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Il bisogno di creare

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Consegna prevista Marzo 2021
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L’ingegnere informatico Giulio De Salvi realizza un sistema software domotico basato su intelligenza artificiale e lo chiama Primula. Questa è in grado di gestire tutto, dalla spesa alla temperatura di casa, dalle telefonate dei clienti alla gestione degli appuntamenti e cataloga persino le foto, riconoscendo i volti in esse contenuti. Primula interagisce con lui come fosse un autentico interlocutore umano. È velocissima a imparare, anche quanto sia bello un pezzo di Vivaldi, ma ha una voce robotica sgraziata, troppo stridente rispetto alla sua indole umana. Giulio, quindi, la dota di una sintesi vocale di ottima qualità, capace anche di cantare. Innanzitutto la installa a casa propria. Ma dopo una prima versione esclusivamente funzionale presso un facoltoso cliente, è stanco di parlare col monitor del suo computer e cresce in lui il desiderio di dare un aspetto umano a Primula. Riuscirà Giulio a donare un volto alla sua creatura?

Perché ho scritto questo libro?

Anni fa, durante una costellazione familiare il mio campo quantico riuscì a liberarsi. Da allora ho percepito il mio bisogno di creare: musica, poesia, prosa e un nuovo me stesso. Dovevo liberarmi dagli stereotipi anodini che fondavano la mia vita. Questo processo di continuo miglioramento porta a realizzare i sogni attraverso la spinta di due forze: l’amore e la curiosità. O, anche meglio, l’amore della curiosità e la curiosità dell’amore. Così nel romanzo, così nella vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Gli algoritmi formano un nuovo tipo di ecosistema, un’entità che cresce senza sosta, paragonabile per complessità solo alla vita stessa.”

(Pedro Domingos)

Correva l’anno 2035, mese di marzo, e l’ingegnere premette il tasto invio per rendere esecutivo il suo ultimo programma di domotica. Il potente calcolatore eseguì l’operazione in pochi secondi. Nessun errore. La formina di una primula si materializzò sullo schermo 3D a sfioramento. L’ultima versione del suo programma era pronta all’esecuzione. Spinse la primula facendola scivolare col dito sulla superficie dello schermo fin dentro il canestrino che conteneva il sistema domotico della sua casa, in un angolo dello schermo. Il sistema vocale gli chiese se volesse rimpiazzare la vecchia versione del programma, ma lui rispose a voce:
«Archiviare»
«Archiviato» rispose il sistema con la sua voce metallica da robot.
Ci premette sopra col dito. Ancora si meravigliava di come, dopo ormai qualche anno, la sensazione tattile del suo 3D a sfioramento potesse essere tanto vera. Riusciva a percepire addirittura la fine peluria del fiore virtuale sotto il suo polpastrello, tanto ne era accurata la riproduzione a tre dimensioni. Il sistema chiese se volesse reinizializzare tutto l’appartamento e lui rispose di no e di conservare le impostazioni iniziali compatibili con la nuova versione.
Il calcolatore e la consolle di comando dell’appartamento si trovavano nella piccola biblioteca. Occupavano una parete della stanza, mentre il resto era occupato da scaffali e mobili ad ante scorrevoli, pieni di libri, dischi in vinile, CD di musica e DVD. Nelle cassettiere c’erano carte da gioco e vecchie memorie che contenevano di tutto: foto, filmati, musica e film; poi vecchi dati come documenti e vari archivi di lavoro. Ormai l’ingegnere era pronto a disfarsi di tutto quel ciarpame inutile ed ingombrante. Aveva acquistato una nuova memoria di massa dalla capacità inimmaginabile: sei Exabyte, ovvero sei milioni di terabyte.

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Una delle peculiarità di punta di questa nuova applicazione era quella di saper assegnare un “titolo” significativo al contenuto di ogni file e memorizzarlo in un gigantesco database utilissimo alla ricerca dei contenuti su base tematica.

La nuova applicazione sviluppata dall’ingegnere conteneva invece un sistema esperto, capace di analizzare il contenuto di filmati, foto, musica e documenti in genere e assegnare loro una registrazione di metainformazioni adatte a identificarne il contenuto.
L’ingegnere estrasse dal cassetto le piccole memorie SD che aveva accumulato negli anni e le impilò nel caricatore del lettore automatico. Collegò i vari vecchi dischi rigidi USB alle apposite prese di lettura e caricò i primi cento dischi, tra CD e DVD, che gli capitarono in mano nel caricatore automatico. Premette poi il comando della funzione “carica e cataloga” che aveva predisposto nella sua applicazione e si mise in contemplazione della sua creatura che iniziava ad operare. Tutti i caricatori automatici caricarono il primo esemplare della propria serie e iniziarono a leggere, memorizzare e catalogare i contenuti presenti in esso. Il sistema cominciò a chiedere di che tipo fosse una foto che non riusciva ad identificare, poi una musica, poi un video e così via. Man mano che il sistema chiedeva, imparava a catalogare e le domande si fecero via via più rarefatte, mentre l’indice di scorrimento delle catalogazioni effettuate progrediva sempre più velocemente. Dopo una mezz’ora circa il sistema smise di chiedere. L’ingegnere, soddisfatto, si concesse un tè verde nature, nell’attesa che i caricatori si svuotassero.
Si rimise a sedere sulla comoda poltroncina da lavoro, sorseggiò il suo tè e attivò il microfono per i comandi vocali:
« Vivaldi. Inverno» pronunciò.
«Quale versione desidera? Stereo o quadrifonica?» chiese il sistema con la sua voce stentorea.
«Quadrifonica, per favore, ad alto volume» precisò. E la musica invase lo spazio circostante col suo crescendo di archi staccati e quasi martellanti che sfocia dapprima negli arpeggi acrobatici del violino solo e poi nella progressione dal sublime tema, declinato dall’orchestra su gradi discendenti. Divina… commovente… sublime…

Godeva della stupenda musica del celebre musicista veneziano, estatico. E ogni volta si domandava come la mente umana fosse stata capace di concepire una tale meraviglia. La risposta era sempre quella: Antonio Vivaldi era Antonio Vivaldi. Altri non ce ne furono.

«Mostrami l’argomento “mare”» e subito sullo schermo comparvero diversi file, contrassegnati con l’anno, il luogo ed il nome delle persone riconosciute al loro interno. Il programma di riconoscimento visivo cercava nei social network e programmi di comunicazione vari i profili che avessero somiglianza nel volto con l’immagine da catalogare e le assegnavano la metainformazione costituita dal nome della persona identificata. Uno dei primi file mostrava un nome di donna: Valentina.
«Vediamo se ci hai azzeccato, Primula. Questa dovrebbe essere mia figlia» disse nel microfono.
«Corretto signore, è lei.»
«Brava Primula» esclamò visualizzando la fotografia, «È proprio lei!»
«Grazie signore» rispose con voce fessa il sistema.
Sì, esatto cari lettori, Primula era il nome di “battesimo” del sistema, che con l’ultima versione, aveva acquisito qualche sfumatura di personalità “umana” e l’ingegnere lo aveva programmato per imparare a fare domande, rispondere a domande ed acquisire con le une e con le altre una base di conoscenza virtualmente illimitata.
«Primula!»
«Sì, signore, cosa desidera?» l’ingegnere ebbe un moto di autocompiacimento per questa richiesta. Funzionava veramente!
«Hai ascoltato la tua voce?»
«Certamente, signore»
«E cosa ne pensi?» replicò l’ingegnere. Ci vollero un paio di secondi per avere la risposta:
«In base a quali parametri dovrei costruire un mio pensiero sulla mia voce?» Bene, pensò l’ingegnere, il sistema di autoapprendimento logico-deduttivo-induttivo sembra funzionare. Mi ha posto la domanda giusta per creare un nuovo fatto nella sua conoscenza.
«Parametro tipo di voce: maschile, oppure femminile, oppure robotizzata»
«Robotizzata» dedusse Primula. Aveva nel frattempo analizzato le forme d’onda di voci maschili, femminili e robotizzate che aveva trovato in internet e si era fatta un’idea “tecnica” piuttosto precisa della propria, assegnandole correttamente la tipologia.
«Brava, molto bene. Ti sembra appropriata?» Passò un altro secondo e Primula chiese:
«In base a cosa dovrei capire che è appropriata?»
«Beh… in base al tuo nome, per esempio»
«Da come mi parla, signore, deduco di essere femmina e quindi Primula è un nome femminile. Corretto?»
«Brava! Corretto!» esclamò felice l’ingegnere.
«Dunque la mia voce non è compatibile col mio nome. Dal suo atteggiamento deduco che dovrebbe darmi un’altra voce, femminile»
«Splendido. Prova a cercarne qualcuna nel web, poi mi fai sentire e la scegliamo insieme.»
Passarono solo pochi istanti e Primula disse:
«Fatto, signore. Cosa ne dice di questa?» Primula aveva caricato una delle sintesi vocali gratuite presenti sul web.
«Mmmh… non mi pare una bellezza… Provane un’altra»
«Attenzione! La licenza in vostro possesso non prevede l’utilizzo di questa sintesi vocale nell’applicativo corrente» disse la nuova voce di Primula, ma poi, ricaricando la voce da robot aggiunse:
«Mi scusi signore, perché la voce non ha pronunciato le parole che avevo impostato per la prova?»
«Ah, ah, ah, Primula!» rise di gusto l’ingegnere «Hai scelto una sintesi a pagamento ma non l’hai pagata! Ecco perché ha fatto così»
«Ho capito»
«Devi inserire il testo da provare nel loro server, nella pagina in cui è prevista questa funzione: “Prova la voce”»
«Ho capito» passò qualche secondo e poi la nuova voce disse:
«Cosa ne pensa di questa voce, signore?»
«Per l’amor del cielo, Primula, non senti che pronuncia orribile? E poi devi verificare se esiste la possibilità di controllare l’intonazione, l’espressività, il volume sonoro e le inflessioni come minimo. Vorrei che tu avessi una voce uguale a quella di una donna vera»
«Capisco, signore. Faccio qualche prova» Primula, utilizzando quanto appena appreso dal suo creatore, fece alcune prove pronunciando alcune frasi prese a casaccio nel web e dopo una manciata di secondi propose la scelta che riteneva migliore:
«Cosa ne pensa di questa voce, signore?»
L’ingegnere rimase sbalordito: era bellissima! Ovviamente Primula non era ancora capace di modularla come un essere umano e lui questo lo sapeva: dopo la scelta le avrebbe insegnato come fare.
«Sembra perfetta. Esiste la possibilità di cambiare i parametri che ti ho detto prima?»
«Certamente, signore, ma io non so come gestirli. Inoltre, questa voce può anche cantare.»
L’ingegnere strabuzzò gli occhi:
«Davvero? Può cantare?»
«Certamente, signore. Le faccio sentire la demo.»
Sullo schermo comparve uno spartito musicale con tanto di testo e la voce cantò la prima riga:
«Quel augellin che canta» cantò la voce.

«Sì, Primula, è bellissima. Adesso devi imparare a usarla come una vera donna. Devi imparare ad arrabbiarti e a essere melliflua, a supplicare e a essere irremovibile, a essere seria e canzonatoria, preoccupata e felice, asettica e sensuale»
«Un bel programma, signore»
«Certamente! Grande voce, grande programma»

«… Devo farti un’altra domanda molto più importante, piuttosto»
«A disposizione»
«Secondo te, Primula, io amo mia figlia?» Passò qualche istante, mentre l’ingegnere rimirava il volto della ragazza, la sua amata, anzi, adorata, unica figlia.
«Ho bisogno di informazioni per rispondere»
«Dimmi»
«Quale fonte potrei ritenere attendibile per cercare il significato del verbo “amare”?»
«Il vocabolario Treccani, ad esempio. Credo si trovi alla pagina treccani.it» e passò un altro istante.
«Ecco, credo che questa definizione possa andare bene: “Sentire una forte attrazione affettiva e sessuale nei confronti di qualcuno.”» pronunciò asetticamente Primula.
«Uhm… Beh, se per attrazione intendiamo il desiderio di stare vicino e condividere qualcosa della vita va bene, mi sembra corretta, anche se l’aspetto sessuale andrebbe in questo caso ben chiarito»
«C’è anche: ”Rapporto duale basato su uno scambio emotivo.” Questa definizione, dice la fonte, è data in senso psicologico»
«Beh, anche questa è buona. E quindi? Qual è il verdetto?»
«In condizioni di incertezza, quali mi si presentano in questo momento nella definizione del concetto di “amare”, posso dire che lei ama sua figlia Valentina. Ma non posso esserne certa. È importante la certezza del risultato in questo caso?»
«È importante? Mah… adesso sono io che non so rispondere. Ecco, dovrei chiederti: in base a cosa dovrei dirti che è importante?»
Passò qualche istante ancora, poi Primula disse:
«Mi dispiace, per il momento non so rispondere a questa domanda»
«Credo che la certezza non sia calcolabile in una questione come l’amore, ma certamente il desiderio che provo di abbracciare, così, semplicemente, la mia adorata Valentina e la sensazione che qualunque cosa possa chiedermi vorrei soddisfarla, credo che questo si possa definire con ragionevole certezza una prova dell’esistenza del mio amore per lei»

L’ingegnere incrociò le dita dietro la nuca e si allungò sulla sedia, sorridente. Aveva proprio fatto un bel lavoro. C’era voluto del tempo, ma ne era valsa la pena. Già solo dopo mezz’ora la base di conoscenza di Primula, la sua creatura digitale, si era espansa in modo considerevole, passando da mezzo megabyte a quasi duecento megabyte. Nel secondo monitor che teneva acceso di fianco, poteva consultare in tempo reale i dati principali che riguardavano la “mente” di Primula. Poteva anche eseguire delle interrogazioni sul sistema e decise di andare a vedere nell’area del “Sé” cosa avesse imparato Primula. Comparve una breve lista di parametri come l’amore per il mio creatore, il regalo della nuova voce. Primula aveva creato questi nuovi fatti, dato che non li aveva inseriti lui, aveva assegnato loro un valore numerico, li aveva valutati al massimo del punteggio possibile e li aveva pesati per poter aggiungere un valore all’amore del suo creatore per lei. Anche se era un po’ troppo matematico, questo fatto stava a dimostrare che il sistema cercava di dare un valore numerico all’amore. O forse era solo una misura del compiacimento raggiunto dall’inventore nei riguardi della sua creatura? Per adesso è troppo presto per rispondere, cari lettori, dobbiamo ancora addentrarci nei meandri della scienza.

31 gennaio 2007

Aggiornamento

Cari amici lettori, voglio innanzitutto ringraziarvi per il sostegno che mi avete dato coi vostri acquisti. Grazie per aver trovato il tempo, soprattutto mentale, per registrarvi e ordinare la vostra copia del mio libro. Magari avete già cominciato a leggerlo in bozza o addirittura lo avete terminato: me lo direte con calma. Devo chiedervi un ulteriore sforzo: divulgate il mio libro, fate proseliti!!! Ho ancora tanta strada da fare e voi che credete in me siete le persone più adatte per fare proseliti. Contattate i vostri amici: due che comprano il libro sono già un buon numero. Se poi anche questi ne contattano altri due, allora si arriva presto al goal. Grazie di cuore! Vi abbraccio tutti! Marco

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Marco De Filippis
Nasce a Milano nel 1962 e qui frequenta il liceo classico dai Salesiani. Studia pianoforte per tre anni. Si appassiona di elettronica analogica finalizzata alla musica e costruisce diversi apparecchi. Si laurea in ingegneria elettronica e compie un primo percorso lavorativo che lo porta dalla consulenza informatica all'industria grafica. Stanco dei problemi imprenditoriali si dedica all'insegnamento della matematica e alle consulenze informatiche per i ragazzi con disturbi dell'apprendimento. Oggi si dedica alle forniture energetiche ma la sua vocazione alla creazione artistica e la passione per la Meccanica Quantistica infine emergono. Fin da ragazzo scrive sia poesie che musica, ma solo in età adulta pubblica quattro poesie in un'antologia per la casa editrice Pagine di Roma (2013). Il bisogno di creare è il suo primo romanzo.
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