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If I were you

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Consegna prevista Giugno 2020

Certi legami sono destinati a durare per sempre, il loro è uno di questi.

Alex e Morgan sono gemelle identiche, ma i loro caratteri non potrebbero essere più diversi.
Il tempo le ha allontanate sempre di più, ma è il destino a porle davanti alla prova più difficile.

Quando la prima scompare misteriosamente, tocca a Morgan, la più fragile delle due, superare i suoi limiti e partire alla ricerca della metà mancante del suo cuore, Alex.

La strada per arrivare alla verità la porta a viaggiare per chilometri, per poi scoprire che nulla è come credeva che fosse. La realtà è come uno schiaffo in pieno viso.
Una ricerca difficile e toccante che la spinge persino a fingersi sua sorella, così diversa da lei.

La storia di un amore senza confini, di una sorella disposta a tutto pur di salvare la sua compagna di vita.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre avuto il sogno di riuscire a trasmettere qualcosa con le mie parole. Ho scritto If I were you in un periodo non particolarmente facile per me, come a voler costruire una nuova realtà, lontana dalle difficoltà e i mille pensieri. Ogni parola conserva tutte le emozioni provate durante la stesura di questa storia, testimonianza indelebile di un momento così importante per la mia esistenza. Ho sentito la necessità di scrivere per sentirmi libera.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

“Di due sorelle, ce n’è sempre una che osserva e l’altra che danza.”

(Louise Glück)

Greenfield non era il posto adatto a me, questo lo avevo capito da un bel po’ di tempo. A dirla tutta, non lo ritenevo adatto a nessun essere vivente al di sotto dei sessant’anni. D’altronde, cosa bisognava aspettarsi da un microscopico villaggio di meno di trentamila abitanti nel Surrey, a sud di Londra?

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Il massimo della mondanità raggiungibile era rappresentato dal “Greenfield Festival “, che a un festival non assomigliava neanche. Dimenticate zucchero filato e ruote panoramiche, l’unica attività presente consisteva nell’annuale torneo di bocce organizzato, come di consueto, da Mr Foster: un arzillo ottantenne, proprietario della maggior parte delle attività locali.

La signora Emily Foster, la sua giovanissima consorte, sembrava uscita da Desesperate Housewives: messa in piega perennemente perfetta e abiti perennemente in pendant con la manicure. Ogni donna della città sognava di poter diventare sua amica, per il puro piacere di poter assaporare un briciolo della sua vita perfetta. A dirla tutta, Emily mi aveva sempre fatto una gran pena. Non doveva passarsela affatto bene per essere arrivata a sposare un uomo di quarant’anni più anziano, il cui unico pregio era quello di essere dannatamente ricco.

Nonostante gli sforzi, ogni idea che prendeva vita in quella cittadina abbandonata dal mondo risultava banale e priva di buon senso. Come ad esempio l’installazione di una piccola e mal realizzata copia della Torre Eiffel nel bel mezzo della piazza principale.

Per non parlare delle temperature glaciali in grado di spaccare le ossa, l’umidità perenne, un vero toccasana per i miei già indomabili capelli, e le onnipresenti nuvole. Insomma, un paradiso terrestre.

Penso di aver espresso a sufficienza quanto amassi quel posto dimenticato dal mondo. Wow, senza nemmeno parlare della massa di retrogradi che lo abitavano.

Per cercare un po’ di sano svago bisognava raggiungere la capitale, il mio posto preferito sull’intero pianeta, dove le luci si confondevano con le stelle. Avrei trascorso ore intere a passeggiare per Hyde Park, beandomi della tranquillità che i suoi curati prati verdi mi trasmettevano. Adoravo, inoltre, perdermi nel traffico e le insegne luminose di Piccadilly Circus. Per non parlare di quanto fosse meraviglioso osservare l’intera città dall’alto, grazie alla mia attrazione preferita: il London Eye.

Purtroppo, però, quello non era il luogo in cui ero nata e cresciuta. Avrei, ormai, dovuto rassegnarmi. In realtà, fino all’anno precedente, avevo avuto la forza di sopportare la mia triste e nuvolosa realtà, ero infelice ma riuscivo ad accettarlo. Stringevo i denti e tiravo avanti.

È proprio assurdo come una persona possa cambiare il tuo modo di vedere il mondo, colorare anche le giornate più grigie. Anzi, no: lei era tutto il mio mondo.

Era stata mia compagna e complice dal primo battito del mio cuore, il mio primo respiro, la prima volta che i miei occhi avevano visto la luce.
Il nostro era uno di quei legami figli del destino, più forte di ogni litigio o distanza.

Come mi ripeteva sempre: condividere per nove mesi lo stesso minuscolo spazio non è una cosa da nulla. Aveva ragione. Eravamo come collegate da un filo invisibile, potevamo scegliere strade diverse, ma, alla fine, la nostra meta sarebbe sempre stata la stessa. I diciassette anni passati insieme erano stati più che intensi, tra porte sbattute in faccia e abbracci in grado di romperti le ossa e aggiustarti l’anima. Eravamo in grado di battibeccare per le ragioni più assurde, ma non riuscivamo a tenere il broncio per più di mezz’ora.

Da quando era andata via, i nostri ricordi più belli mi perseguitavano come fantasmi. Bastava che mi sedessi sul divano affinché le immagini delle nostre serate passate sotto il caldo plaid natalizio, delle litigate per chi dovesse scegliere il film e dei popcorn bruciati mi tornassero alla mente.

Talvolta, sentivo ancora la sua voce canticchiare allegramente le note di qualche canzone di Ed Sheeran, il suo cantante preferito, storpiandone completamente il testo. Lo faceva di continuo, solo per infastidirmi, sapeva quanto odiassi essere disturbata mentre studiavo. Avrei pagato oro per subire, di nuovo, quella immane tortura. Avrei gioito persino nel sentire i suoi pugni sulla porta del bagno mentre mi facevo la doccia e la sua voce scocciata che mi intimava di darmi una mossa.

Eravamo sempre state, caratterialmente parlando, l’una l’opposto dell’altra. Fisicamente eravamo due gocce d’acqua: i lunghi capelli mori e lisci, i grandi occhi verdi e le labbra rosee ci rendevano praticamente indistinguibili. Nonostante ciò, mi ero sempre sentita un gradino più in basso, non abbastanza.

Bastava, però, farci aprir bocca per entrare in contatto con le nostre opposte personalità. Io, Morgan, troppo severa con me stessa, la testa china sui libri e un finto sorriso accondiscendente sempre stampato sulle labbra. Alex, invece, riusciva a malapena a trattenere la sua voglia di indipendenza e il suo carattere indomabile, un’instancabile sognatrice. Era stato, forse, proprio questo a portare la nostra relazione a un punto di non ritorno. Non ci parlavamo quasi più, eravamo distanti chilometri pur trovandoci sotto lo stesso tetto.

Crescendo ognuna di noi aveva preso strade diverse, frequentando persone e ambientanti altrettanto opposti. Alex, grazie alla sua spiccata personalità, era riuscita a far breccia nel cuore della comitiva più “in” della scuola. Io, invece, avevo una sola vera amica, Grace. In fondo, a contare era la qualità non la quantità dei rapporti. Quell’instancabile biondina, con il passare degli anni, era diventata la mia più cara confidente e sostenitrice. Tutto ciò ulteriormente a discapito del mio rapporto con Alex. Mia sorella non sopportava la presenza di Grace e, data la sua impulsività, non aveva mancato di farglielo capire senza mezzi termini.

Per quanto riguardava la mia famiglia, mamma e papà non avevano mai nascosto la loro preoccupazione per le frequentazioni di mia sorella. Noah e Emily, un medico e un’insegnante di letteratura inglese, i soliti genitori apprensivi e pieni di paure. Avrebbero fatto di tutto per donarci una felice e spensierata esistenza. Il loro era il tipico amore da romanzo rosa. Si erano conosciuti alla London Metropolitan University. Mia madre sognava di diventare una scrittrice, mentre mio padre cercava con tutte le sue forze di non deludere le aspettative di mio nonno, uno dei medici più insigni del paese. La biblioteca divenne ben presto il luogo in cui lanciarsi fugaci sguardi e realizzare il piano che il destino aveva in serbo per loro. Un matrimonio, una casa e due figlie dopo, la loro vita aveva assunto quella parvenza di perfezione.

Un giorno, all’improvviso, tutte le nostre certezze si erano, però, sgretolate, lasciandoci con la testa piena di dubbi e il cuore a metà: mia sorella era scomparsa.

Capitolo 1

“Pensare che non l’ho, sentire che l’ho perduta. Sentire la notte immensa, più immensa senza di lei.”

(Pablo Neruda)

Ricordo ogni dettaglio di quel giorno maledetto, cosa alquanto assurda per una distratta patologica come me. Come se qualcosa dentro di me avesse già capito che quello sarebbe stato un giorno indimenticabile.

Era la vigilia di Natale; uno dei pochi momenti in cui l’intera famiglia si riuniva, dimenticandosi del lavoro e dello stress quotidiano. La casa era decorata a regola d’arte, una delle fisse di mia madre, il camino in salotto era stato acceso, questo era invece compito di papà, propagando un piacevole tepore in tutta la casa. La nostra non era una reggia, ma, grazie all’attenzione di mia madre per i dettagli, era decisamente ben arredata e ogni ambiente era perfettamente impiegato ed esaltato. La sua superficie si sviluppava su due piani, in quello inferiore si estendevano la cucina, il salotto e un bagno, mentre in quello superiore erano situate tre camere da letto e un ulteriore bagno. Ero grata di avere una stanza tutta per me, il mio rifugio dai continui litigi tra mia madre e mia sorella, nonché tana per immergermi completamente nella mia passione più grande: la lettura.

Leggere per me era come respirare, necessario alla mia sopravvivenza. Avevo un libro adatto per ogni occasione, trovavo conforto nel profumo della carta e nella profondità delle parole. Mi innamoravo di alcuni personaggi, altri arrivavo persino a detestarli. Mi immergevo completamente nelle storie, fino ad arrivare a farne parte. Tornare alla realtà era sempre spiacevole, non riuscivo ad apprezzarla. Ero una ragazza decisamente comune, non avevo niente di speciale da offrire al mondo.

A causa delle troppe ore passate a sfogliare quelle pagine meravigliose, la mia vista era diminuita drasticamente costringendomi ad indossare uno spesso paio di occhiali da vista: l’ennesima barriera tra me e il mondo.

Quella mattina Alex sembrava non avere nessuna intenzione di alzarsi, doveva essere rimasta fino a tardi alla festa di Jordan Black, il ragazzo più popolare e insopportabile dell’intero quartiere, nonché figlio del sindaco. Non avevo mai visto di buon occhio la famiglia Black, il padre di Jordan, durante le elezioni comunali, aveva ottenuto la maggior parte dei voti in maniera decisamente non lecita, mentre la madre si aggirava per la cittadina come se fosse stata la padrona del mondo. Avevo consigliato innumerevoli volte ad Alex di tenersi alla larga da quella gente, ma lei aveva ignorato i miei avvertimenti. Sembrava che provasse gusto nel contraddirmi.

Mamma, di li a poco, avrebbe perso la pazienza, trascinandola a forza in cucina. L’ultima cosa che volevo era vedere andare in fumo l’atmosfera natalizia, avevo aspettato ben trecentosessantacinque giorni per riviverla, toccava a me l’arduo compito. Presi un bel respiro e decisi di andare a svegliare la bella addormentata, già consapevole della lotta che mi aspettava. Alex odiava essere disturbata mentre dormiva, figuriamoci dopo una sbornia. Salii lentamente le scale e, una volta arrivata davanti alla sua porta, bussai lievemente, quasi pentita della mia decisione. Nessuna risposta. A quanto pareva bisognava usare le maniere forti. Spazientita spalancai la porta. Mi guardai attorno, tutto era al proprio posto, tranne per un piccolo particolare, mia sorella. La sua stanza era decisamente diversa dalla mia, le pareti erano ricoperte di foto e citazioni e un’enorme bandiera degli Stati Uniti campeggiava sopra il suo letto. Alex sognava, da sempre, l’America, terra di sogni e avventura. L’avrei vista bene a passeggiare, dopo una seduta di shopping, per le strade di New York, oppure sotto il sole di Miami. Io ero più un tipo da Inghilterra, tutta nuvole e pensieri.

Andai a controllare in bagno, nemmeno li trovai sue tracce. Decisi di prendere la questione alla leggera, tuttavia, provai a chiamarla al cellulare, ma ebbi come risposta la sua segreteria.

“Hey, tu! Non so perché mi cerchi, ma, se stai sentendo questo messaggio, vuol dire che non sei stato abbastanza fortunato. Riprova a chiamarmi più tardi e, se non ti rispondo, fattene una ragione ”

Dove cavolo era finita? A volte, si comportava peggio di una bambina irresponsabile. Mamma l’avrebbe uccisa e io non l’avrei difesa, non questa volta. Doveva imparare a comportarsi, il mondo non girava attorno a lei. Io non esistevo in sua funzione, nonostante avessi dimostrato il contrario per ben diciassette anni.

Controllai l’orario, erano le undici di mattina, avevo dato appuntamento a Grace al parco della città per poterci scambiare i regali di Natale, una sorta di nostra tradizione. Nel corso degli anni, ci eravamo regalate le cose più buffe e improbabili, anche quello, ormai, faceva parte della tradizione. Mia sorella aveva smesso di farmi regali ormai da qualche anno, io, invece, avevo continuato a lasciarle davanti alla porta un pacco di Reese’s, le sue merendine preferite.
Mi lasciai completamente alle spalle Alex e raggiunsi la mia amica. Mia sorella se la sarebbe dovuta cavare da sola.

Con Grace il tempo volava, era la ragazza più buffa e sbadata che conoscessi. L’avevo incontrata alle elementari e, da quel momento, non ci eravamo mai perse di vista. Il nostro rapporto era, tuttavia, diventato veramente stretto quando, crescendo, quello con mia sorella aveva cominciato ad indebolirsi sempre di più. Grace mi aveva consolato quando, a tredici anni, Miranda Green mi aveva dato della sfigata davanti a tutta la classe. Lei mi aveva asciugato le lacrime al funerale di mia nonna. Lei aveva scelto di esserci, mentre Alex aveva reputato più conveniente voltarmi le spalle e vivere la sua nuova vita mondana.

Mentre mi raccontava di come avesse accidentalmente bruciato con la piastra una ciocca di capelli di sua sorella maggiore, il mio telefono iniziò a squillare, era mamma. Controllai l’ora: cavoli, era già l’una e quarantacinque, ero in ritardo per il pranzo. Temendo un suo aspro rimprovero, risposi con tono affabile e vago, non avrei sopportato di essere in punizione a Natale.

“Hey, mamma. Stavo giusto per chiamarti. Ho avuto contrattempo…”

“Morgan, sei con tua sorella? ”

” No, io non ho idea di dove sia… ”

Scoppiò a piangere, facevo fatica a capire cosa mi dicesse.

” Mamma, tranquilla. Perché piangi? Vedrai che tra poco si farà viva. ”

” Deve esserle successo qualcosa. È scomparsa anche l’auto di tuo padre. Ti prego, Morgan, torna a casa. ”

Salutai Grace e mi incamminai verso casa. Non ero particolarmente preoccupata per mia sorella, ero certa che presto avrebbe fatto ritorno. Me la immaginai ancora addormentata, dopo aver bevuto troppo, sul divano di qualche sua amica. La cosa che, però, non riuscivo a sopportare era come non si preoccupasse minimamente di tranquillizzare i suoi genitori. Come diavolo le era venuto in mente di prendere l’auto di papà? Sapeva quanto tenesse al suo gioiellino.

Le successive dieci ore furono un susseguirsi di telefonate e pianti isterici. Cercavo di tranquillizzare mia madre in tutti i modi, era distrutta. Io, invece, riuscivo solo a provare ira nei confronti di Alex, odiavo questo suo comportamento.
Non riuscivo a realizzare quello che stava accadendo. Continuavo ad essere convinta che si trattasse di una bravata; i miei genitori ne stavano facendo una tragedia.

Passarono altre ventiquattro ore, di Alex nemmeno l’ombra. Fu quando la polizia fece ingresso a casa nostra, che cominciai a prendere coscienza della situazione, come uno schiaffo in pieno viso. Iniziarono a farci domande su domande, mentre io cercavo con scarsi risultati di far ordine nella mia mente. Non riuscivo a capacitarmi dell’accaduto. Alex era sempre stata un’anima ribelle, ma non sarebbe mai arrivata fino a quel punto. I detective interrogarono amici e conoscenti, in particolare coloro che erano stati invitati alla festa di Jordan. Tutti affermarono che mia sorella si era comportata come sempre e che aveva lasciato la festa a mezzanotte in punto, in perfetto orario con il coprifuoco imposto dai nostri genitori. La voce si sparse molto velocemente in città. Così io e la mia famiglia ci ritrovammo a chiedere aiuto, in prima serata, sul notiziario nazionale. Il caso di mia sorella era stato dato in pasto ai giornalisti inglesi, non c’era persona in tutto il paese che non conoscesse il volto di Alex. Era diventata un caso mediatico.

11 ottobre 2019

Aggiornamento

È uscita la prima recensione di If I were you.
Se vi va, passate a leggerla. Sono davvero molto grata ad Elisabetta per aver letto il mio libro.

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Simona Ulbar
Simona Ulbar nasce a Giulianova (TE) il sedici luglio del 2001. Attualmente frequenta il quinto anno del Liceo Classico Europeo. Sin da piccola, ha sempre amato scrivere e immaginare nuove realtà. "If I were you" rappresenta il suo primo approccio serio al mondo della scrittura. In futuro spera di riuscire a far conoscere le sue storie e di trasmettere messaggi positivi ai suoi lettori.
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