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L’ultimo pontefice

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L’umanità sarebbe stata pronta per qualcosa
di simile? Padre Bruno ne dubitava.
Ma, nonostante tutto, era convinto che
non vi fosse un momento da perdere e che
il mondo dovesse esser messo a conoscenza di quanto sarebbe presto potuto accadere.
Ma il sicario della Fratellanza
osservava nell’ombra.

In un’Europa che vacilla, il furto di alcuni importanti documenti mette in subbuglio il Vaticano. Ciò che è stato trafugato potrebbe consentire di ritrovare una pericolosa macchina del tempo, occultata dal Vaticano stesso, capace di rimettere in discussione la Storia.
Sulle tracce del pericoloso oggetto c’è Padre Bruno, un professore di Teologia dell’Accademia Pontificia di Roma, con la preziosa collaborazione del suo assistente Edwin e del commissario Marchesi. Parte una caccia spietata che porta i suoi protagonisti alla ricerca di indizi per ritrovare la macchina, mentre qualcuno ai più alti livelli trama nell’ombra per impedirlo a tutti i costi, in uno scenario in cui alta finanza, politica, terrorismo e religione si intersecano inestricabilmente, rischiando di scatenare l’Apocalisse.

Capitolo I

La sala era maestosa benché non fosse di dimensioni enormi. E tuttavia incuteva una sorta di timore reverenziale, probabilmente dovuto al materiale di importanza inimmaginabile custodito lì sotto da secoli. L’ambiente aveva forma ellittica e terminava, in alto, con una piccola cupola. Colonne marmoree, ai lati dell’ambiente, sembravano sostenere il peso dell’intera struttura. Come arcigne guardiane, erano lì da tempo immemore a vigilare sullo scrigno di tesori in essa racchiuso.

Infine, padre Bruno era giunto lì, in quello che appariva ai suoi occhi come un vero e proprio Sancta Sanctorum di sapienza, cultura e conoscenza. Ben sapeva come tali valori fossero ormai prossimi all’estinzione totale, in un mondo che pareva essersi completamente dimenticato di essi. La Terra era sull’orlo del baratro, tutto sembrava andare a rotoli e i segni della fine dei tempi sembravano essere giunti. Erano chiaramente visibili. E nonostante tutto, l’umanità pareva non essersene accorta. Continuava imperterrita lungo il suo folle percorso di autodistruzione. Padre Bruno, mentre così assorto rimuginava su tutto questo, come se si fosse bruscamente risvegliato da un incubo, si concentrò su quanto andava fatto. Non immaginava che la sua ricerca l’avrebbe condotto sino a quel punto, in un salone segreto e dimenticato, nei meandri sotterranei della Città Eterna, all’interno del suo cuore pulsante: il Vaticano. Era arrivato in un’ala segreta, nascosta, ignota, attraverso un percorso tortuoso e inesplicabile, almeno apparentemente. Padre Bruno era giunto proprio lì, dove sapeva trovarsi un qualcosa di misterioso e, soprattutto, pericoloso. Quella che era stata da sempre considerata una leggenda, era qualcosa di concreto. Qualcosa che il Vaticano aveva fatto di tutto per occultare, dimenticare, sottraendola a sguardi e studi indiscreti, che avrebbero potuto permettere di comprendere molti aspetti oscuri della storia dell’umanità e svelare i misteri e le domande di un futuro molto prossimo e, potenzialmente, funesto.

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Padre Bruno, percorrendo i corridoi del salone, sapeva esattamente dove avrebbe trovato ciò che cercava. Ma non sapeva che qualcuno l’aveva preceduto. Non poteva sapere che, nell’ombra, qualcuno lo spiava. Colui che attendeva era un inviato, una semplice pedina, un banale esecutore di ordini provenienti dall’alto. Ma per quanto banale potesse essere, non poteva esservi spazio per l’improvvisazione o l’indecisione. Era necessario agire freddamente e senza scrupoli, nella maniera più rapida e discreta possibile. La posta in gioco era altissima. L’uomo che attendeva padre Bruno era, almeno nelle intenzioni, un uomo di Dio. Ma giocava una partita che con Dio aveva ben poco a che vedere. Erano in gioco delle forze potenti che tramavano nell’ombra e che da decenni vigilavano. E non si limitavano a questo, ma cercavano di influenzare il corso degli eventi manovrando, dietro le quinte, il destino di molti. Esse erano penetrate profondamente nei gangli vitali della società, a ogni livello e in ogni ambito. Giocavano un ruolo molto importante nell’economia, nella finanza, nella politica.

Con il passare del tempo si erano sempre più rafforzate, divenendo pervasive e potentissime, giungendo alle più alte sfere del potere, decidendo, influenzando, sobillando, manipolando. Colui che osservava in silenzio, pronto a colpire padre Bruno, in quel momento sapeva benissimo quanto importante fosse il compito affidatogli. Molte cose sarebbero dipese da lui. Non doveva fallire, soprattutto perché egli era a casa sua, nel suo mondo, nel suo regno. In Vaticano, sin nelle sue più alte vette, da decenni dominava incontrastata la Fratellanza.

Il sicario in attesa non era altro che uno dei suoi membri. Ma era deciso a salire sempre più in alto per assurgere al ruolo di sommo Nautonnier, ovvero Navigatore, il grado più elevato di conoscenza e potere cui si potesse ambire all’interno di tale oscura confraternita. Quello che doveva portare a termine sarebbe stato un buon viatico per la sua progressiva ascesa. Mentre l’adepto così rifletteva, padre Bruno trovò infine all’interno di uno scaffale dell’archivio, un contenitore che sembrava essere di cartone. Un involucro assolutamente anonimo, simile a molti altri lì presenti. Sapeva quale sarebbe stato il suo contenuto. Non esitò ad aprirlo. E subito vi trovò quello che si aspettava: un paio di pagine ingiallite e consunte sulle quali era disegnato uno schema. Una sorta di vademecum con le istruzioni per l’uso. In realtà, in quelle due pagine vi erano fitte indicazioni su come avrebbe dovuto essere assemblato il macchinario sulle cui tracce si trovava padre Bruno, e come avrebbe dovuto essere messo in funzione.

L’aggeggio in questione era sorprendente, un oggetto fantascientifico. Padre Bruno, come pure la Fratellanza, era alla ricerca del Cronovisore di padre Ernetti. Quello strumento, simile a una sorta di televisore, consentì al suo creatore, ormai defunto, di poter osservare con i suoi occhi scene di avvenimenti storici accaduti secoli prima e, persino, fatti non ancora avvenuti. Un macchinario che permetteva di osservare il passato, il presente e un possibile futuro. Si trattava di qualcosa di sconvolgente. Al suo creatore fu ordinato di tacere, sotto la minaccia di gravi rappresaglie. L’idea di coprire l’esistenza del Cronovisore era stata, naturalmente, della Fratellanza, di cui alcuni membri avevano persuaso in tal senso il pontefice, per il bene di tutti, ebbero a dire, in modo alquanto minaccioso e sibillino. Ma il fatto che, in quel momento, padre Bruno fosse giunto in possesso dell’unica copia del documento nel quale era trascritto con accuratezza lo schema di montaggio e funzionamento della macchina, per giunta vidimato da un notaio, era prova del fatto che non si potesse più attendere oltre. Padre Bruno non doveva proseguire oltre nella ricerca. E la Fratellanza sapeva bene come il Cronovisore fosse stato suddiviso in tre parti diverse, ubicate a una notevole distanza l’una dall’altra.

Padre Ernetti aveva fatto in modo che tutto fosse così disposto perché del Cronovisore non si parlasse più. Le tre parti si trovavano a Ginevra, Londra e Tokyo. Era necessario trovarle tutte perché il Cronovisore potesse funzionare. E Padre Bruno sapeva dove cercare, sebbene non fosse ancora edotto sull’ubicazione dei nascondigli nei quali, nelle tre città, erano stati occultati i tre blocchi di cui si componeva il macchinario. Ma non si sarebbe certo fermato. Avrebbe continuato la sua ricerca, benché conscio dei pericoli che avrebbe dovuto affrontare. Sapeva che il Cronovisore era già stato attivato e utilizzato durante un esperimento compiuto alla presenza di papa Pio XII, del Presidente della Repubblica, del ministro della Pubblica Istruzione e dei membri dell’Accademia pontificia. E in quell’occasione erano riusciti a filmare la Passione di Cristo, captando e traducendo in immagini, grazie al Cronovisore, le onde prodotte da quegli eventi di 2000 anni fa. Era tutto vero e il filmato era stato visionato nel gennaio del 1956. Padre Bruno sapeva che il Cronovisore non era un’invenzione temeraria né una leggenda. Era esistito e ancora esisteva.

Tenuto conto di quanto scoperto, padre Bruno era ormai divenuto uno scomodo testimone, deciso, con ogni probabilità, a rivelare a tutti la reale esistenza del Cronovisore. Ma la Fratellanza non poteva consentire che l’opinione pubblica potesse giungere a conoscenza delle vicende catastrofiche prossime a compiersi, e i cui indubitabili segni erano già palesi.

La Fratellanza sapeva che san Malachia aveva visto giusto. La sua profezia avrebbe trovato infine compimento, esattamente come tutte le altre relative ai precedenti papi avvicendatisi sul soglio di Pietro nel corso dei secoli. La fine era prossima. E quello attuale, papa Bergoglio, sarebbe stato l’ultimo della sequenza. Di ciò lo stesso pontefice, gli addetti ai lavori e gli esperti di escatologia, nonché padre Bruno, erano a conoscenza. Ma ciò che sino a quel momento era stato nient’altro che vago vaticinio, sia pure temibile e potenzialmente esatto, di un santo medievale, avrebbe potuto divenire certezza assoluta ora che vi era il rischio che potesse essere rimesso in funzione il Cronovisore.

L’umanità sarebbe stata pronta per qualcosa di simile? Padre Bruno ne dubitava. Ma, nonostante tutto, era convinto che non vi fosse un momento da perdere e che il mondo dovesse esser messo a conoscenza di quanto sarebbe presto potuto accadere. Ma il sicario della Fratellanza osservava nell’ombra e avrebbe fatto di tutto per impedire che padre Bruno rivelasse tutto, buttando all’aria i piani della confraternita. Era già stato tutto prestabilito da tempo. E a nessuno sarebbe stato permesso di ostacolare il suo volere.

Capitolo II

L’uomo emerse con estrema lentezza dalla penombra e si avvicinò a piccoli passi felpati verso il tavolo da lavoro al quale era seduto padre Bruno.

A capo chino, seduto su una sedia, osservava stupito quei due fogli tra le sue mani. Si passò una mano sulla fronte sudata. Non sapeva se ciò fosse dovuto al caldo di quella sala nascosta o alla sua eccitazione di trovarsi dinanzi a un simile documento. Per un attimo ripensò a come tutto era cominciato, mentre lanciava uno sguardo verso un crocifisso appeso in alto sulla parete della saletta in cui si trovava, mormorando una preghiera. Vagò con la mente verso gli inizi della sua vita da ecclesiastico e del suo desiderio di avvicinarsi, con tutto il cuore e con tutta l’anima, a una maggiore conoscenza di Dio. Attraverso l’ausilio della ragione, da subito aveva provato a indagare gli aspetti più affascinanti e misteriosi della religione cristiana.

Padre Bruno era un uomo sulla cinquantina, dal fisico snello e atletico e dai capelli brizzolati, il cui viso aveva dei lineamenti regolari, dai quali, tuttavia, traspariva una sorta di severità, concentrata soprattutto negli occhi penetranti, le cui pupille erano di un colore nero profondo, simile a un abisso. Sin da giovane novizio in seminario, con tutto se stesso si era impegnato per coniugare scienza e fede, convinto com’era che si trattasse di due facce della stessa medaglia, consustanziali e reciprocamente connesse. Nessuna delle due escludeva l’altra, ed entrambe potevano essere corroborate, se solo ci si fosse predisposti a studiare il mondo e Dio senza alcun preconcetto e con la più vasta elasticità mentale possibile.

Fu quasi per caso che padre Bruno scoprì la storia del Cronovisore di padre Ernetti. Se ne appassionò a tal punto che non poté fare altro che seguirne le tracce per ricostruirne la storia, che tuttavia a primo acchito gli parve pura speculazione. Ma più si addentrò nella vicenda più si rese conto di come non si trattasse di farneticazioni, né di millanterie di padre Ernetti, il quale era stato uno scienziato, oltre che un uomo di chiesa, e per giunta a stretto contatto con un eminente studioso, padre Agostino Gemelli, con il quale a lungo collaborò.

Padre Bruno, ripensando al suo percorso, si accorse di come il tempo fosse volato via, come se soltanto in quell’istante ne avesse preso contezza. Erano passati circa vent’anni da quando si era messo alla ricerca del Cronovisore. Ora, giunto alla soglia dei cinquant’anni, gli sembrava di aver finalmente compiuto un importante giro di boa. Distolse lo sguardo dalla croce e volse gli occhi, apparentemente distratti e persi nei suoi ricordi, a osservare le due pagine con gli schemi del macchinario. Come si fosse risvegliato da uno stato di trance, ritornò a pensare a quanto andava fatto. Era tempo di muoversi. Richiuse i documenti e li pose nella tasca della sua giacca nera, mentre la mano destra andò a frugare nell’altra tasca dalla quale trasse fuori un piccolo diario. Era tutto quello che padre Bruno ancora possedeva di Ernetti. Una piccola agenda, fitta di appunti della ricerca compiuta dal creatore del Cronovisore, e alla quale fedelmente si era sempre rivolto padre Bruno per cercare nuovi indizi, nuovi elementi che potessero rendere più agevole la ricostruzione del percorso compiuto dal macchinario.

Aprì il diario, andando lì dove ricordava fosse scritto quanto gli occorreva sapere. E fu in quel preciso momento che sentì un rumore alle sue spalle, quasi impercettibile. Ma il silenzio della sala sembrava averlo amplificato oltremodo. Si voltò. Vide un uomo incappucciato con un saio addosso. Era armato. Nella mano destra stringeva un coltello. Stava per colpire. Padre Bruno si alzò di scatto dalla sedia e sollevò le braccia per cercare di bloccare il colpo ferale che stava per essere vibrato dal sicario. Afferrò per il polso l’uomo incappucciato e lo spinse indietro più forte che poté. L’uomo perse l’equilibrio incespicando nel saio e finendo per cadere su una teca alle sue spalle, che conteneva una serie di libri antichi. Il ligneo ricettacolo finì a terra. Il vetro che ne proteggeva il contenuto si ruppe in frantumi sul pavimento, producendo un rumore fortissimo che echeggiò per la sala.

Padre Bruno approfittò per fuggire, prendendo immediatamente il piccolo diario di Ernetti dal tavolo e rimettendoselo in tasca. Per una frazione di secondo il suo sguardo andò ancora verso il crocifisso nella stanza, sussurrando un flebile “Dio, aiutami!”. Fuggì per le sale munito solo di una piccola torcia tascabile, unica sua fonte di luce in quell’ambiente immerso nella penombra, cercando di ritrovare il percorso che l’avrebbe ricondotto all’uscita. Non sarebbe stato facile. Per la prima volta aveva messo piede in quel luogo, attraversando vari corridoi intersecanti tra loro e che parevano essere tutti uguali. Come se si fosse trattato di un labirinto, benché egli purtroppo fosse stato sprovvisto di un filo d’Arianna. Fuggiva, mentre i suoi occhi sbarrati vedevano scorrere via una serie ininterrotta di scaffali, archivi, libri, mensole e teche, che furiosamente vorticavano dinanzi ai suoi occhi senza soluzione di continuità. Sapeva che colui che aveva tentato di ucciderlo non si sarebbe fermato. Senza dubbio era ancora alle sue spalle, ne sentiva il rumore, sia pure indistinto.

Padre Bruno aveva capito con chi aveva a che fare. Era un emissario della Fratellanza. Lo aveva compreso quand’ebbe visto, sebbene solo per un attimo, il coltello nelle mani di colui che aveva cercato di ucciderlo. L’elsa del coltello presentava un sigillo. Un libro aperto con su sovrapposto un pugnale dalla lama ritorta su se stessa, come una sorta di coda di serpente, che lo percorreva in diagonale. Era il simbolo della congrega. Padre Bruno era stato posto sulla loro lista nera. Era stato condannato e non si sarebbero fermati sino a quando non fosse stato portato a termine il compito di eliminarlo.

Padre Bruno continuava a fuggire a perdifiato, sino a quando giunse in una sala ancora più grande della precedente in cui aveva trovato i documenti di Ernetti. Al centro di essa si dipanavano quattro corridoi come in una sorta d’incrocio, ai quattro angoli del quale vi erano delle colonne marmoree intarsiate. Padre Bruno temeva di essersi perso, pur ricordando di esser passato di lì, prima di giungere a scoprire i documenti di Ernetti. Quale corridoio doveva prendere? Sapeva che uno di quelli lo avrebbe condotto all’uscita. Il cuore sembrava uscirgli dalla gola. Si fermò e si guardò in giro rapidamente. Con altrettanta velocità si mosse e si nascose dietro una colonna. Osservò il percorso compiuto e cercò di capire se il sicario fosse stato seminato o se ancora fosse stato alle sue calcagna. In quel momento, desiderò fortemente possedere un cellulare. Avrebbe provato a chiedere aiuto, benché probabilmente lì dove si trovava un simile apparecchio sarebbe stato inservibile, tenuto conto della possibile mancanza di rete. E malgrado ciò maledisse la sua idiosincrasia per tutto ciò che avesse avuto a che fare con la più moderna e alienante delle tecnologie, come padre Bruno considerava che fosse la telefonia mobile. Se non fosse stato per questo motivo, non aveva dubbi su chi avrebbe potuto chiamare. Avrebbe chiesto aiuto al suo collaboratore più fidato nell’Accademia pontificia in cui insegnava, Edwin Winspear. Era l’unico al quale avrebbe potuto dire cosa fare e come muoversi, nel malaugurato caso in cui la sua fuga dal sicario incappucciato fosse finita male. Temeva per la sua vita, padre Bruno.

Non voleva che la sua ricerca finisse nel nulla e che tanti anni fossero gettati al vento, oscurati dall’opera di insabbiamento che certamente sarebbe seguita per opera della Fratellanza. I suoi occhi andarono ancora una volta verso il corridoio dal quale egli era giunto, e vide in lontananza una sagoma indistinta avvicinarsi a rapidi passi, le cui dimensioni riverberavano tutt’intorno per la luce della torcia di cui anche il suo inseguitore era dotato. Non c’era un secondo da perdere.

Padre Bruno si rimise a correre e, senza pensarci, imboccò il primo corridoio a destra, sperando fosse la strada giusta. Mentre correva sentiva farsi più vicino il suo inseguitore. Temeva di non farcela. Facendo appello alle sue forze residue, si mise a correre ancora più forte, sin quando giunse ad avvertire come un refolo di aria fresca provenire dall’inizio del corridoio che stava percorrendo. Era aria non stantia, non sapeva di chiuso, e pensò di essere giunto, sia pure alquanto fortunosamente, all’uscita. Fu in quel momento che padre Bruno incespicò cadendo a terra rovinosamente, forse anche a causa della paura, che aveva ormai reso le sue gambe deboli e instabili.

Il sicario, ormai alle sue spalle, ne approfittò per gettarsi addosso con il peso del suo corpo sulla sua preda. Lo agguantò per le spalle, avvinghiandoglisi addosso. Padre Bruno diede una gomitata sul viso dell’uomo nel tentativo di divincolarsi, colpendolo con violenza su uno zigomo. L’uomo urlò con una voce mista di rabbia e dolore. Si portò entrambe le mani sul viso. Padre Bruno ne approfittò per girarsi su se stesso e saltare addosso, a sua volta, al suo inseguitore. Ora era il sicario a essere disteso con la schiena sul pavimento. Il teologo colpì quindi il suo assalitore con un pugno in pieno volto. Il sicario piegò la testa per il colpo ricevuto e un rivolo di sangue gli colò dal naso. Padre Bruno afferrò per il polso la mano dell’inseguitore, la sollevò e la batté con violenza sul pavimento. Il coltello cadde dalle mani del sicario e con un tintinnio inquietante rimbalzò a terra, allontanandosi dai due uomini in lotta. Il sacerdote si rialzò e fuggì, mentre il suo inseguitore rimase a terra, intontito e dolorante. Era ormai giunto all’uscita, costituita da un piccolo portoncino in legno che aprì rapidamente, richiudendoselo alle spalle. Come fosse incredulo, padre Bruno si guardò smarrito in giro, come se non sapesse dove andare e cosa fare. Si sentiva ancora in trappola, come pochi attimi prima all’interno di quel labirinto. E tuttavia fu questione di poco, poiché sapeva che l’uomo che lo inseguiva presto si sarebbe ripreso. Doveva seminarlo prima che ciò avvenisse. Si mise a correre, sia pure dolorante per la caduta e, mentre si allontanava, si diresse verso una cabina telefonica lì vicino, sperando che fosse stata funzionante. Per fortuna, lo era. Senza altri indugi, chiamò subito il suo assistente.

Padre Bruno si trovava quasi nei pressi di casa, che si trovava nella zona dell’Accademia, dalle parti di via della Palombella, poco distante dal Pàntheon, consapevole che pure lì non sarebbe stato al sicuro. I membri della Fratellanza prima o poi sarebbero giunti da lui. Padre Bruno comprese che da quel momento in avanti la partita si sarebbe giocata a carte scoperte e che lui avrebbe dovuto compiere una corsa contro il tempo per giungere quanto prima ad attivare il Cronovisore, prima che vi arrivasse la Fratellanza. Altrimenti tutto sarebbe stato perduto.

25 ottobre 2018

Aggiornamento

Luino | 25 ottobre 2018
“L’Ultimo Pontefice” è il romanzo d’esordio del luinese Angelo Stramaglia: intervista con l’autore su Luinonotizie.it
26 ottobre 2018

Evento

26 ottobre 2018, Grantola (Va) Presentazione del romanzo L'ultimo pontefice.

Commenti

  1. Questo libro mi ha sorpreso piacevolmente.
    Fin dall’inizio la narrazione prende un ritmo incalzante, il lettore viene catapultato in una Roma moderna, in cui complotti e segreti l’ abbracciano silenziosamente. Si incontra subito Padre Bruno (uno dei protagonisti), intento a cercare un oggetto la cui storia si mescola con la leggenda. L’oggetto in questione è un cronovisore, uno strumento in grado di vedere nel passato e anche in un possibile futuro. Un oggetto occultato da tanti perchè la sua rivelazione potrebbe mettere in crisi l’intero vaticano , ma ancor più l’intero panorama mondiale.
    Ed è proprio da questo momento che padre Bruno sarà costretto a intraprendere una vera crociata per ritrovarlo: una crociata che costerà sangue, fatica e molto dolore.
    L’autore è stato in grado di tessere una storia a tratti geniale, in cui gli intrecci riescono a tenere incollato il lettore sulle pagine del libro. Subito si avverte la voglia di conoscere, e proprio come i protagonisti si percepisce uno stato di malessere, d’impazienza nella ricerca forsennata di questa macchina del tempo.
    I complotti ideati da Stramaglia si fondono bene con le profezie introdotte nel romanzo, in un mix travolgente, capace di nutrire la vostra lettura in ogni singolo capitolo.
    Si evince che il romanzo non è frutto di una notte, ma di una grande passione e attenzione da parte dell’autore. I dettagli sono ben curati, e la cosa che maggiormente mi ha appassionato sono stati proprio gli enigmi da risolvere nel ritrovamento del cronovisore. Non si cade mai nel banale e le intuizioni che colpiscono il lettore arrivano al momento giusto, quasi fosse parte integrante del libro.
    I personaggi, dal primo all’ultimo, sono ben costruiti e caratterizzati. Ognuno con un tipo di fede (o di non fede) diversa e con la voglia di riuscire a vincere a ogni costo.
    Si apre anche uno spaccato della nostra società, di una politica dilaniata e malata. L’autore riesce a creare una caricatura ancora più forte, interpretando una realtà ancora più avvelenata , piena di fantocci e inganni.
    L’unica piccola pecca che posso sottolineare e la ripetizione, forse leggermente prolissa di alcuni concetti. Ma ciò viene subito dimenticato da chi legge perchè la voglia di continuare e scoprire qual’è il finale di questa storia è troppo impellente .
    Un libro sicuramente consigliato a chi ama gli enigmi, le profezie e i complotti, ma anche a chi ama luno stile pulito e una storia entusiasmante con colpi di scena dietro l’angolo.
    Consigliatissimo.
    Federica. (huracanofbooks)

  2. (proprietario verificato)

    Una storia di inseguimenti, scazzottate, complotti, confraternite, un libretto sgualcito in stile “Santo Graal”, indovinelli & profezie, interpretata coralmente da personaggi interessanti e ben definiti, tra i quali spicca un Padre arguto come Henry Jones Senior, agile come Henry Jones Junior e forte come Walker Texas Ranger.
    Il ritmo è incalzante, i misteri ti tengono incollato alle pagine, e, un po’ inaspettatamente, in tutto ciò non fa a cazzotti lo stile forbito della narrazione, che dà smalto a una storia che ci si aspetterebbe essere narrata invece con stile asciutto e giornalistico.
    Un consiglio: tenete un vocabolario a portata di mano!

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Angelo Stramaglia
Angelo Stramaglia nasce in provincia di Bari nel 1977. Dopo aver conseguito la laurea in Lettere classiche con indirizzo storico-archeologico nel 2006 presso l’Università degli Studi di Lecce, si trasferisce nel 2008 in Lombardia, nella provincia di Varese, dove attualmente vive e lavora.
L’ultimo pontefice è il suo romanzo d’esordio.
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