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Consegna prevista Dicembre 2021
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La storia inizia con due flashback nel passato, il primo ai tempi dell’antico Egitto e il secondo in Russia all’inizio del ‘900. Nel primo si ha l’arrivo di un’astronave sulla Terra mentre nel secondo l’esplosione di un reattore a carbone, vicende collegate da un paio di particolari nelle descrizioni.
La storia poi balza in avanti di cent’anni, all’America del ventunesimo secolo e si dirama in quattro vicende narrative, aventi come protagonisti rispettivamente un avvocato, un ingegnere petrolifero, un detective depresso e un misterioso sicario dal passato oscuro.
Le vicende dei personaggi iniziano subito a sovrapporsi e, in turbinio di omicidi, cospirazioni e doppi giochi, portano i protagonisti a scoprire una realtà nuova dietro al mondo che conoscevano prima.

Perché ho scritto questo libro?

Per passione. Per passione si può fare tutto, per noia non si dovrebbe fare nulla.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Sant Ambroeus Bar, Madison Avenue, New York City – due settimane fa

L’avvocato Dwight Matsumoto sorseggiò lentamente il suo cappuccino italiano tenendo la tazzina con la mano sinistra. Nella destra, sulla quale risaltavano tre grossi anelli dall’aspetto costoso, rispettivamente sul pollice, indice e anulare, teneva uno Omamori, un tipico amuleto beneaugurante giapponese, che gli aveva regalato sua figlia Sun, sei mesi prima.

Nato in una base militare nello stato dell’Arizona, da genitori di origini giapponesi, suo padre era infatti tenente colonnello dell’aviazione mentre la madre era capitano di vascello nella Marina degli Stati Uniti d’America, Dwight Matsumoto aveva scelto, dopo aver fallito la carriera militare a causa di un acceso scambio d’opinioni con un suo superiore, la carriera di giurista.

Dopo aver rotto il braccio, tre costole e la mandibola al tenente Write, suo superiore all’epoca, si era infatti laureato con il massimo dei voti presso la prestigiosa università di Harvard, nella città di Cambridge, Massachussetts, divenendo in breve tempo uno degli avvocati più famosi del paese.

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Suo padre tuttavia non aveva potuto essere testimone della sua ascesa. Era infatti stato ucciso in battaglia, durante la guerra in Iraq.

Da allora il giovane Dwight, ora nei suoi tardi venti, aveva provato un odio viscerale e morboso verso qualsiasi tipo di cultura araba, arabeggiante o mediorientale che dir si voglia. Odiava le popolazioni arabe, odiava i musulmani, odiava quella zona del mondo. Una xenofobia che doveva mascherare adeguatamente, vista la sua professione.

D’altra parte, come amava il Giappone, amava anche gli Stati Uniti, che egli stesso definiva “suo patria natale”. Portava tre anelli sulla mano destra, pollice, indice e anulare, lasciando libero appunto il medio, per potere segnalare il suo dispiacere verso chiunque lo infastidisse. Era disonorevole macchiare l’onore che gli antichi anelli di famiglia rappresentavano con volgari gestacci della cultura occidentale. Se amava gli Stati Uniti infatti, rispettava sempre le antiche tradizioni legate al suo sangue, al suo DNA.

Ingurgitò rumorosamente un altro sorso di cappuccino. Adorava il caffè italiano e, a detta di tutti, il Sant Ambroeus di Madison Avenue serviva il miglior caffè di tutta New York. Matsumoto ci credeva sul serio, nonostante fosse in città solo da una settimana.

Strinse l’amuleto tra le dita ancora una volta. Era un Kanai Anzen, teoricamente portatore di buoni auspici. In giapponese significava letteralmente “Per favore proteggi la mia famiglia dal male”. La figlioletta, quattro anni, glielo aveva regalato quando tempo indietro, l’uomo si era trovato in grande pericolo di vita. Aveva sconfitto un tumore al colon. Ne era uscito vincitore. Da allora Matsumoto non si separava mai dal suo amuleto, come non lo faceva con il suo cellulare e la sua ventiquattrore. Erano i tre simboli della sua vita.

Scrutò l’interno del bar. Elegante mobilio in legno intarsiato, luci soffuse, servizio impeccabile e cortese. L’unico problema, il cameriere libanese che vi lavorava. Matsumoto non lo aveva mai perso di vista. Per fortuna non era stato servito da lui. Gli faceva salire la bile in gola vedere quelle razze camminare allo stesso livello e lavorare nello stesso posto del resto degli uomini.

Fanculo pensò, oggi non ho voglia di litigare.

Finì il cappuccino e si apprestò a leggere le news principali dal mondo sul suo tablet. Vediamo che dice la Borsa… tuttavia non era per niente concentrato.

Lo sferragliare dei classici taxi gialli della Grande Mela all’esterno, il cielo grigio e uggioso che si intravedeva dal suo tavolo vicino la vetrina, il tremolare del poco caffè rimasto nella sua tazzina… non aveva molta voglia di leggere e lo sapeva. Ripose l’Omamori nella tasca del lungo soprabito francese, scrutando la città dalla vetrina. Una toyota Corolla passò sfrecciando. Lontano sirene della polizia, molto attutite. Aveva letto da qualche parte che quella era l’auto più venduta al mondo. Un altro grande punto di prestigio per la florida economia del Sol Levante.

Sapeva di aver effettuato un grande colpo, giusto il giorno prima. Sorrise, iniziando a giocherellare con la tazzina che conservava ancora un po’ di calore residuo.

Gli era stato detto di fare tutto il possibile per ottenere la G-23, una delle piattaforma petrolifere off-shore più grandi del mondo. Comunemente soprannominata “la grande vedova”, a causa dei numerosi incidenti mortali sul lavoro che si erano susseguiti tra le sue strutture negli ultimi anni, la G-23 aveva finito di succhiare petrolio dal ventre della Terra ormai da qualche mese. Tuttavia i capi di Matsumoto l’avevano voluta ugualmente. L’avevano pagato bene e lui e la sua equipe gliel’avevano “portata”. Aveva infatti trovato un cavillo legale e l’aveva strappata ai precedenti proprietari, rilevandone la proprietà. Questi ultimi erano riusciti a tirarla per le lunghe il più possibile, anche loro avevano legali bravi, ma Matsumoto lo era di più e non si era mai fatto intimidire da nessuno.

Il contratto era già stato depositato assieme al passaggio dell’atto di proprietà. La grande vedova ora avevi nuovi padroni.

Una chiamata sullo smartphone interruppe i suoi pensieri. Prima di rispondere si chiese cosa ci fosse di tanto smart in un ammasso di contatti, circuiti e radiazioni cancerogene. Ma, ricordando le parole del suo vecchio professore di diritto romano ad Harvard, non puoi sempre essere l’avvocato del mondo né avere una buona novella per tutti, decise che quel giorno avrebbe voluto solo rilassarsi.

Moshi moshi? – rispose, salutando in giapponese. L’interlocutore però parlava solo la lingua della Regina.

– D., tesoro, come stai? – disse una voce di donna, accento vagamente gallese.

– T’ho detto di non chiamarmi mai a questo numero! – si alterò lui, la voce trasudava furia ma il tono era rimasto piatto e non molto alto. Non voleva dare in escandescenze in un bar.

– Scusami – disse lei, visibilmente ferita. L’avvocato sapeva che in realtà lei fingeva sempre di essere dispiaciuta. Ed era forse questo quello che gli piaceva di più della sua amante di New York.

– Che vuoi? – disse lui brusco.

– Niente, pensavo potessimo vederci dopo, se non hai niente da fare… so che è stata una giornata impegnativa e che hai concluso quell’affare. Ma saprei anche come farti dimenticare i tuoi problemi…

Matsumoto ebbe un fremito… – e tua moglie – concluse lei. La voce si era fatta suadente.

– Solito posto, ore nove – concluse lui, e riappese.

Stupida puttana pensò dopo qualche secondo. Stava meditando se fosse stato conveniente continuare a vederla. D’altronde entro poche settimane non sarebbe contato più nulla. Ma soppresse quel pensiero. 

Si alzò, era tempo di andare. Anche se trovare un taxi a quell’ora sarebbe stata un’impresa ardua. Odiava il traffico di New York.

Pagò, lasciando una banconota da venti dollari sul tavolo, sotto il bicchiere d’acqua con il quale aveva accompagnato il caffè ma che alla fine non aveva toccato. Fece attenzione che fosse il cameriere americano a prendersi la lauta mancia e uscì. Aveva iniziato a piovere. Ora si ricordava anche che odiava quella stagione e il tempo di New York.

– Speriamo che almeno non si trasformi in nevischio – pensò ad alta voce.

Era molto stanco, era stata una lunga giornata ed erano solo le quattro del pomeriggio, orario locale.

Muovendosi verso quello che sembrava un taxi libero, il lungo soprabito che si inzaccherava nella fanghiglia del bordo strada, dovette passare accanto a un barbone, per quanto avesse voluto evitarlo. C’erano lavori in corso, non aveva voglia di attraversare la strada e doveva ultimare degli affari di lavoro.

L’uomo, barba lunga e nodosa, bottiglia semivuota di J&B a fianco del lurido giaciglio, si destò e lo apostrofò: – Una moneta, signore?

– Va a farti fottere – disse il nippoamericano, mostrandogli i denti. Gengive perfette, denti bianchi, e due lunghe zanne protese al posto dei canini. Il barbone scivolò all’indietro, atterrito e sgomento. Con un sibilo l’avvocato chiuse la bocca, tirando un calcio alla bottiglia di whiskey del senzatetto, iniziando a ridere.

– Ma che ha quello? – bisbigliò qualcuno dietro di lui, ma Matsumoto non vi diede bado.

Era in ritardo, aveva degli affari da sbrigare.

Professore, non immagina quanto si sbaglia pensò, continuando a ridere di gusto.

Alzò il braccio e chiamò il taxi che aveva visto con un fischio allo stesso tempo, mentre su Manhattan iniziava un vero e proprio rovescio autunnale.

Piattaforma petrolifera off-shore G-23, 1000 km al largo delle isole Marshall, due settimane fa

Il mare era burrascoso, come se un demone assetato di sangue umano cercasse di spazzare via ogni opera creata dall’uomo.

Il Pacifico non dava infatti tregua da ormai qualche ora agli addetti ai lavori dell’immenso gigante d’acciaio che era “la grande vedova”. Il passaggio del ciclone tropicale “Ezebel” aveva messo a dura prova tutte le terre emerse di quella zona dell’ Oceania, anche se nemmeno la potenza della Natura poteva niente contro l’abominio artificiale dell’uomo che era la G-23

Si ergeva maestosa nei suoi 350 metri d’altezza, 120 dei quali sotto la superficie del mare con una capacità di stoccaggio di oltre un milione di barili di petrolio. Era della tipologia SPAR ed era stata assemblata in parte sulla terraferma e in parte in mare. Questo le permetteva di perforare anche fondali molto profondi essendo una piattaforma galleggiante e non fissa come quelle più obsolete.

Era stata costruita in quella zona scomoda e burrascosa una volta scoperto per puro caso un nuovo giacimento molto vicino al fondale oceanico. Ma le previsioni erano state errate. Il giacimento si era rivelato essere più piccolo di quanto inizialmente pronosticato e molto più difficile da raggiungere. La grande vedova, oltre a uccidere più di cinquanta tra operai, tecnici e ingegneri in meno di cinque anni era stato un vero pozzo succhiasoldi più che succhiapetrolio. E la società che la gestiva, la Argo, era andata inevitabilmente incontro alla bancarotta.

E proprio a quello stava pensando Jordi Munales, ingegnere capo della piattaforma, osservando il cielo cupo squarciato dai lampi. Avevano perso un paio di uomini anche la settimana prima, nel tentativo di sistemare uno dei cavi di stabilizzazione della struttura che si era sfilacciato rendendo quella sezione pericolosa. Lavorare all’inferno, Munales poteva dire di averlo sperimentato, per oltre cinque anni. Era stato lì fin dall’inizio, perchè era il migliore, o almeno, questo era quello che pensava. Ma d’altronde non era nemmeno colpa sua se il petrolio non c’era più.

L’ispanico, centoventi chili di peso, occhiali spessi a coprire occhi scuri e profondi, sopracciglia perennemente aggrottate, si muoveva a fatica nell’ufficio. A causa del peso eccessivo e di una congenita debolezza alle cartilagini, aveva problemi di deambulazione, con tutte le conseguenze del caso. E una piattoforma off-shore non era certamente il luogo ideale per un uomo nella sua situazione. Ma l’aveva fatto solo per i soldi, e questi, nonostante quello che diceva la gente, l’avrebbero sicuramente consolato. Come prima cosa si sarebbe pagato una liposuzione.

– Ouch, devo mettermi a dieta – gemette, urtando la testa contro una mensola. Le aveva fatte montare alla sua altezza, essendo alto solo un metro e 65, e comunque riusciva ad andarci sempre a sbattere.

– Maledette mensole! Maledetto tutto! – urlò, sapendo che nessuno poteva sentirlo, quasi a sfogarsi. Il frastuono assordante del temporale copriva qualsiasi cosa, persino il rumore attutito della pioggia torrenziale che rimbalzava sulle lamiera e sulle finestre.

Si accese una sigaretta. Era nervoso, ed era riuscito a circoscrivere il suo vizio solo in quella circostanza. Sapeva bene di essere obeso e che di tumore al polmone erano già morti il padre e il nonno. Non era certamente il fumatore più adatto del mondo, se mai si possa considerare qualcuno portato o adatto al vizio del fumo. Quindi per lo meno si era obbligato a fumare solo in quelle situazioni. Era la prima della giornata, ed erano le cinque del pomeriggio, anche se fuori sembrava notte fonda. Munales era contento di sé.

Si passò la mano sui capelli radi, già tutti grigi nonostante avesse solo quarant’anni. Un principio incipiente di calvizie sulle tempie e sulla nuca gli ricordarono i processi fondamentali della genetica che aveva studiato a scuola.

– Grazie papà – brontolò, stupendosi di quanto si sentiva stupido. Con due boccate finì la sigaretta sapendo che a breve ne avrebbe fumata un’altra, il pacchetto spiegazzato di Lucky Red che uscivano dal taschino della camicia a quadri. Represse un colpo di tosse mentre qualcuno sbatteva violentemente un pugno sulla porta del suo ufficio.

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Andrea Franceschin
Nato a Venezia 33 anni fa, morirò altrove.
Sono un insegnante, biologo conservazionista, nutrizionista sportivo, scrittore ma soprattutto sognatore.
Pratico windsurf da quando avevo 12 anni assieme ad altri sport acquatici. Una persona d'acqua nel vero senso della parola.
Una figlia, Aurora Dale, mezza italiana e mezza britannica, impegnativa più del lavoro ma sempre fonte di grandi soddisfazioni.
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