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Come gocce su un bicchiere

Come gocce su un bicchiere
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Consegna prevista Giugno 2022
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La vita di Petra è straordinariamente ordinaria, al pari di quella di chiunque altro di ventisei anni: il lavoro non la entusiasma, la sua coinquilina neppure e ha il cuore spezzato. Sì, perché il viaggio di lavoro in Francia da cui è rientrata non è stato solo quello. Una sera, dopo una giornata particolarmente faticosa al liceo dove prestava servizio come assistente di lingua italiana, Petra ha incontrato Damien. Via via che i giorni passavano, i due hanno iniziato a trascorrere sempre più tempo insieme, ma quando il suo contratto di lavoro è scaduto, il destino ha deciso di scrivere la parola fine alla loro storia.
Con le verdi colline toscane a fare da sfondo, Petra scoprirà che non è facile abituarsi a una normalità che non le appartiene più. Compirà il suo viaggio alla conquista della sua vecchia vita accompagnata dai suoi due migliori amici e dai ricordi di quel ragazzo, con la speranza di superare il passato per giungere a qualcosa di migliore.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo raccontare la storia di qualcuno che torna a casa dopo un lungo viaggio scoprendosi cambiato e costretto a ritrovare il suo posto nel mondo. La storia di un legame nato per gioco e della bellezza dei desideri che si avverano quando ci si crede abbastanza da dare una spinta al destino.
Gli ingredienti di questo libro? Un amore che fa battere il cuore, due amici pazzerelli e un nuovo viaggio da percorrere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

Mi avvicino a passo stanco allo zerbino e metto la chiave nella toppa della porta d’ingresso per aprirla. Prima di spingerla, mi fermo un attimo a guardare l’immagine riflessa nello specchio rovinato del pianerottolo. Sono esausta e si vede. Alcuni ciuffi di capelli castani sono scappati dalla morsa del chignon fatto con movimenti meccanici stamattina prima di uscire e dei lividi violacei mi contornano gli occhi. Creano uno spiacevole contrasto con la pelle pallida del viso. Che posso dire, porto i segni della devastante giornata trascorsa a lavoro.

Abbandono le décolleté beige sul tappeto e mi richiudo la porta alle spalle. Il dolore ai piedi mi sta massacrando. Ho sempre odiato i tacchi. Sono femminili? Sì. Sexy? Probabile. Una forma di tortura socialmente accettata nonché talvolta richiesta? Sicuramente.

L’appartamento risuona buio e silenzioso. Elisa deve essere a qualche festa o rintanata in un bar insieme ai suoi amici. Meglio così. Non potrei tollerare la sua voce petulante adesso.

Prendo la bottiglia di vino nel frigo, quella con la targhetta rossa che recita “Petra”, e riempio un calice. Qui, le cose corrono il rischio di essere al sicuro solo se hanno un nome scritto sopra a caratteri cubitali.

Dopo una giornata come quella di oggi necessito di un bagno caldo per rilassarmi, così faccio scorrere l’acqua nella vasca e la riempio con dei sali profumati. Quando ho preso in affitto questo posto detestavo l’idea di non avere la doccia. Andiamo, chi è che non preferisce la comodità di una doccia? Dopo i turni sfiancanti a lavoro ho finito per ricredermi.

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Come di consueto, collego il cellulare alla piccola cassa portatile e, nel momento in cui faccio partire la playlist, le note leggere di Just the way you are di Bruno Mars riempiono l’aria. Ho sempre amato questa canzone. Le parole dolci di cui è composto il testo mi riempiono sempre il cuore facendomi desiderare che un giorno, prima o poi, qualcuno la dedichi a me.

Mi sfilo di dosso i collant e quest’orrenda divisa a tubino verde bottiglia che si addice più a una triste segretaria di un ufficio di periferia che alla raffinata dipendente di una villa antica e mi immergo in acqua. Il calore mi inonda sciogliendo la tensione e la stanchezza accumulate. Entra a fondo nelle ossa e i muscoli colpiti da spasmi sento che finalmente cominciano a rilassarsi.

Chiudo gli occhi e abbandono la testa all’indietro, appoggiandola al bordo freddo, e mi lascio cullare dalla musica, allontanandomi dal frastuono di questa giornata.

Fuori dalle finestre del locale il cielo è buio, quasi nero. Sono solamente le nove di un venerdì sera di inizio novembre ma qui l’inverno arriva in fretta. Seduta al bancone su uno sgabello di legno sorrido al barista che mi chiede l’ordinazione.

«Un rosé, grazie.» Non è affatto un ordine insolito in un bar di questo quartiere e io so che ne tengono alcune bottiglie, l’ho preso altre volte.

Il televisore appeso nell’angolo trasmette le repliche di un qualche talk show. Forse è l’orario, ma il locale non è molto affollato. Alcune persone stanno sedute a un tavolino addossato alla parete e altre di fianco alla porta, oltre a una coppia di ragazzi dall’altro lato del banco, vicino allo spillatore della birra.

Non conosco quasi nessuno in città, sono arrivata solo da un paio di settimane. Qualche volta, la sera, esco e vengo qui; il Frères Dubois è solo a un paio di vie da dove risiedo. Non sono alla ricerca di nulla in particolare, è un diversivo, ecco tutto. A casa, probabilmente, non mi sarei mai sognata di uscire da sola per andare in un locale, sedermi al bancone e ordinare un drink. Ma qui è quasi come essere in vacanza: in qualche modo tutto è permesso perché sai che poi tornerai alla realtà. Per questo la vita è più leggera, è una sorta di sogno dal quale ti sveglierai. Così mi godo il presente, l’essere seduta qui con un bicchiere davanti.

Il vocio del gruppetto di persone sedute al tavolo mi arrivano sovrastando il rumore tutto attorno. A giudicare dal tono delle loro risate qualcuno deve essersi lasciato sfuggire una battuta davvero esilarante.

«Madame. Posso offrirle da bere?» La voce mi giunge da destra facendomi voltare.

È un ragazzo. Non so quanti anni abbia ma deve essere di poco più grande di me. Lo guardo mentre si avvicina al bancone spostando lo sgabello di fianco a me. Capello nero spettinato, un accenno di sorriso e dei magnifici occhi scuri dal taglio gentile contornati da lunghe ciglia. Sono pronta a scommettere che uno sguardo tanto magnetico mieta un sacco di vittime.

Avverto un leggero brivido nel momento in cui i nostri occhi si incatenano.

«Puoi farlo, se vuoi. Ma non verrò a letto con te.» rispondo sforzandomi di suonare il più gentile possibile. Non intendo essere maleducata, solo franca. Non trovo carino far sprecare soldi e tempo a un poveretto alla ricerca di un secondo fine che tanto non arriverà. Metto le mani avanti, ecco tutto.

I suoi occhi si allargano impercettibilmente, la mia risposta deve averlo colto di sorpresa. Tuttavia, la sua espressione dura solo qualche istante. Poi lo vedo sorridere.

«Credo lo farò ugualmente.» afferma mentre si siede di fianco a me. «Io sono Damien.»

«Petra.»

«Petra. Non sei di queste parti, vero?»

Spero l’abbia intuito dal nome e non dal mio francese arrugginito ma non ci giurerei.

«No, sono italiana.»

«E che cosa ti porta qui?»

«Sono qui per lavoro… più o meno.»

Allungo la mano verso il bicchiere quasi vuoto, mentre lui chiama il barista per farcene portare altri due.

Il fastidioso brontolio del mio stomaco affamato mi riporta di getto alla realtà costringendomi a mettere a fuoco il mondo che mi circonda. A malincuore mi alzo in piedi avvolgendomi stretta nel morbido asciugamano azzurro.

Prima di andare in cucina mi guardo ancora una volta nello specchio appannato, scuotendo la testa. Cazzo. Lo sguardo che mi restituisce è a metà tra il deluso e l’arrabbiato. Come dargli torto.

2

Bip bip. Bib bip. Bip bip.

Allungo la mano sul comodino e a tentoni cerco di spegnere il messaggero infernale che tutti chiamano sveglia. Non posso credere di aver dormito sette ore, che sia già arrivato il momento di alzarsi e di sentirmi comunque così stanca. Mi stropiccio gli occhi cercando la forza per scendere dal letto. Altro giorno, stessa identica vita. Non mi sono svegliata più bella, felice o in forma. Sono a pezzi come sempre.

Il pavimento è gelido quando ci poggio sopra i piedi per andare in bagno, nonostante sia inizio luglio. Probabilmente è la prospettiva di trascorrere un’altra giornata chiusa in una di quelle sale polverose a stremarmi così tanto. Mi toccheranno i quadri o le sculture stavolta? Non che cambi molto.

Mi lavo i denti in fretta prima di tornare in camera e indossare quel ridicolo tubino. Il caffè lo prenderò al chiosco lungo la via.

*

Mi incammino verso la pensilina alla fermata del tram mentre sorseggio distrattamente il caffellatte a portar via. Quasi non bado a chi mi circonda. Niente di nuovo succede mai qui, niente degno di nota o vagamente interessante. Si vedono sempre le stesse facce lungo le vie o in bar e negozi. Persone che non degnano gli altri di alcuno sguardo. Ogni tanto mi chiedo a cosa pensino, quali pensieri affollino la loro mente. Chissà se sono davvero felici della loro vita o se vorrebbero cambiarla. Se si domandano come potrebbe essere o, semplicemente, si godono la pace del vuoto senza soffermarsi su nulla.

In mezzo a loro, i turisti si riconoscono subito. Portano tutti una macchina fotografica appesa al collo e i loro occhi sono illuminati da una vivace luce mentre ammirano il panorama intorno. Le colline toscane inondate dal sole, gli edifici storici punteggiati di mattoni rossi e grigi affacciati su lunghe stradine acciottolate, i negozietti e ristoranti tipici.

Mancano cinque minuti all’arrivo del traghettatore di anime che inevitabilmente trasporta ognuno al proprio destino. Chi in ufficio, chi a scuola o a fare la spesa, chi al lavoro. Come me. Sbuffo cercando di riprendere fiato. Spero che oggi non sia una sofferenza.

La navetta gialla arriva, già piena di gente. Fantastico. Chi non muore dalla voglia di rinunciare al suo spazio vitale in una calda giornata di luglio? Le scosse provocate dalla strada dissestata fanno sobbalzare le persone le une addosso alle altre in un groviglio imbarazzato di sudore e biasimo. Dovrei essere abituata ai mezzi pubblici ormai, ma non è così e credo non avverrà mai.

Quando finalmente arrivo davanti al portone di ferro della Villa sfilo le sneakers alla svelta, pronta – si fa per dire – a indossare i tacchi. Le getto in borsa ed entro nel giardino. L’alta cinta muraria ripara i visitatori dal sole cocente, almeno fin verso le dieci del mattino, forse prima in questa stagione.

La responsabile ha già radunato guide e sorveglianti a lato dell’entrata, pronta a suddividere e destinare le mansioni l’intera giornata. Li raggiungo in fretta mimetizzandomi tra la folla. Spero non mi abbiano vista fare tardi. Di nuovo.

Ricordo il mio primo turno di servizio. Ero entusiasta di far parte dell’organico, di avere la possibilità di trascorrere il tempo con i turisti circondata da meravigliosa arte che prima avevo avuto modo di vedere solo su cataloghi fotografici; girare negli ambienti adornati di arazzi e decorazioni floreali in rilievo sopra gli architravi di porte e finestre a cui la Villa dei Gigli deve il suo nome; poter ammirare lo splendore dell’esposizione annuale di arte Ottocentesca ospitata nelle sale percependo significati ed emozioni che potessero distogliermi dai miei asfissianti pensieri. Per me si presentava come una boccata d’aria, finalmente; la speranza di un nuovo inizio. Ora sembra trascorsa una vita. E forse lo è davvero.

«…pana, Belli, Olivieri al secondo piano. Chi non ho chiamato rimarrà invece al primo.» sta dicendo Gloria con la sua voce squillante. A. qualsiasi. Ora. Del. Giorno. Ma come fa? Ancora non ho iniziato a sentire l’effetto della caffeina nelle vene. Calmiamoci un attimo.

Almeno sono in servizio con Ludo oggi, grazie a Dio. Quella ragazza è una martire, davvero non so come faccia a lavorare in questo posto già da due anni, da prima ancora che terminassimo l’università, ma forse gli anni passati la situazione non era tanto tragica. È stata lei, in effetti, a dirmi che cercavano personale per ulteriori assunzioni, qualche tempo fa. E ora eccomi qui. Forse dovrei riconsiderare la definizione di amicizia.

La raggiungo mentre entriamo. «Ehi.»

«Sei arrivata. Non ero sicura che fossi in turno oggi.»

«Sono sempre in turno.» mugugno più a me stessa che a lei. La sento soffocare una risata mentre saliamo le scale del primo piano.

«Hai un aspetto orribile.» mi fa presente. Eccola qui, signore e signori. Ludovica Belli. Non esistono peli sulla lingua per lei.

«Mi sono addormentata di botto ieri sera ma devo essermi rigirata nel letto per tutta la notte. Mi sento uno zombie.»

«Sì, e lo sembri pure. Indovina chi ho visto ieri sera di sfuggita al pub? Manuel» sbuffa. «Proprio lui. È uscito mentre stavo entrando, con una bionda sottobraccio. Non che mi interessi.»

Non posso evitare di guardarla male, sollevando un sopracciglio al suo “Non che mi interessi”. Di certo non me la dà a bere.

Il riassunto delle puntate precedenti è questo: Manuel e Ludovica si conoscono alle superiori; dopo una serie di sguardi e giochetti vari si mettono insieme per poi lasciarsi al secondo anno di università perché “Abbiamo preso strade diverse”. Lei ci sta sotto come a un treno, anche se si ostina a far credere a tutti che non sia così.

«L’hai più sentito dopo quella volta?» le chiedo.

Quella volta. Non c’è neanche bisogno di specificare quale sia.

«No.» risponde e basta. Argomento chiuso.

Prendiamo posto al piano, due per sala, e ci prepariamo ad accogliere i visitatori. I ragazzi ci lasciano l’ala A, quella di destra con le finestre che affacciano sul giardino esterno. Che galantuomini.

Le regole che vigono in questo posto sono semplici e sono le stesse valide in qualsiasi museo che si rispetti: non toccare le opere, mangiare e bere nelle sale, correre, parlare a voce troppo alta o disturbare in qualunque altro modo. A noi, quando siamo di guardia, spetta il compito di far rispettare tali norme. Oltre a quello di essere perfetti in ogni istante, con divisa stirata, capelli in ordine e il sorriso stampato in faccia. Non dobbiamo distrarre i turisti e non possiamo sederci o appoggiarci alle pareti se è presente anche solo uno di loro nella sala.

Ho visitato mostre artistiche molto più famose di questa durante le mie sporadiche vacanze all’estero. Nessuna aveva regolamenti così rigidi. Ci mancava poco che le guardie del National Gallery di Londra fossero stravaccate per terra. Ma qui, nella Villa dei Gigli di Volterra, è tutta un’altra cosa. Siamo a un altro livello. Per carità.

Guardo l’orologio, sono quasi le otto e trenta. Si va in scena.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Mi sono imbattuta in questo romanzo perché ne conosco l’autrice… La scrittura simpatica e leggera me lo ha fatto divorare in pochi giorni! Lo consiglio tantissimo a chi ama i romanzi giovanili che parlano d’amore e tempi spensierati!

  2. Elena Saletti

    Un romanzo rosa che fa sognare! Ogni ragazza desidera vivere un’avventura come quella di Petra e ritrovarsi coinvolta in un amore che magari non cercava ma che le cambia la vita, per sempre! È davvero facile ritrovarsi tra le righe di questo libro che vale assolutamente la pena leggere!

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Giulia Bazzucco
Amo i libri e le storie in generale, raccontate, scritte o guardate attraverso uno schermo perché ti fanno viaggiare alla scoperta di mondi spettacolari e amori eterni.
Grazie a (o per colpa della) fantasia vedo da sempre cose che non ci sono. Forse è per questo che ho scritto un libro.
Sono cresciuta in un piccolo paesino in provincia di Verona e, dopo il diploma, ho deciso di studiare lingue all'università. Ora lavoro in una biblioteca dove cerco di consigliare alle persone le stesse storie che hanno fatto innamorare me.
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