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Consegna prevista Marzo 2020

Pap è un ragazzo senegalese che sogna l’Italia e ci arriva dopo mesi di un viaggio da Odissea. Approda in Sicilia, passa qualche giorno a Napoli dal suo amico Mamadou, ma la sua meta è Roma. Lì incontra Gabriele che gli farà da cicerone e da angelo custode. Tra i due c’ è subito un’intesa che nel giro di poco tempo diventa una grande amicizia. Gabriele gli fa conoscere un po’ alla volta la cultura italiana, le zone della sua città, i locali. Tutto sembra idilliaco fino a quando Pap incontra per caso un cugino che gli chiede un favore pericoloso al quale non può rifiutare.

“Il Gancio” è un romanzo che non ha l’ambizione di un documentario. È solo una piccola storia, magari simile a mille altre belle storie di immigrazione nelle quali l’integrazione è ottenuta grazie al sudore, alla solidarietà, alla capacità di riconoscere e valorizzare le qualità di un altro essere umano.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea di scrivere “Il Gancio” mi è venuta anni fa quando ho lavorato alla raccolta fondi per Save the Children. Alcuni colleghi provenivano dall’Africa, altri erano semplicemente afroitaliani. Osservando i comportamenti della gente nei loro confronti e ascoltando i loro racconti ho iniziato a voler mettere nero su bianco una storia su un tema al quale ero già sensibile, ovvero l’immigrazione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il Gancio

Finalmente sono arrivato nel Paese che sognavo.

Nel viaggio ero in “buona” compagnia, se così dicendo si intende una massa di persone costrette in uno spazio limitato. Dopo ore lunghe come giorni trascorse accartocciato, seduto con la testa tra le ginocchia piegate al petto, rimettermi in piedi è stata un’impresa come farlo per la prima volta, ho sentito scricchiolare le mie giunture e delle lame conficcate dietro la schiena, un dolore talmente reale che ho dovuto girarmi e tastarmi con attenzione per essere sicuro di non aver veramente nulla infilzato.

Per molti questa è solo la prima tappa verso il prossimo Paese mentre per me è la meta finale.

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Spesso vedevo questi luoghi alla tv quando andavo a casa di mio zio Mustafà che aveva la parabola che prendeva anche i canali italiani. Non facevo altro che stropicciarmi gli occhi di fronte a tanta bellezza: i monumenti ammirati e famosi in tutto il mondo, il mangiare con migliaia di ricette che mi facevano venire fame solo nel vederle e poi le ragazze perché in un Paese che ha creato tanta bellezza le donne, che sono le muse ispiratrici degli artisti, non possono che essere bellissime.

Ora sono qui e non mi sembra vero.

La mia famiglia, e con questo termine intendo una famiglia africana che include dozzine di zie, zii e cugini, ha scelto di puntare su di me: sono stato investito da una grande opportunità che allo stesso tempo è anche un’enorme responsabilità.  Tutti, ognuno secondo le sue possibilità, hanno dato qualcosa per me, e poi come si dice, “l’unione fa la forza”, e così sono riusciti a mettere da parte un mucchio di soldi per questa mia traversata via mare.

Zio Mohammed e zia Miriam hanno quattro figli: il più grande, mio cugino Abdullaye ha giusto un mese meno di me e credevo che partisse lui al posto mio perché è stato sempre un passo avanti a me. Raccontano che abbia imparato a camminare una settimana prima che io muovessi i primi passi con estrema incertezza; dicono pure che a scuola imparò a scrivere in corsivo mentre io facevo ancora confusione con le mie smozzicate lettere in stampatello, per non parlare dell’alfabeto arabo: quando lui scriveva unito io ancora mi arrangiavo a scrivere lettera per lettera. Però poi è successo qualcosa a quel fenomeno di mio cugino. La stessa velocità che aveva nell’imparare, purtroppo, lo accompagnava anche nel perdere l’interesse per qualsiasi materia di studio che infatti scemava presto ed inevitabilmente lo portava a dedicarsi ad attività poco costruttive e a volte anche pericolose e al limite della legalità. Devo ammettere che quando Abdul iniziò a manifestare queste sue debolezze, mi sentii sollevato dal peso della nostra competizione mai dichiarata ma senza dubbio esistente e sentita, soprattutto dal sottoscritto che era sempre costretto ad inseguire. Nessun altro dei miei numerosissimi cugini, diciotto solo quelli che ho conosciuto, ha mai rappresentato un modello e allo stesso tempo un rivale come lo è stato Abdul. Eppure non è l’unico coetaneo nella schiera dei cugini, forse non è stato neppure lui il vero “il primatista di tutte le piccole conquiste di un essere umano”, però eravamo vicini di casa e praticamente era come se vivessimo da sempre insieme, come due fratelli della stessa età.

Dopotutto la scelta dei grandi e degli anziani di famiglia, e non poteva che essere così, si è rivelata la più razionale: il mio carattere, la mia tenacia e la mia costanza, sono come dice il nonno: “una terra fertile per far crescere qualcosa di buono”; la mia salute è stata sempre ottima e qui prima di tutto dovevo arrivarci vivo, dopo giorni di mare, un’implacabile sole cocente sulla testa, senza bere, accatastato con altre centinaia di disperati ubriachi di speranza, e mi avevano raccontato, e l’ho visto e sentito, che qualcuno l’avremmo perso e lasciato inghiottire dal mare. Così è stato.

Chissà come avrebbe reagito Abdul nel sentire l’odore di un cadavere irrompere nelle sue narici con prepotenza. É terribile rendersi conto che un uomo come te, con il tuo stesso sogno di una vita migliore ti è morto accanto, ma tu non l’hai sentito smettere di respirare, hai solo respirato la sua morte e ti si gela il sangue e senti i brividi e tremi anche se il sole è una palla di fuoco che ti schiaccia e ti squaglia il cervello.

Penso ad Abdul, sono sicuro che tra non molto tempo la mia famiglia dalle radici profonde e dai moltissimi rami farà in modo che possa partire anche lui. Uno con le sue qualità anche se un po’ smarrito come un leone fuori dal branco, deve avere questa opportunità, che poi non è come se ti regalassero la salvezza ma soltanto la possibilità di farti valere tirando fuori le unghie e la grinta per trovare una via di salvezza.

  Bisogna contare sulle proprie qualità sia fisiche che intellettuali e morali ma non basta, ci vuole anche la fortuna, il tempismo e la capacità di fidarsi delle persone giuste. Bisogna seguire l’onda come in mare ma avendo bene in mente una propria bussola che ci indichi la rotta giusta da seguire.

Come il viaggio, anche la prima notte qui non è come speravo. Non c’è niente di niente: né una stanza, né un letto, c’è solo il cielo e c’è l’asfalto e così ho trascorso la notte in bianco. Alla tv sembrava un Paese ricco e pieno di comfort, non potevo certo aspettarmi che mi accogliesse un ambiente da villaggio vacanze, dopotutto io sono solo un ospite indesiderato, ma non mi aspettavo d’essere trattato così: peggio di un criminale alla stregua di un animale.

Gli “animatori” del “villaggio vacanze” sono decine e decine di uomini in divisa blu che ci ordinano cosa fare, dove andare, ci perquisiscono e ci chiedono i documenti che molti non hanno con sé. Chissà se si fanno delle semplici domande sul nostro conto:

Perché sono disposti a mettere in pericolo la propria vita per sbarcare nel nostro paese? Da cosa scappano? Cosa cercano?

 Basterebbero queste semplici domande e delle risposte anche approssimative per comprendere quanto sia inutile chiedere di esibire un documento alla maggior parte di noi. Così, visto che molti non hanno alcun documento, hanno un pretesto che è considerato legale per imprigionarci.

Siamo rinchiusi in uno spazio delimitato da una rete alta circa tre metri con il filo spinato, eppure non siamo venuti qui per far del male a nessuno. Tempo fa, in uno dei mille documentari che vedevo da ragazzino, raccontavano come il filo spinato diventato famoso in ambito militare per le trincee ed i campi di concentramento, in realtà era nato da un’idea di qualche allevatore nordamericano per recintare le sue enormi terre impedendo alle mandrie di scappare. Ancora una volta sento appropriata alla nostra condizione la similitudine di essere degli animali in gabbia.

Non posso credere ai miei occhi e mi chiedo come mai non ho mai visto questo incredibile reality show alla tv di zio Mustafà, lo potrebbero chiamare “Grande Fratello Africano” oppure “Grande Clandestino” perché è così che ci definiscono gli uomini in divisa blu. Forse, se non ho capito male come ci percepiscono, il nome più azzeccato per questo reality però sarebbe “Grande Fardello” perché è questo che siamo per questo Paese: un peso insostenibile da scaricare in qualche modo.

Vogliono rispedirci indietro ovvero all’inferno perché è da lì che scappiamo, oppure mandarci in qualche altro Paese europeo più ricco. Molti sono qui solo per arrivare più lontano e dovranno passare un’altra frontiera se gli va bene, qualcuno anche due.

Io volevo arrivare qui, su quest’isola italiana, che fa parte della Sicilia, ed è la più vicina al mio continente, un meraviglioso pezzetto di terra nel Mediterraneo che per sua natura non può essere frontiera invalicabile ma è messo lì apposta per fare il primo passo tra l’Africa e l’Europa.

Domani mi trasferiranno altrove, in un posto che non conosco neppure di nome. Io sono qui per lavorare, magari conoscere una bella ragazza sposarmela e mettere su famiglia. Qualcuno è qui perché nel Paese dal quale proviene c’è una guerra civile, si spara, si muore e se era già povero prima cosa potrà diventare dopo che l’avranno in gran parte distrutto? Io sono qui perché questo è il Paese ricco più vicino al mio ma anche perché sento che la gente che lo abita è la più vicina alla mia rispetto al resto del continente europeo.

Basta guardare una mappa dell’Europa, per comprende meglio quello che voglio dire, nella parte bassa del Mediterraneo ci sta una striscia del mio Continente che poi continua molto più giù ma non si vede, e nel mezzo del Mediterraneo c’è questo Paese che assomiglia proprio ad un gancio, un’ancora alla quale aggrapparsi per provare a trovare la salvezza. I politici possono promulgare leggi che fanno a pugni con i diritti umani per respingere le nostre ripetute ondate migratorie, possono minacciare di usare la forza per fermare i nostri barconi, ma la geografia non la possono intaccare nemmeno di un centimetro: l’Italia è un gancio, il ponte naturale tra l’Africa e l’Europa.

27 ottobre 2019

Aggiornamento

A breve ci saranno degli sconti, quindi se avete già pre-ordinato può essere l'occasione per regalare Il Gancio a qualche vostro amico, se invece non lo avete ancora preso cosa state aspettando?
17 ottobre 2019

Aggiornamento

Vorrei ringraziare con un abbraccio collettivo tutti i miei sostenitori che mi hanno permesso di raggiungere e superare l'obiettivo dei 200 pre-ordini.
Il Gancio verrà pubblicato e questo è già un ottimo risultato, ma la campagna non finisce qui. Quindi parlatene a voce, sui social, sulle chat e fate in modo che questo libro arrivi sempre più lontano.
20 settembre 2019

Evento

Barcellona Caffè - via Mario Bianchini - Roma.
Nel luogo di ritrovo della mia zona (Roma 70) potrete assistere ad una breve presentazione de Il Gancio. Ascolterete la lettura di un breve stralcio e poi potrete farmi tutte le domande che volete.
Per info più dettagliate seguite il mio profilo Facebook.
21 luglio 2019

Aggiornamento

Un solo pre-ordine per raggiungere quota 100, ovvero la metà del primo grande obiettivo della campagna di crowdfunding. Sono proprio curioso di vedere chi sarà il centesimo sostentare.
16 luglio 2019

Aggiornamento

Mancano solo 4 pre-ordini per arrivare a metà del primo obiettivo. Mi raccomando, datemi una mano a pubblicare questo romanzo.
L'immagine è dal traghetto per Catania dove con i miei tre colleghi stavano andando a raccogliere fondi per delle grandi ONG.
07 luglio 2019

Aggiornamento

Carissimi sostenitori,
grazie a voi la campagna è quasi arrivata al 50% del primo obiettivo!
In questa calda domenica estiva ricordatevi di promuovere "Il Gancio".
Un abbraccio
12 giugno 2019

Aggiornamento

Con un pò di ritardo vorrei ringraziare i miei sostenitori per avermi permesso di raggiungere il primo obiettivo delle 60 copie. Chi ha pre-ordinato riceverà la sua copia, ma per rendere questo progetto ancora più concreto la strada è ancora lunga: l'obiettivo delle 200 copie sembra un miraggio, ma con il vostro aiuto sono sicuro di poterlo raggiungere. Passaparola, condivisioni sui social, eventi, ognuno di voi a modo suo può contribuire ad allargare la schiera di lettori. Grazie ancora di cuore.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho letto il manoscritto tutto d’un fiato…un vortice di emozioni, l’amicizia, l’amore, la paura….ho trattenuto il respiro, sorriso e pianto…perché “Il Gancio” non è un semplice romanzo, è la storia di Pap, è la storia di tante persone, è la verità!!!!

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Michele Salvioli
Michele Salvioli nasce a Roma il 4 Aprile 1983. Fin dalle scuole elementari dimostra passione per la lettura e la scrittura che lo accompagneranno per tutta la vita. Dai tredici anni scrive diari, qualche tempo dopo si diverte con le rime per testi di canzoni mai suonate. Si laurea in scienze politiche e relazioni internazionali e nel 2013 pubblica “Ritratti di vita” per Europa Edizioni.
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