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Il giallo e il verde

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Roma, ottobre 2017: Alberto Fiorillo, uomo di mezz’età dalla vita ordinaria, riceve una raccomandata dall’estero, tanto intrigante quanto inaspettata. Una lettera che racconta di un mistero irrisolto, che risale a più di vent’anni prima, ai tempi dell’università, quando lui e i suoi coinquilini sono rimasti invischiati in una faccenda scomoda, che ha cambiato le loro vite per sempre. Un enigma pericoloso, difficile da sciogliere, che ancora aspetta una soluzione… la stessa che forse è contenuta proprio in quella lettera.

Tra tradimenti, bugie, affari illeciti e viaggi rocamboleschi, riusciranno Alberto e i suoi amici a mettere la parola “fine” alla storia che li perseguita da sempre?

GIOVEDÌ 5 OTTOBRE 2017 

I. 

Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno più lungo per aspettare
Io dico che c’era un tempo sognato
Che bisognava sognare 

Ivano Fossati 

Arrivai a casa stanco morto. Negli ultimi tempi mi succedeva spesso, ma quel giorno in particolare nulla era andato per il verso giusto e alla fatica mentale si era aggiunta anche quella fisica. In azienda ultimamente c’erano problemi e si parlava con sempre più insistenza di una cessione a un gruppo assicurativo cinese, il sesto al mondo per attivi. Eravamo impegnati tutto il santo giorno in riunioni estenuanti. I cinesi avrebbero fatto carne da macello di noi, ma i nostri dirigenti andavano avanti per la loro strada. Ci sembrava incredibile. Negli ultimi anni avevamo prodotto numeri mostruosi e il titolo della compagnia in borsa godeva di ottima salute. Quei rumors sulla cessione inizialmente lo avevano fatto impennare ancora di più, ma dopo pochi giorni il grafico mostrava un angolo veramente stretto. Eravamo in picchiata. 

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Alle tredici e trenta arrivò la telefonata del direttore commerciale: ero in ritardo di trenta minuti per la consegna di un report che avrebbe dovuto girare all’amministratore delegato. Mi dava cinquecento secondi per inviarglielo, proprio così disse, “cinquecento secondi”. Ero talmente teso e incazzato che nemmeno riuscivo a quantificare quanti fossero quei maledetti secondi. Stomaco chiuso e pausa pranzo dal mitico Dino saltata. Come se non bastasse, mentre tornavo a casa bucai la ruota posteriore della mia vecchia Honda 400 Four. Il gommista per fortuna era ancora aperto, anche se non proprio vicinissimo. Arrivò anche una leggera pioggerellina a complicare le cose. 

A casa mi accolse Simona con un rapido bacio sulle labbra e una sfilza di cose successe durante la sua giornata “infernale”. La più grave era che avevano spostato la partita di Niccolò e ora si accavallava con il pranzo dal nonno.  

I ragazzi stavano nelle rispettive camere a studiare. Li salutai troppo velocemente e mi diressi verso la mia stanza. Dopo essermi spogliato mi chiusi subito in bagno. Avevo un gran bisogno di togliermi di dosso le scorie di quella giornata negativa. 

Sentivo ancora Simona che blaterava contro qualche forza oscura del male o molto più probabilmente contro di me per aver lasciato i vestiti sparpagliati sul letto. L’acqua della doccia e la musica che si diffondeva dalla piccola cassa portatile facevano giungere le sue parole ovattate e indefinite. Dopo venti minuti, uscito dal bagno, la trovai ancora davanti alla porta. 

«‘Sta mania di chiuderti… È arrivata una raccomandata per te. Sarà la solita multa. Alberto, mi hai rotto le palle con queste multe, è un continuo! Ma vuoi crescere o no? E quella moto… che ti ho detto mille volte? Vendila! Ti crea sempre problemi! E abbassa ‘sta cazzo di musica!» 

Non la stavo più a sentire. La mia attenzione si era spostata sul tagliandino dell’avviso di giacenza. 

«No, Simo, non è una multa.»  

Conoscevo bene i tagliandini che preannunciavano una multa. Bene che andava ci sarebbe stato scritto “Comune di…” e sarebbe stata una multa; se andava male “Atti giudiziari”, ovvero una serie di multe, con il carico dell’iscrizione a ruolo. Quello che rigiravo tra le mani, però, non indicava né una cosa, né l’altra. 

Durante la cena e anche dopo continuavo a ripensare al tagliandino. La mattina seguente, alle sei ero in piedi. 

«Amore, buongiorno, che ci fai già in giacca e cravatta?» 

«Non ho praticamente chiuso occhio. Prima di andare in ufficio voglio passare in posta a ritirare quella raccomandata.» 

«Che esagerazione. Se è una multa, mi raccomando, pagala subito senza aspettare che arrivi quadruplicata come al tuo solito.» 

«Te l’ho già detto, non credo si tratti di una multa. Comunque, tra poco lo sapremo. Ti chiamo dopo. Buona giornata.» 

Alle otto e un quarto ero già in fila, numero diciannove. Alle otto e cinquantacinque arrivò il mio turno, diedi all’impiegato foglietto e documento d’identità e aspettai pazientemente. Due minuti dopo attraverso il vetro vidi una busta bianca bordata di rosso e blu.  

Spedizione internazionale.  

Presi la raccomandata e feci per leggerla, senza nemmeno accorgermi della robusta spintarella del numero venti. Le mani mi tremavano e non lessi subito il mittente. Aperta la busta rimasi di stucco. Esaminai il contenuto. 

Ma che caz…  

All’interno c’era anche una lettera che cominciai immediatamente a leggere, in piedi.  

Non è possibile, non ci posso credere, pensai. 

Ricominciai a scorrerla per la seconda volta. Occupai la prima sedia libera. Nonostante quella mattina il clima fosse frizzantino, cominciai a sudare. Poco dopo, preso il telefono, mi alzai e chiamai il mio capo, incurante della sicura incazzatura. 

«Oggi non vengo, ho da fare.» 

MOLTI ANNI PRIMA 

I. 

[…] a secret garden
Where everything you want
Where everything you need 

Bruce Springsteen 

Tommaso e io ci conoscevamo dai tempi del liceo.  

Stessa scuola, stessa classe, stesso banco fin dal primo giorno, quando la professoressa di matematica ci fece accomodare negli unici posti rimasti liberi, quindici minuti dopo il suono della campanella. Non proprio un bell’inizio e lei ovviamente non perse l’occasione per farcelo notare a chiare lettere.  

Nonostante i nostri caratteri completamente differenti, fu simpatia a prima vista. Lui taciturno e misterioso, io chiacchierone e vivace all’inverosimile, ma ci compensavamo perfettamente e molte furono le cose che ci accomunarono in quel periodo, non solo il benedetto ritardo mattutino. 

Tommaso è stato, per me, quello della prima volta. La prima volta in discoteca, di pomeriggio e poi di sera, ma sempre insieme sulla striminzita sella del suo mitico Ciao Piaggio; la prima volta allo stadio senza mio padre (Roma-Avellino 5-1, con cinque goal del mitico bomber Pruzzo); il primo che ha saputo della mia prima volta, pochissimi minuti dopo il fattaccio; il primo con il quale ho fatto la prima volta “sega” a scuola e anche il giorno della mia prima manifestazione politica lui era lì con me, spalla a spalla. È stato anche il compare della mia prima sbronza, una bottiglia di Martini bianco tirata giù alle quattro del pomeriggio di un giorno qualsiasi, senza nulla da festeggiare o da celebrare, e di conseguenza anche il primo ad aver assistito a tutti gli effetti provocati da quella dolciastra ubriacatura…  

Eravamo insieme anche al mio primo concerto, a sentire i Depeche Mode, anno 1984: era appena uscito Some Great Reward, album mitico, così come mitica è stata per me quella serata e tante altre passate insieme.  

Cinque meravigliosi anni in cui abbiamo avuto tante indimenticabili prime volte. 

Ma la maturità era arrivata e bisognava decidere cosa fare da grandi. Qualche tempo prima avevo incontrato un vecchio amico, originario del Salento, che non vedevo da tempo; era andato a studiare Scienze Economiche e Bancarie a Lecce l’anno precedente e i genitori gli avevano preso una casa insieme ad altri studenti. Era a dir poco entusiasta dell’esperienza. 

«No, Alberto, non puoi capire, si mangia, si beve, si scopa, ci sono studenti da tutta Italia, soprattutto dal Sud a dire il vero, sembra il paese dei balocchi. E gli esami sono una cazzata.»  

A sentirla così mi si drizzarono le antenne e ne parlai con Tommaso. Mi intrigava anche il corso di laurea. 

«Fico, si può fare. Ma perché a Lecce? Non c’è qualcosa di meglio e soprattutto di più vicino?»  

«A parte che Lecce è bellissima, ma mi diceva che la stessa facoltà è anche a Siena, ma un po’ più tosta. Mi piacerebbe molto fare un’esperienza fuori.» 

«Siena potrebbe andare… ma io in banca non ci voglio finire!» 

«Tranquillo, mi sono già informato, ci sono anche le tue facoltà umanistiche della minchia…» 

«Se lo dici tu…» rispose, muovendo le spalle simultaneamente verso l’alto. 

 

Decidemmo di parlarne a casa. I genitori di Tommaso a dare l’assenso ci misero un secondo, il tempo necessario a calcolare la differenza tra entrate e uscite nella loro economia domestica. I miei, invece, ci impiegarono circa un mese. 

 Rigiravano quel foglietto a quadretti viola tra le mani ogni giorno per cercare di trovare la soluzione; rata macchina, bollette, spesa. Non riuscivano a capire come fare a ricavare quel milione di lire al mese che avevamo calcolato sarebbe servito tra affitto della stanza, spostamenti, libri e tutto il resto. Dopo qualche giorno necessario a confermare che la matematica non è un’opinione, mia madre tirò fuori l’asso dalla manica. Venticinque milioni di lire. Tanto era riuscita a risparmiare in quarant’anni di piccole somme messe da parte, come la più virtuosa tra le formichine. Erano su un libretto postale del quale nessuno era a conoscenza… pazzesco! Erano stati pensati per la loro vecchiaia, per gli imprevisti, anche in previsione della micragnosa pensione che avrebbe preso mio padre.  

«Adesso è questa la destinazione migliore: per te, per i tuoi studi.»  

Me l’abbracciai fortissimo, avrei voluto strizzarla dalla felicità. Strinsi forte anche mio padre e subito dopo mi fiondai a casa di Tommaso per comunicargli la novità. 

 

E così nel settembre del 1990 andammo a Siena. Il Napoli aveva vinto il suo secondo scudetto e il delitto di via Poma monopolizzava tutti i notiziari locali e nazionali… ma a noi di quello che era accaduto non interessava, fanculo a tutto quanto. Fanculo soprattutto alla grande città.  

In questo Tommaso e io la pensavamo allo stesso modo, Roma non era una città a misura d’uomo. Uomo inteso come cittadino, come lavoratore, come pensionato. Se avevi la sventura di essere disabile non ne parliamo nemmeno.  

Anche per gli studenti era un inferno. Amici iscritti alla Sapienza si dovevano svegliare alle cinque per andare a prendere i posti in aula, rari i mezzi pubblici e traffico a volontà. In pochi arrivavano fino in fondo, le percentuali di abbandono parlavano chiaro.  

Quella nostra era la scelta giusta. 

Non sapevamo bene cosa ci aspettasse, non avevamo avuto recensioni né consigli, non conoscevamo niente e nessuno. Finimmo in una casa con altri due ragazzi, Giorgio e Francesca. Anche loro avevano trovato lo stesso annuncio nella bacheca dell’università, appeso da un avido proprietario che di lì a poco (non) ci avrebbe fatto il contratto per una costosissima casa composta da tre micragnose camere e due bagni fetidi; ma poterla condividere con quello schianto di ragazza ci fece dimenticare tutto il brutto e ci indusse a pensare di essere capitati nel posto più bello del mondo. 

 

Tommaso, tra le prime cose, volle subito capire se ci fosse un po’ di sana tensione politica tra universitari nella graziosa località toscana in cui ci trovavamo. Durante il liceo si era avvicinato molto alla politica, soprattutto di strada: quella di palazzo gli aveva sempre fatto schifo. Non sopportava l’anarchia, la consuetudine ormai diffusa a macchia d’olio che ognuno potesse fare il cazzo che voleva, nel menefreghismo generale. Amava il confronto e odiava la violenza gratuita, già da adolescente era un hombre vertical per tutti, tranne che per il padre. Fu deluso, io meno, nello scoprire che in quella bella ed elegante cittadina casini non ne volevano proprio, di nessun tipo, e glielo fecero capire da subito. 

Ben presto ci fu chiaro che il mio amico pugliese una qualche ragione l’avesse, ma non nei termini da lui descritti. Feste, festini, cene, ma soprattutto studio, tanto studio. 

Il primo anno, Francesca esclusa, faticammo molto a stare al passo con gli esami. Scaricammo le colpe sulla metratura del nostro appartamento, troppo piccolo e quindi troppo rumoroso; avevamo bisogno di più spazio e così ci mettemmo alla ricerca di una casa più grande. Fu Tommaso a trovarla in breve tempo, più bella e più ampia, quattro stanze, proprio vicino alla facoltà, ma ancora più costosa. Per non andare in bancarotta decisi di dividere la camera con un altro studente. 

Durante una delle nostre pause pranzo, a mensa, avevamo conosciuto Bernardo, un bellissimo ragazzo di Latina con affascinanti tratti latini resi ancora più particolari da una piccola ma marcata cicatrice sotto il labbro inferiore; cercava anche lui un posto letto in una camera doppia e dopo una breve chiacchierata decidemmo di accoglierlo tra noi. 

Mi trovai subito bene con lui. Sfacciatamente sbruffone, era però dotato di un’intelligenza e di una simpatia sopra la norma e presto si rivelò piacevole come compagno di casa. Amava l’igiene personale e riusciva a essere ordinato ai limiti della malattia, non russava e non rumoreggiava… di meglio non potevo sperare.  

Anche Tommaso fu subito attratto da lui, lo considerava antropologicamente interessante. Avevano una visione della vita completamente diversa ma erano incuriositi a vicenda, l’uno dalla prospettiva dell’altro. Ci fu sintonia immediata, e con il passare del tempo i loro confronti crescevano in quantità e qualità: li potevi trovare in piena notte davanti al camino a discutere sulla bontà della scelta della Jugoslavia, nel ’90, di indire elezioni multipartitiche nelle sei repubbliche o a discettare del meraviglioso album dei The Waterboys, Fisherman’s Blues 

Anche in questo Bernardo era spiazzante.  

Tra lui e Giorgio non fu amore a prima vista. All’apparenza simili, avevano caratteri opposti, soprattutto una diversa e intima considerazione di loro stessi. Troppo sicuro di sé Bernardo, troppo fragile Giorgio. Dopo un complicato periodo iniziale presero però le misure e riuscirono a stare bene insieme per tutti gli anni di università, anche se Giorgio un po’ sembrava soffrire quella personalità così forte, ma senza palesarlo mai. 

Francesca fu completamente sconvolta dal nuovo arrivato.   

Ci misero pochi giorni a fidanzarsi e noi, che la conoscevamo da un anno e per lei avevamo lasciato sul pavimento litri di bava, fummo ben presto costretti ad accontentarci di condividere con la nostra coinquilina solo tante chiacchiere e risate. 

Con il passare del tempo, e nonostante la passione fulminante per Bernardo, Tommaso e io diventammo molto intimi con Francesca. 

Di lei ci piaceva ogni cosa: era simpatica, ironica, intelligente da impazzire. Tutto questo concentrato in un corpo e un viso da sballo.  

Aveva alle spalle una storia incredibile. I genitori erano morti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro a causa di un tumore quando lei aveva poco meno di diciotto anni. Era rimasta sola al mondo con il fratello di due anni più grande, un tipo fuso, perso in chissà quale galassia. Si occupava di loro lo zio, il gemello del padre. Di professione diplomatico, in quel periodo si trovava in Danimarca presso l’ambasciata italiana e tornava a Roma una volta ogni due settimane. Fu quindi la dolcissima moglie Elena a stare vicino a Francesca e ad accudirla fino al trasferimento a Siena. 

Il padre nel testamento aveva disposto che il patrimonio di famiglia, composto da quattro immobili di prestigio, tutti messi a reddito, insieme a diverse centinaia di milioni investiti in azioni e obbligazioni, fosse amministrato dal gemello, ma tutto doveva essere funzionale al raggiungimento di una laurea prestigiosa per i figli. Solo dopo sarebbe stata Francesca a gestire quei beni, per lei e per il fratello suonato.  

Lo zio, visto che si trovava spesso fuori dall’Italia, si era affidato a due suoi amici di infanzia, un avvocato e un consulente finanziario. Erano loro che fattivamente si occupavano degli immobili e delle finanze. 

 

Francesca volle andare a Siena come aveva fatto la madre tanti anni prima, laureata in Medicina nel 1965, ma scelse un’altra facoltà, Scienze Politiche appunto. 

Fu la nostra fortuna.  

Con Scienze Politiche condividevamo la bacheca annunci, con Medicina no.  

Passammo dei momenti bellissimi con Francesca. La nostra complicità era pura magia, era il raccordo perfetto tra me e Tommaso. Discutevamo solo per Bernardo. Per noi, ma anche per Giorgio, con lei si comportava da vero stronzo, e più passava il tempo più questa cosa era visibile a chiunque.  

«Va bene così» ci diceva lei. Sembrava rendersene perfettamente conto, sembrava lucida quando ci rispondeva che “sì, avete ragione, ma a me va bene così”. E noi ci incazzavamo sempre di più e allo stesso tempo le volevamo sempre più bene. In fondo ci piaceva anche quell’aspetto: la rendeva fragile, umana. 

Bernardo non soffriva per la nostra amicizia, o almeno così ci sembrava. Si considerava di un altro livello, giocava un campionato diverso… ma in effetti è sempre riuscito a bilanciarsi alla perfezione e a gestire il rapporto con noi della casa in modo molto naturale e corretto.  

 

Giorgio e io avevamo scelto Scienze Economiche e Bancarie, Bernardo Legge, Tommaso e Francesca Scienze Politiche.  

Per tutta la durata del ciclo di studi, tra noi cinque ci furono pochi momenti da dimenticare, un’infinità da ricordare. Salvo clamorosi impedimenti, per ciascuno del gruppo, a ogni esame, eravamo lì in prima fila a fare il tifo e a dare sostegno. Incredibilmente non c’erano gelosie, si tirava dritto e sempre tutti e cinque insieme. A prescindere dal voto, per ciascuna riga inserita nel libretto si procedeva con quella che, mutuando una tradizione spagnola, si chiamava la “marcia”. Consisteva nel fermarsi in ogni bar incontrato lungo il percorso che separava la facoltà in piazza San Francesco da casa, e bere alla salute dell’amico che aveva superato un altro ostacolo. Era il nostro momento preferito, era un momento tutto nostro.  

Giorgio e io, molto più degli altri tre, eravamo guidati da uno spirito kamikaze che ci portava a dare qualsiasi esame, in ogni sessione, a prescindere dal grado di preparazione. Qualche volta riuscivamo nel colpaccio, e in quei casi la “marcia” era ancora più gustosa: alla gioia dell’esame passato si univa la soddisfazione di essersi presi gioco del docente e dell’intero sistema universitario (o, almeno, così la vedevamo noi). 

Durante il periodo dell’università, ovviamente, frequentammo anche altre persone, ma la voglia era sempre di ritrovarci noi cinque. Tutto il resto era una parentesi, più o meno lunga, ma una parentesi. 

Passarono in fretta quegli anni, troppo in fretta.   

 

Francesca fu la prima a laurearsi.  

Quel giorno eravamo tantissimi amici e pochi parenti. C’era il fratello svitato, arrivato appositamente da Londra, c’erano l’avvocato Stumpo e il Dottor Palazzi, che per lei erano diventati Michelangelo e Gianluca. E c’erano soprattutto suo zio e la sua splendida famiglia. Anche lui aveva viaggiato apposta per lei. Si percepiva che ci fosse tra loro un rapporto speciale: per tutto il tempo della discussione lui la fissò intensamente con gli occhi gonfi di lacrime, fino a esplodere in un pianto a dirotto nell’istante in cui fu proclamata Dottoressa in Scienze Politiche con la votazione di centodieci e lode. 

La cena fu memorabile, la nostra prima cena di laurea. Eravamo bellissime persone, consapevoli che un periodo importante della vita era finito o stava per finire. Alle due di notte le consapevolezze erano svanite nella damigiana da cinquanta litri di Chianti che eravamo andati a prendere a Uopini il giorno prima, con la nostra mitica Renault 4 blu.  

Anche lo zio di Francesca, all’inizio molto composto, si scatenò come probabilmente poche volte aveva fatto. Pareva felice come un bambino.  

Prima della cena non sembrava impazzire per Bernardo, ma concluse la serata abbracciato a lui e alla nipote. 

Eravamo una quarantina di persone a festeggiare Francesca nel nostro splendido casale di Monsindoli, a sei chilometri da Siena. Era lì che avevamo trascorso gli ultimi due intensi anni di università. Poggiava in cima a una collina che dominava la valle. Sotto, una serie di curve verdi e sinuose, tagliate da stradine di terra chiara che finivano lì dove cominciava un vastissimo campo di girasoli che da giugno a ottobre lasciava senza fiato. In lontananza, le mura di Siena e i suoi campanili. Era un posto magico. C’era tutto quello che ci serviva e anche qualcosa in più, addirittura la piscina. Per noi questo non era motivo di vanto o di sfoggio, non ne parlavamo granché, era semplicemente il nostro casale e con lui eravamo molto intimi. Soprattutto, temevamo le orde di barbari che, dalle loro casette risicate di trenta-quaranta metri quadrati, in città – per le quali pagavano anche più di noi –, venivano a rompere le palle in campagna, dove dopo pranzo si giocava a calcio nell’enorme prato o ci si poteva stendere a prendere il sole a bordo piscina e ascoltare la meravigliosa musica che Tommaso sceglieva.  

 

I mesi successivi furono un susseguirsi di varie feste di laurea, tra cui quelle di noi rimasti. Alla mia i miei genitori erano emozionati e impressionati. Emozionati perché un figlio laureato in Scienze Bancarie non se lo sarebbero mai aspettato; impressionati, per il vino che riuscimmo a ingurgitare la sera, durante la festa. 

Furono anni splendidi, fino alla laurea di Bernardo.  

 

È stato l’ultimo di noi a laurearsi. Quel giorno ci ritrovammo dopo un po’ che non ci vedevamo. Appena discussa la tesi, applausi, abbracci, baci, lacrime. Subito dopo andammo tutti e cinque in una stanzetta dell’università a farci una canna “special” in memoria dei vecchi tempi. 

Era la sessione di dicembre e faceva molto freddo a Siena. Scegliemmo una saletta appartata, apparentemente vuota, fatta eccezione per un tavolo marrone finto antico e quattro sedie di legno con imbottitura bordeaux, stanche di essere lì, inutilizzate.  

Francesca rimase un po’ in disparte. Lasciarsi con Bernardo per lei era stato un colpo molto forte, ma dopo la laurea si era trasferita a Roma e la distanza li aveva separati definitivamente. Fu lei a notare che tra i pannelli sopra le nostre teste ce n’era uno leggermente aperto dal quale spuntava il lembo di una borsa morbida in pelle nera. Ci chiese di guardare in alto e subito spostammo il pesante tavolo appena sotto. Tommaso, il più agile tra noi, salì per capire meglio di cosa si trattasse e senza pensarci troppo tirò giù polvere e borsone. Subito i nostri sguardi andarono a quella cosa nera. Era in mezzo a noi. La fissavamo come Totò e i suoi compari in Miseria e nobiltà guardavano gli spaghetti appena poggiati sul tavolo da anonime mani, e allo stesso modo invece delle sedie avvicinammo le nostre mani al borsone.  

Fu Bernardo il più lesto a impossessarsene e lo aprì immediatamente.  

Un urlo di gioia mista a sorpresa squarciò il silenzio di quel cupo martedì di dicembre. La porta era chiusa, ma la finestra – nonostante il freddo – l’avevamo lasciata aperta per far uscire il fumo. Per fortuna che in quel momento non c’erano molte persone in facoltà.  

Bernardo svuotò istintivamente il contenuto della borsa. Soldi, tantissimi soldi, una montagna di soldi. Cominciammo a gridare e ad abbracciarci che nemmeno al 2-0 di Tardelli ai mondiali dell’82.  

Seguirono momenti concitati dove ognuno diceva, gridava la sua. Fu l’unica donna presente, Francesca, a bloccarci e a farci ragionare. Di chi erano, quanti erano, perché erano lì, chi ce li aveva messi e soprattutto cosa avremmo fatto da quel momento in poi. Scartammo le domande per le quali non avevamo risposte e ci concentrammo sul quanti erano e soprattutto sul come ci saremmo comportati in seguito. 

«Non facciamo cazzate,» disse Tommaso «rimettiamo subito quel borsone al suo posto. Al massimo prendiamo qualche mazzetta e basta. Nessuno se ne accorgerà.»  

«Tu sei pazzo!» rispose Giorgio. «Ma lo vedi quanti sono? Una montagna di soldi. Sai che svolta possono dare alle nostre vite?»  

«Mettiamola ai voti. Siamo in cinque e una maggioranza deve esserci per forza. Se vince il “sì” chi ha votato “no” può cedere la sua parte agli altri» proposi io.  

«D’accordo.»  

Risultato: tre a favore, due contrari.  

«Allora, Tommaso? Che fate? Cedete la quota?»  

«Fanculo. Diviso quattro. Chissà che storiaccia ci sarà dietro a quel borsone… Guarda come ci incasiniamo la vita, eh!»  

«Diviso cinque» si accodò Francesca.  

Nonostante la mole di denaro, la conta fu abbastanza semplice, al netto della concitazione presente nella saletta. Erano cento mazzette da dieci milioni l’una, in tagli da centomila lire, e sessanta mazzette da cinquanta milioni, in tagli da cinquecentomila lire. Totale: quattro miliardi di lire. BUM! 

Bernardo quel giorno era l’unico venuto in macchina fino alla facoltà per accompagnare sua madre e sua zia, che non erano proprio due sottilette, ed era riuscito a parcheggiare a pochi passi dall’ingresso. Si offrì lui di prendere i soldi e metterli nel bagagliaio. Ci sembrò una buona idea. Portarli in giro a piedi proprio no. Scortammo il nostro tesoro fino alla sua macchina, pieni di dubbi e di paure.  

La festa per la laurea di Bernardo era prevista per la sera. Ci demmo appuntamento al bar Gogò. Era stato per anni il nostro punto di riferimento ed era lì che avevamo trascorso molti pomeriggi universitari a giocare a flipper e a bere acqua e vino a cinquecento lire a bicchiere.  

Anche dopo il trasferimento in campagna, appena possibile andavamo a salutare i due proprietari, i mitici Paolone e Salvatore, emigrati calabresi che parlavano con uno strano accento tosco-calabro che era uno spasso e da solo meritava i soldi spesi all’interno del locale. 

Parcheggiammo davanti al bar e ci mettemmo tutti e cinque rivolti verso la macchina. Paolone ci chiese che problema avessimo con la sua vetrina e perché stessimo lì impalati a fissarla. Gli rispondemmo di non romperci i coglioni e di portarci una bottiglia di vino.  

«Buono, non quella merda che servite di solito.»  

«Vino buono? E che è successo? Avete fatto tredici al totocalcio? E comunque siete parecchio strani oggi, è pieno di fiha e voi guardate la vetrina… Scusa, eh, Francesca.»  

Dovevamo spostarci per la cena di laurea, ma in quel momento nessuno ci stava pensando. 

Ci aveva visto qualcuno? Se ne sarebbe accorto qualcuno? Ci avrebbero cercati, ammazzati, per riprendere quei soldi? Da dove provenivano? E, soprattutto, che storia raccontavano? Domande rimaste senza risposta. Bernardo ci chiese il permesso di continuare a tenere il borsone in attesa di capire cosa dovessimo fare. Per noi andava bene, perché sicuramente era quello più sveglio e paraculo del gruppo, perché volevamo evitare altri movimenti e soprattutto perché noi altri eravamo ancora terrorizzati dal ritrovamento. Solo Giorgio non era completamente d’accordo, ma anche questa volta la decisione finale fu presa a maggioranza.  

La sera della festa di Bernardo non parlammo d’altro fino a notte fonda. Eravamo una ventina in tutto, ma nessuno di noi cinque se ne accorse. Concordammo di rimandare le rispettive partenze e ci demmo appuntamento l’indomani mattina alle dodici davanti alla mensa di Sant’Agata per decidere il da farsi.  

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Leggi le prime righe e capisci già che non chiuderai il libro fino a che non sarai arrivato alla fine.
    Una storia avvincente, una lettura fluida che ti trascina e ti fa scoprire i sentimenti delle vere amicizie, che nascono da esperienze comuni in gioventù e creano quella complicità che resiste nonostante gli anni e gli allontanamenti delle diverse vicende della vita.
    Una lettura sicuramente da consigliare

  2. Alessandra Guerra

    (proprietario verificato)

    Il romanzo è un amabile racconto di poco più di cento pagine uscite dalla penna di uno scrittore inaspettato. Gianluca Morgillo, rubato ai conti bancari, ha uno spiccato spirito di osservazione della vita, e riversa in questo romanzo la creatività che i numeri sembrano negargli.
    Il racconto muove dai ricordi e dalle esperienze dell’autore studente universitario ma il plot è frutto di una fantasia che fa nascere nella sua mente una realtà che avrebbe voluto vivere.
    Gianluca è in parte Alberto, la voce narrante, ma è anche un po’ ognuno dei cinque studenti protagonisti di vicende quotidiane quanto straordinarie che li accompagnano fino alla vita adulta e che non risparmiano sani colpi di scena.
    Il romanzo nasconde una primitiva forma di diario e sebbene il tempo narrativo sia sfalsato su diversi piani, il lettore riesce a non smarrirsi, guidato invece dalla suggestione di frasi di brani musicali scelti dall’autore per aprire ogni capitolo, non solo “canzonette” ma stati d’animo e forse chiavi di lettura di ogni momento raccontato.
    Che sia lettura di una notte o qualcosa di più “ll Giallo e il Verde” meritava di uscire dal cassetto!

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Gianluca Morgillo
è nato a Roma nel 1970. Laureato in scienze economiche e bancarie ha da sempre lavorato in banca. Il giallo e il verde è il suo romanzo d’esordio e costituisce l’espressione di una forte esigenza di scrittura.
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