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Il gioco dell'allegria

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Un’eccentrica coppia sposata, da anni aperta a orizzonti di morbida promiscuità, si imbatte in un uomo solitario. I tre partono per una località di mare, dove scoprono che un ragazzo è stato appena assassinato. Uno dopo l’altro, al trio si aggiungono nuovi protagonisti, altrettanto singolari, e mentre il gruppo si forma e si scontra, la smania di indagare sul delitto prende il sopravvento. Eccitati ed euforici, si ritrovano invischiati in un tempo nuovo, mai vissuto, in cui paiono dimenticare gli affanni dell’esistenza, assaporando per la prima volta il sentimento dell’immortalità. Ognuno lascia così cadere la propria maschera, svelando segreti fin lì inconfessati.

E mentre le coscienze si alleggeriscono, gli improvvisati investigatori sono sempre più determinati a scoprire l’identità del colpevole. Finché i sospetti non cadono su uno di loro…

CAPITOLO UNO

Sulla soglia indisponente dei quarant’anni Laurì si rese conto che la vita con suo marito Gui – uomo dalla parziale completezza – non le bastava più. Avvertì nell’attimo stesso della sua intuizione, o chissà, forse appena un soprassalto dopo, che la conseguente prospettiva di separarsene per un compagno che fosse più intero non aveva senso: «Non esistono uomini interi». Così giurava.

Convenne con se stessa che avrebbe cercato qualcuno che avesse difetti differenti da Gui, per potersene rammaricare in maniera nuova; e non gli stessi pregi ma altri, inediti, di cui compiacersi con altro stupore. Il progetto che aveva in testa era mettere insieme due imperfezioni maschili e farne un’accettabile convivenza a tre. Già che c’era, voleva anche legittimare la propria idea di matrimonio, che per irrobustirsi prevedeva, paradossale, la pratica ostinata di una reciproca infedeltà, alla quale lei e suo marito, in combutta, erano devoti come a una religione.

Ritenne un buon inizio imbattersi, nel bar al confine con il suo negozio di clienti dallo stesso nome, in un uomo bello e sottile, che se ne stava seduto a un tavolo d’angolo, in un piovere di luce fredda, triste e allegro a seconda di come lei aveva scelto di immaginarselo. Lo contemplò per alcuni istanti, durante i quali bevve in modo eccentrico un orzo fruttato, o un tè olandese, per guadagnare tempo e combattere come poteva l’atto sostanzialmente primitivo di ordinare caffè in un caffè. Era questa l’unica ragione che la tratteneva dall’avvicinarsi all’estraneo: il sospetto che – a conoscerlo – potesse mostrarsi un uomo dai gesti prevedibili. Non cercava l’eccezione però, e se lo ripeté, ma una normalità differente da quella che già frequentava.

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Per cui osservò, scelse, si avvicinò.

Si annusarono come due gatti sospettosi. Presero a parlare. L’uomo si presentò: «Mi chiamo Bini, ho trentadue anni. È tutto quello che saprai di me. Per ora, almeno». Laurì gli chiese il nome di battesimo, ma lui: «Non c’è motivo che lo dica».

E lei non trovò di che ribattere. Così andò al punto: «Sta bene. Ora vieni a casa da me».

«Sul serio?»

«Decidi adesso.»

«Vai per le spicce.»

«Frena, intendevo dire che vieni da me a viverci. Ti ospito per tutto il tempo che vuoi, purché non sia un tempo corto. Il resto verrà da sé.»

«Non lo so, in genere mi fermo poco in un posto nuovo.»

«No, non stavolta. Stavolta ti fermi solo se ti fermi assai.» Convennero per un tempo né lungo né breve che in realtà al signor Bini sembrò enorme e a Laurì insignificante: sei mesi. Una prova di convivenza che non avrebbe potuto essere interrotta per nessun motivo prima della scadenza stabilita.

«Solo se uno dei due muore» precisò Laurì. Il signor Bini puntualizzò: «O tutti e due».

«O tutti e due.»

Andarono da Laurì e mentre camminavano – Laurì frequentava solo caffè a una distanza accettabile da casa – le sembrò che ciò che stava facendo fosse impercettibilmente affrettato. Si tranquillizzò al pensiero che era quel che voleva: commettere un’azione scriteriata e trarne soddisfazione.

Il signor Bini parlava poco e solo dopo che Laurì aveva parlato per prima. La cosa più intima che disse fu che anche lui era a piedi: abitava là attorno e gli piaceva assecondare piaceri che necessitassero di un tempo ragionevolmente breve. Nel mentre, lunghi silenzi in cui ascoltavano le parole non pronunciate l’uno dell’altra, le parole che avrebbero voluto dire ma per un qualunque motivo non dissero, cosa che a lei piacque perché a modo loro quelle parole ingoiate erano la conversazione perfetta. Si piacquero più per il silenzio sonoro che per le parole rade, al punto che, giunti sulla soglia di casa, non sapendo nulla l’uno dell’altra, erano ormai in confidenza.

Gui era lì in soggiorno a scrivere, tutto sghembo, una gamba sotto il sedere, nemmeno si sarebbe accorto che erano entrati se la moglie non l’avesse chiamato. Alzò la testa dallo schermo e Laurì disse: «Questo è il signor Bini: viene a stare un po’ da noi».

«Ah, è il tuo amante?»

«Non ancora.»

«Peccato. E dov’è tutta la sua roba?»

«Dov’è tutta la tua roba?»

«A casa mia, dove sennò?»

«Va bene, più tardi andrai a prenderla. Hai una macchina? È capiente? Un po’ di cose per sistemarti provvisoriamente c’entrano?»

«È abbastanza capiente, sì.»

«Non chiedo di meglio.»

Gui parve soddisfatto della piega presa dagli eventi. Si tormentava, sorridendo, le pellicine delle labbra. Confidò al signor Bini che stava scrivendo due romanzi.

«Due?» domandò il signor Bini.

«Due» s’intromise Laurì. «Dagli corda, gli piace.»

«Nello stesso tempo?»

«È questo il bello. Lasci che le spieghi, posso?»

E cominciò.

Laurì li lasciò fare, con l’aria di chi poggia per terra buste della spesa che non ha voglia di mettere a posto e, poiché erano già le nove e tutto procedeva frenetico, anticipando la vita si andò a cambiare per la notte.

CAPITOLO DUE

Cenarono e dormirono insieme, senza far sesso neanche in fantasia, come sfollati di una guerra. Bini prese sonno come al solito assai tardi, in mezzo a moglie e marito, che non erano mai stati così quieti.

La mattina dopo non avevano voglia di lavorare – Gui di scrivere, Laurì di aprir bottega – per cui chiesero a Bini, senza sapere che mestiere facesse, se poteva prendersi un giorno di vacanza. Stavano mezzi vestiti in piedi nell’angolo cottura, a mangiare biscotti da buste diverse.

«Anche tre o quattro,» esagerò Bini «non riparto prima della prossima settimana.»

«La prossima settimana?» s’informò Gui. «Non ho capito che lavoro fai.»

«Vado per mare a pesca di affogati. Non persone, no: cose.»

«Cose come cosa?» domandò Laurì.

«Cose come stive di navi affondate. Ripesco quel che trasportavano, se a qualcuno preme che venga ripescato e noleggia la mia goletta. È ancorata da qualche parte della costa, aspettava un ingaggio, è arrivato: per la prossima settimana.»

«Tutto da solo?»

«No, ho cinque uomini, mute da sub, qualche gioiellino tecnologico, un batiscafo e un argano d’acciaio: non serve altro.»

«Sembra forte, potrei metterlo giù in un romanzo.»

«Sarebbe il terzo che cominci.»

«Mica ti pesano in tasca, ragazza.»

«Lo dico per te: dovresti essere più metodico.»

Gui non le badò e prese a svuotare le buste dei biscotti quasi finiti dentro un’altra busta quasi piena.

«E una cosa: non mischiare i biscotti…»

«Magari dammi i particolari, signor Bini.»

«Non mischiare nella stessa busta biscotti differenti, per favore, non farlo…»

«Tua moglie ti sta dicendo di smetterla, dalle retta. Sfastidia anche me.»

«Potresti raccontarmi come funziona, capisci? Devo sapere come lavori per scrivere una roba credibile.»

«Gui, detesto anch’io trovare i frollini se la busta è quella dei biscotti secchi. Metto la mano dentro convinto di prendere una cosa e ce ne trovo un’altra. E dài…»

«Non ci sente, fa sempre così, mischia le cose che non vanno mischiate.»

«Hai mischiato lui con noi, ricordi? Poche ore or sono.»

«Il signor Bini con noi è un esperimento. Eri d’accordo: ne avevamo parlato.»

«Ah ecco, volevo dire che mi aveva accolto troppo sportivamente…»

Ne avevano parlato, in effetti, ma tipo una volta o due e quando Gui aveva la testa nei suoi romanzi, per cui le aveva dato sempre risposte sovrappensiero e ora fingeva di non ricordarsene.

«Da qualche parte lungo la costa?» indagò Laurì. «Più precisamente?»

«Non così lontano.»

«Bene. Che ne dici, signor Bini, di farci vedere questa famosa nave?»

«Non ho voglia di andarci prima, mi secca andare prima in un posto dove devo andare per forza dopo. C’è un mare più vicino, comunque, se è il mare che volete.»

«Vogliamo il mare, Gui?»

«È un’idea, a patto che guidi io. Al ritorno uno di voi due; io all’andata, dico.»

Furono pronti in mezz’ora, Bini fece un salto a casa e tornò con un trolley sul quale c’era scritto Stay Foolish; lasciarono guidare Gui, dopo che ebbero preparato dei tramezzini, e nel partire si accorsero di come tutto fosse leggero nella sua incoscienza. Gui ebbe da ridire perché gli altri si misero dietro, nel sedile posteriore, protestò che non aveva voglia di fare il tassista, ma Bini e la donna non gli diedero retta e appena lui mise in moto cominciarono a farsi gli occhi dolci.

CAPITOLO TRE

A un certo punto uno dei tre intuì che magari si stavano precipitando le cose. Forse due dei tre, o addirittura tutti e tre, ma uno per volta, non tutti assieme. E questo allarmarsi a turno permise a chi credeva che tutto fosse tempestivo di tranquillizzare gli altri.

Era chiaro però che le cose si andavano complicando, e può darsi che il pasticcio li divertisse.

Camminavano da qualche parte in macchina a sessanta all’ora. C’era una strada che portava al mare ma con calma, fatta di curve a gomito che un po’ avvicinavano un po’ allontanavano dalla meta. Scelsero quella perché Gui si sbagliò e quando se ne accorse non conveniva tornare indietro. I due nel sedile posteriore facevano l’amore con le mani e a loro non dispiacque metterci un po’ di più. Quando il signor Bini fu soddisfatto gli sembrò che fosse finalmente il caso di scambiare due chiacchiere con Gui. Gli chiese dei suoi romanzi.

«Che cosa vuoi sapere, di preciso?»

«Non leggo tanto. Domandavo così, per gentilezza. Fai te.»

«Ho un problema col titolo di uno dei due.»

«Tutto qua?»

«L’apostrofo, è tutto un problema di apostrofo: se devo mettercelo o no.»

«Ti sta dicendo che il libro è quasi finito ma il titolo lo manda al manicomio.»

«Zitta te, non stavi facendo altro?»

«Abbiamo finito: il nostro ospite non ha una gran tenuta. Ora dormo un po’, se nessuno vuol prendersi cura di me.»

«Magari stasera: se sarò all’altezza, si capisce.»

«Ci conto, signor Bini. Fate poco casino adesso, voialtri maschi.»

Gui accostò e fece salire davanti il signor Bini. Laurì si sdraiò, tirò le gambe sotto il ventre e si addormentò alla svelta.

«Hai i calzoni macchiati» osservò Gui, più neutro che poté.

«Non ho fatto in tempo a toglierli, non ce l’ho fatta, non c’è spazio. Potevi comprare una macchina più grande.»

«Sono uno scrittore di nicchia.»

«Senti, ma non ti secca che tua moglie sia così?»

«Non più di tanto. Sono strano?»

«Un po’.»

«È perché giorni fa è tornata prima e mi ha beccato a succhiare i capezzoli di una seminarista.»

«Una seminarista…»

«L’ha mandata il parroco perché quando venne per la benedizione delle famiglie non avevamo contante. Per quello la lascio fare: una contropartita.»

«Ah!»

«Non siamo gente che si scompone per così poco. Pareggiamo i conti, se è il caso, e tutto torna a posto. È capitato anche a me, due o tre volte, di essere in credito quando lei si divertiva in giro. Funziona così: se nessuno dei due scopre il tradimento, è come se non ci fosse stato. Se lo scopre, chi viene tradito può rifarsi con una ragionevole quota di interessi. È un rapporto che si regge su una sostanziale parità di adulteri. E poi così azzeriamo la gelosia. Non ci sono sospetti, solo certezze. Come etica non è peggio di quella di altra gente.»

«No, non è peggio, a ben guardare.»

Comparve il mare, alla loro sinistra, come una malattia: improvvisamente.

«Dove vuoi che svolti? Mi ricordi dov’è che si passa?»

«Non ci sono venuto così spesso; mi pare più avanti, non manca tanto. Esci alla prossima, vediamo che succede.»

Imboccarono lo svincolo giusto, il mare era coperto dalla campagna che aveva innalzato a palizzata alberi e frutteti.

Parcheggiarono, era aprile, le strisce blu non si pagavano fino all’estate. Gui infilò il braccio tra i due sedili e toccò la gamba di Laurì. Aveva ancora sonno, disse, che la lasciassero dormire; si girò sull’altro fianco e si raggomitolò nel torpore.

Gui abbassò mezzo finestrino per farla respirare, quindi i due uomini scesero e camminarono sul marciapiede, di là dal quale cominciava la spiaggia coi suoi colori avvizziti. Era come se si conoscessero da anni; avevano tutti e due la fortuita capacità di adattarsi agli estranei in un attimo, cosa che li attraeva reciprocamente.

La luce del sole diventava grigia inzuppandosi nelle nuvole, e si ritrovarono immersi in quel colore sparso su ogni cosa. Sembrava che dal cielo piovesse tristezza, o malasorte. Gui e il signor Bini erano allegri, per spirito di contraddizione. Si fermavano ogni tanto uno di fronte all’altro, come i vecchi quando vanno a zonzo e si bloccano sul marciapiede per spiegarsi meglio le cose che raccontano, muovendo le braccia. Parlavano uno per volta e non come il giorno prima con Laurì, notò il signor Bini: non c’erano quei lunghi silenzi eloquenti ma andava bene lo stesso. Bini tornò sul discorso dell’apostrofo, lo fece per cortesia, non che gliene importasse e, per non lasciar seccare la conversazione, la prese alla lontana.

«Davvero, mi dà fastidio che mischi i biscotti.»

«Dici sul serio?»

«Cavolo, è una delle cose stupide che più mi snervano.»

«Cose stupide?»

«Poi ci stanno quelle serie. Ma tra le cose stupide il mescolio dei biscotti è micidiale.»

«Comunque volevi sapere dell’apostrofo.»

«Fai tu.»

«Ho scritto un romanzo e l’ho chiamato Labbraccio. Labbraccio, capisci? Senza apostrofo.»

«A sentirlo pronunciare non si nota.»

«Ma poi ci ho ripensato e forse ce lo devo mettere.»

«Tutto qua?»

«Ti sembra una cosa stupida?»

«Non ne capisco ma sembra stupida, sì. Quanto la storia dei biscotti, guarda.»

«È perché non sei scrittore, recuperi spazzatura dai gabinetti del mare, che puoi saperne?»

«Senti, il romanzo di che parla?»

«Domanda scema: è secondario, non importa un cavolo di niente a nessuno, in questo momento. Ci importa di che parla? Parla di due che si abbracciano, va bene?»

«Perché ti scaldi?»

«Perché fai domande del tubo.»

«A volte.»

«Bravo merlo.»

«L’ho appena ammesso, stai calmino.»

«Il punto è l’apostrofo, non di che parla la storia. Comunque parla di un abbraccio, ci vuole tanto? Il punto è che un abbraccio è già uno strappo, un addio, ogni abbraccio è seguito da un addio, non ha bisogno di tagli e l’apostrofo è un taglio, che tu ci creda o no. Un taglio più un altro taglio: troppo. È un titolo doloroso, sanguina, non lo capisci?»

«Cambialo.»

«Sei matto; piuttosto che cambiarlo riscrivo tutto il libro. Ma se il romanzo esce, il titolo è quello. Il disastro è l’apostrofo, il taglio. Non sopporto l’apostrofo in un titolo, mi sconvolge: non reggo la vista del sangue. Ma forse ce lo devo mettere perché devo avere il coraggio di andare fino in fondo.»

Bini pensò che erano follie da scrittore. E le capiva perché anche lui ne aveva, di follie. Non da scrittore, quelle si confessano, evidentemente, ma del tipo che si nascondono ovunque ti trovi a stare, con tutte le persone che incontri, senza eccezioni. Sono follie che hanno un’anima vergognosa, non amano si parli di loro. Bini ne aveva una per la quale nutriva odio e premura, desiderava annientarla eppure temeva che improvvisamente lo abbandonasse. Se avesse fatto lo scrittore avrebbe scritto un libro dal titolo Labbraccio, e l’idea di non metterci l’apostrofo gli sarebbe sembrata, dopo qualche flebile ragionamento contrario, la soluzione ideale.

28 maggio 2018

Aggiornamento

Nuovo titolo e nuova immagine promozionale!
06 Giugno 2017
Ecco qualche foto di Francesco Franceschini alle presentazioni de I giorni Rubati!
10 Luglio 2017
La campagna de "I giorni rubati" prosegue a gonfie vele! Nel frattempo, siete curiosi di leggere qualcos'altro di Francesco? Non perdetevi il suo blog: https://sdraiatosuibinari.blogspot.it/
17 Luglio 2017
Fra mare e montagna, Francesco Franceschini parla de I giorni rubati!
02 Agosto 2017
La campagna de I giorni rubati ha ampiamente superato il 50% del suo obiettivo! Potete leggerne un estratto in anteprima oppure... ascoltarlo! A questo link trovate il book trailer: https://bit.ly/2w5bG9Y

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho sempre letto molto e nel momento in cui non trovavo un libro che mi desse ciò che stavo cercando, sei capitato tu, per caso e ho iniziato a leggerti. Ora sto aspettando questo libro che, ne sono certa, non mi deluderà.

  2. (proprietario verificato)

    era costituire…mannaggia la fretta!

  3. (proprietario verificato)

    ho prenotato la copia cartacea (lo schermo arrossa i miei occhioni), perché pretendo di portare sempre con me nello zainetto, ciò che immagino possa costutuire una coccola per la mia anima malata di curiosità! Lino

  4. Francesco Franceschini

    Grazie Vale, sono umilmente convinto che ti piacerà anche questo. Viva il lupo!

  5. valentina.leonardi

    (proprietario verificato)

    Dopo “Apocalisse in pantofole” e “La quarta persona più importante” sono davvero curiosa di leggere questa nuova opera di Francesco.
    I suoi libri sono sempre affascinanti da leggere tutti d’un fiato, dove i suoi personaggi diventano compagni di viaggio.
    Ho letto già le prime pagine..attendo con fervore di ricevere il libro. In bocca al lupo Francesco!

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Francesco Franceschini
Francesco Franceschini è nato a Narni nel 1967. Ha insegnato letteratura italiana negli istituti superiori ed è ora speaker di radio TNA In Blu. Ha fondato con Simonetta Sperandio un laboratorio itinerante di scrittura (www. lascritturadellamemoria.it). "Il gioco dell’allegria" è il suo terzo romanzo, dopo "Apocalisse in pantofole" (2011) e "La quarta persona più importante" (2013). Il suo blog è: sdraiatosuibinari.blogspot.it
Francesco Franceschini on FacebookFrancesco Franceschini on TwitterFrancesco Franceschini on Wordpress
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