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Il Bisbigliatore Ispiratore. La storia di Adele

Il Bisbigliatore Ispiratore. La storia di Adele
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Consegna prevista Maggio 2022
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Bea è immersa nel periodo più complesso dell’adolescenza. Stimoli, curiosità si spintonano. Il diverso, bullismo, le conseguenze drammatiche della droga, i confronti con i grandi misteri inquietanti spirituali e terreni sono incalzanti anche perché se li deve trainare insieme a un compagno-custode che vede solo lei, il: Bisbigliatore Ispiratore (Tore), che non deborda mai in magie o super-poteri. Ha il compito di tutelarla e mantenerla virtuosa, entro limiti accettabili, per destinarla a diffondere una discendenza superiore, perché, le spiega, c’è un equilibro che va preservato per l’armonia. A Bea non interessano gli obbiettivi di Tore. È cosciente che non è normale tale rapporto e concentra i suoi interessi sui compagni, la scuola, le amiche Elena e Teresa e il fidanzatino, mentre Tore lo terrà come ruota di scorta fino a quando un tragico evento provocherà una tentacolare successione di circostanze e coinvolgerà tutti in un’indagine pericolosa.

Perché ho scritto questo libro?

L’ispirazione è arrivata da un ricordo di quando lavoravo al bar. Un uomo strano. Uno dei tanti diversi che fanno parte dell’umanità che invece vivono ai margini, staccati. Prendeva il cappuccino e stava ore seduto al tavolino e parlava a una sedia vuota. Nessuno sedeva mai al suo fianco. Aveva un viso sereno, un tono tranquillo e spesso sorrideva. Su quella sedia c’era un amico vero, un compagno che lo faceva stare bene. Un equilibrio lui l’aveva trovato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1 – TORE

Ero piccola, non ricordo quanto piccola. Intorno gli adulti mi parevano giganti. Vedevo enorme il tavolo, le sedie e il corridoio lungo; tanto lungo. Delimitava il nord con la porta del bagno, il sud con quella della cucina e il portoncino d’ingresso, dove spiccava pendula, sul lato sinistro, la catenella arrugginita blocca apertura e lo spioncino centrale; un piccolo cerchietto laddove mia madre affondava l’occhio dopo lo scampanellio, prima di aprire la porta. Per me un mistero affascinante quel gesto che mi pareva magico e permetteva di aprire o tenere chiusa quella porta. Più tardi, quando scoprii che era solo un buco nel quale si vedeva chi c’era oltre la porta e non un raggio fatato che attraversasse il legno per rendere visibile l’altro lato, non provai delusione, ma l’accettai con impassibile abitudine, insieme alle varie consapevolezze che man mano comprendevo e mi allontanavano dalle fantasie fiabesche infantili, introducendomi nella realtà degli adulti. Accettavo passiva cognizioni e regole dei grandi, secondo l’età in cui mi trovavo e mi uniformavo. Tuttavia conservai frammenti di immagini e concezioni del fascinoso carosello infantile: il posto più bello, il luogo degli incanti; peccato che lo attraversiamo con la grande voglia di crescere.

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Fantasticherie bizzarre; temporali; sole e luna; fuochi sotto le pentole; cibi che calmano il senso della fame; il sapone che fa schiuma; I bimbi mescolano e credono a tutto. Per loro è tutto vero, in seguito fanno distinzioni ed eliminano ciò che gli viene consigliato di cancellare. Vengono spolverati e risuscitati dagli artisti, i creativi, i folli, per scaricarli e alleggerirsi o farne lavori per mantenersi. E se alcuni di questi interventi di sepoltura fossero sbagliati? Una ricchezza che si perde, o non si perde e vanno invece a confluire in un altro mondo parallelo e autentico come il nostro.

Tra il bagno e la cucina, tutte in fila in uno stesso lato vi erano altre 4 porte distanziate di circa 3 metri e mezzo. Erano le stanze da letto e il salottino. Credo che dall’altro lato del muro ci fosse un corridoio identico con porte e stanze per cui creavano una comoda privacy tra i due appartamenti. Oggi, con le entrate living sono quasi scomparsi e penso anche parte della loro utile privacy.

In quel vecchio e lungo corridoio correvo, cadevo, inciampavo e lui, il miraggio splendido che ho conservato del carosello infantile, sempre accanto che mi aiutava a rialzarmi e poi mi bisbigliava:

“La finisci di correre, va a finire che ti fai male”.

“Sì. No correre io, più”. Gli rispondevo guardandolo e non so cosa vedessi allora. Forse un ombra chiara. Descrivere un ombra chiara mica facile! Per quel che posso formulare, ritornando avanti e indietro nel passato, le ombre le ho sempre viste scure. Una luce? No! Non era proprio luce e non era ombra. Una figura accennata come quelle dei disegni per bimbi, con un contorno più marcato e dentro colori sfumati. Un maschio? Boh! Sono sempre stata convinta che fosse maschio. Ma non era chiaro neanche questo e…neanche scuro! Lui mi disse che era il: “BISBIGLIATORE ISPIRATORE” e non bisbigliatrice. Da lì la deduzione ovvia, per il mio piccolo cervello, che tale sinonimo identificasse un genere maschile.

Era difficile per me pronunciare quel nome e credo risposi più o meno:

“Tu sei -Tore- e io Bea, anch’io più piccolo nome e no Beaciice”.

Così per me fu sempre e solo: -Tore-.

Non posso convalidare che fu per l’età credulona che mi si appiccicò e trovando terreno fertile seminò e…accidenti se semino!

Prima che ci presentassimo sapevo già di lui, lo avevo visto altre volte, quando ancora non avevo la parola, per cui non potevo raccontare di lui. Non m’importava chi fosse, non ero un pericolo per lui, né lui lo era per me. C’era o non c’era faceva lo stesso.

Poi arrivò la parola.

“Con chi stai parlando Beatrice? Che fai? Dialoghi da sola? Riuscissi a farlo anch’io. Mi darei le risposte che voglio, giusto per non andare in bestia”.

E Tore, con un dito sulla sua bocca (credo) e un altro sulla mia, mi sussurrò:

“Non dire di me a nessuno e se mi parli devi farlo piano piano, bisbigliando e quando sono lontane le altre persone perché non devono sentirci. Altrimenti me ne andrò per sempre”.

Non volevo che Tore andasse via e, non potendo rispondere perché la mamma poteva sentire, feci a lui un cenno con il capo e lei la distolsi con la domanda:

“Come fai a fare la bestia?”

“Piccola Bea dimentico sempre che sei una bimba. Ah! Le orecchie e gli occhi dei bimbi che sentono e vedono l’infinito!”.

Già! Lei dimenticava che ero una bimba e si dimenticava di me spesso e dimenticava tante altre cose. Era proprio smemorata e distratta. Dopo alcuni anni non la vidi più e fui io a dimenticarmi e a non ricordarla tranne quando sguardi furtivi si posavano sulle foto di lei sparse ovunque, ma erano istanti fulminei, di quelli superficiali come stracci per togliere la polvere, per non far ritornare indietro sofferenze.

Ma Tore non si è mai dimenticato di me né io di lui. Era la figura più importante della mia famiglia. Ho ricordi più precisi intorno ai 4 anni. Giocavamo a nasconderci, lui era più bravo di me, molte volte non riuscivo a trovarlo perché barava rendendosi invisibile e mi lamentavo di ciò.

“No conta. No vale. Tu scomparisci”.

“Hai ragione. Un giorno insegnerò anche a te a scomparire”.

“Quando?”

“Un po’ più in là. Ora non si può. T’insegnerò molte cose belle”.

“Cosa?”

“A leggere, scrivere, disegnare, correre senza cadere e tanto ancora”

“Oh! E sarò più brava di mio fratello? Lo fai anche con lui?”

“No. Lui impara a scuola. Ha un altro maestro che insegna in modo tradizionale”.

“Tradizionale?”

“Vuol dire ripetitivo. Insegnamenti che si ripetono. Tua nonna ha insegnato a tua madre a preparare gli spaghetti in un certo modo e lei continua a cucinarli secondo quella ricetta. Tu li preparerai uguali e non ti farai domande sul perché ti capita di ripetere gli stessi gesti”

“Tu non sei ripetitivo?”

“Sono ripetitivo anch’io ma le materie sono diverse”.

“Mio fratello ha un altro Tore?”

“No, il suo maestro è differente da me. Intanto è pagato; ha ore libere, vacanze, pensione, ed è un dipendente pubblico, Ah! Ah! Ah!”

“Perché ridi?”

“Perché…non so spiegartelo. Non potresti capire. Devi aspettare. Bisogna aspettare sempre. Questa è la prima cosa che devi imparare con me: -l’attesa!-

“Cosa vuol dire aspettare?”

“Quando non ci sono mi chiami, poi cosa fai?”

“Ah! Ho capito: aspetto e tu arrivi”.

Così erano i nostri primi discorsi. Il tempo aveva quel significato peculiare dell’infanzia, era: l’attesa! Poteva entrare in qualunque spazio o in nessuno. Non sapevo quantificarlo e lui, anche in seguito, faceva fatica ad adattarlo alle mie percezioni.

Tore non era la mia voce da ventriloquo o alter ego e non sono affetta da disturbi di personalità multiple o paranoie. Superata l’età infantile, l’ingenuità l’ho archiviata per scelta; le fantasie e gli sguardi imbambolati, affievoliti; e, come capita (con eccezioni tipo per me Tore, per altri non so) a tutti i bambini, è avvenuto per fare passi verso la crescita e inserirmi nei diversi livelli per raggiungere l’obiettivo di essere considerata: stabile, sensata e responsabile. Non era tutta farina del mio sacco, avevo intorno figure che mi volevano bene e quando c’è di mezzo l’affetto è facile essere tolleranti, comprensivi e rilasciare giudizi della serie: strana ma simpatica – dotata e originale – in equilibrio singolare. Le conversazioni con Tore erano spudoratamente sconfortanti ma esaustive riguardo il suo

punto di vista e i grandi enigmi dell’esistenza, tant’è che io, dopo l’infanzia, preferivo allontanarmene per mezzo delle mie incertezze cognitive. Già da bambina, ero consapevole che non erano mie le risposte. Non potevo formulare quei concetti di teorie filosofiche. Lui non era me. Ma chi era o cos’era?

Durante tutta l’infanzia mi abituai alla sua presenza senza pormi eccessive domande. Crescendo gli rivolsi tutti i mille perché della curiosità dei bambini e lui, con grande pazienza mi rispondeva. In alcuni momenti iniziavo con varie domande, quando l’evento che stavamo vivendo lo richiedeva o per una mia eccessiva curiosità.

“Ma tu da dove vieni? Perché sei con me? Anche altri hanno un Tore?”

Mi dava risposte parziali, vaghe. Poi un giorno mi disse di più […]

[…] ELENA

Era giunto il momento di decidere che dovevo uscire dalla tana. Mia madre non soffriva più, mi aveva detto, e anch’io smisi di soffrire per lei.

Lo feci appoggiandomi a Tore e alla mia famiglia. Non camminai più a testa bassa e iniziai a riguardare i soffitti e il cielo e mi ritrovai tra la gente. Notai che mi ero persa molto. Per i compagni di scuola ero quasi un’incognita e idem erano loro per me.

Abitavo non lontano dalla scuola e circa a metà strada incrociavo Elena. Mi piaceva considerarla amica perché era la più schietta, simpatica e bella. Pur camminando al suo fianco non mi spronava a parlare se non avevo voglia e nel periodo del lutto rispettò il mio silenzio. Quando ricominciai a spiccicare parole lei mi sorrise, mi abbracciò e mi disse:

“Finalmente hai messo il muso fuori e sei uscita dal letargo. Cosa aspettavi che ti crescessero le ragnatele dove dico io”

“Scusa, dove dici tu?”

“Lascia perdere. Abbiamo capito tutti che era per la perdita di tua madre. Oh! Scusa non volevo riaprire ferite”

“Non fa niente. Ho superato”.

“Si lo vedo.”

In pochi giorni mi fece entrare nel giro dei suoi amici.

“Siamo fortunate ad avere la scuola vicino non credi? Pensa ai nostri compagni che devono prendere treni e pullman e perdere ore di sonno. Fanno sacrifici più di noi”.

“Stai scherzando? Ma dove vivi? Quelli sui pullman e treni si divertono un sacco. Se ne fregano delle ore che perdono con tutte quelle toccate che si fanno sui sedili dietro. Poi si scambiano i posti e quelli che sono seduti dietro, quando hanno finito, vanno davanti e quelli che erano davanti vanno dietro.

Mi raccontano certe cose! Non posso parlare, non va bene. Sono confidenze. Ma ci sono anche quelli che stanno davanti e non si muovono. Non vogliono”

“Non vogliono fare che? E poi tutti quei spostamenti può anche essere pericoloso viaggiando. L’autista dovrebbe intervenire, proibire, e anche fare rapporto alla scuola, o non so dove”.

“Toccarsi! Beatrice si toccano dove non batte il sole e nemmeno la luna. Cavolo, ti devo spiegare tutto! L’autista. Figurati! Ѐ abituato. Senz’altro lo faceva anche lui ai suoi tempi. Ѐ responsabile di guardare bene la strada, di non distrarsi e poi a fine mese ritirare lo stipendio. Non ha altre responsabilità. Non è mica il pulmino dell’asilo”.

Ridendo a crepapelle e respirando per prendere fiato, tra una risata e l’altra, Elena mi spiegò meglio e con particolari gli estratti delle confidenze che aveva raccolto senza fare nomi. Che apprezzai alquanto.

“Io, in caso fossi con loro, sarei fra quelli che stanno davanti e non si muovono”.

“E lo so. Io invece starei sempre dietro e non mi sposterei davanti”.

“Oh! Beatrice, il tuo abbagliante sorriso fa più bello il tuo viso”.

A parlare era stato Daniele, un ragazzo indiano adottato da coniugi benestanti della nostra cittadina. Intelligente, solare e, anche se era bruno di carnagione e piccolino, non fu mai emarginato grazie al prestigio della famiglia. Aveva l’abitudine di entrare per ultimo in classe per salutare le ragazze con citazioni poetiche e rime. Erano saluti new entry di una simpatia unica che ci facevano iniziare in allegria le noiose lezioni. I professori tolleravano i suoi minuti di ritardo (o forse era tollerato per via dell’illustre casata alla quale apparteneva per diritto legittimo).

La classe era al completo. C’eravamo tutti. Sembravamo dei bravi ragazzi e suppongo lo fossimo. Non saprei fare una misurazione e non avevo le competenze professionali adatte. Tore le aveva, ma sui compagni non volevo mettesse lingua. Lingua? Io non lo so se avesse una lingua, tipo quella cosina rosa, rasposa, bruttina. Sì, quella che abbiamo in bocca e si muove come una coda ed è attaccata non so bene a cosa. Provavo disagio a chiedere e anche timore che mi facesse vedere un esserino alieno e mostruoso […]

[…]5- IL FUNERALE

Faceva freddo. Eravamo in prossimità del parco e lo vedemmo avvolto in una nebbia plumbea. Gli alberi, l’erba e le fontane in quella zona amplificavano il vapore acqueo. D’inverno era la zona più nebbiosa della città e verso sera e durante la notte anche la più fredda e deserta. La cappa che avviluppava il giardino era vagamente somigliante alle cupole di vetro degli osservatori astronomici o di una città del futuro di un film di fantascienza. Ci fermammo impressionati. Carla mugugnò:

“Ragazzi, qui sembra di entrare in un luogo schermato, Che roba è? Non pare neanche più il nostro parco”

Lumumba, che saggiamente aveva messo un giubbotto chiaro, fece un passo avanti e ci esortò:

“Io dei luoghi scuri non ho paura, ci sono abituato e siamo in sintonia. Venite con me e non temete l’uomo nero”.

Scoppiammo a ridere e lo seguimmo.

Poco dopo aver oltrepassato il cancello, che era appoggiato di lato sbilenco e avvolto da sterpaglie, ci guardammo nuovamente con apprensione perché più avanti il buio era più fitto e pareva un manto scuro, più vicino a un drappo funebre che a un complesso di gas e goccioline umide. Pietro, uno dei gemelli, mise una mano in tasca e tirò fuori l’accendino invitando gli altri a fare altrettanto e insieme accendemmo chi un lumino, chi una candela, chi una torcia ma la maggior parte avevano accendini. Io logicamente, una candela bianca. La luce dei lampioni e delle nostre piccole fiaccole rischiarava a stento i sentieri e causava incertezza ai nostri passi costringendoci a un incedere lento.

Sopra gli alberi, là dove non arrivava né la luce dei lampioni né quella dei nostri lumicini, non si vedeva nulla, era solo un immenso buio. Sul terreno, i rametti senza foglie sottili e attorcigliati fra loro simili a serpentelli c’incutevano inquietudini e cercavamo di scansarli.

Quella processione di noi, che senza esserci messi d’accordo, eravamo tutti incappucciati per proteggerci dal gelo e dall’aria umidiccia, si trasformò in una cerimonia lugubre e funerea.

Al centro del parco ci fermammo e cominciammo a pregare.

Fui distratta da qualcosa che mi sfiorò il viso e poi vidi, sopra le nostre teste, uno spostamento della nebbia che si muoveva come una danza fluttuante; a tratti vi scorgevo una imprecisa figura di un delfino che sembrava giocasse in un’acqua immaginaria.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Rosaria Selicati
Sono del ’47. Nata in Puglia, trasferita in Piemonte. Un’anziana che si è infilata in una storia di adolescenti. Forse perché vivere, attraverso la scrittura, un periodo della vita che ha un ampio futuro davanti è per la mia età una figata! Affronto temi pesanti ma lo faccio con ironia e leggerezza. Sin da bambina volevo leggere. Punto. Solo leggere; invece esigenze terrene di sopravvivenza e, senza l’aiuto di un Tore, mi è stato difficile. Sono arrivata alla pensione e ho pensato: “Ora finalmente potrò!” e, tra un libro e l’altro, inaspettatamente mi sono messa a scrivere. Sarà perché gli anni, gli eventi, le storie di persone che ho ascoltato hanno riempito il sacco e andava svuotato. Sono diplomata, niente master, né corsi (una volta correvo per la conquista della pagnotta), solo amore per i libri e tanta fantasia dove infilo le storie che pesco nei ricordi del passato.
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