Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Il giorno delle nuvole

Svuota
Quantità

Un antico borgo viene sgombrato all’improvviso per ragioni di sicurezza, diventando, come tanti altri paesini italiani, una ghost town abbandonata. Ma non tutti se ne vanno: un ragazzo sceglie di non partire con i genitori
e scappa di casa il giorno della partenza. Non vuole abbandonare i suoi luoghi, sente anzi l’esigenza di “respirare” le energie del luogo come se gli appartenessero, riconoscendone in questo modo il valore intrinseco. Trascorrerà il resto dei suoi giorni tra le case vuote, raccontando la vita che si svolgeva prima che le famiglie venissero invitate a trasferirsi altrove, narrando della lentezza di quei luoghi e del silenzio che regnava.
Come in una pièce teatrale, prende vita la storia individuale dell’ultimo uomo, ma anche la storia collettiva delle anime imprigionate in polveri secolari che hanno abitato il borgo: è la storia di un luogo surreale, di echi lontani, di voci che sono passate dentro antiche mura.

PREFAZIONE

La solitudine rimane una pura illusione. Così come lo è la sua ricerca. Un’utopia. Sfiorarla, senza permanervi oltre qualche attimo è l’unica ambizione della relazione con il sé, semplicemente perché viviamo immersi in un qualcosa dal quale è difficile scindersi e che siamo convinti di riuscire a escludere. Di qualsiasi cosa si tratti, ciò che ci circonda stabilisce sempre un legame, consapevole o inconsapevole, con ciò che rappresenta e con la nostra esistenza.

Con i suoi spazi e le sue apnee, i suoi bianchi e neri, le sue presenze e assenze, i suoi colori e le false tinte.

Come si può reclamare solitudine laddove c’è sempre una voce che narra di qualcosa? Se fosse vento, se fosse silenzio… se fosse anche solo semplicemente annusare l’aria che cambia.

Ma se fosse un paese al quale è stata tolta la voce, un giorno, da qualcuno che quella voce non l’aveva mai ascoltata e non sapeva di cosa fosse fatta, potremmo ricercare la sua solitudine e la nostra?

Sarebbero due solitudini: quella di chi parla senza che gli sia chiesto e quella di chi parla perché chiede.

Due solitudini che passano dall’ascoltare all’ascoltarsi mentre si alternano le notti e i giorni, mentre le finestre illuminate si spengono per sempre, le porte si serrano o sbattono al vento, i brandelli di una stoffa tricolore languono tra le mani di chi non ha mai smesso di crederci.

Ogni paesaggio, che sia vivo o abbandonato, non si lascia affrancare da chi lo abita o chi prova a domarlo, perché conserva la sua libertà anche laddove sembra piegarsi alle scelte dell’uomo, qualsiasi esse siano.

Perché un luogo, di case, di alberi, di campi, di acque, di rocce, attinge la sua forza dal mosaico di possibilità che nessun’altra identità sulla Terra possiede, in un equilibrio tanto fragile quanto energico, tanto instabile quanto perfetto.

Chi riesce ad apparire, a sembrare, a essere, a cambiare allo stesso modo e con le stesse dinamiche di un paesaggio?

Chi riesce a farsi costruire e ricostruire per poi aprirsi in un attimo per azzerare tutto e ritornare alla sua forma originale? Chi può trasformarsi da palude a pianura, accogliere e allontanare per ricominciare cicli di vita e di morte come scanditi da una clessidra eterna?

Un paesaggio, un luogo, sempre presente anche nelle assenze e quindi mai solitario spettatore degli accadimenti, ma solitario protagonista degli eventi.

Pervicace oltre ogni logica nella sua immobilità e nel rifiuto di ogni cambiamento. Forse, in fin dei conti, anche questa è una rivoluzione.

Teresa Lettieri

INTRODUZIONE

Il giorno delle nuvole è un monologo che vuole essere, innanzitutto, un pensiero a quei paesi abbandonati che costituiscono una delle principali peculiarità del paesaggio italiano.

Prima della storia degli uomini, c’è la storia dei luoghi, echi lontani di voci che hanno lasciato dentro quelle mura, quelle piazzette e quei minuscoli vicoli, piccole ma meravigliose vite intrise di lentezza.

È per questo che i borghi abbandonati da taluni vengono chiamati con nomi poetici, tipo: “geografie immaginarie” o “geografie del ricordo”.

Luoghi spazzati via da una terra che travolge quelle costruzioni forse realizzate incautamente.

Nella maggior parte dei casi si tratta di minuscoli borghi arroccati in paesaggi collinari oppure montani, con costruzioni ancora ben visibili ma diventate scheletriche e suggestive, simbolo di un passato ricco di tradizioni e di una storia che ancora si respira tra le pietre e le strade.

Eppure quelle pietre, che una volta erano palazzi e che adesso sono diventate scatole vuote, hanno dentro storie da raccontare, vicende di uomini, donne e bambini che sono stati sradicati dalle abitazioni dove sono nati e trasferiti in dimore più sicure a causa di catastrofi ambientali, soprattutto legate al fenomeno dell’erosione del territorio, lasciando all’interno di quelle mura dei pezzi essenziali del loro passato.

Oggi molti di questi ruderi restano a testimoniare una vita che non c’è più, ma tuttavia continuano a esistere nell’immaginario collettivo come siti di grande suggestione per chi decide di recarsi ad ascoltare quei silenzi ricchi di storia.

L’evocazione che scaturisce dall’ascolto di quelle pietre è l’elemento scatenante di questa storia, nella quale l’ultimo abitante di uno di questi microcosmi si disvela lungo un percorso collocato in quel limbo che costituisce una labile linea di confine tra realtà e immaginario.

Continua a leggere
Continua a leggere

Così, questo resiliente dei tempi moderni decide di non seguire le indicazioni di chi vuole mettere le famiglie in sicurezza e resta lì, a ergersi baluardo di una terra che simboleggia la resistenza al cambiamento, e diviene il custode narrante di un luogo nel quale la sua è l’unica voce che rimbomba tra il cielo azzurro e la strada, e ci fa omaggio, atto dopo atto, del suo passato.

ATTO 1

(Entra in scena con aria leggermente guardinga, sembra esitare, poi si ferma, si guarda intorno, inizia a parlare e ride.)

Volevano mandarmi via da qui.

Folli.

Non conta il mio nome, qui tutti mi chiamano Acquadilupo e sono nato qui.

(Si guarda intorno, prende tempo, si ferma a pensare, poi comincia a raccontare.)

I miei genitori sono nati qui, anche i miei nonni sono nati qui.

Quando i miei nonni decisero che questa era la loro terra, che questo era il posto dove vivere, qui non c’era niente.

Una valle, delle colline intorno, una strada poco distante, ma lontana abbastanza da non sentire il rombo delle automobili in fuga, poi, oltre la strada, una ferrovia.

E tutto intorno, pace. Vento. Prati. Cielo. E nuvole. Nuvole a perdita d’occhio, che nemmeno la nostra fantasia potrebbe concepire così numerose, così vaporose, così immense.16

Il silenzio è il padrone incontrastato di questi luoghi. Questa è una terra che non ha mai avuto bisogno che la quiete gliela insegnasse qualcuno. Lo ha sempre saputo benissimo. Una terra che ha fatto del silenzio il primo dei suoi valori. Poi è arrivato tutto il resto. L’acqua, l’aria, il cibo, le persone, poi la dedizione, il lavoro e l’onestà. Già, l’onestà. L’onestà è il valore più facile da mantenere in una piccola comunità. Più la comunità è piccola più si è onesti. È dove regna il caos, la confusione, dove si moltiplicano i palazzi, le relazioni complesse e gli affari che è più difficile perseguire l’onestà. Come se tutta quella gente, e quelle case e quelle strade impazzite e quei segnali e quelle macchine e quel frastuono, confondessero anche le menti e impedissero loro di coltivare il proprio giardino di integrità.

Ma qui tutto questo non c’è, e le persone sono corrette per necessità, prima ancora che per scelta. Ci si conosce tutti (be’, siamo talmente pochi che la parola tutti può sembrare perfino eccessiva), ci si rispetta, si va d’accordo in un modo o in un altro, probabilmente le antipatie ci sono anche qui, ma la forma, in questi luoghi, ha ancora la sua importanza, e un saluto, e qualche volta un cenno di sorriso, non si nega a nessuno. Non spesso, però. Il sorriso non è un indumento che si indossa spesso. In genere non si è mai avuta troppa voglia di sorridere, da queste parti. Anche sorridere può sembrare ingombrante per questa gente. Troppo confidenziale. Per lo più il sorriso si riserva a quelle poche persone con cui si riesce perfino a parlare almeno una volta ogni tanto.

Poi un giorno sono arrivati quegli altri.

Uomini che non conoscevamo, che non avevamo mai visto prima, hanno bussato alle nostre case recapitandoci dei messaggi incomprensibili. Uomini venuti dalla città, che alla loro città hanno fatto ritorno al termine di una giornata in cui ci hanno fatto pervenire una notizia che all’inizio non riuscivamo a capire.

Fabbricati pericolanti, dicevano.

Bisogna abbandonare queste case, ordinavano.

È a rischio la vostra incolumità, minacciavano.

Prevenire nuovi crolli, giuravano.

Tutti i residenti avranno nuove case, assicuravano.

Gli abitanti di questo luogo non capivano, e avevano bisogno di fare delle domande, chiedere spiegazioni, ottenere rassicurazioni.

«Sì, ma voi esattamente, cosa volete intendere?»

«È tutto scritto su quel foglio» precisavano.

Ma cosa dicono, cosa ordinano, cosa minacciano, cosa giurano, cosa precisano, cosa mai possono assicurare?

A me hanno per caso chiesto qualcosa?

Hanno chiesto se me ne volevo andare anch’io, per caso?

Hanno chiesto, per esempio: «Lei sarebbe d’accordo a lasciare la sua casa? A trasferirsi in città?».

Si sono mai resi conto veramente di quello che ci hanno chiesto?

Hanno pensato a cosa sarebbe accaduto, al di là di quello che poteva esprimere una valutazione tecnica, idrogeologica, ingegneristica, architettonica?

Qualcuno di quelli che ha firmato il provvedimento ha mai dovuto cambiare per necessità la propria abitazione?

Ci parlavano di trasferimenti.

Di sradicarci dai luoghi dove eravamo nati e cresciuti. Di cancellare con un colpo di spugna vite intere di generazioni cresciute con queste nuvole, questi venti, questi temporali.

Azzerare gli anni di vita migliori, le mille e mille giornate passate a respirare quest’aria, ad annusare questi odori, ad ammirare questo paesaggio, a soffrire in silenzio e ad avere pazienza dentro queste mura. Anche per saper aspettare la fine del giorno occorre pazienza. Non si conquista facilmente il momento di andare a dormire. Bisogna saperlo attendere. L’attesa per molti è una parola senza senso. Ed è invece tutto quello che si può fare qui.

Già, l’attesa.

Attendere la notte, poi nella notte attendere che arrivi il sole, poi attendere di preparare qualcosa, poi attendere che il sole sia lassù in mezzo al cielo a illuminare tutto, poi attendere che faccia la sua parabola discendente fino a che le ombre diventano spropositatamente lunghe, poi attendere che quella palla luminosa e incandescente scompaia dietro la collina, finché tutto diventa notte. Se non ci fosse il sole sarebbe una giornata persa. Ma per fortuna c’è, quasi sempre.

E loro lo hanno mai fatto?

Hanno mai saputo attendere?

Hanno mai staccato la spina delle loro sicurezze?

Già li vedo, nella loro illusoria comodità, sprofondati nei loro divani di pelle, appena tornati dalla estenuante giornata di lavoro intorno alle otto di sera, davanti alla TV senza avere nemmeno la voglia di scegliere un programma, come se la televisione fosse solo il primo canale, pigri al punto di non voler schiacciare nemmeno un tasto, aspettando solo che le loro grasse mogli li chiamino.

«È pronto, vieni a tavola!»

Bradicardi sopravviventi semicoscienti che credono nell’unico e solo comandamento: «Non svegliateci».

Poi, con l’esperienza ne hanno aggiunto un altro: «Non nominate il nome della vita invano».

Perché quella che hanno loro non è una vita, è una semi- vita. Vivono perennemente in uno stato di semi-coscienza, dentro una semi-libertà, rinchiusi in case che sono semi-prigioni, aspettando di crescere i loro semi-figli, che faranno esattamente la stessa semi-esistenza che hanno fatto loro.

E un bel giorno arrivano qui e ci chiedono di rinunciare alla nostra. Con quale diritto? Come se una lumaca ordinasse cosa fare a un centometrista.

Dai, forza, corri di più, più veloce, aumenta il ritmo, fai salire la frequenza dei passi, sposta il busto in avanti perché così sarai costretto a muovere le gambe più rapidamente.

(Sposta il tronco in avanti a imitare il ritmo e la postura della corsa, l’accenna sul posto, poi si volta indietro prima di riprendere a parlare.)

«Ma che stai dicendo?» risponderebbe il velocista. «Ma lo vedi dove sei rimasta tu? Dici a me di correre più veloce e tu non hai fatto che pochi metri? Ma fammi il piacere va…»

Fateci il piacere. Ecco cosa avremmo dovuto rispondere anche noi.

Fateci il piacere di andarvene. Lasciateci qui. Non abbiamo alcuna intenzione di correre più veloce delle vostre lentezze, nessuna voglia di ascoltare i vostri insensati suggerimenti, nessuna volontà di eseguire i vostri ordini privi di logica.

Ecco la tattica che usano.

(Ride con un ghigno, come chi ha capito di aver scoperto le carte dell’avversario.)

Danno degli ordini travestiti da consigli. Credono che siamo ingenui, che non abbiamo capito il loro intento. Prenderci con le buone. Delinquenti mascherati da bravi impiegati. Ma con un unico intento. Spopolare questo luogo. Farlo cessare di esistere.

(Diventa improvvisamente aggressivo, si sta per rivolgere a quelli che sono venuti a cacciarli dal luogo natìo.)

Ma a voi, chi vi ha mai chiesto nulla?

I nostri padri non hanno mai chiesto alcun contributo per vivere qui, nessuna agevolazione, nessun vantaggio, nulla. Abbiamo pagato tutto, abbiamo corrisposto tutti gli oneri previsti, tutte le tasse previste, abbiamo pagato sempre tutto quello che ci hanno chiesto di pagare. Qui solo l’aria è gratis. E adesso ci chiedono di andar via, di rinunciare all’unica cosa che non si paga, ci dicono di cambiare aria.

Ma noi ormai ci siamo abituati a queste case, all’aria che tira qui, a questi paesaggi profumati di vento.

Cosa fate, ricreate la stessa aria lì dove volete che ce ne andiamo? Gli stessi odori, gli stessi scenari? La posizione del cielo, che si incastra in quel punto esatto con la collina, ce la rifate uguale?

Qualcuno ha mai chiesto a loro di lasciare la casa e andare altrove, abbandonando quello spazio comodo che hanno occupato fin da quando sono venuti al mondo?

Hanno mai pensato, anche solo lontanamente, uscendo da quella porta da cui sono entrati milioni di volte, che un giorno da quella porta non sarebbero entrati mai più?

(Scuote la testa qualche secondo prima di parlare.)

Folli.

(Imita il tono perentorio dei funzionari statali.)

«Dovete lasciare le vostre case: è pericoloso rimanere qui.»

E perché, non è ancora più pericoloso andarsene da qui?

Per andare dove, poi? In case più sicure, più confortevoli, più soleggiate di queste?

Non credo.

Ci hanno mai portato a vedere quali case sono?

Mai.

Ci hanno mai detto in quale città si trovano queste case?

Mai.

Ci hanno mai detto se avremo anche lì il giardino sulla parte posteriore come abbiamo qui?

Mai.

Ci hanno dato un indirizzo?

Mai.

Ci hanno chiesto se il luogo che ci avrebbe ospitato fosse di nostro gradimento?

Mai.

Ci hanno chiesto se qualcuno di noi lo conoscesse quel luogo? Se ci fosse mai stato, o se ne avesse almeno sentito parlare?

Mai.

E allora come possono svegliarsi una mattina e venire qui, nelle case che hanno costruito i nostri padri, e chiederci, anzi no, ordinarci, in modo così subdolo, di lasciarle?

Come se queste case fossero un oggetto qualunque.

Un paio di scarpe.

(Fissa per terra un paio di mocassini.)

«Signori, da domani scegliete un paio delle vostre scarpe che volete abbandonare. Quando le avrete scelte, per favore, lasciatele fuori delle vostre case, passerà qualcuno a ritirarle per voi. No, non le buttate, le veniamo a prendere noi, voi semplicemente sceglietene un paio che non vi piace più. Non importa se siano vecchie e consumate. Ce l’avrete un paio di scarpe che non mettete più, no? Bene, prendete quelle e lasciatele fuori. A voi non costerà gran sacrificio.»

Uno pure avrebbe avuto una possibilità di scelta. Lascio quelle estive, perché qui tanto l’estate dura poco, lascio quei vecchi sandali che non metto più da anni, che poi si sono anche un po’ rovinati, sì, gli lascio quelli.

Oppure, se mi trovo in un momento di particolare generosità, decido per quei bei mocassini. Sì, quelli che ho messo al matrimonio della figlia della signora Lopardo. Quelli neri con la fibbia e una suola di cuoio che faceva rumore quando camminavo. Per questo li ho messi solo in quell’occasione. Accidenti, lo sapevano tutti che c’ero anch’io al matrimonio della figlia della signora Lopardo. Bastava che mi spostassi un po’ di qua, un po’ di là, per far sì che mi notassero tutti. Sembravo un ballerino di tip tap.

(Imita un breve passo di danza tip tap.)

Anzi mi sembrava anche di essere più agile con quel rumore che faceva la suola sbattendo al terreno: ti-tic, ti-tac, ti-tic, ti-tac. Diamine, scelgo di lasciare queste scarpe praticamente nuove che ho messo solo quella volta.

Se mi avessero chiesto di lasciare uno stupido paio di scarpe, forse avrei deciso di lasciare quelle e di tenermi la casa dove sono nato.

Ma non me l’hanno chiesto. Sono partiti direttamente dalla casa. Dalla casa dove giocavo con i miei amichetti di infanzia, poi di adolescenza.

L’infanzia e l’adolescenza si capiscono da quale parte della casa frequenti.

Nell’infanzia stai nella parte davanti, proprio dove sono adesso, lungo questi marciapiedi che sono formati da un ammasso di breccioline finissime e tenute assieme dal catrame che ora sono diventate un unico manto grigio perimetrato da un cordolo di marmo. Tutto il resto è asfalto. Quell’asfalto dove i nostri genitori ci dicevano di non andare mai. Ecco perché hanno sempre ritenuto pericoloso giocare a pallone. La palla diventa come un aquilone, e spesso capita che per inseguirla non si bada dove si mettono i piedi. E qualcuno ci raccontava che era finito anche sotto una macchina, tanto tempo fa. Ma era una storia che tiravano fuori per spaventarci.

Qui le macchine passano come gli aerei. Una ogni tanto.

Anche le parole sono misurate. Anche quelle passano di rado. Si misurano come l’olio che mettiamo nelle insalate. Un cucchiaio, due, al massimo. Ci sono parole che escono con il contagocce, come se nella bocca ci fosse una specie di filtro che impedisce alle parole di fluire, seleziona solo quelle essenziali, tutto il contrario di come succede in televisione. Lì parlano sempre. Cambi canale e trovi uno che parla. Poi cambi di nuovo canale, ancora qualcuno che parla. Quanto sarebbe bella una TV dove ci sono solo immagini. Musica, al massimo. Ma niente parole, niente. Come noi qui. Immagini e musica. E anche quando non c’è musica, c’è il vento. Cambia tono e nota a seconda della fessura dove entra, e noi sappiamo come ondeggia a seconda della nota che produce. Se ti concentri un poco puoi sentire proprio una specie di sinfonia. Qui si parla poco ma si ascolta assai. Il linguaggio che si usa di più è quello della direzione dello sguardo. Quando siamo a tavola la sera, per indicare alla mamma di prendere il sale, mio padre incrocia gli occhi della mamma, poi sposta lo sguardo verso la credenza. È esattamente come se avesse parlato, infatti mia madre si alza e va a prendere il contenitore bianco di ceramica con la scritta: “Sale fino”. Dopo cena, per dire che è arrivata l’ora di salutare tutti, di fare le nostre preghiere e di andare a letto, attende di incrociare i miei occhi per poi muovere lo sguardo verso la camera. Non c’è bisogno di chiedere cosa voglia dire né aggiungere nulla. Se facciamo finta di non capire (o, peggio, di ignorare) quello sguardo, ci guarda fissi per qualche secondo. E allora capiamo. È come se ci toccasse, con la vista. La senti addosso come una colla, non puoi ignorarla. Se non vogliamo andare a dormire, semplicemente, non alziamo mai la testa dal piatto, per evitare di incrociare quei comandi silenziosi. Ma lui aspetta, non ha fretta. L’ho già detto che la fretta non si addice a posti come questo. Non possiamo stare per sempre con la testa bassa sul piatto. Prima o poi dobbiamo sollevarla, guardarci intorno. E lui si fa trovare lì, paziente e imperturbabile, pronto all’appuntamento con i nostri occhi, a impartire quel comando accennato che non ammette replica. Un comando tacitamente comprensibile. E se non ci muoviamo, la pupilla si dilata solo un po’ e la testa impercettibilmente compie un movimento leggero, come un invito. Ma è più di quello. È un ordine che non si può discutere. Allora capiamo che non è più aria di restare lì, e ci alziamo.

Tutto questo fino all’età di dieci, undici anni.

Prima di quell’età si stava tutti, come detto, nella parte anteriore della casa a giocare a castello. Allora ci bastava poco per divertirci. Un gesso rubato la mattina dalla scuola. Ci disegnavamo un rettangolo con dentro dei triangoli, e il gioco era quello di saltarci prima con un piede poi con l’altro, evitando di toccare le linee tracciate con il gesso.

E poi qualcuno ci insegnò “Uno mont la Luna”1

1 Gioco in uso tra gli adolescenti degli anni Sessanta e Settanta che consisteva nel saltare oltre un ragazzo fermo con le mani poggiate alle ginocchia e la testa in giù, ben coperta da eventuali contatti con i saltatori. Nell’azione del salto, si doveva recitare una strofa precisa (“uno mont la Luna”, “due il bue”, “tre la figlia del re”, e così via)..

All’inizio pensavo fosse un gioco che serviva davvero a salire sulla Luna. O almeno a creare l’illusione di poterlo fare. Invece no. La Luna erano gli altri compagni di giochi, e noi dovevamo scavalcare il loro dorso con un salto. Più che Luna sembravano tanti asini. Certi nomi sembrano proprio non avere senso, anche se finiamo con l’usarli spesso, senza chiederci più il loro significato.

Poi, una volta diventati adolescenti, siamo passati nella parte posteriore della casa.

Essere adolescenti vuol dire sfuggire allo sguardo dei propri genitori. Vuol dire uscire dalla porta e guadagnare gli spazi aperti dietro la casa, laddove di solito non passa nessuno, laddove la mamma non si affaccia (se non per stendere i panni e poi riprenderli la sera), laddove è possibile giocare a nascondino proibito con le ragazze, mentre quelli più piccoli rimangono a giocare a “Uno mont la Luna” davanti casa.

Noi, invece, qui, nella parte posteriore, ci nascondiamo dietro gli alberi, facendo discorsi sul sesso, su come ce lo siamo toccati le prime volte, su come altri toccavano le ragazze del borgo, e sui racconti esagerati che poi costruivamo ad arte. Ma accadeva sempre che sul più bello, proprio mentre i più grandi ci stavano per raccontare i segreti che non conoscevamo, la mamma si affacciava a ritirare i panni, un po’ prima di cena, e chiamava il mio nome, prima piano, poi, non ricevendo alcuna risposta, alzava il volume sempre di più finché non ero costretto a rispondere: «Sì, mamma, arrivo. Ce lo finisci di raccontare domani, va bene?».

Ma quei racconti non riprendevano mai, perché non erano veri e chi li raccontava non se li ricordava più.

Che ne sanno questi qui di quello che abbiamo passato davanti e dietro le nostre case?

Case con una porta nel mezzo e due finestre laterali, una per la cucina, l’altra del bagno, qualcuna aveva anche due comignoli in alto, come se quella casa avesse le corna, con il tetto a punta nel mezzo e le tegole sulle falde laterali, a proteggere le nostre case dalla pioggia battente di inverni sempre troppo lunghi.

Che ne sanno delle nostre porte d’ingresso, che si aprivano una sola volta di mattina, per fare uscire nostro padre, e una sola volta la sera per farlo rientrare. Porte piene di speranza, di cibo fresco mandato dal cielo e raccolto dalle sue mani ruvide, bontà per le quali ringraziavamo sempre, devoti soldati di famiglia.

Non si usciva mai, dopo cena. Non si sapeva dove andare. Le luci erano spente, la televisione si accendeva raramente, più spesso sentivamo qualche litigata di mamma e papà. Ma erano litigate in cui si usavano poche parole. Anche in quei casi vigeva la regola del linguaggio del corpo. La mamma, per mostrare la sua arrabbiatura, per lo più si metteva di spalle in una posizione da fine della conversazione. Inutile continuare, era il segnale che non c’era più niente da dire oltre al poco che si era detto. E allora mio padre se ne andava a letto. Fine.

I silenzi, anche in quei casi, dicevano quello che c’era da dire. C’erano silenzi belli e altri carichi di tensione. Non ho mai capito bene da cosa, eppure si capiva chiaramente che tipo di atmosfera ci fosse in casa. Eppure il silenzio sembrava lo stesso.

Se ci andava bene, ogni tanto, quelli più piccoli si beccavano un racconto. Ma erano cose rare, più frequenti per quelli che avevano la fortuna di avere i nonni in casa.

Nella maggior parte del tempo dovevamo bastare a noi stessi. L’unica compagnia certa erano i nostri pensieri. Ci passavamo delle ore con quelli. Giornate intere.

12 maggio 2018

Evento e Articolo

Sant'Angelo Le Fratte (PZ) varie presentazioni spettacolo del libro
29 Maggio 2017
Su La Gazzetta del Mezzogiorno si parla de ''Il giorno delle nuvole"! Non perdetevelo!
07 Luglio 2017
Non perdetevi l'intervista "scomoda" a Dino De Angelis, autore de Il giorno delle nuvole.
18 Dicembre 2017
Dino De Angelis su "Mondo Basilicata!

Commenti

  1. Dino De Angelis

    Gabry, magari li conosco davvero quei personaggi raccontati… 🙂

  2. Gabriella Galli

    (proprietario verificato)

    Quando scrive ha la capacità di trasportarti nel mondo da lui creato…e i personaggi restano con te, come persone realmente conosciute!

  3. gianfranco.pace

    (proprietario verificato)

    Fantastico

Aggiungere un Commento

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Dino De Angelis
Dino De Angelis, vive a Potenza e in ambito lavorativo ha ricoperto diversi ruoli, dall’imprenditore all’allenatore di pallacanestro. Ha già pubblicato Senza Occhi (2010) e Donne che spostano il traguardo (2015); Il giorno delle nuvole è il suo terzo romanzo.
Dino De Angelis on FacebookDino De Angelis on Twitter
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie