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Gli imperativi dell'Ospite

Gli imperativi dell'Ospite
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Consegna prevista Luglio 2022
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Quale migliore occasione, se non quella di votarsi alla ristrutturazione della villa di famiglia, per rintanarsi lontano dagli occhi del mondo? Una giovane donna decide di cogliere l’opportunità, con buona pace delle occhiatacce e delle perplessità di tutti: l’importante è restare completamente sola ed impiegarci quanto più tempo possibile. E in più, se il negozio di ferramenta dista solo una manciata di minuti a piedi, il regime di perfetta ed efficiente solitudine sembra essere servito. E allora chi è che suona dalla stanza chiusa a chiave al primo piano, o piazza giocattoli della sua infanzia come se conoscesse così bene la sua storia e quella sua famiglia? Tra quelle mura dismesse vive qualcun altro insieme a lei – un Ospite – la cui missione sembra proprio quella di non permetterle di passare alcuna mano di vernice, né sul patio né sul suo più recente passato. Eppure, forse esiste un messaggio più profondo: un dialogo che può partire da una bussata segreta in tre colpi di nocca.

Perché ho scritto questo libro?

L’ispirazione è nata in periodo personale molto intenso in cui mi sono domandata come sarebbe poter interagire in maniera diretta con una delusione, o una particolare felicità, un dolore che sia anche della più minuta entità, quasi come a parlare con un amico dietro ad una porta chiusa. La motivazione è stata quella di indagare quanto e quanto a lungo, in realtà, neghiamo a noi stessi prima ancora di accorgercene: forse servirebbe a tutti, almeno una volta, un Ospite che ci tiri la manichetta.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Imperativo n°1.

Sentivo l’odore dell’alcol denaturato pizzicarmi nelle narici. Scesi dalla scala e osservai con soddisfazione tutta la vetrata, ora splendente e pulita. Mi strofinai il naso con il dorso della mano, coperta dal guanto, con il solo stupido risultato di peggiorare la situazione: l’esalazione mi fece girare la testa in un picco di acre vertigine. Con un gesto deciso e aggressivo mi tolsi i guanti, allontanandomi di qualche passo dalla grande finestra della sala.

Mi guardai intorno e constatai che c’era ancora molto lavoro da fare per rendere quella casa uno spazio confortevole come lo era un tempo. I mobili erano ancora coperti da teli – una volta bianchi, adesso chiazzati di gialle macchie d’umidità – e la polvere si stendeva come uno strato brinoso sulle cigolanti assi del pavimento. Per fortuna, mi consolai, non c’erano danni strutturali: durante i vari sopralluoghi non erano emersi problemi e non c’era stato bisogno di iniziare un consolidamento né delle fondazioni né delle strutture portanti. Le travi della sala, della cucina e delle stanze da letto avevano combattuto bene contro l’umidità e il tetto non aveva perso che qualche tegola, lasciando indizi di infiltrazione soltanto in pochi angoli della casa. Considerando da quanti anni era disabitata, mi aspettavo molto di peggio dei pavimenti in legno e degli infissi da risistemare, oltre allo sgombero degli infiniti ninnoli e una bella e profonda pulizia generale.

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Con calma, sospirai,  con pazienza.

Nel frattempo quell’odore d’alcol nelle narici sfumava via, ricordandomi quasi una diversa fragranza che all’inizio non riuscii ad identificare. Caramelle alla menta, ecco, mi tornarono in mente delle caramelle al gusto di menta, dure e appiccicose, avvolte in una gracchiante carta color verde pastello. Con lo sguardo, istintivamente, andai a cercare la sagoma di un vecchio portagioie che stava su di un comodino in rovere accanto alla porta della sala. Ricordai le mani della zia, che già da piccola vedevo rugose come scaglie di corteccia, immergersi in quello scrigno e porgermi tre o quattro di quelle caramelline. Aveva sempre e solo quelle, in casa, e si scusava ogni volta con me perché non aveva nemmeno un cioccolatino. E così, puntualmente le tasche delle mie salopette erano gonfie di quelle caramelle alla menta, che nemmeno mi piacevano così tanto.

Adesso, da adulta, mi ritrovai ad averne voglia di nuovo. Forse quel piccolo portagioie – una fedele riproduzione delle manifatture iraniane, decorato con arabeschi e puntellato di gocce dorate – avrebbe potuto ancora custodire qualcuna di quelle caramelle. Sorrisi, guardando la curvatura di alcune mensole di legno sopra il camino. Se l’umidità era riuscita persino a danneggiare i mobili, figuriamoci che poltiglia zuccherina poteva ospitare adesso quello scrigno, ammesso di ritrovarlo in mezzo alle cianfrusaglie collezionate senza criterio all’interno della grande sala.

E poi, eccola lì. Una di quelle caramelle rotolò da sotto una vecchia poltrona, arrivando accanto ai miei piedi.  Non mi spaventai, non un sussulto: ormai erano settimane – da quanto ero tornata nella vecchia casa della zia per risistemarla, con la vaga intenzione di farne un affittacamere o un ostello per i giovani avventurieri in viaggio verso la costa – che l’Ospite mi faceva questi strani regali.

Mi chinai per raccogliere la caramella e me la rigirai tra le dita.

Era come se mia zia me l’avesse appena fatta scivolare sul palmo della mano: la carta, lucida e splendente, emetteva bagliori verdastri nel raggio di luce pomeridiana che fendeva l’intero soggiorno.

L’Ospite non era esattamente piacevole, ma non era pericoloso. Non era una fantasma, perché non era mai esistito prima, non era mai stato qualcuno di fisico. Non era un demone, avevo capito ben presto che non aveva l’intenzione di farmi del male, di prendermi e di consumarmi. Semplicemente, l’Ospite aveva forse atteso da sempre quel momento esatto in cui avevo messo di nuovo piede in quella casa, e adesso esisteva con me.

Mi faceva dispetti, quello sì. Spesso mi faceva trovare cornici di fotografie rigirate verso il muro, solo per il gusto di far sì che le voltassi e ne esplorassi i soggetti, i volti, i momenti. A volte, invece, lanciava minuscole esche reminiscenti, dettagli più o meno impercettibili per chiunque tranne che per me, come quella caramella alla menta.

L’Ospite non aveva una sua vera e propria forma, ma riuscivo ad avvertirlo: era come un tocco impalpabile, o come se avessi avuto l’impressione di sentirmi chiamata pur sapendo di essere perfettamente sola – come d’altronde desideravo stare – in quella vecchia e grande casa scricchiolante.                                                                                      

All’inizio sì, ne fui spaventata. L’Ospite però fu gentile: dal momento che gran parte dei mobili se l’erano sbocconcellati le tarme e gli anni, avevo bisogno di qualche giorno per allestire un posto dove mangiare, dormire, lavarmi. Lui mi diede il tempo per accomodarmi nella camera degli ospiti al piano terra, pulire quel tanto da riuscire ad infilare i miei pochi vestiti in uno degli armadi dove da piccola andavo a nascondermi. Attese che mi fossero riallacciate le utenze, che potessi fare una doccia e organizzare una piccola cucina utilizzando vecchi bancali come tavolo da pranzo.

E fu dopo quei primi giorni, in tutto quello caricare e scaricare, sistemare, disinfettare,  in mezzo a quell’andirivieni di pulviscolo, che iniziai a sentirmi osservata. L’Ospite era lì, forse in uno degli stanzini, magari sotto uno dei lenzuoli impolverati che ricoprivano le poltrone, o dentro uno dei pensili senza ante della cucina.

Nel frattempo, io non potevo rimanere ferma. Non feci caso alle occhiate dubbiose del geometra che mi accompagnò nel sopralluogo della casa, liquidai con indifferenza le domande ansiose delle poche persone che vennero a sapere dei miei piani (ma sei sicura, scusa, ma come fai a rimetterla a posto tutta da sola, ci metterai mesi, chiama una ditta). Ignorai le sopracciglia alzate dei tecnici, non mi curai minimamente del pensiero di nessuno. Quello che per tutti gli altri fu un progetto stupidamente faticoso e lento, per me era un’occasione d’oro per rimanere sola ad occuparmi di qualcosa che richiedesse tempo ed impegno. Anzi, mano a mano che la stima approssimativa della fine dei lavori scivolava via lontano, più  riuscivo a sentirmi finalmente in pace. Desideravo impiegarci quanto più tempo possibile, annullarmi dietro l’idea di non avere scelta se non quella di occuparmi della vecchia casa di Zia Sandra e basta.

Mi feci sfiorare dal proposito di farne un affittacamere soltanto per giustificare quella ristrutturazione così laboriosa, ma fu il solo alito di spiegazione che diedi sia agli amici che a me stessa. La vera natura delle mie intenzione giaceva sepolta come quei mobili, una cosa di cui si intuiva la vaga forma, ma che non poteva essere definita per via di un telo polveroso fatto di scuse troppo molli ed incertezze troppo ben difese.

Per un po’ riuscii a mantenere in piedi la bugia che non mi mancasse nulla di quello che mi ero lasciata dietro. E, con tutta probabilità, sarei riuscita senza troppi problemi a crederci ancora per molto tempo se non fosse stato per L’Ospite e i suoi tiri mancini. Nella mia mente avevo allestito una falsata visione della realtà, una bella scenografia in cui mi andavo ad accomodare ogni volta che sentivo il passato punzecchiarmi da dietro le quinte.

Avevo persino cominciato a credere di poter continuare così per molto più tempo di quanto me ne servisse, come se potessi realmente direzionare il mio inconscio senza conseguenze.

Già mi immaginavo, ad un certo punto, addormentata nella calura estiva sulla sedia a dondolo nel portico come l’anziana vedova della casa accanto a quella della zia. Era una signora minuscola, era sempre stata piccola di statura e di corporatura, ma il tempo se l’era masticata ben bene ed era rimpicciolita ancora di più nel corso della vecchiaia. Durante le vacanze estive la osservavo trasportare il ventilatore a piantana fuori, nel portico, e direzionarlo verso la sedia a dondolo vuota accanto alla sua.

Quel minuscolo rituale giornaliero si ripeteva ogni giorno, e fu una delle pochissime cose che non chiesi mai alla zia di spiegarmi: non ne comprendevo il senso, ma percepivo una velata ed assopita tristezza, e ne avevo paura.

Ripensandoci da donna adulta, in quel momento stavo anche io dando aria all’aria, frescura e ristoro ad un vuoto utile solo ad illudermi che la sedia a dondolo accanto alla mia non fosse più vuota.

Tutto ciò che davvero desideravo era ristrutturare quella casa e non pensare a nient’altro, sperando di anestetizzarmi. Ma se fu facile ignorare le perplesse aspettative di coloro che mi aspettavano fuori,  non lo fu altrettanto per quelle di colui che mi attendeva dentro. 

Imperativo n°2

La presentazione dell’Ospite fu cortese, ma decisa. Era necessario per lui, come poi riuscii a scoprire più tardi, che capissi fin dall’inizio le regole della convivenza. Non aveva lasciato che crescesse tutta quell’edera nel porticato perché io arrivassi e la strappassi con facilità. E proprio una di quelle mattine in cui mi dedicai alle erbacce inerpicate lungo la balaustrata, lui scelse di affacciarsi alla finestra: e più che per farsi vedere, fu per farsi sentire.

Ciò che in realtà vidi io, alzando lo sguardo per individuare da dove provenisse uno strano rumore, era un ammasso di bastoncini avvolti in una curiosa ragnatela. Quando mi avvicinai per osservare meglio quell’oggetto così insolito, dal sapore quasi esoterico, mi resi conto che avevo ritrovato uno di quegli acchiappasogni che piacevano tanto a mia madre e a mia zia. A volte passavamo interi pomeriggi a fabbricarli: mi mandavano in esplorazione in giardino a raccattare i ramoscelli più dritti e asciutti, poi correvo a consegnare il mio bottino in cucina, dove già s’alzava un nuvola di vapore dal bollitore dell’acqua. Bevevamo thé al patchouli ed io giocavo con i lunghi capelli che la zia aveva smesso di tingere già da tempo.

La mamma poi, di tanto in tanto, appendeva un acchiappasogni nuovo (i filtri delle cose vanno cambiati) sopra il mio letto, ed io ogni volta le chiedevo a cosa servisse, anche se lo sapevo benissimo. La verità era che mi piaceva sentirle spiegare, con quella sua voce così morbida e calda, che aveva preparato un amuleto magico per proteggermi dagli incubi notturni. Amavo come muoveva le dita per mimare il movimento dei mostri incagliati in quella rete, il confine netto delle ombre cinesi che si ritagliavano sul muro al chiarore dell’abat-jour sul comodino, il verso e le vocine con cui imitava i loro lamenti, e adesso che non possiamo più farle del male, che cosa faremo, e ridevamo tanto.

E adesso che non possono più farmi del male, che cosa faranno? Ma ora i mostri s’erano disincagliati, s’erano liberati dal filo di seta di quella ragnatela tessuta dall’amore, e mi stavano venendo a cercare.  La preda incastrata nella tela ero diventata io: li sentivo, la notte, mentre si strofinavano le zampe come insetti, e aspettavano chissà che cosa per venirmi a divorare.

E adesso? Era una domanda che non volevo più pormi in vita mia.

E adesso?, Quando lui si è chiuso la porta dietro di sé.

E adesso?, La malattia della mamma.

Non mi chiesi e adesso? quando rimisi piede in quella casa, ma forse l’Ospite sì. 

2021-10-14

Aggiornamento

Chi mi conosce mi ha vista in modalità Entusiasmo: ON e pare che sia una compagnia piacevole solo i primi cinque minuti, poi scado nella parodia di Qui, Quo e Qua in gita con le Giovani Marmotte. Ci tenevo moltissimo a ringraziare tutti i sostenitori della campagna con questo brevissimo - giuro, indolore per tutti - aggiornamento : grazie al vostro supporto, in 48 ore siamo arrivati a più del 40% delle copie che ci servono per raggiungere l'obiettivo! E sì, parlo al plurale, perché aver pre-ordinato significa aver scommesso e creduto sulla possibilità di far arrivare Gli Imperativi dell'Ospite sulle librerie, tutti insieme. Anche se manca ancora un bel po' di lavoro, la grande notizia arriva adesso : avendo raggiunto le 60 copie pre-ordinate i sostenitori riceveranno la loro copia, a prescindere dall'esito della campagna! Quindi, in qualsiasi caso, abbiamo portato a casa una grande piccola vittoria, da gustarci tutta prima di affrontare il prossimo meraviglioso obiettivo delle 200 copie. Vi posso lasciare con la mia citazione letteraria preferita? "Contano due principi: non farsi troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire" (e di chi potrebbe mai essere, sennò di quel gigante di Calvino?)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ricordati sempre fly down

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Giulia Sannino
Classe 1994 e una sola domanda per mettermi in crisi: "Di dove sei?" è l'innesco di un dilemma quando si è nati al Nord tra Liguria e Toscana da una famiglia napoletana per poi trasferirsi a Firenze, specialmente se condiamo il tutto con uno scarsissimo dono della sintesi. Dopo il Liceo Classico, ho frequentato e sono tutt'ora studentessa della Scuola di Architettura di Firenze, città per cui nutro un profondissimo amore. Sono inoltre una lavoratrice part-time, per cui cerco di dividere il mio tempo tra studio, passioni personali – quella per il mondo del cinema seconda soltanto alla scrittura – e il tentativo di capire effettivamente quale accento sia più preponderante nella mia voce. Il passatempo preferito? Trovare la perfetta citazione letteraria per il mio stato d'animo quotidiano.
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