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I Perfettibili

I Perfettibili
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Consegna prevista Agosto 2022
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Leonardo è un manager rampante e senza scrupoli che dopo un incidente si ritrova a fare i conti con il proprio modus vivendi.
Eleonora è una brava ragazza. Gentile e innamorata della sua materia, ma continua a prendere calci in faccia.
Massimo empatizza a tal punto da vedere le emozioni altrui colorargli il mondo intorno e questa è stata per troppo tempo la sua condanna.
Cambieranno perché dovranno farlo e continueranno ad essere in fondo le stesse persone, perché non ne potranno fare a meno, scoprendo che ogni aspetto della loro vita è una vita a se stante e farà sempre parte di ciò che sono e di ogni istante dell’esistenza che decideranno di vivere.
Le loro vite s’intrecceranno e quando Eleonora avrà bisogno, gli altri due saranno pronti ad aiutarla, arrivando all’epilogo della vicenda con spavalderia, ma anche con timore e comunque ancora insieme.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per la volontà di raccontare.
Perché adoro le storie, mi piace immaginarle e farmele girare nella testa, ma se dovessi andare ancora più a fondo, vi direi che questo libro ha imposto la propria narrazione, prendendo ciò che c’era all’inizio, prima ancora che digitassi il primo carattere sulla tastiera, e trasformandolo in un percorso che vedeva cambiare la storia insieme ai personaggi, mentre mi stupivo del suo dipanarsi e del mio sentirmi, spesso, un mero veicolo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Scesi dal metrò e salii le scale che riportavano in superficie avendo ancora in testa le parole di mia madre.

Non aveva tutti i torti, in fondo, perché dopo la laurea quello era il terzo tirocinio aziendale e nessuno sembrava volermi assumere sul serio. Tanti complimenti e belle parole, lettere di referenze ridondanti che sembravano riuscire a portarmi solo al successivo stage, mentre il fittizio rimborso spese sembrava assottigliarsi sempre più nel passaggio dall’uno all’altro.

Sembravano così lontani i tempi della laurea conseguita a tempo di record e con laude, quando mi veniva prospettato un radioso futuro e la possibilità di raggiungere qualsiasi traguardo avessi voluto ottenere.

Lei voleva che accettassi il lavoro in banca o quell’altro come impiegata- ma di alto livello diceva- nell’azienda locale, piccola ma in grande espansione. Poi avrei potuto cercare di raggiungere i miei obbiettivi e realizzare quei sogni che ritenevo di dover coltivare con tanta intensità.

Coglievo il sarcasmo nelle sue frasi e pensavo anche di dovermi ritenere giustamente ferita, per il fatto che chi avrebbe dovuto dimostrare orgoglio nei miei confronti, in realtà presentasse un conto infarcito di sottostima.

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Capivo altresì la posizione di una persona per la quale il lavoro fisso e la posizione stabile fossero i veri capisaldi di una vita agiata e sicura. Questo era quello che un genitore voleva per i propri figli e non certo che effettuassero voli pindarici intorno alle proprie aspirazioni.

Era inutile girarci intorno, perché guardavamo le cose da due prospettive diametralmente opposte e per ognuna di noi non sarebbe stato possibile condividere la posizione altrui o provare una qualche empatia verso l’altra.

Ero grata ai miei genitori per avermi supportato durante gli anni dell’università, nonostante facessero fatica a far quadrare i conti, ma avevo ventiquattro anni e pensavo di avere ancora qualche carta da giocare. Non così stupida da giocarmi tutto e restare con un pugno di mosche in mano, ma nemmeno altrettanto stupida da pensare di non aver diritto a rischiare, per provare a vivere la vita che avrei voluto e fare le mie scelte.

Tutto questo comunque, mentre percorrevo gli ultimi metri che mi dividevano dall’edificio che tanto avevo idealizzato negli ultimi due anni, non aveva alcuna importanza.

Stavolta ero finita proprio dove avrei voluto e che fosse solo per un tirocinio di tre mesi era per me indifferente.

Tra pochi minuti sarei entrata nel palazzo della Carini e associati, la più importante società d’investimenti italiana. Ancora grazie mamma, ma tra poco avrei capito tutto quello che c’era da sapere sulla vita e il lavoro fisso avrebbe anche potuto aspettare.

Spesso, nella vita siamo costretti ad aggiustare per difetto le nostre stime, soprattutto quando ci mettiamo ad idealizzare su luoghi e situazioni che in qualche modo ci portiamo dentro, ma che fin troppe volte hanno più a che vedere con noi stessi che con la realtà di cui sono fatti.

Quando la porta scorrevole si scansò aprendomi un varco e mi ritrovai dentro il palazzo, seppi, fin da subito, che in quel caso la realtà aveva superato di gran lunga la fantasia e l’unica sottostima l’avevano prodotta i miei sogni.

Mi irritai anche un po’ con me stessa per non essere capace di idealizzare come una vera sognatrice e ovviamente ritenni giusto attribuire la responsabilità della cosa nuovamente a mia madre che fin da piccola mi aveva voluto sobria e con i piedi ben piantati per terra.

Feci pochi passi e mi posizionai al centro di quell’enorme ingresso, rapita dall’andirivieni delle persone, dal marmo delle pareti e dall’argento delle rifiniture.

Tutto splendeva, riflettendo la luce che le enormi vetrate invitavano ad entrare e questa invadeva quel luogo come uno tsunami di sole. Nulla sembrava essere fuori posto e nell’insieme dava l’impressione di essere giusto. Non altro. Ne più ne meno.

« Signorina. Signorina»

Mi destai da quel sogno ad occhi aperti e vidi che il tizio seduto dietro il bancone della reception mi stava chiamando.

Mi avvicinai arrossendo di vergogna per il mio provincialismo e mi rivolsi a lui senza riuscire a mitigare un tono colpevole.

« mi scusi. Non mi ero resa conto di essermi impalata li in mezzo»

Mi guardò sorridendo e mi colpì il suo atteggiamento rilassato in mezzo a tutto quel caos e nonostante le persone come me, che sembrava fossero lì solo per essere d’intralcio.

« non si preoccupi. La prima volta è cosi per tutti: poi ci si fa l’abitudine»

Colpita! Mi aveva beccato e che imbarazzo sapere di essere solo una povera sempliciotta.

«Buongiorno comunque. Immagino lei sia la signorina Redenti?»

Che stupore! Sapevano chi fossi.

Ma certo stupida!” Pensai immediatamente rivolgendomi a me stessa.

Hai un appuntamento e cerca di non mandare tutto a puttane prima ancora di cominciare”

Quel tizio continuava a guardarmi sorridendo divertito. Dovevo offrire proprio uno spettacolo indecoroso e inoltre avevo cominciato a sudare come una maratoneta.

« c’è stato un cambiamento e lei sarà ricevuta dal grande capo in persona. Non c’è modo migliore per imparare il mestiere che quello di infilarsi nel suo ufficio….»

Stavolta il suo sorriso diventò un po’ più beffardo, colsi l’allusione e la fine della frase che non aveva osato pronunciare. “ …. o nel suo letto”

Arrossii ancora una volta e lui, in questo caso, lo fece con me. Pensai fosse un bravo ragazzo e la cosa mi diede un po’ di fiducia per affrontare quel colloquio.

In fondo la gente non è poi così male e l’essere considerati buoni o cattivi è una questione legata alle contingenze e a quel che sta alla base del nostro agire.

Ero emozionata e accaldata, avevo detto si e no tre parole e mi sentivo anche un po’ fuori luogo e inadatta. E pensare che finora avevo parlato solo con un addetto alla reception. Quelle ultime considerazioni, però, mi avevano dato una speranza. Un nuovo slancio.

Così tutta garrula e speranzosa mi voltai, non prima di aver salutato con entusiasmo però.

« Grazie e buona giornata »

Dopo pochi passi sentii ancora la sua voce alle mie spalle

« signorina Redenti. Dimentica forse qualcosa?»

Mi voltai a guardarlo e lui non potè fare a meno di scrollare un poco la testa leggendo la sorpresa sul mio volto. Fortunatamente il suo era aperto in un’espressione di divertimento. Doveva trovare la cosa buffa e non gli dispiaceva affatto.

« ventitreesimo piano. Ufficio del dottor Baroni. Non si può sbagliare.

Quando sarà lassù saprà perché»

Mi sentii avvampare e non osai pensare quale colore potesse aver assunto la mia pelle.

« Ah! Signorina»

Chissà cosa avevo fatto ancora.

« Buona fortuna. Ne avrà bisogno»

Ecco! A quel punto sentii la mia fiducia andare in frantumi.

Mi avviai verso gli ascensori rendendomi conto di non aver chiesto dove si trovassero.

Non potevo tornare indietro un’altra volta e così mi affidai all’istinto e al fatto che tutti gli edifici di quel genere seguissero una logica comune.

Li trovai facilmente, infatti, e presi a considerare quella come la prima grande vittoria della mattinata. Non era molto, me ne rendevo conto, ma poteva già andare bene.

Questo non m’impedì comunque di allentare la tensione e mentre guardavo la pulsantiera illuminarsi al mio tocco, mettendomi in attesa del passaggio per il ventitreesimo piano, ragionavo su quello che avrei potuto fare delle mie mani sudate.

Non potevo asciugarmele sulla gonna ne tantomeno sul muro di fianco all’ascensore:

sarebbe stato poco conveniente in entrambi i casi.

Lo sarebbe stato ancora di meno visto che un uomo era improvvisamente comparso di fianco a me. Non mi ero accorta fosse sopraggiunto e dovetti fare i conti con la sua presenza. Questo non mi aiutò di certo a sentirmi più tranquilla e sicuramente non mi aiutò con la sudorazione delle mani, soprattutto perché quando mi resi conto di averlo di fianco le stavo strofinando insieme con una certa dedizione.

La cosa più triste fu che per lui la cosa poteva anche essere divertente, non per me certo, ma per lui…

Andiamo! Una persona che avesse un minimo di senso dell’umorismo dovrebbe trovare buffa una bella e giovane ragazza in preda alle proprie ansie in modo così comico ed eclatante.

Quando lo salutai, balbettando fin troppo il mio buongiorno, però, la sua risposta fu fredda e scocciata. In un attimo sentii la mancanza del ragazzo della reception che sembrava divertirsi così tanto per la mia goffa inadeguatezza.

Quando le porte dell’ascensore si aprirono non si preoccupò nemmeno di essere galante e si fiondò all’interno senza nessuna remora. Mi venne da pensare che se avesse potuto sarebbe salito su da solo, lasciandomi lì ad aspettare il prossimo viaggio.

Per fortuna la modernità rendeva un’ascensione di quel genere abbastanza rapida, tanto celere da non doversi perdere in conversazioni inopportune e mal volute o che, come nel mio caso, potessero far crescere l’ansia a livelli parossistici e insopportabili.

Non potei comunque non notare che fosse un bell’uomo. Sui quarant’anni, vestito in modo impeccabile e con un portamento altero che non metteva gli altri a proprio agio, ma che lo rendeva in ogni modo affascinante.

Non mi chiese nulla, ma pigiò il bottone per il mio piano e subito mi pentii di aver pensato male di lui, anche se al tempo stesso mi sentii a disagio per il fatto che la mia presenza in quel palazzo, fosse così evidente agli occhi di ognuno.

Anche questo sembrava sapere perché fossi lì e dove sarei dovuta andare.

Come dicevo fu rapido e non ebbi tempo di notare che, in realtà, non aveva operato nessun’altra scelta che la sua o almeno quando lo feci le porte dell’ascensore si aprirono e lui, come aveva fatto di sotto, le oltrepassò prima di me. Nemmeno allora mi salutò, ma si volto comunque per un rapido istante e se avessi dovuto dare un nome a quel volto sarebbe stato perfidia.

Mi sentii gelare e quando fui su quel piano capii cosa aveva voluto dire il ragazzo della reception.

Sulla destra, dove si era incamminato il bello e cattivo, dietro una scrivania, sedeva una ragazza. Sembrava avere suppergiù la mia età, ma saranno stati i vestiti, l’acconciatura o il portamento a dare l’impressione che, al tempo stesso, potesse avere anche dieci anni di più.

Quando fui di fronte a lei notai che alla mia sinistra una vetrata dava sulla strada, incorniciando una bella e singolare veduta della città, mentre sulla destra c’era una sola porta e su quella una targa d’ottone ricordava a chiunque fosse arrivato lassù cosa si sarebbe dovuto aspettare.

Più che un nome sembrava un monito e mi venne in mente: “ lasciate ogni speranza o voi che entrate”

Vidi quel poco che c’era in quell’anticamera dell’inferno e vidi anche quello che non c’era.

Non c’era una sedia dove avrei potuto aspettare comodamente il mio turno, mentre il dottor Baroni conferiva con l’uomo dell’ascensore.

Conoscendone la fama, anziché temer per me, ebbi un fremito di speranza immaginando che avrebbe fatto a fettine quell’antipatico.

Riuscii a formulare tutti questi pensieri e forse avrei potuto anche raccattare quattro anziane dalla strada, portarle li e organizzare una partita a canasta, intanto la ragazza dietro la scrivania non aveva nemmeno alzato la testa. Come si dice in gergo “ non mi stava cagando di pezza”

A quel punto non sapevo se dare un colpo di tosse o fingere un attacco apoplettico, ma alla fine decisi di fare la cosa più semplice, anche se da quando ero entrata in quel palazzo pareva non ne fossi più in grado.

« Mmmmi ssscuuusi»

Finalmente mi guardò, senza sorridere ovviamente, ma ormai non me lo aspettavo più.

« Ah, bene. Pensavo volesse restare tutto il giorno impalata davanti alla scrivania»

Mi era improvvisamente tornato in mente il perché non avessi più aperto bocca.

« Vada, vada. Cosa aspetta. Il dottor Baroni non ama perder tempo»

Avrei potuto essere un po’ confusa a quel punto, ma in realtà conoscevo già la risposta alla domanda che avrei fatto.

Ci provai comunque.

« …ma il dottor Baroni non è già impegnato con un altro uomo?»

« No a quanto ne so è single e comunque penso, anzi ne sono certa, sia anche eterosessuale»

No. Non era quella la risposta che mi aspettavo e comunque soprassedetti anche sul lampo libidinoso apparso sul volto della segretaria. Non so come feci a trattenermi dall’arrossire.

« Sulla quarantina, ben vestito, bell’uomo devo dire. Non è entrata una persona così prima di me?»

Stavolta posò la penna spazientita e mi squadrò per qualche istante, poi con lo stesso atteggiamento altezzoso e sarcastico che avrebbe potuto avere un professore con il proprio alunno irrecuperabile, mi parlò per l’ultima volta in quella giornata o probabilmente per l’intera nostra esistenza.

« Quale uomo signorina Redenti?»

Oh

« Vada, vada»

Mio

« Le ho già detto che il Dottor Baroni non ama aspettare»

Dio.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alessandro Tamburini
Mi chiamo Alessandro Tamburini e sono un autore o aspirante tale nato a Genova la bellezza di 51 anni fa. 
Scrivo e sono musicista, sebbene non professionista, ma se il dilettante è colui che fa le cose per diletto, allora questa è la condizione che preferisco.
Se però devo dirvi anche di averci creduto fino in fondo, allora mentirei sapendo di mentire. Comunque scrivo per passione e per tutti i motivi per i quali una persona decide di prendere una penna o una chitarra in mano. Chiamiamole necessità, ma da quando ciò che facciamo liberamente non è necessario. Per noi intendo. Per la nostra sopravvivenza.
Se ho ceduto un po’ troppo alla retorica, allora è meglio che vi dica che ho scritto decine e decine di canzoni, ma nessuna di queste, ahimè, ha fatto breccia nell’immaginario collettivo, mentre ho pubblicato un romanzo con la casa editrice Abrabooks il cui titolo è "Vite a rendere"
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