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Il cielo non era mai stato rosso come quella sera

Il cielo non era mai stato rosso come quella sera
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Consegna prevista Agosto 2021
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Dopo più di trent’anni di matrimonio, Gemma scopre che Leonardo la tradisce e inizia un lungo viaggio dentro se stessa, che la porterà a mettere sotto la lente d’ingrandimento la sua vita, sezionandola alla ricerca di segnali riconducibili alla fine di un rapporto creduto indissolubile.
Tatiana è la ragazza russa di cui Leonardo s’innamora, in bilico tra le ragioni del cuore e quelle della realizzazione di sé attraverso i benefici di una relazione importante.
Leonardo è il mezzo attraverso cui le due donne scopriranno se stesse liberandosi dalle scorie della finzione e dai vincoli dovuti a convenzioni e abiti mentali.
Non sarà facile conciliare vissuto e aspettative ma tutti i personaggi, spinti da motivazioni diverse, sperimenteranno territori sconosciuti, con il rischio di perdersi e fare un salto nel vuoto.

Perché ho scritto questo libro?

Nelle persone cerco l’anima e questa potrebbe essere la risposta alla domanda: “Perché ho scritto questo libro”.
Noi siamo in continuo divenire, diceva Eraclito, e nel romanzo utilizzo la sua metafora per parlare di sentimenti e dinamiche relazionali. I miei personaggi entrano nel flusso della vita come un fiume che scorre, sperimentando il cambiamento che influirà sulle loro vite trasformandole per sempre.

ANTEPRIMA NON EDITATA

2

Mi tolsi l’ingombrante indumento e mi sedetti sulla tazza del water, senza un’urgenza particolare.

Erano gesti abituali.

Qualche volta proprio in bagno lasciavo che i pensieri fluissero spaziando dal cosa mancasse in dispensa a quanto mi sentissi grassa mentre dalla tv accesa mi arrivava un brusio rarefatto.

Mi misi davanti all’enorme specchio e come sempre mi osservai con attenzione.

La pelle del viso era ancora luminosa anche se intorno alla bocca e agli occhi s’intravedevano fastidiose rughette.

Prendendo poi tra l’indice e il medio la pelle eccedente del mento e delle guance avevo la netta sensazione dell’elasticità perduta. Da un po’ di tempo lo facevo sistematicamente e altrettanto sistematicamente ponevo due dita sui pomi delle guance e le tiravo su guardando con compassione l’immagine riflessa che mi restituiva un’aria da cinesina rincretinita.

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Osservai il seno. Non mi dispiaceva la floridezza naturale non ancora mortificata dagli anni e neppure le gambe, toniche e senza evidenti segni di cellulite.

Mi disturbava invece la rotondità attorno all’addome.

Passai sotto la doccia e, cosa che facevo raramente, alternai getti d’acqua calda e fredda.

Volevo svegliarmi dal torpore, ma anche levarmi di dosso le malinconie che mi stavano assalendo.

Mi ricordai in quel momento che dovevo fare un salto in posta e comprare il pane e, vista l’ora, mi concentrai sulle cose da fare.

Tirai su il letto, passai l’aspirapolvere, riordinai in cucina.

In pochi minuti ero vestita, truccata e pronta per uscire.

Vivevo a Trieste, lungo le rive, al terzo piano di una palazzina in stile neoclassico nel borgo teresiano e avevo l’abitudine di non prendere mai l’ascensore.

Nonostante vivessi da oltre trent’anni in quella casa, i miei rapporti con gli altri inquilini erano puramente formali, infatti ero piuttosto riservata: non mi piacevano le cordialità di facciata e nonostante amassi la mia città non ero mai riuscita a fare mio, fino in fondo, lo spirito triestino.

A Trieste si respira aria mitteleuropea e si nota in ogni dove, dall’architettura dei palazzi ai numerosi caffè letterari, veri gioielli dove annusare la presenza di Svevo, Joyce, Saba che trovarono in questo luogo ispirazione e accoglienza.

Ma all’austerità asburgica la città contrappone un’anima prettamente latina, picaresca, perché Trieste può essere considerata la più meridionale delle città del nord per la grande verve comunicativa e lo spirito gaudente dei triestini che amano spremere la vita fino all’ultima goccia. Vivono con “allegria” e la loro grande apertura è forse dovuta al mare; il mare fa parte del loro quotidiano, è nelle loro stanze, ne costituisce una parete insieme alla bora che quando tira, spazza via preoccupazioni e pensieri e rappresenta un ponte tra loro e un’immaginaria proiezione altrove.

Eppure io mi sentivo estranea alla città dove avevo sempre abitato, non amavo quella disinvoltura di modi, eccessi di esteriorità, piccole sguaiatezze che mi sembrava tradissero un passato non troppo lontano in cui Trieste fu squartata, occupata, mortificata in una guerra che sembrava non finisse mai. Cercavo di dare una giustificazione al mio carattere schivo, ma non ero sempre stata così. Da ragazza ero un tornado e miei genitori dovevano addirittura frenare la mia eccessiva esuberanza.

Raramente incrociavo qualcuno sulla scalinata di granito che portava all’uscita: quasi tutti prendevano l’ascensore e spesso avevo l’impressione di essere osservata lungo il grande scalone, dalla balaustra degli ultimi piani. Mi piaceva volare giù dalle scale, sentire il rimbombo che faceva lo scricchiolio delle scarpe e poi in fondo guardare in alto e sentirmi come avvolta in un’avvolgente spirale.

Appena fuori mi sentii raggelare dal freddo pungente.

Il sole di febbraio splendeva e quell’apparenza di calore traeva in inganno.

Mi strinsi nel cappottino nero, forse troppo leggero per la giornata rigida e misi i guanti che avevo in borsetta.

Il traffico della tarda mattinata mi stordì quasi subito.

Non mi ero mai abituata al caotico sferragliare metallico e a quel viavai che mi sfiorava e guardavo fissa davanti a me per non rischiare di scontrarmi con qualcuno.

Mi fermai davanti all’Ufficio postale e salii l’enorme gradinata.

Presi il numero salva coda e aspettai il mio turno pensando a cosa potesse contenere il plico che era finito in posta dopo diversi passaggi infruttuosi del Corriere.

Finalmente il mio turno.

Espletai le formalità di rito e ritirai il pacco che da forma e spessore poteva sembrare un libro.

Non resistetti alla curiosità di vedere cosa contenesse: così, lontano da occhi indiscreti, strappai l’involucro e mi trovai in mano proprio un libro, che Anna, amica storica che non vedevo e sentivo da lunghi mesi, mi aveva inviato.

Lessi il titolo: Between strangers. Era di un autore americano che non conoscevo.

3

Mentre m’incamminavo verso il piccolo market, sorridevo pensando alla mia imprevedibile amica e a cosa volesse dirmi inviandomi quel libro.

Lei era separata da anni e da quando viveva sola non si era mai sentita così viva.

Il suo ex marito era un direttore d’orchestra bravo quanto noioso.

Si erano conosciuti al Conservatorio: entrambi suonavano il violino e lei scambiò la comunione d’interessi con l’amore che non decollò mai perché in realtà, a parte la musica, erano totalmente estranei l’uno all’altra.

Il matrimonio durò qualche anno, giusto il tempo per capire che non erano mai stati una coppia e che agli errori c’è sempre rimedio.

Lui cambiò casa e continuò a girare il mondo dirigendo prestigiose orchestre; lei smise di fare la violinista e iniziò a insegnare musicologia al Conservatorio della città.

Forse avrei dovuto andare a trovarla. Erano mesi che m’invitava a Pesaro, e i miei pensieri corsero con la mente ai giorni in cui fui sua ospite nella sua bellissima casa sul mare.

Risentivo le nostre voci, in giardino, in quelle serate afose, mezzo stordite dalla fragranza del pitosforo.

Erano passati ormai due anni dall’ultima volta che ci eravamo viste. Avevo lasciato marito e figlio a sbrigarsela da soli, con un senso di colpa che non ero riuscita a scrollarmi di dosso.

Ora stavo ascoltando quella vocina interna che da un po’ di tempo mi stava spronando a riscrivere la mia vita secondo altri parametri.

Non andavo più a scuola, non avevo compiti da correggere, riunioni da fare, consigli di classe, incontri con i genitori, scrutini…il figlio era cresciuto, Leonardo era quasi sempre assorbito dal lavoro e nei miei confronti sempre più distratto.

I primi tempi del mio pensionamento, contrariamente a quanto pensassi, mi sentivo soffocare e vagavo in giro per le stanze alla ricerca di qualcosa da fare.

Avevo ridotto la presenza della colf a una volta alla settimana e per passare il tempo mi ero dedicata con maggior cura alla cucina. Mio figlio era diventato vegetariano e a me sembrò quasi provvidenziale la sua conversione alimentare.

Leggevo avidamente nuove ricette che prevedevano l’uso di nuovi alimenti e mi sbizzarrivo a mettere insieme ingredienti, anche azzardati, provando spezie dai nomi improbabili per riuscire a soddisfare i gusti di mio figlio.

«Mamma come l’hai fatto?» e mentre compiaciuta gli spiegavo i vari passaggi Leo ci guardava perplesso.

Aveva un’aria schifata, non voleva neppure provare quelli che chiamava in senso dispregiativo attentati culinari e dovevo preparargli sempre il suo piatto di riso o carne, seguito da una porzione di verdura.

Era molto parco nel mangiare. Ci teneva alla linea e mi ero accorta che negli ultimi tempi, per rimanere in forma, si era iscritto in palestra e la sera rientrava piuttosto tardi.

I primi tempi lo aspettavo per cenare insieme.

Luca la sera non c’era: viveva già da tempo per conto suo in un loft regalo del padre.

Ero quasi arrivata a casa; giusto in tempo per preparare il pranzo.

4

Avevo appena ultimato di apparecchiare la tavola che suonò il campanello.

Erano Leo e Luca e li accolsi col sorriso, come sempre.

«Allora, Gemma, quando ti sei alzata? Ho cercato di non svegliarti, stamattina…dormivi così bene! Ho bloccato la sveglia prima che suonasse e mi sono alzato nel buio.»

«In effetti, dovevo proprio essere un tronco…non ho sentito nulla e mi sono svegliata più tardi che mai.»

Luca intervenne: «da quando papà è così premuroso? Ricordo che quando si alzava, tu eri già in piedi e lui chiamava da tutte le stanze perché non trovava le cose da mettersi».

«Ah!Ah! Perché tu no? Risposi ridendo…Vi ho abituato troppo bene entrambi. Se penso che quando andavo a scuola, oltre a servire voi, dovevo cambiarmi, fare colazione al volo, truccarmi,  e poi affrontare una lunga scarpinata, quando non prendevo l’automobile, mi chiedo come facessi. Avevo il tempo per tutto. Ora che sono a casa mi sento soffocare e capita che arrivi sera senza che abbia combinato niente.»

Leo tagliava la bistecca con gli occhi nel piatto. Sembrava che le mie parole non l’avessero neppure sfiorato.

Avevo spesso la sensazione, quando ero con lui, di parlare da sola. Lui annuiva, ogni tanto alzava gli occhi dal giornale, mi guardava distrattamente per ripiombare subito dopo tra le pagine del quotidiano che gli facevo trovare ogni giorno sul tavolo.

Ma mentre una volta preferiva conversare con me, ora il giornale costituiva una barriera tra noi.

Mi chiedevo cosa l’avesse portato ad allontanarsi sempre di più, sì da ridurre la nostra unione a un insieme di formalità che si reggevano soltanto su abitudini scandite e consolidate dalla lunga convivenza.

Trent’anni non sono pochi ma erano volati e se pensavo a come li avevo vissuti, la mente era attraversata da immagini piacevoli ma…da quando non facevamo più l’amore?

Me lo chiedevo spesso e non riuscivo mai a darmi una risposta convincente.

Pensavo ai cambiamenti avvenuti in me nell’ultimo periodo.

Fortunatamente ero entrata in menopausa prima di finire la scuola e a parte gli scarsi segnali di disagio sia a livello fisico che psicologico, il lavoro mi aveva preservato dal rischio di concentrarmi troppo su me stessa tanto che l’assenza del ciclo mi traghettò nella nuova condizione facendomi quasi sentire alleggerita di un peso.

Ero addirittura dimagrita e non soffrivo neppure di vampate di calore.

Anche la mia vita sessuale non ne aveva risentito ma nonostante desiderassi mio marito come prima, mi ero accorta che lui mi cercava sempre meno anche se attribuivo questo fatto all’eccessivo lavoro che lo assorbiva ancora come in gioventù.

Forse la risposta stava nella sua scelta d’intensificare il suo impegno lavorativo invece di rallentarlo nonostante fossimo benestanti e Luca si sentisse pronto a gestire lo studio in piena autonomia.

Tatiana

I

«Yuri… Yuri… scendi…. devo farti vedere una cosa.» Stavo chiamando mio fratello, più piccolo di me di un anno. Ero scesa in strada ed ero ferma davanti a un grosso albero dalle radici nodose che col tempo si erano estese a dismisura, rendendo il manto d’asfalto pieno di gobbe e crepe. Avevo in mano un piccolo riccio trovato sul ciglio della strada e volevo metterlo al riparo dal pericolo delle macchine. Lo mostravo a Yuri con orgoglio perché ero riuscita a prenderlo tra le mani senza pungermi, come la Babushka mi aveva insegnato e ora correvamo insieme nel parco per liberarlo. Trovammo un posto adatto, lo appoggiai per terra e in men che non si dica lo perdemmo di vista. In quel luogo si svolgevano i nostri giochi ma non avevo mai sopportato la crudeltà di certi bambini che torturavano piccoli animaletti per dimostrarsi grandi. Ero impietosa nei loro confronti e un po’ mi temevano perché nonostante fossi esile avevo un carattere deciso e riuscivo a impormi solo con lo sguardo. Il ritrovo preferito era lo stagno, circondato da betulle che si stagliavano alte nel cielo. Ai primi tepori d’aprile si riempiva di animali acquatici, anatre, cigni e noi, bocconi sull’erba, ci divertivamo a contare i pesci che guizzavano a pelo d’acqua. D’inverno diventava una lastra di ghiaccio e chi riusciva a far stridere con maggior forza i pattini e a sollevare la neve ghiacciata veniva guardato con ammirazione.

Il giorno in cui Yuri, nella foga delle sue sfrenate evoluzioni, si era allontanato dal gruppo diventando un puntino lontano, ci accorgemmo soltanto dalle sue urla che doveva essere successo qualcosa. Corremmo verso di lui intuendo che doveva essersi spaccata la lastra di ghiaccio e ci fermammo a qualche metro dall’enorme buco che si era formato, per evitare di cadere anche noi. Yuri era sprofondato nell’acqua gelida e appariva cianotico. Agitava le braccia e le gambe per non farsi trascinare sotto ma le forze gli stavano venendo meno. Senza esitare mi distesi sul ghiaccio e con entrambe le mani lo afferrai energicamente per le braccia mentre i miei compagni mi tiravano indietro afferrando i pattini che facevano da presa.

«Forza Yuri!» gli gridavamo concitati. «Forza! non mollare!» Yuri, in un estremo tentativo di salvezza, diede un colpo di reni e riuscì ad issarsi facendosi trainare dalla catena umana che avevamo creato. Intanto attirati dalle urla, alcuni passanti arrivarono con delle coperte e avvolsero mio fratello in modo da fargli riacquistare la temperatura corporea. Io lo tenevo stretto, cercavo di parlargli per tenerlo sveglio mentre gli accarezzavo il capo. Piangevo per la tensione e tutti intorno a me piangevano, ma erano lacrime di gioia. Quell’incidente mi fece capire quanto amassi Yuri ma mi diede anche la percezione esatta del mio coraggio.

2020-11-25

Aggiornamento

Vi ho parlato a larghe linee della trama che analizza le motivazioni profonde che portano i protagonisti del romanzo a sperimentare il tradimento, ma non mi sono soffermata sui luoghi in cui si svolgono gli avvenimenti. La scelta è caduta su Trieste e Mosca in modo non casuale. Sono sempre stata attirata da Trieste, città che amo perché come scrivo nel libro… A Trieste si respira aria mitteleuropea e si nota in ogni dove, dall’architettura dei palazzi ai numerosi caffè letterari, veri gioielli dove annusare la presenza di Svevo, Joyce, Saba che trovarono in questo luogo ispirazione e accoglienza. Ma all’austerità asburgica la città contrappone un’anima prettamente latina, picaresca, perché Trieste può essere considerata la più meridionale delle città del nord per la grande verve comunicativa e lo spirito gaudente dei triestini che amano spremere la vita fino all’ultima goccia. Vivono con “allegria” e la loro grande apertura è forse dovuta al mare; il mare fa parte del loro quotidiano, è nelle loro stanze, ne costituisce una parete insieme alla bora che quando tira, spazza via preoccupazioni e pensieri e rappresenta un ponte tra loro e un’immaginaria proiezione altrove. Eppure io mi sentivo estranea alla città dove avevo sempre abitato, non amavo quella disinvoltura di modi, eccessi di esteriorità, piccole sguaiatezze che mi sembrava tradissero un passato non troppo lontano in cui Trieste fu squartata, occupata, mortificata in una guerra che sembrava non finisse mai. E Mosca, perché? In effetti avrebbe potuto essere Madrid, Parigi, Stoccolma… la scelta è caduta su Mosca perché la ragazza che avevo in mente, tra i tanti nomi possibili, si chiamava Tatiana, prima ancora che l’avessi configurata, e Tatiana non poteva che essere una ragazza dell’Est. Mosca è la città in cui ha vissuto fino a quando non ha deciso di scappare per inseguire i suoi sogni, fermandosi a Trieste. Ma Mosca è anche la città dei tanti romanzi dei grandi scrittori russi, la città del freddo, della neve, del comunismo, tutti elementi che mi hanno offerto l’opportunità di sfiorarla con pennellate descrittive, frutto di letture intense. Grazie per il sostegno. La prenotazione è indispensabile per raggiungere il numero di copie che mi permetteranno di essere distribuita da Messaggerie Riunite in tutta Italia.
2020-11-12

Aggiornamento

Qualcuno si chiederà come sia nato questo libro e cosa mi abbia spinto a scriverlo. Non c’è una ragione precisa. Da sempre sono affascinata dalla scrittura e amo raccontare storie in cui emerge l’aspetto psicologico dei personaggi. Mi piace scavare e fare emergere le infinite sfaccettature dell’animo umano. La donna ha un ruolo privilegiato, le mie sono storie di donne che riescono a trovare il modo per riscattarsi in un mondo spesso ostile. Il titolo del libro è emblematico, così come la copertina, un cielo infuocato in una notte invernale. “Il cielo non era mai stato rosso come quella sera”, è una frase chiave del libro che si attaglia perfettamente ai protagonisti perché ciascuno di loro vive il proprio inferno personale. Era da tempo che pensavo a una storia che parlasse di tradimento, inteso come trasformazione, e il pensiero di Eraclito "Noi siamo in continuo divenire" è diventato lo spunto per parlare di sentimenti e dinamiche relazionali. I miei personaggi entrano nel flusso della vita come un fiume che scorre, sperimentando il cambiamento che influirà sulle loro vite trasformandole per sempre. Un passo del libro: Stavo leggendo quando cominciai a sentire un tremito attorno. Prestai attenzione per cercare di capire se si trattasse della bora. Nonostante vivessi a Trieste da sempre e avessi imparato a conviverci, quando arrivava, la mente registrava sempre un’informazione di rifiuto. I nervi erano messi a dura prova per lo sforzo fisico e mentale di adeguarsi a quello stravolgimento di abitudini e ritmi dovuto alla sua forza impetuosa e violenta. Il fatto poi che potesse durare anche più giorni costituiva un ulteriore motivo di disagio e irrequietezza. I forti sibili penetravano all’interno delle stanze sempre più rabbiosi e si sentivano cigolare le antenne sui tetti. Pensavo a Leonardo e a come non si fosse ancora svegliato per lo sconquasso. Facevo fatica a concentrarmi ma m’imposi di non farmi condizionare da quelle forti raffiche che facevano vibrare ogni fibra del mio corpo. Cercai di recuperare la calma, mi avvolsi in un caldo plaid e ripresi la lettura del libro. Ogni tanto allungavo l’orecchio per cogliere tutte le variazioni di un concerto assordante dai suoni cacofonici che sembrava preludere all’imminente capitolazione tra me e Leonardo. Il sonno non arrivava, ero preda di visioni apocalittiche fino a quando la stanchezza del giorno mi prese per sfinimento. Mi svegliai all’improvviso per l’aumentata forza del vento che schiaffeggiava i vetri delle finestre facendole tremare. Era giorno. Il cielo limpido e cristallino appariva oscurato da un’ombra. Leonardo era in piedi davanti a me e mi osservava.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    In questo romanzo coesistono molti stati d’animo, che l’arricchiscono di sentimenti espressi ed inespressi, ma palpabili all’intuizione, rappresentando quello che l’umano essere ha dentro di sè.
    La trama ha come sfondo il tradimento, senso di colpa, stoicismo, passione e l’amore, non tanto con la A maiuscola, bensì manipolato e condannato ad un’importanza secondaria, ma che riprende e ritorna alla propria caratteristica, attraverso il senso di libertà che primeggia su tutto.
    Vi emerge Gemma, devastata dal tradimento del marito, abbandona lo stoicismo di cui si era caricata con fredda abnegazione, durante tutta la vita matrimoniale, incontrando un nuovo inaspettato amore.
    Leonardo, non disdegna l’avventura che lo permea di giovinezza, per poi essere lasciato a sè stesso, nella solitudine e il peso della colpa.
    Tatiana, studentessa russa in Italia, sfrutta l’opportunismo attraverso Leonardo che lascerà a riconoscere la grande illusione che si era creato.
    Gli altri personaggi aiutano a capire l’intero evolversi del romanzo, che si legge con molta scioltezza. Lo raccomando vivamente!
    Enia Boscarato.

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Loretta Fusco
Sono nata a Basilea ma ho sempre vissuto in Friuli.
Amo definirmi in questo modo: "mutevole come il tempo, leggera come l’aria, forte come una roccia, profonda come il mare.
Sogno ancora a occhi aperti, mi stupisco e mi tuffo spesso nei miei fantastici pensieri!"
L’età mi ha regalato il piacere di piacermi e ciò che del mio vissuto mi sembrava qualcosa d’insignificante, alla luce di tanti nuovi inizi, è diventato prezioso e indispensabile.
Insegnante per caso o per vocazione? A distanza di tempo direi che non avrei potuto fare altro e meglio, anche se ho speso molti anni in una specie di “esercizio esistenziale” come un bravo soldatino in fase di addestramento. Amo viaggiare, dentro e fuori, senza mete, itinerari, con un unico obiettivo: "vivere il mio tempo attraverso la parola."
In dieci anni ho pubblicato tre libri di poesie e un romanzo, vincendo numerosi premi.
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