi, pennellate surreali e riflessive con intromissioni di personaggi reali e di fantasia. Mescolando decisioni importanti, illustri ritorni in scena, elaborati rapimenti ed inseguimenti maldestri si intrecciano Grandi Amori. Ed un Dio che si presenta sotto le sembianze di Johnny Cash affiancato dal mitico George Best, novello Virgilio. Un particolare ruolo riveste il felicissimo Mondiale di Germania 2006, durante il quale si svolge principalmente il racconto.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre amato leggere libri e fumetti e ho iniziato a scrivere questo libro dopo aver ricevuto una bella spinta da un collega. La voglia di raccontare, inventare e citare periodi, personaggi e oggetti a cui sono affezionato mi ha fatto proseguire e ha permesso che si realizzasse questo primo racconto di cui vado fiero. Non posso negare di essermi divertito, emozionato e di essermi a volte rattristito durante la scrittura cercando di immedesimarmi in ognuno dei personaggi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

  1. A proposito di Bologna

‘Pazzesco… non riesco ancora a credere che abbia potuto farlo’.

Non smettevo di ripetermi queste parole da ormai un anno, due mesi e dodici giorni. Era infatti, da questo esatto lasso di tempo (ora più, ora meno) che Clarissa mi aveva piantato, sgattaiolando, come una ladra in punta di piedi, dall’antico portone del cortile. Aveva abbandonato me ed il nostro trilocale affittato in una mattina nevosa di Dicembre, lasciandomi ancora bollito tra le coperte del lettone sfatto.

Da allora, avevo convissuto spesso e malvolentieri con l’ingombrante presenza-solo-mentale della mia ex. Certo, dopo il fattaccio non mi ero mai precluso il concreto piacere di una compagnia femminile e non a caso, mi portavo inelegantemente appiccicato il nomignolo di “standista”. D’altronde come chiamereste voi l’unico essere vivente al mondo in grado di riuscire nell’improbabile compito di ‘stendere’ nella stessa edizione del Cosmoproof (più precisamente quella del 2005) tre hostess presenti nel medesimo stand e per di più della stessa casa produttrice???
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Ero passato dalla fase – nella mia vita ho avuto solo lei – a quella di – come sei carino sei single mi dai il tuo telefono stasera passa da me – che per molti uomini, immagino, possa anche essere un sogno. Ma non per me. Amavo Clarissa, volevo solo lei e quello era indiscutibilmente un banalissimo sfogo sessuale, un modo non del tutto involontario di provarmi che potevo benissimo sostituirla con una donna qualsiasi non appena lo avessi voluto. 

(Ovvio che l’atto fisico in sé mi piacesse parecchio neh! Parliamoci chiaro…).

Tutte coloro che passarono dalle mie lenzuola, e credetemi, quello fu davvero un anno caliente, non riuscirono mai a colmare il vuoto lasciato da Lei. Spesso di queste ragazze, il mattino seguente, non ricordavo nemmeno il nome. 

“Buongiorno Clà, stai pure a letto che ti preparo il caf…”

“Grazie, troppo gentile, un bel caffè lo berrei volentieri… ma, a proposito… chi cazzo e’ questa Clà?”

E puntualmente non le rivedevo più.

Il mio lavoro, quello di Graphic Designer, parolone british che tanto funzionava nell’ambiente e che aveva sostituito il desueto grafico pubblicitario, lo sapevo fare e stando ai risultati ottenuti, pure bene. Non bastasse la mia bravura a spingermi a livelli sempre più importanti, potevo aggiungere la fortunata casualità di avere un padre dalle conoscenze illustri che mi presero sotto la loro ala protettiva fin dall’inizio della mia esperienza lavorativa. 

(In pratica una bella raccomandazione come si deve!).

Mi adattai a fare il garzone da un grafico di fama suo caro amico d’infanzia. Come un ladruncolo rubavo il mestiere con dovizia di particolari, concentrandomi su qualsiasi frase o azione venisse elaborata in ufficio cercando di assorbirla per renderla adattabile a me ed al mio talento.

 Il  fatto di essere (a detta di tutti eh…) decisamente attraente, non aveva guastato affatto sulla mia crescita professionale.

Ero arrivato a Bologna nell’inverno del duemila. Dopo qualche anno di gavetta nell’hinterland milanese prima e in centro città poi, mi si era presentata  l’opportunità di lavorare a un progetto di grande importanza, in pool con le migliori menti del settore, al fine di realizzare una campagna pubblicitaria a livello nazionale. 

Per un ragazzo sfacciatamente ambizioso come me, era un sogno che si concretizzava. Lasciare mamma, papà e tutti gli amici, in quel momento, non rappresentava di certo un problema insormontabile. Il fatto che il mio grande amore mi avesse seguito senza indugi in questa mia nuova vita era più che sufficiente per farmi sentire forte ed insensibile verso gli affetti lasciati a Milano. 

Di comune accordo con la mia giovane età, la possibilità di affermarmi come leader di settore più giovane di sempre, mi esaltava al punto da sentirmi un predestinato, una giusta combinazione tra l’invincibile e l’intoccabile. Nessun pensiero negativo mi sfiorava, ma questa era una caratteristica che sentendo i miei genitori, mi aveva accompagnato fin da bambino.

Sfortunatamente, insieme alla fine della storia con Clarissa, erano finite anche tutte le mie certezze e la mia baldanza. Ora ero un uomo qualunque e conseguentemente vulnerabile e pieno di debolezze. Non capivo perché mi meritassi questo. Non avevo mai avuto problemi con nessuno e mai ne avevo creati. Stavo imparando sulla mia pelle che anche quando tutto gira per il verso giusto e ti senti riparato sotto l’ombrello della felicità, un solo avvenimento può farti piovere addosso un temporale di tristezza e di merda. E può farti molto male.

L’assenza di Clarissa dalla mia vita mi spinse a gettarmi a capofitto nel progetto lavorativo. Passavo la maggior parte delle  giornate in ufficio o attaccato al PC portatile, svaccato sul divano di casa. Purtroppo, quel poco che riuscivo a realizzare in tutto quel lasso di tempo era quanto in genere ultimavo in una mezza mattina e con risultati ben più meritevoli. Una poco mascherata involuzione mi aveva stretto nella sua morsa e il sentirmi regredito al livello degli altri colleghi mi infastidiva non poco. Anche il mio umore risentì parecchio della separazione con il grande amore della mia vita. L’allegro ragazzo spontaneo e carismatico pre-tragedia sentimentale si era mutato in un uomo apatico e tendenzialmente insensibile. 

Vivevo ormai in simbiosi con il cellulare extralusso-ultimomodello che ormai era diventata un’appendice della mia mano. Era un costante susseguirsi di rapide occhiate per vedere se Clarissa mi aveva chiamato, messaggiato o quantomeno squillato, magari anche solo per errore. Fortunatamente per il mio equilibrio mentale spuntavano sempre più di frequente nuovi e piacevoli sms dai miei amici storici, quelli lasciati alla periferia di Milano. Questo, per quanto mi riuscisse ancora difficile da comprendere, mi rendeva stranamente felice. Ci si sentiva ogni tanto anche prima, alcuni di loro erano pure venuti a trovarci e un paio di volte l’anno tornavamo al paesello, ma niente di più. Credevo fosse giusto così, che la vita dovesse portare a drastiche decisioni, ma sbagliavo di grosso. Appena saputo della mia infausta vicenda erano giunti in mio soccorso come solo la cavalleria nei film western americani sapeva fare.

Mi chiedevano di continuo come mi sentissi, se mi stessi riprendendo e cose simili. Nessuno si era dimenticato di farmi avere il proprio supporto morale e questo mi iniettava una grande carica. Mi faceva sentire nuovamente importante anche perché qui a Bologna non è che avessi legato con molte persone. Le uniche eccezioni erano rappresentate dal povero Nerio, e dalle mie vicine d’ufficio: Antonia e Ginevra.

Nerio era forse l’unico collega maschio che, nonostante l’importante differenza di età, era riuscito a penetrare le barriere che avevo eretto. Dall’alto dei suoi cinquantatrè anni portati davvero male, dispensava a chiunque tentasse un dialogo con lui strampalate perle di saggezza che nel mio caso riuscivano quantomeno a farmi sorridere. 

(Un babbodellammminchia smisurato, a cui però mi ero comunque affezionato. Io ho sempre avuto, scusando il gioco di parole, un debole per i deboli).

Tra i colleghi, quell’ometto lievemente balbuziente e decisamente goffo, era il principale oggetto di prese per il culo e scherzi. Proprio qualche tempo addietro il nostro tartagliante venne rinchiuso, solitario e piangente in una cabina/cesso per tutta la notte. Il fatto di per sé già deprecabile quando viene rivolto verso un indifeso uomo di quell’età, venne amplificato dal fatto che il poveretto venne serrato poco prima dell’inizio di Bologna-Parma, valida per la permanenza in Serie A per la stagione successiva. Tutti quanti, nella zona, sapevano della passione della famiglia Verucchi per i colori rossoblù e della mezza mensilità utilizzata per accaparrarsi due tagliandi di tribuna. Questo era quanto di più perfido si potesse fare al pover’uomo e soprattutto alla sua mamma (la signora Luisa) che lo aspettava pronta in strada da ore per andare allo stadio vestita da capo ultrà con tanto di cestino infarcito di panini e bibite.

2.Un giovedì Nerio

Quello del giovedì sera era ormai diventato un appuntamento fisso. Venivo puntualmente invitato a magnér, non tanto dal caro Nerio, quanto dalla madre, che mi adorava. Il single ormai attempato viveva ancora con lei. Per uno come me, ultimamente nutrito ormai da pizza, china-take-away e Quattro Salti in Padella era una manna dal cielo.

Casa Verucchi era un vero e proprio spaccato di storia bolognese rinchiuso tra quattro mura. Nerio era evidentemente un adulto, almeno a livello anagrafico, tuttavia quando la signora Luisa parlava, lui si confondeva camaleonticamente con il resto dell’arredamento, ascoltando in rigoroso silenzio ogni ciancia che usciva dalla bocca della donna.    

Minuta e ricurva sotto il peso dei secoli, la donnina era un vulcano linguistico ed enogastronomico. Le tagliatelle rigorosamente a sfoglia soda (cit. non si aggiunge mai l’acqua, ma l’uovo!) e sottile condite da un ragù cotto con un soffritto di burro e prosciutto, i tortelloni ripieni di mortadella cucinati con la panna e le famigerate ‘Lasagne-di-Luisa’ facevano da apristomaco ad un trionfo di secondi. Bolliti dalle mille salse, piccioni al forno, culatelli e salami nostrani venivano trangugiati solennemente come in un rito religioso.

Al centro di ogni conversazione che si teneva esclusivamente tra me e la signora Luisa (diciamo 15 contro 85%), c’erano sempre e solo racconti di Bologna. Cultura, musica, arte, calcio, detti e tradizioni popolari. Detta così potrebbe anche sembrare noiosa, ma tra un bicchiere di lambruschino ed un altro, ero in grado di sostenere abilmente ogni argomento, fingendo interesse e coinvolgimento. 

Per l’anziana signora la sua città rappresentava tutto quanto di bello ci fosse al mondo. Anzi, a dirla tutta ERA veramente il suo unico mondo. Non si era mai mossa da li e per 79 anni (una vita nel vero senso della parola!) Bologna rappresentava il punto di partenza e quello di arrivo della sua esistenza. 

La loro casetta, situata nell’immediata provincia bolognese, pareva un gratuito mausoleo dedicato alla città. Appesa al muro dell’ingresso, nel corridoio che portava al soggiorno, troneggiava la mitica maglia numero otto di Giacomo Bulgarelli accompagnata da quella del divin-codino nazionale, Roberto Baggio. La signora Luisa, oltre alle partite del Bologna guardava solo le partite dirette da Pierluigi Collina, perché ne conosceva una zia e lo aveva visto qualche volta da ragazzino – che era così un bravo e preciso già da bimbetto. 

Nella piccola libreria, in mezzo a tomi fotografici e storici (nel senso che alcuni avranno avuto almeno cent’anni!) sul capoluogo di Emilia e Romagna trovava posto l’intera discografia di Gianni Morandi nella quale si mischiavano sporadici vinili di Lucio Dalla, qualche Pooh, dei Nomadi e un Mingardi. Bisognava aggiungere alla collezione un cd masterizzato regalato dalla nipotina di una vicina di casa a conoscenza della passione per qualsiasi cosa fosse bolognese della signora Luisa: …Squerez? dei Lunapop. Non lo aveva però mai ascoltato visto che non aveva il lettore per compact disc. 

Appesi ad una bacheca di sughero in cucina facevano bella mostra i ritagli dei giornali in cui l’Unesco consacrava la città Emiliana CITTA’ CREATIVA PER LA MUSICA, notizia che la rendeva orgogliosa tanto quanto se il suo figliolo avesse preso il Pulitzer. 

Il pezzo pregiato della collezione della Luisa era, senza ombra di dubbio, il disco d’oro di Nilla Pizzi con tanto di foto autografata che le ritraeva sorridenti ed abbracciate in un’immagine di almeno mezzo secolo prima e che mostrava a chiunque mettesse piede a casa sua. In penna blu, sul retro era stata messa una data con una calligrafia perfetta: 17 luglio 1958. La prima volta che la vidi, esaminando la foto ingiallita, i vestiti e lo sfondo pensai sorridendo che doveva esserci stato un errore. Doveva essere almeno di cent’anni prima!

Trovavo ovviamente curiosa tanta devozione, soprattutto nei confronti di personaggi legati al mondo del calcio, e curioso era anche il fatto che a me non fregasse assolutamente nulla né di Bologna né della sua storia.

Generalmente le serate a casa Verucchi si concludevano più o meno nella stessa maniera. 

“Nerio caro, hai visto che il tuo amico è proprio bello? così educato, chissà quante donne che ha, mica come te. E poi a quella Clarissa… si chiamava così vero? Cosa le sarà mai saltato in mente di lasciare uno così. Ah le donne di oggi. Federico tesoro, io alla tua età avevo già il mio Nerio”.

Dopo questa frase si eclissavano anche tutte le altre discussioni.

La cena si era portata via anche l’ultimissimo pezzo di Panspeziale presente in quella strana casa di quell’ancor più strana famiglia.

L’anziana signora in rigoroso vestito blu con fiorellini viola levava le stoviglie da tavola fino a farle dolcemente scivolare nel lavello già ricolmo d’acqua e di Nelsen Piatti. Nel suo sguardo e nel suo sorriso c’era, a mio parere, la consapevolezza di aver toccato un tasto troppo delicato per aspettarsi una risposta da me o da Nerio.

Da donna anziana di un’altra epoca, generalmente amante dei pettegolezzi, non poteva comunque evitare di parlarne. 

I pacchettini con gli avanzi da mettere in freezer o da far riscaldare la sera seguente giustificavano questo suo perverso modo di terminare la serata.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Valerio Luigi Arlati
Sono nato a Cernusco sul Naviglio (MI) nel 1980 dove tuttora risiedo con mia moglie Lucia e i miei due bambini di nome Diego e Ginevra.
Dopo essermi diplomato in ragioneria e aver svolto qualche lavoretto post scuola, nel 2003 sono stato assunto alla BCC di Milano dove attualmente lavoro. Nel tempo libero che mi rimane alterno le mie passioni smisurate per la musica (faccio parte della "The Bang Bang Cover Band" suonando cover rock anni sessanta), la scrittura che mi permette di raccontare e di inventare storie, il cinema ed il meraviglioso mondo strettamente legato tra loro di fumetti-cartoni animati-videogames. Sono amante del bel calcio in genere e tifosissimo del Milan.
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