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In viaggio - Il cagnolino rise

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Tutto ha inizio a Roma Fiumicino, quando Arturo, giovane ventisettenne, ha ormai oltrepassato il gate con uno zaino più alto di lui e un nodo in gola.
Alle sue spalle Lita, statuaria e impotente, ha il volto rigato dalle lacrime che non può e non vuole controllare. Di fronte a questa immagine, Arturo riesce solo a prendere il suo diario e la sua matita. Prova a disegnarla, ma è una dote che non ha mai posseduto. Allora si concede a ciò che gli viene meglio: scrivere.
Un diario – il cui titolo viene scritto e cancellato infinite volte – racconta un percorso umano che dall’umanità vorrebbe fuggire e all’umanità invece ritorna, è la decostruzione sapiente di ogni tipo di valore imposto e del senso pratico che in tutta questa avventura è il grande assente. Il prodotto, parola che risulta blasfema in questa storia, è proprio questo: nessun senso ultimo, nessuna morale, nessun prodotto. Tutti i percorsi sembrano ricondotti all’essenza, uscire dalla logica in cui sono solitamente declinati.
Cosa sareste tutti fuori dai ruoli, anzi, fuori dal titolo?

“Gaeta’, chi parte sa da cosa fugge, ma non sa cosa cerca.”

Lello, in Ricomincio da tre (Massimo Troisi, 1981)

10 SETTEMBRE, SINGAPORE

L’aereo mi sta trasportando da una parte all’altra del mondo e in momenti simili la preoccupazione è doverosa, talvolta dolorosa al punto da doversi appuntare i bagni in cui non tornare mai più per non rischiare di trovare la propria foto segnaletica con scritto Wanted, dead or alive.

A questo punto, già riesco a rendermi conto che il viaggio è lungo e che le preoccupazioni per l’avventura nascente, per le barriere linguistiche, per un futuro quanto mai incerto, sono problemi degni della massima stima che ho deciso di risolvere dormendo.

Una dimensione a me gradita, la placida apatia del dormiveglia mi impone di rimandarle all’approdo. Mai avrei creduto che, una volta desto, le paure sarebbero state lì, pressanti e minacciose, solo per cedere il passo alla nostalgia, non ancora di casa o di amicizia, ma di qualcosa di ineffabile che ha sempre il volto di una donna.

Cosa mi abbia portato qua, non lo so nemmeno io.

Una fuga? Forse.

Un viandante solitario e curioso sopra un mare di nebbia, e nebulose sono le mie intenzioni, anche a me stesso.

I tempi dei preparativi sono finiti, e i giorni che mi hanno separato dal viaggio sono passati lenti e veloci al tempo stesso, suscettibili alla mia disposizione d’animo.

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Tra le mani mi restano solo i pali di ottusi saluti.

Mi sento reo del più dolce dei delitti, mi sono ucciso, ho ucciso il me di quella vita e ne sono felice. In questo strano anno mi è accaduto molto più spesso e molto più rapidamente, non finisco di scavarmi una fossa che subito inizio a zapparne un’altra, l’impresa funebre più prolifica del mondo.

Il progetto ai suoi albori era perdermi nel mondo, l’ultimo romantico dei viaggiatori, in una discesa lenta e senza approdo, vagabondare.

Viaggiare, tornare, e nelle stesse ataviche indecisioni, si staglia nitida la nube che avrebbe portato alla mia disfatta, l’ennesima lotta intrapresa, l’ennesimo cambiamento, l’ennesima fuga.

A niente sono valsi gli avvertimenti, mi sono imbarcato per la mia strada. Le avventure moderne tolgono la dondolante lentezza al viaggio, e lasciano pochi protagonisti, a volte solo il narratore.

Gli aerei di dondolante si spera non abbiano niente.

Sono solo una fredda e austera sistemazione che dal punto A ti trasporta al punto B.

Ma non ci sono storie sugli aerei, non ci si parla sugli aerei.

Fermo all’aeroporto di Singapore, guardo con curiosità quel mondo immenso e nuovo. Mi figuro come i marinai che, dopo tante avventure nel Mediterraneo, andavano in cerca del mondo, e passando da Singapore vi trovavano la stessa immensa grandezza che adesso vi vedo io. Nel frattempo cado già in contraddizione cercando un Wi-Fi per scrivere a Lita.

Telefoni, Wi-Fi, senso del dovere. Non scappavo anche da questo?

Adesso non riesco a pensarci, ho solo voglia di dirle che qui hanno davvero la musica nei bagni e che mi manca. No, questo non lo so se glielo scrivo, ma devo trovare un Wi-Fi.

Devo dirle anche che non è vero, che non ci sono storie sugli aerei.

Devo dirle di padre Patrick, gli è toccato in sorte di avermi nel sedile di fianco al suo.

«Hello» mi ha detto, l’uomo in vestiti borghesi nel sedile vicino, coi radi capelli, i tratti anglosassoni e gli occhi chiari.

«Hi, I’m Arturo» ho risposto, con rudimenti di inglese.

«Piacere, io sono padre Patrick.»

Un prete? Annamo bene annamo, ho pensato sorridendo. La sua, nonostante il mio scetticismo di fondo verso la categoria, è stata una compagnia gradevole e per niente invadente.

Ho provato a testare il mio grossolano inglese, ma è stato un totale disastro.

Di conseguenza ho deciso di far parlare lui, capendo quanto segue: irlandese di non so dove, missionario nell’isola Sud delle Filippine, ogni due anni poteva tornare a casa per qualche periodo, ma a detta sua preferiva la vita povera nel Pacifico equatoriale.

Non abbiamo parlato di religione in senso stretto, non gli ho chiesto nemmeno a quale ordine appartenesse, probabilmente era un gesuita che speravo più simile a Francesco Saverio che a Loyola.

Ho provato a fargli qualche domanda che, con un certo imbarazzo, non ha capito. Padre Patrick è passato, nella velocità dei cambi aeroportuali, non prima di avermi offerto la possibilità di raggiungerlo nelle Filippine.

«I would like to follow my route, for now» ho biascicato.

Nuovamente solo, mi sono mosso tra l’indifferenza generale.

Quanto spesso ho sognato questo momento di totale solitudine, solo ora riuscivo a vedere la linea sottile tra l’essere solitario e l’essere solo.

Voglio dalla Nuova Zelanda quel riscontro naturale, quel sapore bucolico e di tradizioni millenarie, risalgo il mio Xurandò personale, e uso la melanconia come remo. Ma chi ti ci ha cacciato, Arturo, chi? Nelle mia testa campeggia solo il viso di lei piangente, e sento torcersi lo stomaco e l’aorta.

Ci saremmo rivisti? Avrebbe aspettato? Che immagini tramontate.

Trovata quando avevo smesso di cercare, quando ero raccolto in preparazione per questa partenza. La strana legge che mi ha portato a incontrarla in quel momento è degna di un dio malevolo, che nonostante tutto non posso crederlo reo per l’oltraggiosa sfortuna, che come faccio a chiamarla sfortuna? Ripenso al tempo che ha portato una candela a bruciarsi velocemente e ha strappato la sciocca patina dei convenevoli, anche se la voglia in questo caso ha scavalcato la necessità.

È curioso come tutto questo si possa sviluppare solo in atipiche condizioni.

Al giorno della partenza ci conosciamo da centoquarantatré giorni, di cui ne abbiamo passati insieme scarsi trenta, a singhiozzi fatti di treni e aerei e distanze da colmare e tempi da rincorrere.

Al giorno della partenza, abbiamo trascorso al telefono o al PC 1132,4 ore e ci siamo detti tutto, i libri che amiamo e quelli che odiamo, la filosofia e lo sport, i fumetti e la noia, i film e le citazioni, i peperoni e le melanzane.

I nostri album preferiti catalogati per fuori catalogo, internazionali, italiani e poi per genere. Le chiamavamo “le top 5”.

Abbiamo fatto la conta delle ossa rotte in incidenti infantili e del numero di punti di sutura ricevuti. Ha vinto lei.

La prima volta che le ho telefonato abbiamo fatto le cinque e mezza del mattino parlando di religioni, meravigliandoci reciprocamente di non essere interrotti dal rumore del russare dell’altro.

In 1132,4 ore, sono stati forse quattro i secondi in cui ho avuto paura, paura di ritrovarmi a breve senza più niente da dire, da raccontare, senza più niente per sorprenderla, per sembrare colto e attraente.

Ma ogni paura si scioglieva in un numero, il numero 10, di settembre.

La certezza di quella data bastava a bloccare ogni altra incertezza e a farmi vivere quelle conversazioni, quelle risate, quegli attimi, senza pensare a come sarebbero finiti.

Invece di spaventarci, era come se quella data ci desse coraggio, il coraggio di mostrarci per intero, nella propria essenza, coperti dalla consapevolezza che avremmo custodito e poi dimenticato tutto a breve, quando le nostre essenze avrebbero vissuto ai due lati opposti del globo.

11 SETTEMBRE, AUCKLAND

L’arrivo in Nuova Zelanda non è stato degno del mio immago, la visione di splendidi panorami si sostituisce a quella di una grossa strada tristemente provinciale con alcuni hotel lungo i bordi.

Il controllo passaporti mi ha messo in una sordida apprensione.

I difensori dell’ordine mi fanno sentire sempre come se fossi Pablo Escobar alla frontiera con parrucca bionda e occhiali neri.

La questione fondamentale sul possesso delle armi è stata fatta molto tempo fa in una lingua quasi dimenticata, e suona più o meno così: quid custodiet ipsos custodes? Ossia, chi sorveglierà i sorveglianti stessi?

Nonostante il mio corpo agisca in loro presenza come uno che ha il cadavere di sua moglie nella borsa, ho passato il controllo senza problemi di sorta.

«Do you have boots?» mi chiede l’impiegato al controllo passaporti.

«Boots?» rispondo mentre lascio che la mia mente sfogli il suo vocabolario limitato senza successo.

L’impiegato si indica gli stivali.

«Ah, boots!» dissi con l’immagine di Nancy Sinatra in calze e paillettes nere che canta. «No, I haven’t

«Oh, so do you have pizza?» mi dice ridendo con la sua faccia inglese che a questo punto aveva già battuto tutti i record di antipatia istintiva.

In qualche modo sono riuscito a comprare in tempo record una SIM neozelandese e a chiamare l’hotel perché mandasse qualcuno (o qualcosa) a recuperarmi.

Lo shock dell’arrivo stava scatenando in me un’intolleranza culturale inaspettata, mi guardavo intorno e scorgevo ovunque i segni del fallimento: ogni risata di poco sonora bastava a dimostrarmi una supposta e ingiustificata frivolezza dell’impiegato medio, ogni faccia soddisfatta addentando panini con hamburger bastava a confermarmi stereotipi, ogni colore fuori posto accorciava le distanze e mi faceva sentire in Inghilterra, ma soprattutto, la pioggia fastidiosa in gocce nebulizzate mi sbatteva in faccia a ogni goccia un “hai fatto una cazzata”.

L’impatto con la lingua è stato ancora più devastante. Un francese dalla faccia anonima sale insieme a me sul van, mi dimentico la sua faccia più e più volte, anche adesso provo a ricordarla ma non ci riesco, eppure abbiamo fatto il check-in non più di cinque minuti fa.

Nella solitudine della stanza d’albergo guardo il soffitto bianco ma oscuro, mi riconosco, ma chi credo di essere?

Sento come una lama il ricordo di una pagina letta: «Quanti soffitti vuoti ho guardato lontano da casa».

Il silenzio è interrotto solo dallo scrosciare della pioggia, ora più decisa e solida.

Mi sono addormentato pensando a Lita.

Ricordi. Giorno imprecisato di marzo.

Arturo era sdraiato sul letto di Gionny, contemplando la stanza studentesca modificata dalle esigenze lavorative. Un tavolino indistruttibile in legno stava al centro della stanza, tra il letto e l’ampio armadio, uno scaffale pieno di libri tecnici e brulicante di fogli.

Gionny stava con gli occhi fissi davanti allo schermo del PC, alto magro e di carnagione oltremodo olivastra. Si erano conosciuti all’università, erano colleghi e amici, quella sera era passato da casa sua con una bottiglia di J&B, per sentirsi in un b-movie.

«Bagà!» esclamò Gionny.

«Cosa?» rispose lui non staccando gli occhi dal soffitto.

«Arturo vieni, veloce vieni. Bagà sta picciotta!» il suo accento agrigentino era ricolmo di allegria e forse un po’ di eccitazione.

Arturo si alzò dal letto con indolenza, avvicinandosi allo schermo, attività che si rivelò inutile dato che Gionny iniziò a leggergli a voce alta la discussione fino a «Peccato che tu stia così distante…».

Lei Roma, lui Messina, la conosceva da un mesetto scarso ma Gionny, dall’entusiasmo di facile inizio e di difficilissima durata, sembrava cotto.

«Falle capire che saresti disposto ad andare a trovarla» gli dico, non nascondendo troppo la mia disattenzione.

«Evviva! Ma come? In maniera velata? Tipo “Questo giorno passerò da Roma per caso”?» Già non lo ascoltavo più.

«Ma che hai?» chiese Gionny che, al contrario di me, era un osservatore attento.

Non ebbi il tempo di rispondere, la ragazza esordì con “le distanze si potrebbero accorciare” e fu subito festa e programmazione del viaggio.

«Se vai ti accompagno,» gli dissi «vado a trovare alcuni amici.»

Decisero che sarebbero andati tra due settimane, in macchina, partenza sabato ore 12 dalla Sicilia con arrivo previsto a Roma per sabato ore 20, e ritorno domenica ore 16.

Chiusero degnamente la serata giocando a carte, ma non riuscirono a capire chi avesse vinto quella sera. Mentre attraversava il grande atrio del complesso condominiale nel quale abitava Gionny, Arturo guardava inebetito le pareti scabre sormontate da copie di quadri famosi, si fermò davanti a uno dei dipinti di Gauguain, e ne incorporò la sottesa carica erotica. Salì sullo scooter e tornò a casa cantando a squarciagola in modo forse sconnesso e certamente stonato. Quella sera si era sentito più leggero.

Qualche sera dopo, tutta la compagnia storica era riunita per il compleanno di Giuseppe, detto il Malato, sui gradini della statua del chitarrista. Situata nel centro di Messina in realtà è la statua di Don Giovanni d’Austria, ma poiché la sua ombra sul muro sembra disegnare un suonatore di chitarra è passata alla fama come “la statua del chitarrista”.

Dopo qualche bicchiere, Arturo e Gionny saltarono in piedi sopra la panchina e fingendo di essere due oratori iniziarono: «Picciò!» esordì Gionny. «Abbiamo una proposta da farvi» continuò Arturo.

«Tra due settimane viaggio a Roma in macchina, chi se l’accolla?»

Una nuvola di “sì!” si trasformò in un mugugno di “no” quando Arturo aggiunse: «Partiamo sabato alle dodici torniamo domenica alle sedici».

In mezzo ai no, si levò un Seee. Era Pipi che dava il suo assenso salendo sulla panchina.

13 SETTEMBRE, AUCKLAND

Alcuni pensieri accompagnano la mia ultima notte ad Auckland.

Mi vedo passare per Queen Street, osservare le vetrine, brutte, dei negozi di souvenir o dei cambiavalute sempre accompagnati da un convenience store. In questa strada che sale e sale e sale. Mi vedo scender giù fino al porto, a una piccola isola, attraversare un ponte mobile, le barche, bellissime, ormeggiate sull’acqua glauca. E vedi tutti i grattaceli che incorniciavano il centro cittadino, la Sky Tower loro funesta dominatrice.

Sono sgraziati i grattacieli, simbolo di una società frenetica che punta sempre in alto ma che non riesce a vedere né oltre il proprio tetto, né sotto il proprio portone.

Mi vedo passare nella grigia atmosfera, sbattere e incespicare.

In questa città che non è europea e non è asiatica e non è neozelandese e non è del Sud del Pacifico e non è capitale; ho trovato solo il freddo e l’insensibilità della gente di fretta, sempre impegnata con qualcosa per la testa o un affare tra le mani.

Le persone mi sbattono ai lati, sembrando ignorare tanto la mia quanto la loro stessa presenza.

Mi sento inadatto tra persone che esibiscono elevazione tecnologica e sociale, in un luogo da cui mi aspettavo natura e relazioni pure, ma dove sono gli aborigeni? E la natura selvaggia?

A ogni mio «from Sicily» mi rispondono con un «ah mafia, no no no

Mi sento isolato e presagisco in modo inequivocabile quella grossa tristezza che mi è tipica. Ho fatto un giro nelle librerie cercando di rifugiarmi in un posto che mi avrebbe accolto a pagine aperte. Una promessa fatta a Lita mi ha portato a cercare il Faust. Convinto di trovarlo facilmente, mi ritrovo invece impegnato in una missione. Si può non avere il Faust in un’intera città? mi son detto tra me e me.

In Italia non potrebbe accadere, mi dico, o almeno non mi risponderebbero con faccia interrogativa alla richiesta. Non che il Bel paese sia ancora un borgo di cultura e libero pensiero.

I confini tra ciò che fuggivo e ciò che cercavo si fanno sempre più sbiaditi.

Nell’ultima libreria vedo Shakespeare allocato nella sezione fantasy e ho un moto tra il disgusto, la nostalgia, il disorientamento. Qualcuno deve averlo detto certo meglio di me che ci si accorge di far parte di una cultura solo quando si è costretti a viverne un’altra. Non lo avevo mai capito così bene però, pensavo fosse una banalità.

L’inglese mi appare una lingua senza profondità, senza musicalità, senza espressione; un pugno di suoni.

Eppure la musica, eppure Wordsworth. Sto iniziando a diventare vittima dei miei giudizi.

Lo capisco, cerco di calmarmi. La rabbia sta passando insieme al temporale, portando con sé anche le mie tensioni. Riesco a recuperare la mia ironia, ma non abbandono il cinismo. Prendo nota di diverse abitudini a carattere sociale, mi sento un po’ stanco, ho fame.

Vago inutilmente fino a un internet cafè nell’improbabile speranza di trovare un impiego lavorativo che possa scacciare i presagi.

14 SETTEMBRE, AUCKLAND

C’è un pullman pronto ad assecondare la mia fuga da Auckland. Sono arrivato un po’ in anticipo, ho già il biglietto e una discreta scorta di cibo. In questo modo, spero di anticipare anche eventuali scherzi della sorte. Finisce che divento pratico e organizzato proprio qui, dove ero venuto per essere liberamente il me stesso fuori da ogni programma e senza sensi di colpa per la non capacità organizzativa.

Davanti a me ci sono undici ore di pullman. Sono di nuovo in movimento, la dimensione che mi è congeniale riprende forma davanti ai miei occhi.

Vedo la fila del pullman ingrossarsi, e provo a tracciare le storie delle persone che mi stanno intorno. C’è una giovane e brutta studentessa che torna nella sua casa di provincia per passare una domenica a casa, una famiglia di samoani costretti a indossare scarpe per la prima volta, un uomo d’affari preoccupato che osserva i samoani con invidia. La fantasia mi si è inceppata su una madre e un figlio: lei spaesata e probabilmente eroinomane, lui ha una svastica disegnata a penna sulla guancia. Non sono riuscito a immaginare niente per loro.

Il viaggio è iniziato sotto la pioggia, presto il paesaggio cittadino inizia a perdere i suoi contorni facendo spazio a campi aperti e declivi collinari. Finalmente un verde che lascia presagire la quasi totale assenza dell’uomo in quei lidi, mandrie che si alternano a greggi e un tempo lento.

I miei occhi tracciano linee con quel verde e giocano a rincorrere le distanze tra le case e le storie di quella contea. Mi chiedo se anche loro si sentano parzialmente determinati dallo spazio, e se tutte le dimensioni spaziali siano negative. Mi chiedo se chi nasce in una «natura padrona» con le distanze enormi e il tempo lento, finendo per perpetuare il lavoro dei padri e sposare il figlio del barbiere, sogni di nascere in una città coi grattacieli e le linee dei tram che devono sembrargli l’enorme gomitolo di scelte e di possibilità che potrebbero avere. Mi chiedo se è la mia stanchezza a concedermi la presunzione di pensare che siano vittime di un grave errore di considerazione.

Sono rimasto a pettinare un po’ i pensieri fino a quando la vita mi ha riportato sul pullman Pacific che sta accostando lentamente al bordo della strada. Scendendo, osserviamo increduli il nulla fino a capire che si tratta di un guasto. La sciarada di proteste che mi aspetto naturale tarda a farsi sentire, anzi, a essere sincero, non parte affatto. Nemmeno la più piccola esclamazione di sdegno, nemmeno commenti sussurrati tra passeggeri. Già immaginavo le samoane protestare come quella volta in cui una anziana signora di Casalnuovo di Napoli, in una deviazione a Sessa Aurunca di un treno per Roma, quasi lanciò borsa e bagagli su ogni esponente delle Ferrovie dello Stato. E invece niente.

Non ho idea di quanto tempo si possa perdere. L’inquietudine scala i nodi nello stomaco e inizia a stringermi la gola. Penso che anche stavolta, la malasorte era comunque più avanti di me. Non ho il numero dell’hotel, né la possibilità di contattarli, e non ricordo gli orari del check-in. E se lo avessi trovato chiuso? Inizio a battere ripetutamente il piede a terra, mi ripeto ciò che si dice a ogni piano un uomo che cade da un grattacielo: fin qui tutto bene.

Nel silenzio generale sono riuscito a cogliere le uniche parole pronunciate e a capire che verrà a prenderci un altro pullman.

Passano due ore, nel silenzio. La famiglia samoana è seduta a terra, i genitori di fronte ai figli, che giocano con contegno senza alcun rumore sconveniente.

Il nuovo pullman è arrivato e abbiamo già ripreso i nostri posti, ma la mia inquietudine si concentra sui bagagli rimasti sul pullman precedente. Preoccupato, chiedo lumi all’autista senza pensare alla grammatica della mia frase, che in qualche modo lui è riuscito a comprendere, ma la sua risposta non è bastata a rassicurarmi.

La stazione di Hamilton ci ha accolti al freddo. Qui avremmo dovuto attendere un altro pullman. Quando ci saremmo ricongiunti coi bagagli non ci era dato saperlo. Facevo i conti dei soldi lasciati lì dentro e nel mentre già mi guardavo intorno in cerca di un cartone per le prossime notti. Momenti di paranoia si alternano alla tranquillità che mi lascio infondere dalla calma genera32

le, forse gli altri sanno qualcosa che io non so, mi ripeto.

Di minuto in minuto le mie paranoie acuiscono, così come le maledizioni che mi sono attirato addosso.

Inizio a fare il conto di ore e minuti, il ritardo si accumula e non so quando partiremo, ma io non ho scelta e nessun potere per cambiare le cose. Cerco di razionalizzare per affrontare la mia rabbia, ma la mia mente è troppo impegnata a elaborare improbabili denunce, e più probabili atti di aggressione verso il conducente.

E se avessi trovato la reception chiusa? Che avrei fatto? Come posso spiegare la situazione? Non riesco nemmeno a mandare una mail per avvertirli. Il dubbio angoscioso mi puntella il cervello.

Penso di cercare un internet point, ma il rischio grosso è quello di perdere poi anche il pullman su cui siamo bloccati. Così resto su una stupida panchina in una stupida stazione in mezzo a stupida gente troppo tranquilla.

Respiro sempre più veloce finché non mi rendo conto che preferirei morire di stenti o mangiato dagli aborigeni. Sorrido e provo a calmarmi.

Mi ripeto: fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, fin qui tutto bene.

Un’ora è passata. Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, fin qui tutto bene.

Ne è passata un’altra. Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, fin qui tutto bene.

Mentre ne passava un’altra ancora, quando intravedevo l’asfalto alla fine della mia caduta libera, finalmente il nuovo pullman. Apre il portabagagli e… i bagagli sono già stati caricati. Vedo il mio zaino e mi viene voglia di baciarlo e fare il resto del viaggio abbracciato a lui nella stiva del pullman.

Il viaggio riprende caracollante e l’ansia è in via di smaltimento. Sono ripagato dagli scenari seguenti, innanzi a me c’è una spettacolare baia, uno di quei panorami che sponsorizzano come presentazione alle bellezze neozelandesi. La baia si apre a delle isolette, e il blu intenso dell’acqua riflette cupamente il grigio del cielo. Il mare è crespo e, nonostante questo, la naturalezza del panorama lo rende a suo modo sublime. Noto che la meraviglia per la visione non è condivisa dai miei “compagni di viaggio”, magari per abitudine, mi dico, e mentre sono già pronto a giudicarli per la capacità di abituarsi a una tale meraviglia penso alla carrozza numero 3 dell’intercity Siracusa-Roma e ai personaggi che si vedono sui traghetti per lo stretto.

Stavo quasi per alzarmi e dirgli «I’m sorry», poi ho riguardato il bambino con la svastica e sono rimasto al mio posto.

Anche questa stazione è passata.

Il pullman si ferma di nuovo, stavolta per una pausa, nella quale decido di dare tregua alla mia vescica. Ero sceso insieme a tutti gli altri passeggeri, ma una volta uscito dal bagno mi sembrava di non riconoscere in nessuna faccia i miei compagni di viaggio. Rapidi, ho pensato e forse detto tra i denti. Guardo gli insensati lavandini neozelandesi: da un lato c’è la manovella dell’acqua fredda dall’altro quella dell’acqua calda, ogni manovella ha la sua uscita e le acque non si mischiano. Devo ricordarmi di spuntare “no” anche accanto alla voce “ingegneria neozelandese”.

Contrariato mi dirigo finalmente verso il pullman, percorrendo i vuoti corridoi. Sento risalire in me quella inquietudine che credevo di aver lasciato indietro, almeno per oggi. Accelero il passo.

Esco e l’inquietudine prende forma di un pugno nello stomaco mentre il mio sguardo scruta l’orizzonte in cerca del pullman Pacific dove, ancora una volta, c’erano tutti i miei averi.

Sento l’urlo dell’uomo che si schianta dal grattacielo e il tonfo del corpo che si schiaccia sull’asfalto.

Mi muore un urlo in gola, mentre ho solo voglia di buttarmi a terra e strepitare.

Le persone intorno guardano la mia disperazione e mi accorgo che si voltano in un movimento corale dei corpi a guardare dall’altro lato. Inizio a correre, per sconforto più che per una speranza di salvezza. Corro solo in nome di quel movimento corale dei volti, ma non sono sicuro né del dove né del perché. Giro l’angolo e scorgo il retro verde del Pacific avviarsi tranquillamente sulla strada. Corro più veloce, gridando e agitando ogni parte del mio corpo finché non lo vedo rallentare e fermarsi. Salgo mentre con il poco fiato che mi rimane inveisco ferocemente contro dio e contro lui e contro ogni faccia che accompagna il mio percorso verso la mia postazione. I miei insulti diventano feroci verso il mio vicino di postazione non riuscendomi a spiegare come possa essere stato così indifferente alla mia assenza. Sarà che sono abituato, nei viaggi da e verso il sud Italia, a infastidirmi al contrario per l’invadenza dei miei compagni di viaggio, di cui solitamente al decimo minuto si conosce la storia di almeno tre generazioni.

Mi accoccolo tra il sedile e il finestrino, avvio il lettore musicale senza troppa attenzione e parte subito L’abbigliamento di un fuochista di De Gregori. Mi viene da piangere e forse una lacrima mi scende. È incredibile come un italiano lontano da casa diventi un esule anche quando non scappa né dalla guerra, né dalla miseria. Anche quando non scappa e basta.

Durante le altre pause ho mischiato freddo a pensieri e mi son lasciato coinvolgere dallo spettacolo che la natura non si stanca mai di fornire ai suoi ospiti spesso poco attenti. Una lunga pianura, ostile e ventosa ci si para davanti. Altro scenario crudo ed eccelso per l’aggressività e l’assoluta purezza, il vento soffia forte e indifferente, gli arbusti crescono coraggiosi e ostinati. La loro presenza è per me prova di ascetico eroismo.

Guardo fuori dal finestrino contando i minuti e spingendo mentalmente il bus affinché vada più veloce. Non oso pensare all’arrivo, preferisco non concentrarmi sulla possibilità di trovare l’hotel chiuso. Per fortuna la stanchezza ha la meglio sulla preoccupazione. Mi sono svegliato al nostro arrivo, sono le dieci.

Adesso scrivo e leggo i miei appunti nella comodità dell’albergo nel quale sono, siamo arrivati con tre ore di ritardo, la reception aperta, mezz’ora e l’avrei trovata sbarrata, ho fatto il check-in e sono corso a letto. Il mio stomaco non sarebbe comunque pronto ad accogliere del cibo. Tutte le mie impressioni mi sembrano schiacciate dal peso di questi primi avvenimenti, tutte le torri delle mie certezze crollano in babelica memoria. Il mio fluire è bloccato, mi sento costipato e in terra avversa.

In quei giorni Arturo non sapeva se mentire o buttarla in commedia ai tanti che gli scrivevano per sapere e a Lita. Aveva vissuto fino a quel momento con l’immagine di “Arturo il passaguai” attaccata addosso, che avvertiva la coerenza delle sue disavventure. Eppure questo non era e non doveva essere un viaggio come gli altri. Perfino Ninetta, la sua migliore amica che non si è mai risparmiata le critiche, ammise che lo avrebbe fatto crescere. Ma cosa significa crescere in questo caso? Andare o restare? La terra da cui si aspettava battaglie di elfi e piante medicali si stava rivelando una succursale del Regno Unito o ancora non gli stava concedendo il suo segreto?

Restare per scontrarsi con le stesse forme di vita, senza però alcun rifugio degli affetti più cari. Valeva la pena in nome della coerenza alla propria faccia, alle idee che avevano ispirato la partenza?

Questi e altri pensieri agitavano le notti di Arturo che si svegliava sempre più sudato e sempre più magro, come i suoi risparmi.

«Tutto bene, ho mangiato un panino.»

«Tutto bene, ho percorso una bellissima baia.»

«Tutto bene, domani visiterò per la prima volta Wellington.» Copia Incolla.

Solo due donne avvertivano la sua delusione e i suoi timori. La prima non faceva che ridere e deriderlo, sperando di riuscire ad alleggerirgli lo spirito con un metodo che le ha permesso di arrivare a ottant’anni ancora con la voglia di «mangiare il mondo» – parole sue. La seconda restava sveglia fino alle quattro del mattino a parlargli su Skype, vestita e pettinata come se fosse un’uscita vera, mostrandosi felice e sicura, non accennando mai alla sveglia, alle sei e quarantacinque, per un lavoro qualunque in un Paese qualunque con una paga qualunque. Cercava di nascondere, così, quanto si sentisse lei stessa “una qualunque” in confronto ai suoi timori.

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Arturo Stevani
Arturo Stevani è lo pseudonimo che separa l’autore e l’uomo. Non vive più a Messina, città in cui è cresciuto, e ha da poco varcato la soglia dei trent’anni anni. In viaggio è il suo romanzo d’esordio.
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