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Il bivacco
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Consegna prevista Settembre 2021
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Un cavaliere senza nome giunge in un bivacco allestito da tre cowboy. Chi sarà il misterioso solitario? E perché è così incuriosito dai tre cowboy? Perché vuole ascoltare le loro storie?

Un fantasma in cerca di vendetta. Un vile rapimento. Un eroe consumato dai tormenti.

Tre storie di frontiera, di prateria e pallottole.

Nel mezzo di un West selvaggio e senza pietà, si raccontano storie nelle quali quali mistero e segreti oscuri affrontano i coraggiosi protagonisti, impegnati a perseguire la verità e la giustizia. Un territorio senza legge, nel quale il più forte trionfa e dove non c’è spazio per il dubbio, mentre la paura si nasconde negli anfratti più angusti dell’anima e creature sinistre, celate nelle tenebre, attendono le loro vittime, senza temere nemmeno la più precisa delle Colt.

Perché ho scritto questo libro?

Marcello Bondi:

Principalmente sceneggio fumetti e non mi sono mai sentito tanto adatto per la prosa. Avevo questi soggetti western-horror, ancora non realizzati e quando incontrai Fabrizio, decidemmo di provare a collaborare unendo le nostre qualità di scrittura.

Fabrizio Carollo:

Il genere western mi ha sempre affascinato e anche l’horror. L’idea di fondere questi due universi mi ha letteralmente entusiasmato e mi ha spinto ad una nuova evoluzione creativa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

LO SPETTRO

Capitolo 1 – L’unica via di fuga

Scende la sera sul villaggio di Red Peak.

Il sole è ormai nascosto tra le montagne lontane, mentre i colori arancio e rosso del tramonto trasformano il cielo in un’opera d’arte degna del miglior pittore esistente e le luci della giornata che volge al termine si stendono anche sulle sconfinate praterie e creano sontuosi ed affascinati giochi d’ombra sul picco roccioso che fa da protagonista al panorama e che ha ispirato il nome del giovane villaggio, costruito con l’impegno, il sudore e l’entusiasmo del gruppo di coloni in cerca di fortuna e soprattutto d’oro.

Famiglie appassionate della vita all’aria aperta e lontane dai comfort, ma anche dalle difficoltà delle grandi città. Gente fiduciosa di poter costruire qualcosa di proprio e formare una comunità destinata a proliferare al cospetto del gigante di pietra che ha visto nascere la chiesa, le prime abitazioni, le stalle e tutti gli esercizi commerciali che animano giorno dopo giorno la main street del paese, richiamando anche commercianti da città vicine e stranieri in cerca di altrettanta fortuna o di guai, in qualche caso.

Un villaggio che guarda con fiducia verso il futuro e che ha saputo crearsi una solida identità sia pur nell’arco di pochi anni dalla sua fondazione, in barba al carattere selvaggio del territorio circostante e alla presenza di una tribù di Delaware che, nonostante la pessima fama e le voci provenienti dagli avamposti militari delle vicinanze, non ha mai trovato motivo per attaccar briga, né si è mai mostrata troppo interessata alla vita e alle abitudini degli abitanti di Red Peak.

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Un villaggio coraggioso, ma anche baciato dalla fortuna, o almeno così si potrebbe dire.

Un villaggio che cresce giorno dopo grazie al lavoro di chi crede nel progresso e immerso in un contesto naturale sicuramente invidiabile, sospeso tra il selvaggio e il fascino di essere ragionevolmente isolati dal resto della cosiddetta “civiltà”.

Il bellissimo tramonto ha già lasciato spazio all’altrettanto splendido spettacolo di una notte stellata e illuminata dal soffice candore dell’astro lunare, mentre candele e lampade a olio vengono spente progressivamente in quasi tutte le abitazioni e solo pochi anziani si concedono una rilassante fumatina sotto il portico della loro proprietà.

Alcuni cowboys e commercianti scacciano le fatiche della giornata seduti al tavolo del saloon, consolati dal delizioso sapore di una birra o dal più deciso gusto di un whisky distillato alla perfezione dal Mr. Goover, il robusto proprietario di mezza età del locale di svago.

Una partita a poker, chiacchiere di paese e pettegolezzi o problematiche sulle malattie del bestiame e del ritardo di merce destinata ad arrivare con le prossime carovane che ancora non si decidono a farsi vedere in paese.

Persino lo sceriffo Dove si rilassa dalle fatiche della giornata insieme al vice Cupper, senza però eccedere nel consumo di alcol e tenendo una mano costantemente sul calcio della pistola che riposa nella fondina di cuoio, ma pronta a venire estratta per calmare rapidamente qualsiasi rissa fra ubriachi o molestie di qualunque tipo alla quiete pubblica.

Una cornice di perfetta e quasi monotona normalità, tutto qui.

Il domani sarà uguale all’oggi, salvo qualche dettaglio in più o in meno e la vita scorrerà in maniera lineare, con le stesse speranze, le medesime fatiche e gli uguali progetti a breve o lungo termine.

Chupacabras!

CAPITOLO 1 – L’ostaggio

I piedi si trascinano, un passo dopo l’altro.

Ormai alto nel cielo, il sole dell’Arizona non concede alcuna tregua, così come la crudeltà degli aguzzini, che osservano il tragico spettacolo dalla schiena dei loro cavalli.

Mocassini ormai consumati che si sollevano per poi depositarsi ancora nella polvere del sentiero selvaggio, mentre falchi affamati disegnano ampi cerchi nel cielo e seguono la drammatica processione nell’aspro ed inospitale territorio deserto, nella speranza di poter finalmente abbattersi sulla prima preda che cederà di fronte alla stanchezza o alle insidie del territorio.

Una marcia forzata verso il confine.

Una marcia che dura ormai da un paio di giorni, iniziata nella violenza e nel sangue. Un percorso verso il confine di Agua Prieta e poi in Messico, dove il losco affare sarà finalmente concluso e la banda di fuorilegge potrà godersi lo sporco compenso, da tempo concordato e tanto agognato.

Un traffico vergognoso che non ha bisogno di grandi descrizioni e che non trova, purtroppo, l’unico esempio in questo drappello.

Un traffico a danno dei già tartassati e umiliati abitanti di terre tanto meravigliose quanto inesplorate. Indigeni sempre più sfruttati ed isolati da invasori senza alcun rispetto, desiderosi soltanto di fare il proprio interesse ed arricchirsi nel modo più veloce. Poco importa se oltre la legalità.

Non ci sono sceriffi in questa zona, del resto. E anche se ci fossero, nessun uomo dalla stella di latta sul petto rischierebbe la pelle per difendere una stracciona indiana, per quanto bella, questo si deve ammettere.

“Avanti! Muovi quelle maledette zampacce! Voglio arrivare al confine prima di sera!”

L’ordine prepotente tuona nell’aria e fa sobbalzare la prigioniera, che alza la testa rivelando il volto madido di sudore e l’espressione profondamente triste.

Sconvolta per essere stata strappata con la forza al suo villaggio, dopo che i malvagi bianchi hanno ucciso senza pietà sua madre e suo fratello più piccolo. Inutili ostacoli che si frapponevano all’obiettivo prefissato.

Il ragazzino Navajo ha addirittura tentato una debole difesa, imbracciando una lancia troppo grande e pesante per le sue braccia ancora giovani e deboli.

Una vita innocente spezzata da due colpi di pistola, vomitati senza esitazione e accompagnati dalla voglia di uccidere e da risate di sadica soddisfazione.

Assassini dal volto coperto che hanno seminato il terrore nel villaggio, dopo aver pazientemente aspettato che la maggior parte degli uomini validi fosse uscita di scena, impegnata nell’esplorazione dei dintorni, per l’avvistamento e la caccia al bisonte.

Ridevano, dopo aver sparato a suo fratello. Uno di loro, Paco, prese a calci il cadavere e gli sputò addosso.

Maledetto.

La giovane prigioniera non aveva mai maledetto nessuno, in tutta la sua vita. Le era stato insegnato che ogni vita era sacra e che nessuno era completamente malvagio.

Shima era convinta degli insegnamenti del saggio Mojne, lo sciamano della tribù.

Il Grande Spirito l’aveva messa a dura prova sin dal giorno della sua nascita, questo era sicuro, ma lei non si era mai persa d’animo, trovando ogni volta l’energia e la determinazione necessaria per crescere forte e dolce allo stesso tempo, in armonia con tutti i suoi fratelli e sorelle ed amichevole con i pochi trapper che giungevano al suo villaggio e venivano ospitati per commerciare pelli.

Anche gli uomini bianchi parevano essere buoni, almeno quelli che aveva conosciuto prima di due giorni fa.

Commercianti pellerossa di altre tribù le avevano detto che esistevano invece malvagi cacciatori di scalpi indiani e che, in genere, l’uomo bianco amava soltanto prendere senza chiedere il permesso e che presto non ci sarebbe stato più posto per l’uomo rosso nelle terre che gli erano appartenute da generazioni. In tanti parlavano dell’inevitabile guerra tra bianchi e indiani, con timore e rassegnazione, ma Shima voleva credere che quel giorno non sarebbe mai arrivato e che forse la stessa speranza per un futuro di pace, che lei nutriva da sempre nell’anima, non fosse solamente un suo desiderio, ma che fosse condiviso da chi non voleva cedere alla violenza con la violenza.

La pace tra i popoli. Magari una realtà.

Convinzioni e insegnamenti distrutti in un solo colpo, dopo il brutale assassinio di sua madre e suo fratello. La dolcezza di Shima era scomparsa nel momento in cui Freddy, lo sfregiato del gruppo, le aveva legato i polsi così stretti da strapparle un grido di dolore.

“Troppo stretti!” aveva esclamato Gregory, redarguendo il suo uomo e provvedendo personalmente ad allentare la stretta della corda sulla pelle delicata color ambra. Ovviamente, non l’aveva fatto per umana pietà, s’intende: anche Gregory, il capobanda, era convinto che i pellerossa non fossero altro che una razza inferiore da spazzare via dalla faccia della Terra. Avevano goduto sin troppo di un territorio che non meritavano e che l’uomo bianco avrebbe provveduto a far fruttare certamente meglio. La sua premura derivava dal fatto di non rovinare la merce per cui tutti erano pagati profumatamente.

Le istruzioni erano chiare: la ragazza doveva essere portata a destinazione con meno ammaccature possibili, pronta per iniziare la sua nuova attività e divertire un sacco di ricconi del nord…o del sud, non faceva differenza, se avevano il portafoglio gonfio di verdoni.

Gregory era freddo, calcolatore. Un viso che incuteva paura e uno sguardo che si faticava a reggere. Precedenti penali lunghi almeno due miglia, che comprendevano rapina a mano armata, ricatto, spaccio di monete false, truffa ed anche omicidi, anche se non uccideva mai se non era necessario.

Un vero professionista: l’uomo giusto per questo incarico e per comandare il terzetto di banditi che erano ai suoi ordini, con i quali aveva organizzato il rapimento di Shima.

Un giorno per controllare ed imprimersi nella memoria le abitudini della gente del villaggio e conoscere i punti migliori per entrare e uscire nel minor tempo possibile. I luoghi dove appostarsi per coprire la fuga e il sentiero più veloce per far perdere le tracce.

Tutti dettagli di grande importanza per compiere al meglio il lavoro commissionato e Gregory non era noto per agire d’istinto.

Era veloce con la pistola, ma sapeva anche usare il cervello: un capo ideale, bisognava riconoscerlo.

Si poteva addirittura ammirarlo, se non fosse stato dall’altra parte della legge e se non si fosse vantato di non aver trascorso nemmeno un’ora dietro le sbarre.

Verità o meno, in questo senso, Gregory era in gamba e si vedeva: non parlava tanto e non amava che si accorciasse il suo nome, tipo Greg o cose del genere. Lo infastidiva questa cosa: il suo nome doveva essere pronunciato per intero.

Era un segno di rispetto e lo esigeva.

Anche gli altri non erano meno pericolosi di lui, ma nessuno aveva la stoffa del capo.

Oltre a Freddy lo sfregiato, rapinatore di diligenze con la passione per lo stupro (a quanto pare, la cicatrice che gli segnava la parte destra del volto gli era stata procurata da una verginella che strillava troppo e che lui aveva provveduto a zittire con un coltello ben piantato nello stomaco), della partita erano Paco, bandito messicano e trafficante di alcolici oltre il confine, e Antoine, ex soldato dalla divisa grigia e di origini francesi, che amava tanto derubare ed uccidere i prigionieri di guerra, sul campo di battaglia o all’interno dei campi di prigionia. Un sadico dall’accento elegante e dai baffetti viscidi, come il viso allungato e la carnagione pallida, che non c’entravano nulla con il sole accecante e torrido dell’Arizona.

Quattro elementi che stonavano palesemente con la bellezza di Shima, scelta proprio per i suoi lineamenti sensuali, che spiccavano nella moltitudine delle altre donne di quella tribù, non proprio eleganti e la maggior parte sovrappeso.

Shima era perfetta, invece: il bersaglio ideale per quel lavoro.

Rapirla non era stato difficile, complice anche l’assenza dei guerrieri migliori. Tutto facile e veloce, quasi senza gusto, a eccezione di quei due morti che avevano voluto fare gli eroi e avevano ricevuto la giusta punizione per la loro idiozia.

Sua madre e suo fratello. Uccisi senza pietà.

No, non si poteva più essere dolci.

Non poteva più credere negli insegnamenti che predicavano l’armonia e la speranza.

Shima odiava quegli uomini con tutte le forze che le restavano, nonostante la stanchezza, nonostante il calore che le bruciava la pelle, nonostante la sete che la tormentava, nonostante il dolore per la perdita dei suoi cari.

Odiava quegli animali bianchi, nonostante la paura per la destinazione ignota: sapeva che non sarebbe andata a finire bene, ma avrebbe almeno voluto aggredire uno di quegli assassini e ucciderlo.

Sarebbe stato di consolazione.

Non poteva esaudire il suo desiderio di violenza, purtroppo; non avrebbe potuto farlo, nemmeno se fosse stata slegata e se fosse stata nel pieno del vigore.

La marcia procedeva impietosamente, lei la sola senza cavallo, costretta a procedere a piedi, tra lo scherno e le pesanti imposizioni dei suoi rapitori, tirata a forza e circondata, avanzando tra i sassi e la polvere.

La testa iniziava a farle male, anche più dei piedi, e la giovane navajo si augurava che decidessero al più presto per una sosta, anche se il sole sarebbe sceso fra le montagne solo tra qualche ora.

Doveva resistere, cercare di trovare ancora le forze, nonostante fosse stremata e sperare che i suoi fratelli avrebbero seguito le tracce dei cavalli ferrati e l’avrebbero raggiunta, liberandola.

Dopo quasi due giorni, era una speranza alla quale aggrapparsi diventava davvero dura, ma una luce brillava ancora nei suoi occhi e, per tenere viva quella scintilla, non poteva far altro che odiare con tutta sé stessa.

RAPIMENTI NOTTURNI

CAPITOLO 1 Cose da Ranger

Questa volta l’ha udito chiaramente.

Il fischio della pallottola che ha sibilato pochi centimetri sopra la sua testa. È stato fortunato: se il bandito fosse stato più paziente e avesse preso la mira con maggior accuratezza, ora il suo cervello si ritroverebbe spappolato contro le botti che lo proteggono e anche il suo bel cappello color camoscio sarebbe irrimediabilmente rovinato.

La sua posizione non è più così sicura come credeva all’inizio e, invece di fuggire, i ladri di bestiame hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto, con uno scontro all’ultimo sangue, anzi… all’ultimo uomo.

Come da programma, la brava gente del paese ha pensato fosse più saggio nascondersi nell’intimità delle proprie abitazioni, ben rintanati dietro a tavoli, o addirittura sotto i letti o chiusi nelle dispense; inutile quindi aspettarsi un qualsiasi aiuto dai cittadini di Willer Town.

Che razza di città!

Tutte le volte così! Tutte le sante volte e ci ricasca sempre, anche se dovrebbe avere abbastanza esperienza da aspettarselo, ormai. La verità, è che non riesce a smettere di essere ottimista e quindi si illude che le persone comuni possano abbandonare la vigliaccheria che le contraddistingue e fare la cosa giusta, almeno una volta ogni tanto.

La cosa giusta, come dare man forte ad un rappresentante della legge che loro stessi hanno chiamato perché facesse piazza pulita dai brutti ceffi che minano la tranquillità e la routine di tutti i giorni.

Rapinatori di banche, truffatori ai tavoli da gioco e, naturalmente, la razza di criminali più diffusa, ovvero quella dei ladri di bestiame. Tanta cricca per tutti i gusti che un ranger che si rispetti deve aspettarsi di trovare sulla propria strada, prima o poi.

Cavolo! Pensavo che, dopo aver seccato il primo, gli altri due si sarebbero arresi senza battere ciglio e invece…

E invece non ci hanno minimamente pensato, anzi… passato il primo momento di sorpresa nel vedere il cadavere del loro socio sul pavimento dell’emporio nel quale stavano facendo pochi, essenziali acquisti, prima di fuggire con i cavalli rubati al ranch McNee, la restante coppia di balordi ha estratto le pistole, iniziando a far fischiare i proiettili in ogni dove, costringendo Mike ad una repentina fuga e uno scatto felino che gli ha permesso di mettersi al riparo tra i barili, appena fuori del negozio.

Sono sempre il solito illuso! Ogni volta penso che il fatto di essere un ranger del Texas possa costituire un qualche tipo di deterrente per questa gentaglia, ma non è più così da un po’, evidentemente.

Neanche il fatto che sia prevista una sicura impiccagione per l’omicidio di un ranger, sembra faccia desistere chi vuole campare disonestamente alle spalle della povera gente!

BANG!!

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Marcello Bondi e Fabrizio Carollo
MARCELLO BONDI
Classe 1995. Ha scritto due soggetti per la serie regolare di Diabolik e un altro albo è tratto da una sua idea iniziale. Scrive un soggetto breve per Tex. Nel 2020 pubblica il graphic novel "Nuvole Su Fiorano".

FABRIZIO CAROLLO
La sua prima raccolta di racconti è “Dusk”, seguita da “Il sonno del Mostro” e “L’armonia dei sogni spezzati”.
“Rosso Tenebra” è il suo primo romanzo, seguito da “Segmenti”.
È del 2020 “La Spada di Selce”.
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