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I colleghi
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Consegna prevista Marzo 2022
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Quello di Andrea, Serena e Guido è un lavoro particolare; valutazione di imprenditori e aziende in tutta la penisola per avviare eventuali partnership con l’aiuto dello Stato col fine ultimo di creare occupazione e sviluppo industriale, in particolar modo nelle aree depresse di questo Paese. Nelle fabbriche, dove rimangono anche per molto tempo, conoscono persone e realtà che non hanno mai neanche immaginato; ma presto al loro essere colleghi di lavoro si aggiungono sentimenti, passioni, con conseguenze personali nella vita di ognuno di loro.
Questo affascinante viaggio in un’Italia sconosciuta, nel quale ognuno riporta i fatti dal proprio punto di vista, si conclude nella città dove i tre hanno scelto di vivere: Napoli, con la sua bellezza e le sue contraddizioni.
È qui che incontreranno un strano imprenditore. Andrea, che intanto avrà indossato la divisa di capitano della Finanza, si troverà ad indagare su fatti che cambieranno per sempre la sua vita e quella dei suoi amici.

Perché ho scritto questo libro?

Ho pensato che valesse la pena raccontare le particolari realtà imprenditoriali delle regioni italiane, soprattutto di quelle bisognose di un aiuto da parte dello Stato, che conosciamo solo nei telegiornali; pochi, ad eccezione di chi ci lavora, hanno accesso a un settore così complesso. I miei tre protagonisti, visitatori di fabbriche e di imprenditori, raccontano, ognuno dal suo punto di vista, questo viaggio insieme a un altro dentro se stessi che parla dei loro amori e delle loro passioni.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 0

(voce di Andrea)

E’ qui che si inquadra la nostra storia; il nostro compito, mio e dei miei colleghi, era quello di andare nelle aree di crisi per verificare che ci fossero le condizioni per avviare una partnership con imprenditori locali; fino ad allora ci eravamo limitati a rilevare la correttezza della contabilità e quantificare la cifra che lo Stato avrebbe erogato – coprendo le perdite – per tenere in piedi l’azienda, appunto Aiuto di Stato.

In questo viaggio in Italia tra gli imprenditori che avevano bisogno di aiuto io e i miei colleghi Serena e Guido ci siamo trovati spesso a lavorare insieme fino ad accorgerci che stavamo facendo anche un viaggio dentro noi stessi, le nostre ambizioni, passioni, sentimenti.

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Un viaggio parallelo, anzi a tre vie: il lavoro, l’amicizia e l’amore. E anche a tre voci.

Tutto cominciò in forma di lettera.

Capitolo nove

La locanda di Alia

(Andrea)

Dopo quel lavoro in Toscana Serena presentò le dimissioni.

La sua grande passione per l’arte e il desiderio di tornare a Napoli, dalla sua famiglia, l’avevano spinta a cercare un’occupazione nella sua città. L’occasione si presentò quando lo zio, fratello di suo padre, doveva andare in pensione e lasciare il lavoro di direttore amministrativo al Museo di Capodimonte, dove lavorava da oltre trent’anni. Lo zio, dietro insistenza della stessa famiglia, aveva barattato la sua uscita anticipata dal lavoro con l’inserimento graduale della nipote, perfettamente adatta a quel tipo di lavoro, data la sua esperienza nella revisione

contabile, attività di cui era diventata una esperta avendo lavorato all’ispettorato della finanziaria statale. Così Serena iniziò la sua nuova vita.

Per quanto riguarda me e il vecchio Guido eravamo a Castrovillari con i colleghi della filiale di Napoli per una verifica sugli investimenti in corso per la realizzazione del più grande complesso tessile d’Europa.

Alle 23,30, dopo aver giocato lungamente a scopa con l’ing. Magliocchetti, dalla barba brizzolata e ventre prominente da buongustaio o da grande stilista, tutti ci salutammo e ognuno raggiunse il proprio bungalow.

I bungalow di cui parlo erano le stanze degli ospiti della “Locanda di Alia”, ristorante di grande raffinatezza con citazioni persino nelle pubblicazioni specializzate giapponesi come uno dei migliori ristoranti della penisola.

Il personaggio Alia merita un approfondimento; scuro di carnagione come tutti i calabresi, lasciò il paese natale per andare a lavorare il Svizzera insieme al fratello gemello.

I due fecero dieci anni di esperienza nei migliori ristoranti di Basilea e Zurigo e tornarono con grandi idee.

Realizzarono, nella casa paterna, ricevuta in eredità, un piccolo ristorante che, nel tempo, per la particolarità dei menu presentati, si rivelò un punto di incontro di personalità di ogni genere.

Alia era un simpatico litigioso individuo con cui gli ospiti passavano delle splendide serate a sentire i suoi racconti del periodo vissuto in Svizzera e a giocare a scopa. Era lui ad imporre il menu del giorno compresa l’annata del vino, l’acqua era rigorosamente di rubinetto, servita in un dosatore di cristallo dove galleggiavano spicchi di limone e foglie di menta; dulcis in fundo, arrivava il fratello gemello, identico a lui (tanto che tutti si confondevano e non riuscivano a capire come Alia potesse trovarsi in due posti contemporaneamente) con il dessert sempre ai massimi livelli di raffinatezza; uno per tutti, due fichi aperti in un bagno di cioccolata bollente.

Poi c’erano i quindici tipi di rosolio di Alia, il vino di Alia e l’olio di Alia che un litro costava più di un vestito di Armani.

In quel periodo, considerato che gli ospiti si sarebbero fermati per almeno tre mesi, Alia propose un trattamento familiare; ogni mattina a colazione avrebbe preso le nostre ordinazioni per recarsi al mercato come una qualsiasi mamma a comprare le primizie.

Quella sera avevo mangiato moltissimo, sughi calabresi e tanto vino rosso oltre alle famose grappe di Alia. Entrai nel bungalow, aprii il frigorifero e pensai “Beh, una Schweppes mi stura in un attimo e me ne vado a letto!”

La bevanda era ghiacciata e cadde come un unico blocco nello stomaco in piena digestione.

Cominciai a sudare pensando di morire per i forti dolori alla pancia. Ancora vestito mi buttai sul letto, entrai nella dimensione della non-coscienza da dove cominciavano ad affiorare incubi di ogni genere.

Nel delirio del dolore ripassavo pezzi di vita insignificanti che si ripresentavano e chiedevano insistentemente di essere ricordati e vissuti.

Il sottile dolore che strisciava sulle pareti dello stomaco mi mostrava, accanto al sudario, i miei colleghi napoletani, accorsi in aiuto nel mio bungalow che mi rimproveravano a voce alta:

“E fatt d’a pignatta ‘e sape ‘a cucchiara!”

“Si, lo so” dissi “capita a tutti di mangiare troppo, ma perché infierite, sono un vostro amico!”

“Da quann’è morta a creatura non simme chiu’ parente!”

“Ma quale creatura, non è morto nessuno” dissi io “Forse c’è stata un misunderstanding!”

“Non se rice vicino ‘o nonno: mo’ te sputo dind’a pippa!”

“Non l’ho mai detto” dissi contorcendomi dai dolori “sono sempre stato al mio posto, umile e collaborativo.”

“Si!” urlarono in coro i colleghi di Napoli “Tu chiagne e fotte!”

“Si, è vero” ammisi “qualche volta ho cercato di accelerare il lavoro per tornarmene prima a casa.”

“A gatta pe fa’ ‘e presse facette i figli cecati!”

“Abbiate pietà, la cena è stata pesante, il vino era troppo e l’acqua era ghiacciata.”

“O strummolo a tiriteppola e ‘a funicella corta.”

Capii, a causa della lunga frequentazione con i colleghi della filiale di Napoli che il picchio, come si chiama da noi a Roma oppure strummolo, come lo chiamano a Napoli – piccola trottola di legno che termina con un chiodo e si fa girare con una cordicella – nel mio caso doveva avere il chiodo storto ma non era finita, perché anche la corda era insufficiente per farlo girare, e comunque non sarebbe mai stato in piedi per via del chiodo storto; insomma una serie di circostanze che rendevano la vita difficile.

“Credo di avere l’ulcera” dissi ai gentili colleghi.

“Ricette ‘o pappice in faccia ‘a noce: damme tiempe che te spertose” che voleva dire che a forza di fare stravizi si finisce male.

“Per favore fatemi soffrire da solo!”

E tutti in coro: “Int ‘o mazze ‘e soreta, la monaca, salvanno ‘a chierica e ‘a scazzetta d’o prevete!”

“Vi ringrazio per le parole buone” dissi.

Si alzò il più vecchio dei colleghi napoletani, che era anche il Manager di quel lavoro, raggiungendo la stessa altezza di quando stava seduto e affettuosamente concluse:

“T’aggia impara’ e poi t’aggia perde!”che voleva dire: ‘dopo tutto quello che ti ho insegnato, ora puoi camminare con le tue gambe’.

Uscirono.

Le passate di dolori, a volte più forti, a volte tenui e sopportabili mi portarono sulla soglia del sonno e, nel deliquio, pensai di essere morto.

Passarono davanti al mio sudario i giganti della sede di Roma.

Martini, direttore centrale addetto alle strategie, mi guardava insistentemente le scarpe, che avevo acquistato con lo sconto da

una azienda del gruppo, per verificare se avevano la cucitura fatta a mano; se non era fatta a mano anch’io, come tutti tranne lui, avevo preso una fregatura. Erano sì fatte a mano, si vedeva benissimo, però avevano perso il colore originale; potevo rimediare, secondo lui, ma era chiaro che non conoscevo il negozio di Via Gallia dove si vende l’unico prodotto al mondo adatto a quel tipo di scarpa. Uscì nauseato dalla stanza e andò a guardare altre scarpe.

Passò Trevisan, direttore dei servizi centrali, ingobbito dal peso del Sole 24 ore che teneva perennemente aperto tra le mani e fece un mugugno.

Gabriella, più nuda che mai, mi guardò tra i pantaloni per vedere se era vero che al momento del trapasso agli uomini si rizza l’uccello.

Giovannelli di Torino, che ha cambiato più lavori lui di un marocchino, amante dei cavalli, cui peraltro somigliava moltissimo, discendente da una famiglia molto vicina a quella dell’Avvocato, fece un nitrito di commozione e uscì al galoppo.

Entrò una dottoressa del CNR con camice bianco portando una gabbietta con dentro il collega Saverio. Poiché questi non si era meravigliato del topolino rosa che cercava di entrare nel negozio a Napoli, gli era stata assegnata la pena del contrappasso: lui stesso era stato trasformato in un topolino bianco da laboratorio. La dottoressa del CNR disse agli astanti: “Ha tanto insistito per vedere il collega per l’ultima volta”

Piergiulio, del Servizio Immagine, in perfetto pastello-michelangelo-restaurato, si tirò su le maniche della giacca una alla volta, anche perché sarebbe stato impossibile fare altrimenti e, portandosi le mani al viso, esclamò: – Oh Signore! – Poi guardò i due orologi che portava al polso (uno bianco per le ore e uno nero per i minuti) e disse “Ora devo proprio andare”.

Quelle parole sante e quella voce gay ebbero l’effetto di farmi uscire dal coma in cui ero pesantemente precipitato; aprii gli occhi, lo guardai e dissi senza espressione: “Come sei elegante, Piergiulio.”

Questi cacciò un urlo simile a quello della vecchietta assassina in “Profondo Rosso” mentre precipitava nel vano ascensore.

Altri fuggirono nel vedere che ero resuscitato, Gabriella improvvisò uno streap tease che finì molto presto perché non aveva indosso quasi niente; i napoletani in coro dissero: “Chiu’ black d’a midnait nun po’ ghi’!” e uscirono indignati dalla stanza.

Nessuno capì e tutti ammutolirono perché in quel momento faceva il suo ingresso il capo del personale alias David Niven che si aspettava giustamente il dipendente morto e voleva dare personalmente le condoglianze ai familiari recitando anche un breve sermone sulla sua riconosciuta fedeltà alla azienda.

Stupito e indignato nel vedere che Andrea era resuscitato, disse: “Qui però c’è stata una caduta di stile!”

Capitolo 13

la mail

(Guido)

Il testo della mail era chiarissimo e non lasciava spazio ad astruse interpretazioni. Appena vidi che proveniva dal mio amico Francesco decisi di aprire prima le altre e lasciare questa per ultima. Sapevo che per lui era stato uno sforzo scrivere quella mail, come le altre del resto e quindi volevo dedicarle il tempo giusto, senza andar di fretta. Era da poco che Francesco utilizzava il nuovo programma di scrittura e ricezione vocale, appositamente creato per i non vedenti. Nell’ufficio dell’ente pubblico dove faceva il telefonista aveva a disposizione un computer all’avanguardia per questo tipo di comunicazione. Le mail che Francesco riceveva seguivano un iter che le sottoponeva ad una

trasformazione in voce anonima metallica; volevo trattare la cosa con la massima delicatezza.

Aprii la mail:

“Caro Guido, come stai? Come vanno le tue numerose attività letterarie? La poesia, la scrittura; partecipi ancora ai concorsi? Hai fatto delle letture pubbliche negli ultimi due mesi?

Ti ringrazio ancora per il libro che mi hai registrato su CD con la tua bella voce.

Ecco, proprio di questo vorrei parlarti e della possibilità da parte di chi è nella mia condizione di avere accesso ad ogni tipo di registrazione di libri fatta da volontari come te.

La mia però è una proposta indecente ma puoi subito dire di no; non mi offendo e ti capisco.

Per farla breve vorrei vedere insieme a te un film porno; staremmo insieme a casa mia o dove tu vuoi, il film va avanti e tu dovrai solo commentarlo con la tua voce calda e sensuale, dirmi insomma cosa succede sullo schermo, cosa fanno i protagonisti, descrivendo come puoi ogni cosa, soprattutto le scene dove non si parla, dove ci sono solo sospiri, affanni, fiati. Non credo ci sia niente di male nel voler dare un’occhiata – si fa per dire – a questo mondo. Così, per gioco.

Ti ringrazio fin d’ora se potrai accontentarmi.

Un saluto affettuoso

Francesco.”

La velocità con cui si affacciò nella mia testa la sequenza delle scene, in caso di accettazione della richiesta, era sconvolgente; andare dal giornalaio, scegliere un film, andare da Francesco, inserire il DVD nel lettore, tutti e due rivolti alla televisione ma solo uno vedeva quello che accadeva sullo schermo e poi le prime parole:

“Adesso lei gli mette una mano sulla chiusura dei pantaloni e lo tira fuori, poi si avvicina con il viso“

“Si ma com’è? grosso, piccolo”

“Beh, insomma, niente male, una bella sventola”

“Mi rendo conto, sono attori scelti con queste caratteristiche, e lei, com’è?”

“Se continui a fare domande non mi concentro, mica è facile, sai”

“Vabbè, scusa, vai avanti che sono tutto eccitato”.

Già tutto eccitato, perché lui non può esserlo?

E’ automatico. Gli uomini sono soggetti semplici, come dare un colpetto al ginocchio per vedere i riflessi, il ginocchio non ragiona ma al colpo risponde e la gamba si alza puntualmente.

Dovevo prendere tempo, non potevo rispondere subito. Non c’era niente di male, è vero, ma perché alimentare queste odiose abitudini maschili a cui, peraltro io non ero totalmente esente, dato che ogni tanto, nei momenti di depressione, mi faceva un giretto sui siti porno, con il risultato di deprimermi ancora di più, purtroppo!

Ce ne sono di tutti i tipi, con un’offerta di film interi, gallerie fotografiche con escort e telefoni erotici, webcam e varia umanità. I video sono divisi per categorie, i più visti e più votati sono gli incesti, dove le scene si basano su rapporti tra madri e compagni di scuola del figlio o il figlio stesso, con famiglie intere coinvolte, rapimenti simulati, giovani con vecchie e vecchi con ragazze, studentesse con professori e viceversa, ovviamente grande successo dei trans.

All’interno del video puoi andare a piacimento avanti e indietro e, se un culo non ti piace, passi subito a un altro.

Il dibattito esterno, nella società, sui diritti delle donne sembra lontano una galassia quando ti imbatti nello svilimento totale del corpo femminile, condiviso da milioni di utenti. I contatori dei contatti dei video porno più visti mostrano cifre incredibili; 2 milioni e cinquecentomila contatti per un video di 4 minuti. Un altro mondo, nascosto ma vivo e vegeto e sempre in aumento.

In fondo cosa chiedeva Francesco? Una cosa molto diversa, più dignitosa, magari un film con una bella trama.

Rispetto alla pornografia in rete il film è una cosa da educande. Perché non accontentarlo? Si, ma se poi diventava un’abitudine? Questo era il rischio. Ci avrei pensato su, comunque. Ora non

c’era tempo, dovevo uscire per andare a prendere il traghetto per Procida, dove avrei trascorso certamente due giorni meravigliosi. Ci avrei pensato al ritorno. Che fa due giorni in più o in meno?

2021-07-11

Aggiornamento

Un grazie infinito a tutti gli amici di Facebook e fuori Facebook che hanno reso possibile ad oggi un primo traguardo del 28% (46 copie preordinate) del crowdfunding legato al mio libro "I colleghi" assicurandosi così l'arrivo del libro tra qualche mese. L'obiettivo finale (mancano 75 giorni) per la pubblicazione nazionale è fissato a 200 copie (cartacee o in e-book). Se vi fa piacere partecipare attivamente e decidere la pubblicazione del libro cliccate all'interno del link e pre-ordinate la vostra copia; magari il libro vi piacerà. Ringrazierò personalmente chi mi sosterrà nella pubblicazione di questo libro ma ringrazio anche tutti gli altri per l'attenzione prestata. Pasquale
2021-06-30

Aggiornamento

Cari amici, ho pensato di condividere alcune personali impressioni su questa nuova avventura on the road del crowdfunding letterario creando un podcast che, utilizzando la propria voce, consente di trasmettere emozioni anche in modo diverso dalla scrittura; sono sicuro che ad alcuni di voi che hanno terminato questo percorso dei 100 giorni ma anche a quelli che hanno appena iniziato siano arrivate tante sensazioni diverse: ansia di non farcela, difficoltà di attivare un proprio gruppo di supporto, fasi alterne di ottimismo e pessimismo sull'andamento della campagna e molto altro. Credo che, in ogni caso, si tratti di una esperienza interessante e insolita; si è soli di fronte al mondo editoriale con il proprio scritto da proporre. Bookabook dà una grossa mano e ti sostiene nei momenti di difficoltà e quando non sai dove mettere le mani con suggerimenti e consigli, oltre ad agire autonomamente per il successo della campagna. Insomma, non so a voi, ma a me non era mai capitata una cosa così. Se volete ascoltare il podcast è qui sotto. Un caro saluto. Pasquale https://www.spreaker.com/cms/shows/4994703/dashboard?filter=NETWORK&network=12119688
2021-06-29

Aggiornamento

Cari amici sostenitori, intrepidi esploratori che per primi avete, lancia in resta, sostenuto l’avvio di questa campagna che, grazie proprio a voi, è al 20%. E’ dura ma noi ce la mettiamo tutta. A voi, che sicuramente farete il passaparola, si aggiungeranno amici e conoscenti e anche persone incuriosite dal soggetto del libro e dai personaggi. Faremo, con l’aiuto della redazione di bookabook, una serie di attività tra le quali anche presentazioni on line e dal vivo. Ma torniamo ai personaggi: Il libro per ora vive nel limbo, nell’attesa di essere o non essere pubblicato. “To be or not to be; that is the question”. A Roma si dice “Daje”! Anche perché cosa direbbero i miei personaggi? Ma ti vuoi dare una mossa? Vuoi che rimaniamo in un cassetto? A fare cosa? Ad ammuffire? Beh, ragazzi, io ci provo ma se non raggiungiamo le 200 copie rimane una storia tra me e voi, non meno importante, peraltro; io vi ho voluto bene, vi ho diretto nelle vostre azioni come un regista e voi avete accettato di buon grado ogni cosa. Vi ho maltrattato? Qualche volta sì, qualche volta no. Poi, se ben ricordate, non avevamo un accordo? Avete preteso di raccontarla voi la storia. Vi ho risposto, ma come si fa? Posso parlare in terza persona raccontando le cose come un esterno che sa tutto (deus ex-machina). Ho proposto perfino a uno di voi di raccontare la storia di tutti; ma lì sono volati gli stracci. Se la racconta lui sarà piena di bugie. Se la racconta lei è una storia di parte, solo al femminile. E allora come si fa? ho chiesto. Semplice, mi avete risposto, ognuno parla per sé! Cosa? Sì, avete detto in coro, ognuno racconta un pezzo della storia dal suo punto di vista. E io vi ho anche accontentato; ne sono scaturiti praticamente 27 monologhi, tanti quanti sono i capitoli, tutti legati tra loro, in ognuno dei quali avete potuto esprimervi liberamente, anche se, non potendo leggere il libro in quanto personaggi, non verrete mai a sapere cosa gli altri dicono di ognuno di voi. Beh, è la vita ragazzi, speriamo che sarete pubblicati. E se non sarete pubblicati sappiate che vi ho voluto bene.

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Pasquale Larotonda
Pasquale Larotonda, nato nel 1950 a Rionero, ha vissuto molti anni a Roma ed ora abita a Velletri, ha fatto studi economici e ha lavorato in questo settore come analista finanziario.

Ha scritto otto libri tra romanzi e saggi; la maggior parte con il self-publishing ad eccezione di due romanzi: “La Casa” Firenze Libri e “Visita in fabbrica con delitto” Andrea Oppure Editore”, finalista al concorso Castelli di scrittori 2016.

Organizza concorsi letterari, avuto esperienze nel doppiaggio e si occupa di lettura ad alta voce tenendo corsi in biblioteche, associazioni, scuole e on line.

La maggior parte di questi libri sono diventati anche audiolibri letti dall’autore, ora presenti sulle principali piattaforme dedicate.

Ha un blog sulla lettura ad alta voce di wordpress, un canale youtube, un profilo facebook e uno su Spreaker, dove sono presenti alcuni podcast sulla lettura ad alta voce.
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