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I Thirsenoisin
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Consegna prevista Agosto 2021
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La principessa Aristea, figlia del re pastore Itzoccar, non vorrebbe andare in sposa al figlio di un altro re nuragico.
Entrambi i re fanno parte della federazione nuragica, che si oppone alle città stato Shardana.
Il principe Damasu, fratello di Aristea, consigliato da Mandis, eterno rivale di Itzoccar, decide di assecondare la ribellione di Aristea, aiutato da Gairo, un ambizioso senatore Shardana di Nora, che spera di mettere le mani sulle ricche miniere dei Nuragici.
Approfittando della lontananza di Itzoccar, recatosi a Gisserri per partecipare al raduno settennale dei villaggi nuragici, Gairo e Mandis ordiscono un complotto che però non riesce.
Gairo allora, simulando l’assassinio di alcuni cittadini Noresi , riesce a far dichiarare guerra ai Nuragici.
La spedizione a Kolossoi dell’imponente esercito di Nora, grazie all’abilità strategica di Itzoccar e all’aiuto degli altri villaggi nuragici, sarà però un fiasco.
Infieriranno i Nuragici sul nemico sconfitto?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto il romanzo “I Thirsenoisin”perché rimango affascinato ogni volta che vedo uno dei settemila Nuraghi sardi e un giorno ho ammirato stupefatto il pozzo di Santa Cristina a Paulilatino.
Ho scritto questo romanzo perché mio padre era un discendente dei Shardana e venne dal mare per incontrarsi con mia madre, discendente del popolo dei Nuraghi; e io sono nato dal loro incontro.
Questa storia nasce per dare voce a chi non l’ha mai avuta: ai Sardi, costruttori di torri, I Thirsenoisin.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 5

Fu così che Gula, alla vigilia del grande raduno settennale entrò nella tomba dei giganti, vicino al pozzo sacro, dopo il sacrificio di  una capretta agli dei dell’acqua. Al tramonto Anù le somministrò la prima porzione del decotto a base di micorizzas, versando il resto in un tripode di ceramica. Nel complesso era  una quantità sufficiente per cinque giorni e, somministrata con il latte di capra, avrebbe dovuto costituire l’unico nutrimento per tutto il periodo di incubazione. Lo stesso Anù si sistemò nei pressi della «cumbissia», la vasca di decantazione che ospitava Gula, all’interno della tomba dei giganti,  isolandola anche fisicamente dal resto del mondo.

La prima notte passò senza incidenti. Gula dormiva di un sonno agitato. Lo si intuiva dall’espressione accigliata del suo viso.

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Intanto erano arrivate al villaggio di Gisserri tutte le delegazioni delle tribù federate. La prima  ad arrivare fu quella di Kolossoi, guidata da Itzoccar; poi fu la volta di Nadal, che guidava la delegazione di Genna ‘e Mari, la potente tribù che si affacciava, per una buona porzione di territorio, lungo le scoscese falesie della costa occidentale;il suo territorio era così vasto che si estendeva sino ai confini della pianura del Campidano; quindi giunse dal nord la delegazione di Gonario che guidava la tribù di Mumutzu, seguito dappresso da Mannai, proveniente da Kurkuris; Kalledda e Garonna arrivarono insieme; guidavano,   rispettivamente,  le delegazioni delle tribù della Nurra e di Solki; infine arrivò Ruju in rappresentanza delle tribù dell’Anglona.

E mentre le delegazioni si sistemavano negli alloggi loro assegnati, all’interno della vasta reggia nuragica, che comprendeva oltre alla torre centrale, altri due ordini di torrioni: un quadrilobato e un eptalobato, all’interno dei quali si estendevano ampi cortili circolari, numerosi corridoi, pozzi sacri e un numero elevato di stanze, la sacerdotessa Gula continuava, sotto la vigilanza attenta di Anù, la sua incubazione divinatoria.

Il secondo giorno Gula ebbe dei sussulti, a più riprese; Anù riuscì a farle bere del latte di capra, allungato con un’altra porzione di micorizzas.  Risprofondò subito nei suoi sogni; o forse, meglio, nel suo viaggio. Il suo viso mostrava una grande intensità di sentimenti e di emozioni. Si agitava e ogni tanto emetteva dei rantoli, attraverso il respiro affannoso. Poi si calmò. La seconda notte passò ancora senza incidenti.

Al terzo giorno, verso mezzogiorno, mentre i capi delegazioni erano riuniti nella grande sala circolare interna al primo ordine di torrioni, Anù le somministrò la terza porzione, ancora accompagnandola con latte di capra, sempre munto di fresco. Ma durante la notte un urlo lancinante si levò dalla tomba dei giganti. Fu udito nella reggia e per tutto il villaggio. Giovani e vecchi furono attraversati da un brivido di freddo  lungo la schiena,  che gli penetrò sin nel midollo spinale.

Nessuno aveva mai  udito un urlo simile, prima di allora: era qualcosa di sovrumano, di ultraterreno, come il grido di mille animali intrappolati nel ventre della terra che gridassero a una voce di venire liberati. Gula era uscita dal suo sogno e dal suo viaggio. Anù la riportò a casa, dopo avere asperso nel pozzo sacro quel che rimaneva del micorizzas. Per un giorno intero Gula riposò, poi volle del cibo e raccontò il suo sogno.

Al mattino Anù chiese di essere ammesso al raduno settennale delle tribù nuragiche. Dopo i primi tre giorni di lavori, era già tempo di conclusioni. I capitribù erano ansiosi di sentire da Anù i messaggi inviati dagli dei dell’oltre tomba.

«Gula ha incontrato Baba, la dea madre. Baba l’ha accompagnata nel viaggio.» disse Anù, appena Hannibaàl gli ebbe concesso la parola.

Un coro di assenso seguì stupefatto a quelle parole. Incontrare la dea madre durante l’incubazione era un segno di grande favore. Anche i capi tribù lo sapevano bene.

Itzoccar era considerato  il più autorevole  dei capi e chiese per primo la parola.

«Che cosa le ha mostrato Baba, nobile Anù?» Tutti tacquero in attesa del responso.

«Due grandi e possenti aquile si leveranno dall’est. Questo accadrà quando saranno trascorsi tanti cicli quanti sono quelli che io conto dalla fondazione del regno di Gisserri.» Tutti si sorpresero a domandarsi che significato avesse una tale indicazione temporale. Forse qualcuno ne intuì il senso, ma nessuno osò interrompere. Anù non aveva ancora finito.

«Un’aquila divorerà le tombe di Iolao e dei nove figli di Eracle; l’altra svuoterà la mia testa di tutto il suo contenuto.» Aggiunse Anù in tono asciutto. Sembrava che la cosa non lo turbasse affatto.

I presenti, invece, questa volta,  non poterono trattenere un’esclamazione di orrore. Chiunque capiva che si trattava di un segno esplicitamente funesto.

«Tutto questo quando accadrà?» chiese Nadal,  il capo della tribù di Genna ‘e Maris, in tono   preoccupato.

«Aspetta, potente, Nadal. Consentiamo ad Anù di completare il suo racconto», interpose Hannibaàl, che come capo tribù ospitante era titolato a farlo.

«Alla fine del sogno le due  aquile non sono tornate a oriente ma sono scomparse verso occidente, inghiottite dal sole che si tuffava nel grande mare. Poi Gula si è svegliata! Forse avete udito il suo grido!»

«Mi sto chiedendo il senso di questo sogno» disse Garonna, il capo della tribù di Nurra, come se parlasse a se stesso.

«E soprattutto quando accadranno questi eventi!» ripetè Nadal, sempre con lo stesso tono preoccupato.

Anù sembrava assente. Aveva finito il suo resoconto ed era immobile, con tutti gli occhi puntati addosso.

«Puoi spiegare il senso delle visioni avute da Gula, nobile Anù?» gli  chiese Hannibaàl.

« Non sono forse le due aquile, i due Arconti della città Shardana di Nora?» propose  il bellicoso Kalledda, uno dei capi tribù fautori della guerra senza tregua  contro gli Shardana.

«Non so cosa rappresentino le due aquile ma so che una di loro, la prima, distruggerà nove delle città Shardana. I nove tespiadi rappresentano infatti proprio gli Shardana. Solo quattro  delle tredici città oggi esistenti si salveranno; non so se Nora sarà tra le fortunate! »

Adesso le emozioni dei capi virarono nuovamente verso il consenso. Quel vaticinio non era per niente negativo, se prevedeva la distruzione di nove delle nemiche acerrime del popolo nuragico.

«E la seconda aquila?» chiese Gonario, della tribù di Mumutzu, che si estendeva dai primi contrafforti collinari meridionali sino alle  foreste del centro nord ; Gonario  aveva dei profondi legami di amicizia con Anù.

«La seconda aquila distruggerà la nostra civiltà, la nostra storia, la nostra memoria; ma le nostre regge e i nostri villaggi sopravviveranno alle due aquile.

«Ma tutto questo, quando avverrà?» esclamò ancora una volta Nadal, al culmine della sua esasperazione.

«Io conto, nella mia mente, circa 750 equinozi di primavera, dalla fondazione del nostro regno, ai nostri giorni; li ho tutti registrati qui, nella mia testa, insieme ai capi che hanno governato: e per ciascuno dei capi, il numero degli equinozi di primavera a cui ha preso parte; in totale fanno esattamente 753 equinozi;  Baba ha suggerito a Gula che ne passeranno altrettanti, prima che le due aquile sovrastino con le loro possenti ali  le nostre terre.»

Nadal, a quella spiegazione,  emise un sospiro che sembrò di sollievo. E non fu il solo.

«Ma alla luce di questa predizione, noi cosa decidiamo?» chiese Ruju, in rappresentanza delle tribù  nuragiche nord.

«Questa è una decisione che spetta a voi, potenti capi delle tribù. Io debbo andare da Gula. È ancora molto debole e potrebbe avere bisogno di me.»

«Vai pure Anù! Che gli dei ti siano sempre amici!» gli disse Hannibaàl.

«Che gli dei illuminino le vostre menti per le giuste decisioni dei nostri popoli. Spero di potervi salutare alla vostra partenza» rispose Anù avviandosi all’uscita, seguito dagli sguardi ammirati e solidali di tutti i capi tribù.

I lavori proseguirono spediti. Il giovane Kalledda si ritrovò solo, ma sempre meno convinto, a propugnare una guerra che nessuno voleva veramente.

Mannai, il capo della tribù di Kurkuris, fece un intervento che piacque molto.

«Fratelli!» – esordì «Se le due aquile, qualunque potere esse rappresentino, distruggeranno insieme nove  città Shardana e la nostra intera civiltà nuragica, questo significa che, in qualche modo, i destini nostri e dei Shardana, sono comuni. E allora perche farsi la guerra?»

«Certo se sapessimo quali sono le  città Shardana che si salveranno, quasi, quasi, converrebbe insediarsi nei loro pressi e cercare di impossessarsene!» disse Itzoccar. Anche questa riflessione piacque molto ai capi tribù, anche se Hannibaàl obiettò che le loro regge e i loro villaggi, secondo il vaticinio riferito da Anù, sarebbero state più sicure.

Alla fine, dopo un altro giorno e mezzo, passato a discutere, fu deciso di continuare con una politica attendista, fatta di aperture ai commerci e ai contatti culturali, ma con la guardia sempre alta e attenta. Il vaticinio di Gula, infatti, si proiettava nel futuro, ma niente diceva dell’oggi e del domani. E se i Shardana avessero tentato di espandere i loro confini a danno dei loro villaggi, chi li avrebbe difesi?

Fu deliberato pertanto di non deporre le armi e di continuare a educare i giovani nel rispetto delle antiche tradizioni, esercitandoli  e preparandoli alla guerra, come se avessero dovuto subire un’invasione da un momento all’altro.

Ruju riuscì a convincere gli altri capi dell’opportunità di mantenere dei contatti con i capi delle città Shardana, gli Arconti e i Senatori, inviando dei messi in segno di pace, per avviare un dialogo di amicizia. Fu un importante passo avanti sulla via della convivenza, anche se la decisione non piacque proprio a tutti.

La proposta comunque passò a larga maggioranza.

La sera prima della partenza, rientro Arca Salmàn, a dorso di un cavallo della Giara e con al seguito due cavalli che trasportavano un cervo e un cinghiale femmina. Fu festeggiato dai suoi amici e da  tutti i capi.

Nel piazzale circolare della reggia, vennero arrostiti numerosi  cinghiali e i capretti e il vino fu servito a fiumi. Si festeggiò così la conclusione del raduno, l’equinozio di primavera  e il rientro di Salmàn.

I giovani principi organizzarono dei balli al suono delle launeddas, delle cetre e dei tamburi.

Itzoccar e Hannibaàl annunciarono il fidanzamento di Aristea, principessa di Kolossoi con l’erede al trono di Gisserri. Quella fu l’apoteosi della festa. E mentre i giovani ballavano, i vecchi attorno al fuoco raccontavano le loro antiche storie, augurandosi che mai esse si sarebbero dovute dimenticare.

Forse qualcuno dei giovani avrebbe proposto di introdurre la scrittura, come si usava presso  i Shardana e altri popoli lontani,  per registrare sulla pergamena o sulle tavolette quei loro racconti. Ma nessuno dei vecchi pensò di interpellare i giovani. E poi, le loro storie erano così tante, che sarebbe stato impensabile trascriverle tutte quante. Senza contare che se si fossero un domani smarrite quelle pergamene, o fossero state rubate quelle tavolette, chi sarebbe stato capace di ricostruire la storia dei Thirsenoisin, i costruttori delle torri eterne?

Capitolo 6

Aristea era rimasta davvero  impressionata quando, al mattino, su invito del gran sacerdote Elki, aveva partecipato a una cerimonia propiziatoria al pozzo sacro di Turas, poco distante dalla reggia, nei pressi delle tombe dove riposavano, nel loro sonno eterno,  gli antenati del villaggio.

Il rito era officiato per ingraziare agli dei il viaggio che Itzoccar e il suo seguito avevano intrapreso il giorno prima per partecipare al raduno settennale delle tribù federate al santuario del villaggio nuragico di Gisserri. Damasu era partito presto per degli affari e Rumisu era su,  nei pascoli, a vigilare sulle innumerevoli greggi che appartenevano alla loro famiglia, le più numerose e profittevoli di tutte;  quindi era toccato a lei e a sua madre Irisha partecipare  in rappresentanza della famiglia reale.

«Tholoi, Dedaloia, Iaccu, Maimone, Dumuzu, Babai, Attis e Adone!», era stato l’incipit della giaculatoria che il gran sacerdote Elki aveva iniziato a recitare, scendendo i gradini delle scale che conducevano alla base del pozzo sacro, per deporre il contenuto del bacile con il sangue dei capretti offerti in sacrificio agli dei delle acque.

Solo il gran sacerdote poteva scendere quei sacri gradini, aveva sempre sentito dire Aristea.

Mentre Elki scendeva, col suo incedere  lento e solenne,  Aristea aveva visto l’ombra del gran sacerdote, sdoppiarsi e capovolgersi, riflessa sull’acqua e sulla parete di fronte alle scale. Tutti i presenti avevano trattenuto il fiato a quella magica visione. Lei aveva indicato quell’eccezionale  fenomeno a sua madre, che le stava a fianco; nella sua giovane  ingenuità non aveva capito che tutti gli altri presenti, invece, in qualche modo, se l’aspettavano; forse l’avevano osservato altre volte; o magari ne avevano sentito parlare. Sua madre le fece un cenno impercettibile come per dirle di tacere e di osservare con attenzione. Ma il gesto, in realtà, voleva suggerirle di guardare e imparare.  Aristea potè sentire il rumore del sangue versato nell’acqua, prima che il gran sacerdote si chinasse per sciacquare il bacile, in maniera che niente andasse perduto. Con l’acqua che riportò su, asperse i presenti, cominciando da sua madre e da lei; tutti chinarono il capo per ricevere meglio quella benedizione. Elki continuava a recitare le sue misteriose giaculatorie, con una cantilena che quasi rapiva in estasi l’animo turbato di Aristea.

Fu in quel preciso istante che decise che sarebbe tornata al pozzo, da sola. Aveva qualcosa da chiedere anche lei agli dei dell’acqua, ed era qualcosa che solo lei poteva chiedere. Avvertì quell’esigenza come una sfida. Chi lo aveva stabilito che solo il gran sacerdote potesse interpellare gli dei? Perché gli uomini dovevano sempre imporre la loro volontà escludendo le donne da ogni decisione?

2020-11-20

Aggiornamento

Uno dei miei sostenitori, insegnante a riposo, musicista e compositore di talento, che a dispetto dell'età avanzata suona l'organo e legge più e meglio di un giovane, si è appassionato alla lettura del mio romanzo. Nel comunicarmi la piacevolezza da lui provata nella lettura, in particolare mi fa i complimenti per la ricostruzione dei luoghi in cui ho ambientato la storia. A tal proposito mi invia una cartina redatta da uno dei suoi scolari nel lontano 1956. Devo confessare di essermi emozionato nel vedere questa cartina. Nel descrivere i luoghi di ambientazione del mio romanzo io mi sono basato su molteplici fonti scritte, sui ricordi dei sopralluoghi da me fatti nei diversi siti nuragici della Sardegna e sulla mia fantasia. La cartina inviatami dal mio lettore e sostenitore rispecchia la dislocazione da me realizzata nel romanzo per descrivere i villaggi nuragici e le città Shardana esistenti, nella mia fantasia, all'epoca in cui ho ambientato il romanzo (più o meno, nell'epoca di trapasso dalla civiltà del bronzo a quella del ferro). Un'incredibile coincidenza e un'emozione in più in questa mia avvenura di crowdfunding che punta alla pubblicazione e alla diffusione del mio romanzo. Un grazie sentito a Vittorio Montis e a tutti i lettori che mi hanno sinora sostenuto nel mio progetto editoriale e un grazie anticipato a quelli che mi vorranno sostenere nel prosieguo.
2020-11-09

Aggiornamento

Cari amici, il viaggio sulla navicella nuragica dei Thirsenoisin è appena iniziato e voglio ringraziare coloro che hanno già aderito prontamente alla mia proposta editoriale. Il tragitto è ancora lungo, ma i nostri antenati, I shardana, fecero un lungo viaggio prima di giungere in Sardegna e non si persero mai d'animo. E i nostri nuraghi sfidano il tempo da migliaia d'anni. Il tempo e il viaggio per noi sono due variabili costanti. Vorrei chiarire alcuni dettagli di natura tecnica, relativi al progetto editoriale. Primo. I sostenitori, dopo aver prenotato il libro possono scaricare immediatamente le bozze del romanzo e leggerlo subito sul loro Kindle, iPad, iPhone o su qualsiasi altro dispositivo elettronico, compreso il Personal Computer. Secondo. Il pagamento può avvenire con PayPal o con carta di credito (Visa, American Express, Maestro). Tuttavia, chi non volesse utilizzare tali mezzi di pagamento può versare a me la quota (in contanti o per bonifico); provvederò io stesso ad aprire il loro account; per questo motivo ho bisogno di una mail in corso di validità e dell'indirizzo. Terzo e ultimo. Se potete e se volete, coinvolgete i vostri contatti con il passaparola. Grazie di cuore a tutti. Vi abbraccio con affetto. Ignazio Salvatore Basile

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Salvatore Ignazio Basile
Salvatore Basile è nato nel 1954 in Sardegna, dove vive tuttora.
Negli anni ‘80, dopo svariati soggiorni all'estero, opera per la valorizzazione del patrimonio culturale sardo e inizia l’insegnamento e la professione legale. Negli anni ’90 si sposa. Ha due figlie.
Sempre negli anni ‘90 inizia a comporre "I Canti della Creazione", opera poetica in versi e in rima ispirata alle Sacre Scritture.
Negli anni 2000 fonda una compagnia teatrale con la quale allestisce le sue numerose commedie, che vengono rappresentate e premiate in diversi contesti. È autore, inoltre, di romanzi e racconti di vario genere, tra cui "Memorie di scuola" - Volume Primo edito da youcanprinti nel 2018, e di alcune sillogi poetiche in versi sciolti. Ha iniziato a pubblicare le sue opere nel 2007. Attualmente percorre nuove opportunità di pubblicazione, attraverso diverse iniziative, al fine di valorizzare i suoi romanzi.
Dirige diversi blog di letteratura e di cultura generale.
Salvatore Ignazio Basile on FacebookSalvatore Ignazio Basile on InstagramSalvatore Ignazio Basile on Wordpress
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