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Bali. Dove gli aquiloni trovano la libertà

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Marcus è un medico olandese che, dopo un viaggio a Bali, resta incantato dai quei luoghi. Quella terra esotica, così diversa dalla sua sterile quotidianità, gli appare come un paradiso ritrovato, un posto in cui poter dedicare del tempo a se stesso e riscoprire i piccoli piaceri di ogni giorno, un luogo in cui trasferirsi e vivere una nuova realtà.
Ma cambiare completamente la propria vita non è facile, e Marcus dovrà liberarsi delle proprie paure e lasciarsi un doloroso passato alle spalle, se vorrà davvero conquistare la meritata felicità.

1. Bali, gennaio 2011
Marcus se ne stava sdraiato al sole sulla spiaggia di Seminyak, assaporando una birra ghiacciata in uno degli ultimi giorni di vacanza. Guardava la sfera di fuoco del sole scendere rapidamente nel mare e già sentiva le palpebre appesantirsi per la stanchezza accumulata al termine di quella ennesima lunga giornata. Era arrivato da solo a Bali, dove l’amico Bas l’aveva invitato a trascorrere le feste di fine anno. Non aveva saputo resistere alla tentazione di ritornare su quell’isola dove era già stato nel 1982 con la moglie Stephanie e che aveva lasciato nei loro cuori dei ricordi indelebili. Erano atterrati a Denpasar al termine di un breve viaggio nel Sudest asiatico, che li aveva condotti prima a Bangkok e successivamente a Singapore, città completamente diverse da quelle europee e in particolare da Rotterdam, dove vivevano. Il loro viaggio era stato fin lì eccitante ma, quando erano arrivati a Bali, l’isola era apparsa ai loro occhi come il luogo dove il tempo si era fermato, rievocando echi lontani che pensavano potessero esistere solo nelle favole. Bali, l’isola degli dei, così la chiamavano, con la sua atmosfera incantata li aveva travolti in un crescendo di emozioni sempre più intense. Marcus ancora ricordava la sensazione piacevole provocata dall’odore della salsedine di quel mare tropicale che entrava dalle finestre aperte della loro camera al Nusa Dua Beach Hotel, una fragranza così penetrante da avvolgere i loro corpi ancora rilassati nel dormiveglia mattutino. Avevano alloggiato in quell’albergo nuovissimo e isolato dai pochi altri esistenti, sulla bella spiaggia di Nusa Dua.

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Era voluto ritornare in quella spiaggia di sabbia bianca, contornata all’orizzonte da nuvole insolitamente basse, come se vi gravasse sopra il peso dell’universo stesso, e aveva rivissuto le medesime sensazioni. C’erano ancora delle donne che a piccoli gruppi sostavano sotto i palmeti nei pressi della spiaggia, richiamando l’attenzione dei villeggianti offrendo fresche bevande naturali e il famoso massaggio balinese, che praticavano con le loro mani esperte e forti, sollecitando ogni muscolo del corpo, dalla punta delle dita delle mani fino all’ultima falangetta dei piedi. Nel suo primo viaggio, Marcus aveva visitato posti a dir poco unici: come dimenticare Pura Luhur Uluwatu, il tempio con una vista mozzafiato arroccato su una scogliera alta e fiera contro cui si infrangono i marosi urlanti dell’oceano Indiano, così come Ubud, la città dei pura dalem, tanto cara ai balinesi per la solennità e l’imponenza delle cerimonie religiose. Ma forse i ricordi più emozionanti per lui erano stati i tramonti rosso fuoco ai quali aveva assistito dalla grande spiaggia di Kuta, teneramente abbracciato a Stephanie. Non finiva mai di stupirsi, allora come oggi, nell’osservare il gesto sacro ripetuto più volte nella giornata dalle ragazze vestite secondo la tradizione indù balinese, con i loro kebaya traforati e così colorati che donavano loro un’aria sensuale e aggraziata allo stesso tempo. Ogni giorno a Bali non c’è tempio, casa, esercizio commerciale dove non venga collocata un’offerta di cibo e fiori per gli dei, e ogni volta si svolge una piccola cerimonia, che inizia con il rito dell’aspersione di acqua sacra con la mano benedicente mentre l’aria si riempie del profumo degli incensi. I balinesi sono molto legati alle antiche tradizioni e ai riti religiosi degli upacara agama, le cerimonie sacre. Dopo anni, Marcus rivolgeva ancora la stessa domanda ai nuovi amici balinesi, curioso di sapere se credevano sempre nella reincarnazione, come aveva fatto un tempo con Made, il tassista che portava lui e sua moglie a zonzo per l’isola. Quell’uomo non si stancava di ripetere, in quel suo inglese stentato, che bisognava vivere rettamente per poi potersi reincarnare in uno stato migliore nella successiva esistenza. Marcus aveva ricevuto un’educazione intrisa di cattolicesimo che gli aveva reso difficile condividere, pur rispettandola, questa loro credenza e, quando riceveva la solita risposta in merito alla reincarnazione, accompagnata spesso a un sorriso ammiccante, gli faceva piacere pensare che esso nascondesse l’ombra del dubbio in chi gli stava di fronte; solo successivamente imparò a sue spese come anche le convinzioni più radicate possano essere stravolte. Alcuni anni dopo, per uno strano scherzo del destino, anche lui aveva cominciato a credere alla possibilità di vivere molte vite e, per quanto avesse tentato di liberarsi da quella che era diventata per lui una terribile ossessione, non ci era riuscito. Per un attimo ripensò alla volta in cui una sua amica gli aveva dimostrato quanto fosse facile per lui entrare in uno stato mentale dove rimanere solo con se stesso e provare un senso di pace infinita; ma molto presto si era reso conto di essere rimasto intrappolato in un labirinto da cui non riusciva a uscire. Quello stato psichico non gli procurava più alcun tipo di piacere, anzi esso si era presto trasformato in una terribile sofferenza perché, ogni volta che gli sembrava di riconoscere un luogo o una persona incontrata in un tempo già trascorso, nasceva in lui uno stato di angoscia come se stesse rivivendo il momento della sua morte passata o di quella della persona da lui riconosciuta. Marcus si era portato dentro negli anni quel cancro che lo divorava e di cui non si era riuscito a liberare e, ogni volta che ripeteva a se stesso di essere preda di semplici allucinazioni, puntualmente quel fenomeno si riaffacciava nella sua mente.
Ma, quei giorni sereni, cercò di non pensarci e di godersi la vacanza. Molto era cambiato negli ultimi trent’anni in quell’isola: il traffico della city era caotico e rendeva l’aria irrespirabile, soprattutto nelle ore centrali della giornata, quando l’asfalto bruciava sotto i piedi dei passanti che cercavano di proteggersi la bocca in qualunque modo dai gas di scarico delle autovetture e dei milioni di ciclomotori circolanti; Marcus si chiedeva che fine avessero fatto le vecchie biciclette che, in tempi non troppo lontani, tutti usavano come mezzi di trasporto. Certamente trent’anni prima era stato facile per lui innamorarsi di quell’isola che rappresentava un piccolo angolo di paradiso ancora sconosciuto al turismo di massa, ma per fortuna non tutto era svanito nel nulla, non il sorriso delle ragazze, allegro e spontaneo, che esprimeva una forma di saluto semplice e disinteressato che così raramente lui aveva ancora la fortuna di incontrare nel suo mondo dei bule, come venivano chiamati gli stranieri.
Marcus era tornato a Bali da solo. Sua moglie era morta da cinque anni e, nonostante fosse un uomo di indubbio fascino, non si era rifatto una vita pur essendosi lasciato alle spalle qualche storia sentimentale, parentesi prive di conto, a eccezione di una donna che lo aveva segnato profondamente e di cui avrebbe serbato un ricordo indelebile per tutta la vita, un amore sincero e completamente ricambiato, ma purtroppo finito ormai da tempo, che aveva lenito il dolore della separazione dalla moglie. Marcus dimostrava meno dei suoi cinquantotto anni: corpo atletico, qualche ruga, capelli castani chiari ondulati che si cominciavano a colorare di grigio sulle basette, occhi verdi come il mare che tradivano le sue origini in parte italiane. Soggiornava nella villa del suo amico Bas vicino al tempio di Tanah Lot; pochi giorni ancora lo separavano dal rientro in Olanda, dove lo aspettava il suo duro lavoro di medico in un ospedale di Rotterdam, ma non aveva tempo per pensarci ora poiché Bali assorbiva completamente la sua attenzione.
Il mattino successivo si risvegliò sotto un cielo grigio a causa delle nuvole cariche di pioggia che incombevano sulla risaia a gradoni di fronte alla villa del suo amico. Marcus uscì sul deck della piscina, da dove era possibile osservare un bel panorama. Bas lo stava aspettando per la colazione e gli aveva preparato come al solito un’invitante varietà di frutta di stagione.
«Hi, Marcus, vieni a vedere, ho una sorpresa per te! Oggi ti faccio provare un frutto speciale, una vera primizia.»
Sul tavolo Marcus vide un piatto colmo di manghi, al centro del quale troneggiava un frutto più grosso, ricoperto da una buccia spinosa, che emanava un odore intenso e penetrante. Con una specie di machete, Bas aprì il durian e ne estrasse alcuni frutti ricchi di polpa giallastra e cremosa, grandi come uova di gallina, che dispose in un vassoio sul tavolo.
«Gli indonesiani lo adorano, nel vero senso della parola. Vediamo quanto dimostrerai di amare realmente questo paese… Se superi il test mangiando almeno uno di questi frutti senza poi lamentarti come una vecchia zitella, ti meriterai di ritornare sull’isola ogni volta che lo desidererai!»
«Lo prendo come un augurio e non come una sfida» gli disse Marcus, afferrò uno di quei frutti polposi e lo assaporò mostrando un’espressione del viso piuttosto diffidente. «Ha un sapore inconsueto ma non mi disgusta» commentò dopo aver assaggiato il frutto. «Pensare che me ne avevano parlato male!» disse mordendone golosamente un altro e ricambiando il sorriso di Bas, che lo guardava con fare incredulo. «Ripensandoci lo trovo veramente appetitoso!»
«Molto bene, benvenuto nell’esclusivo club dei bule mangiatori di durian, gente che, devo dire, ho incontrato ben raramente nei miei venticinque anni di permanenza in Indonesia! Ora preparati in fretta, che il programma di oggi è intenso e il tempo passa veloce.»
«Dove mi porti?»
«Mai sentito parlare di Batukau? È un tempio indù molto antico ai limiti di una foresta impenetrabile; sentirai, amico mio, che energia, che forza magnetica si sprigiona in quel luogo. Difficile provare una tale sensazione altrove, fidati, ne rimarrai stupito!»
Colmi di entusiasmo come fossero ragazzini, i due amici montarono in macchina e si avviarono verso Tabanan, in una delle regioni di Bali con le tradizioni indù più radicate, e, una volta superata quella città, si inerpicarono con la jeep verso le pendici del monte Batukaru, percorrendo una strada stretta e tortuosa che a metà del pendio si allargò progressivamente dando luogo a delle risaie di incredibile bellezza che strapparono a Marcus un commento ammirato. Bas gli rispose con il tono soddisfatto di chi, come lui, era orgoglioso di aver assunto la nazionalità indonesiana, dicendo all’amico che le risaie di Jatiluwih che stava ammirando erano state candidate dall’UNESCO per diventare patrimonio dell’umanità. Intanto aveva cominciato a scendere una pioggia leggera e i due si fermarono lungo la strada a bere un tè caldo in un warung makan con vista mozzafiato. Seduti su quella piattaforma di assi di legno sospesa sulla risaia sottostante, i loro occhi vagavano per la valle fatta a gradoni, bagnata da un torrente gonfio d’acqua per le recenti piogge, che correva tumultuoso giù dalla montagna.
«Peccato che questa pioggia stia disturbando la nostra gita» disse Marcus.
Il suo amico lo guardò sorridendo: «Non vedere la realtà solo dal tuo punto di vista; pensi forse che questa meraviglia della natura potrebbe esistere senza la pioggia che il monsone ogni anno puntualmente ci porta?».
«In effetti come negare l’evidenza, raramente ho visto una tale varietà di colori con una gradazione che sfuma dal verde smeraldo dei nuovi campi di riso al giallo pallido e al rosso chiaro dei chicchi delle spighe mature. Sembra quasi che un pittore fantasioso abbia accostato sulla sua tela le tonalità più brillanti, rispettandone le gradazioni cromatiche come solo il maestro divino sa fare.»
Con un po’ di rammarico Marcus risalì in auto; non avrebbe voluto allontanarsi da quel luogo così presto ma dei nuvoloni carichi di pioggia stavano salendo verso la montagna e consigliarono loro di procedere in fretta verso la meta. Poco dopo parcheggiarono il loro mezzo di fronte all’ingresso del Pura Luhur Batukau. Si respirava un’aria quasi invernale, fredda e uggiosa, così inconsueta su quell’isola infuocata dal sole dei tropici. Il custode del tempio li guardò incuriosito, visto che erano gli unici ospiti stranieri della giornata, e consegnò loro il sarong, la gonna rituale che si deve indossare prima di entrare nell’area interna del tempio per coprire, in segno di rispetto, le gambe nude. Non appena varcata la porta di ingresso, sui cui lati vegliavano due statue di pietra imponenti, fecero appena in tempo a ripararsi sotto uno dei meru, una torre con molti tetti a forma di pagoda, prima di essere completamente bagnati da una pioggia torrenziale. In pochi minuti l’acqua caduta coprì i sentieri che si snodavano in tutta l’area, provenienti dalla foresta circostante.
Bas guardò il suo amico: «Approfitta di questa atmosfera magica, Marcus, per ascoltare la voce del tempio…».
In effetti l’olandese si sentì pervadere da una strana energia che sembrò metterlo in contatto con gli elementi naturali che lo circondavano. Lo scroscio dell’acqua che cadeva si fondeva ai suoni provenienti dalla vegetazione. Poco distante, un sacerdote univa la sua voce querula recitando una preghiera, quasi una cantilena accompagnata dagli strumenti a percussione del gamelan. Gli sembrava di sentire uno spirito della montagna, che sussurrava al suo orecchio con una tonalità così bassa da non fargli recepire cosa volesse dirgli.
Pensò di sognare, o forse no, tutto stava accadendo realmente…

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Commenti

  1. Luigi Mattiello

    Un titolo che adoro e un autore alla sua prima esperienza. Il tutto unito ad un paese sconosciuto, natura incontaminata e un’introspettivo tormento che, non fanno altro che alimentare la mia fantasia e la voglia di dire: “lo voglio”. Complimenti!

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Giovanni Dompe
è nato e vissuto nella sua giovinezza a Roma, dove si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1976. Ha esercitato la professione di chirurgo in diversi ospedali italiani. Si è dedicato per molti anni anche all’insegnamento universitario come professore a contratto presso l’università di “Tor Vergata”. Attualmente vive in Indonesia dove ha avuto modo di approfondire la sua conoscenza della cultura e delle tradizioni del macrocosmo che anima questo variegato arcipelago e dove ha preso spunto per scrivere Bali. Dove gli aquiloni trovano la libertà, la sua prima esperienza letteraria come romanziere.
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