Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Il giorno in cui mi svegliai e decisi di morire

Il giorno in cui mi svegliai e decisi di morire
39%
123 copie
all´obiettivo
90
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Giugno 2022

Immaginate di svegliarvi nei panni di un regista a capo di un grande successo televisivo.
Immaginate di avere una bella casa, una vita agiata e possibilità di conoscere donne bellissime.
E ora immaginate di essere, semplicemente, infelici.
Perché l’apparenza sulla quale si fonda la vostra vita si sgretola di fronte alla realtà, una realtà fatta da una famiglia disfunzionale, amicizie che hanno creato un buco enorme in fondo al cuore, la storia di una vita con la donna che amate naufragata e un lavoro che vi ricorda costantemente la vostra passione tradita.
Immaginate di farvi una risata mentre raccontate la vostra vita, di non prendervi troppo sul serio perché la tragedia se saputa raccontare può diventare commedia.
Immaginate che tutto questo stia comunque per finire perché avete deciso di togliervi la vita.
Immaginate di essere voi ad aver scritto questo libro, perché in questa storia c’è un pezzetto di ognuna delle vostre vite e questo pezzetto merita di essere raccontato.

Perché ho scritto questo libro?

Non ho deciso di scrivere questo libro coscientemente, questa storia si è incastonata fra la mente e lo stomaco una mattina di primavera e così ho deciso di provare a dare un seguito a questa visione, in un meccanismo simile all’ispirazione grezza con la quale un musicista scrive una canzone.
Mentre andavo avanti con la stesura mi sono reso conto che la storia che stavo raccontando aveva un respiro universale e una chiave ironica che poteva appassionare, divertire e credo anche commuovere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Tu prova ad avere un mondo nel cuore

E non riesci ad esprimerlo con le parole

E la luce del giorno si divide la piazza

Tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa

E neppure la notte ti lascia da solo

Gli altri sognan sé stessi e tu sogni di loro

Fabrizio De Andrè

01. Introduzione

Avete presente quelle meravigliose giornate di fine inverno, quando il cielo è terso, il sole fa capolino fin dalle prime ore del mattino e l’aria comincia a scaldarsi?

Sono quelle giornate in cui apri la finestra e vieni invaso del profumo del pane caldo, in cui persino i rumori della città hanno qualcosa di familiare e rassicurante, in cui ti alzi prestissimo dal letto perché il mondo non può più aspettare e sei carico a mille, hai semplicemente voglia di vivere.

Ce l’avete presente?

Beati voi!

Io non credo di essermi neanche lontanamente avvicinato a questa sensazione da molti anni a questa parte. Anzi, a questo punto potrebbe anche essere semplicemente uno scherzo della mia mente, uno di quei ricordi che creiamo da soli per avere qualche scampolo di felicità da spacciare nelle conversazioni, per poter colpire l’interlocutore con il nostro sguardo disincantato verso la realtà e guadagnare punti nella scala dell’interazione sociale.

Continua a leggere

Continua a leggere

Se oltre ad essere il ragazzo ombroso che se ne sta in un angolo alle feste, sei pure quello che riversa la sua tristezza sugli altri, allora sì che cominci ad essere un ospite indesiderato.

Il timido ma affascinante musone, il sognatore fuori dal suo tempo, il bohémien, sono tutti ruoli che esercitano ancora quel fascino misterioso, mentre il coglione depresso suscita solo repulsione o, nel migliore dei casi, una tenera compassione.

E così ce ne usciamo con frasi tipo “Non sai quanto è stato figo andare a Londra a Natale” o “Una volta che hai un buon piatto di pasta e un bicchiere di vino che ti serve di più?”. Recitiamo quel copione perchè obbligati da assurde regole prestabilite, come se la felicità e l’equilibrio siano una leggenda da tramandare di generazione in generazione.

Sprechiamo veramente un sacco di tempo a creare la nostra realtà parallela, in cui prendiamo a calci i problemi ed avanziamo a testa alta. Ma non è questione di sentire veramente questa sensazione di invincibilità, è semplicemente una tecnica di interazione.

Ed è perfezionando questa tecnica, quella del viveur distaccato ma sotto sotto sensibile ed appassionato, che ho rimediato del discreto sesso anestetizzante. In fondo l’orgasmo può essere una buona distrazione dal mal di vivere.

Viviamo un’epoca di paura ed allarmismo, minacciati dall’incombenza di virus mortali e sull’orlo di un’imminente distruzione climatica. Neanche ci rendiamo conto di come la grande, vera malattia di questo millennio, sia dentro di noi e ci stia logorando sempre di più, un pezzettino alla volta.

Ovviamente sto parlando di depressione, cari miei. Sono sicuro che molti di voi non lo ammetteranno mai e andranno avanti mentendo a se stessi, solo per far tacere quella vocina che vi ricorda la presenza di quella stronza maledetta che inquina le giornate con una patina di inquietudine e inadeguatezza.

Quella che non vi fa alzare al mattino, vi fa scoppiare in lacrime senza motivo, vi fa semplicemente sentire un vuoto devastante in mezzo allo stomaco.

Quella che in molti cercano di ignorare o sminuire o, molto spesso, riversare sugli altri.

Ovviamente sto parlando di voi irresistibili codardi, voi che ammorbate questo pianeta con le vostre lagne ataviche e che a volte ci prendete anche gusto ad essere quelli che si fanno compatire, che preferite crogiolarvi nella vostra bolla di autocommiserazione piuttosto che tirare fuori gli attributi.

Parlo di voi perché per me sta per finire tutto.

Finalmente mi libererò da questa inutile zavorra, e libererò il mondo della mia presenza. Ho deciso di farla finita, anzi siccome sono estremamente sereno e lucido a riguardo userò la parola giusta e non edulcorati modi di dire: suicidio. Mi sto per suicidare.

Questo è il mio ultimo giorno sulla terra e siccome c’è comunque una punta di ego rimasta nell’anima di questo idiota, passerò questa giornata a scrivere. La mia storia, le parti più importanti almeno, le esperienze più significative che mi hanno portato al fatidico oggi.

Mi piacerebbe dire che lo sto facendo per impedire che altri nella mia stessa situazione si trovino dove sono io ora e che il mio sarà un monito per le generazioni future del tipo “non fate ciò che ho fatto io”.

Ma non posso iniziare questo libro con una menzogna, perciò dovete sapere che, in realtà, lo sto facendo per me, per sperare di essere anche in minima parte ricordato come un brillante scrittore suicida e non come la nullità che mi sono sempre sentito. Un ipersensibile regista fallito che non sa trattenere a sé nemmeno una goccia di felicità. Uno che ha vissuto tutta la sua vita nella paura e che il coraggio lo trova solo ora, per levarsi dalle palle.

Complimenti.

Così magari questo mio piccolo scritto mi regalerà una goccia di immortalità e mi darà la sensazione di averla messa nel culo alla vita. Volevi che me ne andassi triste e dimenticato da tutti eh? E invece beccati questo.

Certo, c’è sempre la possibilità che queste mie parole vengano cestinate dalle dieci case editrici che le riceveranno questa notte. Non ho santi in paradiso, non ho grossi agganci ne conoscenze ai piani alti, ho giusto qualche contatto procuratomi dalla mia casa di produzione. Non posso nemmeno dire di avere un nome famoso perchè di me si conosce soprattutto un prodotto televisivo per il quale ho cercato più anonimato possibile, nonostante lo diriga.

Dieci caselle mail e la probabilità di ritrovarmi nello spam di qualche assistente dell’assistente.

Diciamo che punto anche sul senso di colpa, si può negare ad un depresso suicida la fama eterna? E poi, rimanga fra me e voi cari editori, che colpaccio sarebbe a livello mediatico? Oltretutto rischiereste di avere fra le mani un libro di successo di un autore che non dovreste nemmeno pagare. Suvvia.

Bene, direi che sono pronto.

Ho una tazza di caffè piena, il pc carico e ho posizionato la poltrona dove mi metterò a scrivere, fuori in balcone.

Sì, perchè oggi è una di quelle giornate di fine inverno quando il cielo è terso, il sole fa capolino fin dalle prime ore del mattino e l’aria comincia a scaldarsi.

02. Il diciottesimo

Fa un pò impressione parlarne adesso, adesso che di anni ne ho quasi il doppio e dovrei relegare certi reperti al libro dei ricordi sbiaditi.

Invece uno dei primi episodi che riaffiorano nella mia mente, in questo strano ultimo giorno sulla terra, è proprio il mio diciottesimo compleanno.

Non che ci sia granché da scrivere, intendiamoci. Nessuna festa selvaggia, nessun rituale di passaggio, nessuno che di nascosto mi abbia caricato in macchina per portarmi chissà dove, nessuna iniziazione fra le cosce di qualche prostituta istruita a dovere dal più burlone dei miei amici.

Las Vegas, sarà per un’altra volta.

D’altronde da chi mi sarei dovuto aspettare una cosa del genere? Da Marco? Da Lorenzo? Ma per piacere.

Marco è il classico amico per abitudine. Siamo cresciuti insieme, le nostre madri lavoravano nella gloriosa industria tessile della città, settore che ovviamente non ha più avuto granché da dire col nuovo millennio.

L’industria ha chiuso, schiacciata dalle produzioni internazionali con spedizione veloce e immediata. Tutti impazziscono per la comodità. Perchè mai dovrei mettere il mio culo su un auto, guidare per venti chilometri in mezzo al traffico dei dopolavoristi incazzati che sfogano la loro insoddisfazione da frustrati sul clacson, solo per andare in un’industria di precisione che mi farà pagare il doppio del prezzo rispetto al pacchettino che arriva puntuale da qualche angolo sperduto del Vietnam.

A proposito, buon riposo nelle vostre lenzuola di merda.

La madre di Marco e la mia sono finite a spendere gli ultimi anni lavorativi, prima della loro pensione da miseria, in un garage a confezionare pacchettini di iPod e smartphone. Erano una minuscola parte della catena che partiva dal posto di fabbricazione, passava dalle piccole ditte di inscatolamento e arrivava nelle mani del corriere. In poche parole le signore sono finite a lavorare per chi le aveva private del lavoro. La chiamano globalizzazione.

Io e Marco eravamo amici d’infanzia, andavamo a giocare nel cortile di sua nonna mentre i nostri erano fuori a guadagnarsi la pagnotta, e ci sfinivamo in interminabili partite di nulla.

Il nulla era quello che noi chiamavamo l’inventarsi qualsiasi cosa ci venisse in mente, l’importante era che non fosse un gioco universalmente conosciuto.

Così passavamo interi pomeriggi a lanciare due palloni in aria sperando che si scontrassero, a scavare la terra per vedere chi trovava più vermi, a camminare all’indietro fino alla ringhiera per vedere chi arrivava prima e cose del genere.

Niente macchinine telecomandate, robot, lego o videogiochi, ci sentivamo più indipendenti a non seguire la società e le sue regole. O almeno era così che giustificavamo a noi stessi il fatto che i nostri genitori spesso non avessero i soldi per comprarci il giocattolo all’ultima moda.

Avevamo otto anni e pensare adesso al grado di consapevolezza che mettevamo in campo per inscenare questo auto-inganno mi fa un pò rabbrividire.

Ci dicevano sempre che sembravamo più vecchi e maturi della nostra età, come se avessimo una specie di super potere innato che ci fosse caduto dal cielo. Anche se, in base a chi lo diceva, la cosa poteva rappresentare un complimento, uno sfottò oppure un problema.

Se a dircelo erano gli adulti accompagnavano questa affermazione con uno sguardo di orgoglio, come se fosse bello avere questa iper-maturità (a volte mi chiedo se diventare genitori equivalga a perdere la ragionevolezza), se lo dicevano i nostri compagni di scuola la cosa cadeva irrimediabilmente nella presa in giro. Perchè chiaramente eravamo tonti a non essere spensierati come loro e forse in questo sì che c’era un fondo di verità.

Se invece questo discorso lo faceva una ragazza era la fine. Fine dei giochi, riponi le tue armi guerriero. Una ragazza, soprattutto negli anni dell’adolescenza, tutto vuole meno che un sociopatico cervellotico a fianco. Se eri visto così voleva dire che stavi inesorabilmente scivolando verso la casellina del migliore amico. Quello intelligente e acuto, quindi adatto a spiegarle perchè mister muscoli non la trattava degnamente. Grazie adolescenza, è stato un piacere.

Questi, ad ogni modo, erano i profili dei due amici dai giochi anticonformisti.

E questo è anche il motivo per cui non mi sono ritrovato a bere tequila fra le tette di una spogliarellista la sera del mio diciottesimo.

Con Marco eravamo d’accordo di vederci un paio di sere dopo, perchè essere legati alla data precisa è da fissati, e il programma era di andare a mangiarci una pizza e bere una birra, per non essere come tutti quelli che al compleanno sono costretti a fare qualcosa di speciale a tutti i costi. Ovviamente mai che gli sia venuto in mente che, invece di sentirmi costretto, mi sarebbe piaciuto davvero fare qualcosa di speciale.

Marco è sempre stato bravissimo ad includermi nel suo stile di vita, come se essere suo amico comprendesse avere gli stessi desideri e gli stessi interessi e alla fine dei giochi ti faceva anche sentire come se quelle cose le avessi scelte tu. E’ un buono d’animo e mi ha sempre voluto bene sinceramente, su questo non ho alcun dubbio.

Ha solo qualche deficit in termini di empatia.

Lorenzo invece appartiene ad un altra categoria. L’ho conosciuto in prima liceo e abbiamo subito legato. Ero in una fase in cui ne avevo abbastanza dell’animo underground di Marco e, complice il fatto che avevamo scelto due scuole diverse, ero più che mai determinato ad “uscire dal guscio”, espressione che ovviamente faceva inorridire Marco.

Lorenzo era il tipo giusto per il mio proposito. Era allegro e vitale ma non stupido, portato ad un’ironia ed un umorismo che a volte ti faceva letteralmente piegare in due dal ridere, ma era abbastanza intelligente da non essere capito dagli idioti. Insomma, era il giusto compromesso per abbandonare l’angolo dei musoni associali senza finire in quello dei fighetti dal cervello vuoto.

Ricordo che a un certo punto sviluppammo un umorismo tutto nostro e il nostro passatempo preferito era prendere in giro gli altri senza che nemmeno se ne accorgessero. Ridere sotto i baffi dell’altrui stupidità era l’attività nella quale concentravamo la maggior parte delle nostre forze, il nostro tratto distintivo.

Sfidavamo i professori, mettevamo in dubbio la loro capacità e la loro cultura, tutto però senza offese o volgarità, con un sorriso e un atteggiamento da amabili stronzetti che rendeva impossibile essere puniti.

Con Lorenzo mi sono preso la prima sbronza e ho provato a fumare l’erba, cose che non sarebbero diventate una regola. Provammo anche qualche altra droga ma anche queste finirono quasi subito nel dimenticatoio.

Non ci interessava essere sballati, volevamo solo fare il maggior numero di esperienze possibili e poi passare ad altro.

L’ironia era la nostra unica vera droga e anche l’unica ancora di salvezza per uscire dallo squallore del nostro buco di paese. Per questo preferivamo comunque rimanere lucidi la maggior parte del tempo, non volevamo perdere il nostro vantaggio intellettivo sugli altri inetti che popolavano le nostre stesse strade.

Lorenzo aveva un solo, unico problema, le ragazze. Erano il suo punto debole, la sua kryptonite. Se una ragazza gli mostrava anche solo il minimo cenno di interesse tutto il suo mondo cominciava a ruotare attorno a essa. Era smaccatamente romantico e premuroso, in un modo più adatto all’inizio del ventesimo secolo che alla fine.

E quando questo succedeva lui, semplicemente, spariva. Non lo vedevi per settimane, aldilà delle lezioni, salvo poi rispuntare dal nulla dopo che queste sue attenzioni asfissianti avevano esaurito la povera malcapitata.

Ti chiedeva scusa e ti diceva che non sarebbe più successo ed io ero così stupido da credergli, quasi sempre.

Era l’amico più affidabile e brillante del mondo, ma solo quando era single.

Insomma, avrete capito da voi che il mio diciottesimo non l’ho festeggiato con lui perchè Miss Quarta Liceo richiedeva la sua completa attenzione. Ormai neanche me la prendevo più, accettarlo per com’era mi sembrava meno faticoso che arrabbiarmi.

E quindi eccoci qui. Io, mia madre, mio padre e lo zio Giorgio.

Io c’ero perchè, nonostante ci avessi provato, non potevo proprio mancare alla mia festa di compleanno.

Il motivo per il quale i miei ci tenessero tanto rimane un mistero, visti i rapporti prossimi allo zero che avevo con loro.

Avevo tentato un gesto disperato la mattina stessa fingendo una fantomatica influenza che mi bloccava le vie respiratorie, impedendomi di parlare in una maniera di una qualche vaga utilità sociale. Il tutto ovviamente comportava una capacità interpretativa a me sconosciuta e quindi il bluff venne smascherato con una semplice occhiataccia di mia madre. Niente da fare.

Mia madre era fra gli invitati perchè aveva fatto la torta, questo è l’unico motivo che mi sembra sensato ripensandoci oggi.

Mio padre, beh, mio padre mi ha sempre fatto incazzare. Il che avrebbe potuto anche essere il motivo della sua presenza, non avrebbe avuto senso celebrare la mia maggiore età senza quella sensazione di quieto livore che provavo nei suoi confronti e che in qualche modo mi faceva sentire a casa.

Lo zio Giorgio è tutto un altro discorso. Non era veramente mio zio, era semplicemente un collega di mia madre e mio padre, lavoravano tutti e tre per l’industria tessile ma Giorgio e mio padre nel settore contabilità.

Fin da che ricordo, fino dai miei primi anni di vita, Giorgio è sempre stato molto presente. Era lì alle feste di famiglia, alle cene e alle ricorrenze.

Era uno dei pochi capaci di far ridere mia madre, era sempre di buon umore quando c’era lui. E qui veniamo al motivo principale per cui mio padre mi faceva incazzare.

Era ovvio che lo zio Giorgio e mia madre avessero una relazione. Lo capiva un bambino, difatti lo capivo anch’io. Ma mio padre sembrava prendere la cosa con una serafica rassegnazione che mi mandava in bestia.

Se ne stava lì tranquillo, seduto su quella cazzo di poltrona che aveva la forma del suo culo flaccido, a godersi beato l’intesa fra gli altri due. A volte avrei voluto prenderlo a schiaffi.

Non tanto per le ripercussioni che questo aveva fra le quattro mura domestiche, che i miei perpetrassero lo stereotipo della coppietta felice mi è sempre interessato meno di niente, ma per la difficoltà che richiedeva la cosa nelle occasioni pubbliche.

C’era sempre lo sguardo di qualche stronzo che faceva una smorfia compiaciuta e mi fissava per vedere se i tratti del mio volto avevano più a che fare con mio padre o con lo zio acquisito. Se avessi avuto un carattere più forte, invece che un timido incassatore, sarei diventato un picchiatore senza pietà.

Avevo una madre molto spregiudicata ed un padre senza spina dorsale, era chiedere troppo che le uniche due fonti di modello di essere umano adulto fossero un pochino più equilibrate?

Ad ogni modo il fastidio nei confronti di quell’invertebrato di mio padre non mi impediva di avere un ottimo rapporto con zio Giorgio, che era indubbiamente un uomo brillante.

Anzi, più volte ho sognato che mia madre facesse il grande passo e se ne andasse con lui, portandomi con loro ovviamente. Penso che ne avrebbe giovato anche il rapporto con il mio vecchio. Ci saremmo visti una volta ogni tanto e avremmo potuto sviluppare un rapporto reciproco dovuto dal piacere dello stare insieme e non dal dovere genitoriale.

In realtà non voglio essere troppo cattivo con mio padre, semplicemente non era in grado di svolgere quel ruolo e non lo ammetteva. La sua figura non mi ha mai tramesso la benché minima autorità e questo faceva imbestialire entrambi, penso.

Zio Giorgio amava la musica e il cinema, è stato lui a regalarmi la mia prima videocamera e farmi conoscere e amare i film di Kubrick e Scorsese.

Ripensandoci ora, visti i ripetuti calci nel culo ricevuti dall’industria cinematografica, forse tutto questo sentimento di gratitudine è totalmente immotivato.

Forse avrei dovuto prendere quella videocamera e venderla per comprarmi un qualche oggetto su cui non riversare i sogni e le aspettative che ho coltivato dai venti ai trenta.

Se mi avesse regalato un cucchiaio sarei almeno diventato chef, oppure eroinomane.

E quindi eccoci lì, attorno al tavolo della cucina, l’allegra famigliola felice.

Devo ammetterlo, quel giorno decisi di seguire il copione. Non avevo voglia di scatenare un casino, di far incazzare mia madre e di far sprofondare mio padre nella vergogna e nell’impotenza di dimostrarmi la sua mascolinità.

Perciò forza, spegniamo queste maledette candeline, sorridiamo alla macchinetta fotografica e mettiamoci in posa. Grazie al cielo, nonostante fossimo da poco entrati nel nuovo millennio, i cellulari non erano ancora di uso così comune, quantomeno non in provincia.

Se mia madre avesse avuto a disposizione una quantità di scatti illimitati a quest’ora ci sarebbero in giro una valanga di immagini compromettenti del mio aspetto da adolescente scazzato, una vera delizia, e sarei stato costretto a sotterrare quel maledetto telefono in qualche campo fuori città.

Quindi, direte voi, perchè mai fossilizzarsi su un banale compleanno vissuto controvoglia?

Beh, se avessi messo questo avvenimento al primo capitolo di queste memorie solo perchè la torta faceva schifo, mio padre suonando una stupida trombetta cancellò ogni possibilità di riconquista di sua moglie o perchè lo zio Giorgio anche in questa occasione non perse il suo proverbiale distacco nei confronti del triangolo di cui faceva parte, sarei un povero esagerato paranoico del cazzo.

No, non è per queste cose che mi ricordo quel compleanno, e me ne sarei sempre ricordato. E oltretutto non ne avrei mai più festeggiato uno.

E’ perchè quel giorno trovarono il cadavere di Lorenzo.

Quel giorno finì l’ironia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Il giorno in cui mi svegliai e decisi di morire”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Simone Tricomi
Nasco a Monza (MB) il 18 Ottobre 1984 e sviluppo fin dalla tenera età una passione viscerale per la musica, la letteratura e l’arte in generale.
Un mio testo (“Notte di lacrime e sogni”) viene selezionato tra i cinque finalisti al “Premio Lunezia 2001”, che si incentra proprio sul valore letterario della musica.
Con la mia prima band (Audioinsonno), per la quale scrivo testi e canzoni inedite, vinco nel 2005 il premio della critica al concorso “Augusto Daolio” della città di Sulmona (AQ).
Partecipo in qualità di autore, musicista e arrangiatore a diversi progetti in ambito nazionale.
Per due anni collaboro come corrispondente con la rivista on line “Musicalnews”.
Dalla primavera 2020, e per diversi mesi successivi, mi dedico alla stesura della mia prima fatica letteraria, che sfocia nel romanzo inedito “Il giorno in cui mi svegliai e decisi di morire”.
Simone Tricomi on FacebookSimone Tricomi on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie