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Il gioco di Perseo

Il gioco di Perseo
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Consegna prevista Aprile 2022
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A Kwerley, una tranquilla cittadina della Carolina del sud, la polizia locale inizia ad agitarsi quando il giovane Daniel, un ragazzo di soli ventuno anni, viene decapitato con una motosega dentro ad un museo. Il caso sembra non avere sbocchi, ma il detective James Logan, detto Jimmy, sembra avere la soluzione: chiedere un aiuto ad Adam Ross, un ex poliziotto infelice della propria vita.
I detective, accompagnati dall’affascinante Alice Gutierrez, partner di Jimmy, dovranno usare tutte le loro forze per evitare successive morti e scoprire il filo conduttore che lega le vittime. Hanno fatto qualcosa e adesso dovranno pagarne le conseguenze, perché qualcuno si sta vendicando.

Perché ho scritto questo libro?

Mi sono data una sfida, ovvero quella di non impormi mai dei limiti quando devo scrivere. Così, munita di carta e penna, sono entrata a far parte di un genere letterario del tutto nuovo per me, cercando di esplorarlo il più possibile. Il percorso di scrittura è stato faticoso ma anche mozzafiato, pieno di emozioni forti e spesso contrastanti tra loro. Mi ha cambiata in meglio.
È proprio vero che, in un viaggio, la cosa più importante non è la meta bensì il cammino.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Zero: prologo

29 marzo 2019, 11:20 p.m.

Era normale che quel piccolo museo fosse chiuso, quella notte. Era normale che le luci fossero già spente, a quell’ora. Ma non c’era niente di normale in ciò che stava succedendo lì dentro, a Daniel.

Quando aveva pianto l’ultima volta, quel ragazzo? Ah già, quando la madre, Kate, era morta. Pensava proprio a lei quando si risvegliò legato e imbavagliato lì, al piccolo museo della cittadina di Kwerley, in Carolina del sud. Cercò di ricordare qualcosa, qualsiasi cosa, ma a quanto pareva il suo cervello non riusciva a dargli quelle informazioni che stava cercando con disperazione. Non sapeva cosa fosse successo dopo essere uscito dalla biblioteca, quasi trenta minuti prima.

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«Daniel, giusto?» gli disse all’improvviso la persona davanti a lui, che non riuscì a vedere in faccia per la scarsa luce in quella parte del museo.

Il biondo non si era accorto della sua presenza, quindi quella voce roca, tra il silenzio, lo fece sussultare dalla paura. Le lacrime amare bagnavano anche il nastro adesivo nero che copriva la sua bocca, che a sua volta copriva i leggeri lamenti e mugolii che emetteva.

«Ho preso la tua patente dentro il tuo zaino per sapere il tuo nome. Spero non ti dispiaccia.»

Daniel era troppo spaventato per ricordarsi che quel giorno, in biblioteca, non si era portato nessun zaino e per rendersi conto che quella persona di fronte a lui si stesse riferendo ad un altro momento. Nonostante quella voce sembrasse tranquilla e quieta, a Daniel spaventò a morte. E stava piangendo e pensando alla dolce Kate, morta in un incidente stradale tre anni prima.

«Oh, povero piccolo Daniel? Adesso piangi, non è vero? Beh, così impari a distruggere le cose degli altri!» urlò stavolta, facendo sobbalzare dalla paura il suo prigioniero.

Il povero sfortunato, tra un singhiozzo e un altro, si chiese a cosa si stesse riferendo quella macabra persona, ma capì che fine avrebbe fatto non appena vide che aveva in mano una motosega. Dan, così lo chiamava la madre, provò ad alzarsi, ma le sue mani erano state legate ad una sbarra con una corda e non poteva fare molti movimenti. Era troppo stretta, ogni volta che provava a muoversi la corda stringeva e falciava segni sulla sua pelle graffiandola con prepotenza. I suoi polsi presero a bruciare e sanguinare perché stava tirando troppo senza neanche ottenere risultati soddisfacenti, non si mosse di un millimetro.

«Dove credi di andare, ragazzino?» chiese facendo poi una risata, che a Daniel parve maledettamente malefica, «Non hai ancora capito che sei in trappola? Sì, proprio così. Sei in trappola come un misero topo.» aggiunse, mostrando il suo viso al povero Daniel impaurito, che riprese a singhiozzare.

Il prigioniero aveva già visto quegli occhi azzurri, ma dove?

Sorrise al suo piccolo topolino indifeso poi, di colpo, smise di farlo. Accese la motosega e la avvicinò al collo di Daniel, dando poi un colpo netto. Fu in quel preciso istante, un secondo prima della sua morte, che Daniel riconobbe la persona che gli fece saltar via la testa.

Il sangue del ragazzo schizzò da tutte le parti. Le sue scarpe bianche ormai ne erano zuppe, mentre gocce rosse gli colavano dalle guance. Sembrava stesse piangendo sangue, proprio come la Vergine Maria.

Ma lasciò perdere le macchie, tanto avrebbe buttato tutto dentro un inceneritore per cancellare tutte le sue tracce. Intanto, si godette quella sensazione di piacere che gli aveva dato quella testa volata via. Erano passati decenni dall’ultima volta che aveva ucciso qualcuno, ma quella volta al museo fu diversa. Più speciale.

Il suo secondo omicidio era andato a buon fine e mai avrebbe pensato che potesse procurare così tanta adrenalina da voler continuare in quel preciso istante, senza prima ritornare a casa per riposare dopo la stancante giornata che aveva avuto. Diamine, aveva il desiderio di impugnare di nuovo quella dannata motosega e fare a pezzi le altre persone che erano sulla sua lista. Ma non poteva, perché doveva aspettare.

Prese il pezzo di carta che aveva dentro i pantaloni e, con una penna, cancellò da esso il nome di Daniel Jefferson. Poi prese dalla tasca il suo coltellino e incise una x sulla clavicola della vittima, proprio come aveva detto quel detenuto.

«Ops.» fece un sorriso soddisfatto.

Ma non aveva ancora finito, che c’era l’ultima cosa che voleva fare con la testa morta di Daniel. Si tolse i guanti bianchi e stretti e si abbassò per raccoglierla dai capelli biondi, sembrava essere più leggera ma ce la mise tutta per poterla tenere stretta con una sola mano. La innalzò col braccio sinistro teso all’altezza del busto, si sentì come quella scultura famosa di quello scultore italiano. Chiuse gli occhi, immaginandosi di uccidere tutti quelli segnati sulla sua lista, riuscì a sentire le loro grida di dolore e paura. Avrebbe ammazzato tutti, uno per uno, e il loro sangue sarebbe schizzato ovunque e il loro osso del collo sarebbe stato visibile a tutti, bianco e duro e con pezzetti di carne morbida ancora attaccati.

Con l’altra mano, teneva stretta la motosega verde ma dovette posarla dopo qualche secondo perché era troppo pesante.

Un brivido salì lungo la sua spina dorsale, sentì come una scossa nel cervello talmente forte da far sussultare ogni parte del suo corpo. Sorrise, quasi in preda alla paura per quella scossa, ma al tempo stesso si sentì un serbatoio pieno di cattiveria e vendetta. Voleva uccidere.

Ma la sua parte razionale, quel poco che era rimasta, disse che non doveva avere fretta e che, presto o tardi, sarebbero morti tutti.

Scoppiò in una fragorosa risata mentre gettava la testa per terra, facendola rotolare poco più in là. La sua voce rimbombò tra le pareti bianche di quel museo, che tra meno di nove ore sarebbe stato aperto per gli studenti di Kwerley.

Prese uno straccio e un secchio dallo stanzino riservato al personale, poi si diresse in bagno per riempire d’acqua il secchiello blu. Ritornò dal corpo morto di Daniel e pulì il sangue da terra e le possibili prove che probabilmente aveva lasciato. Se fosse caduto qualche capello, oramai si trovava dentro un sacco della spazzatura. Prese nuovamente la testa del ragazzino e mise anch’essa nel sacco nero e liscio. Uscì dal museo e svuotò il secchio con l’acqua sporca dentro una siepe poco lontano, poi lo mise, assieme allo straccio, alla motosega e al sacco, dentro al cofano della sua vecchia auto.

Ripensò a un film, dove in una scena veniva tagliata la testa ad un cavallo e quest’ultima veniva messa dentro al letto di un tizio, che aveva fatto infuriare un boss mafioso o qualcosa del genere. Non ricordava né l’esattezza della scena né il nome del film, ma lasciò stare dopo un paio di secondi e chiuse a chiave il museo, andando via con la macchina e lasciando lì il corpo decapitato della sua prima vittima.

*

30 marzo 2019, 8:00 p.m.

Adam Ross non riceveva chiamate da almeno 5 giorni, quindi il suo stupore era alle stelle quando sentì il suo telefono fisso squillare dal salotto. Guardò l’ora, in Australia erano le 10:30 del mattino e, solitamente, Stella a quell’ora aveva lezione quindi non poteva essere lei. Era comunque curioso, perciò infilò il suo segnalibro bianco in mezzo al libro che aveva iniziato il giorno prima e raccolse il suo bastone, alzandosi e stringendo gli occhi e i denti per il troppo sforzo che stava compiendo. Ma ci mise troppo tempo, perché il telefono smise di colpo di suonare. Adam stava per fare dietrofront ma adesso anche il suo smartphone aveva preso a vibrare e a squillare quella famosa canzone di Bruce Springsteen. Adesso era certo che fosse qualcosa di importante, perché dentro il suo cellulare personale aveva sì è no quattro contatti e nessuno, a parte quei quattro, aveva il suo numero. Solo Lenny, il suo giardiniere, avrebbe potuto chiamare a quell’ora ma anche quest’opzione sembrava essere improbabile, perché Lenny passava solo una volta a settimana ed era già stato lì due giorni prima. Perciò escluse il suo giardiniere dalla lista dei sospettati.

«Chi diavolo è?» si chiese a bassa voce. Si diresse verso la cucina, dove aveva lasciato il suo cellulare. Sperò che si trattasse una chiamata di poco conto, che non vedeva l’ora di stendersi di nuovo sul suo amato divano di pelle, ovvero l’unico mobile che aveva portato con sé quando aveva cambiato casa dopo il divorzio. Monica poteva avere tutti i difetti di questo mondo, ma c’era da ammettere che aveva un maledettissimo buon gusto per gli arredamenti. Adam piantò bene il suo bastone di legno e si diresse in cucina, dove aveva lasciato il suo cellulare. Prima di rispondere, si accorse che il telefono era quasi scarico.

Com’è possibile?, si chiese, Questo telefono non lo uso mai!

Dopo una piccola imprecazione ai telefoni moderni, Adam Ross cliccò sulla cornetta verde dello schermo e si portò il telefono all’orecchio destro, che quello sinistro aveva smesso di sentire tanto tempo prima.

«Pronto?» rispose lui dopo essersi schiarito la voce. «Ciao, Adam!»

Spalancò leggermente gli occhi quando riconobbe il proprietario di quella voce squillante come una tromba. Come aveva fatto James Logan ad avere il suo numero di telefono? Insomma, non si sentivano da almeno tre anni!

«J-James.» balbettò. «Sì, amico, sono proprio io! Come stai?»

Adam Ross scosse la testa, chiedendosi se fosse il caso di dirgli del suo vero stato d’animo o se mentirgli per saltare presto quella stupida domanda di circostanza.

«Sto bene, James.» rispose, senza chiedergli cortesemente se anche lui stesse bene. Perché non gliene importava, semplice.

Ci furono dei secondi di silenzio. Secondi che Adam considerava preziosi e che poteva spendere sul divano di pelle, sempre quello scelto da Monica, a leggere il suo fantastico libro.

«Chi ti ha dato il mio numero?» gli chiese.

«Oh, beh, sai ho chiesto in giro e ti ho trovato.»

Adam scosse la testa, aveva già capito. Jimmy aveva chiesto il numero al capitano McGregor, che a sua volta l’aveva chiesto a Monica un anno prima per informarlo sui soldi dell’assicurazione per la gamba ferita.

«Perché mi hai chiamato? Hai bisogno di soldi?» domandò lui, andando direttamente al sodo. Non amava i convenevoli e Jimmy questo avrebbe dovuto saperlo perché erano stati partner per tanti anni. «Beh, perché pensi subito ai soldi? Non posso semplicemente chiamare un amico?» si difese James Logan. «No, James, perché noi non ci sentiamo da tre anni. Quindi, è sicuramente successo qualcosa. Se vuoi dirmelo, fa pure, ma io ho molte cose da fare e gradirei che tu non mi facessi perdere tempo!» sbraitò Adam.

Cavolo, pensò Jimmy Logan, ora capisco perché quella povera di Monica lo ha lasciato

«Ah, va bene!» si arrese il suo ex collega, «Ieri notte, al museo di Kwerley, c’è stato un omicidio.» spiegò.

Ecco, adesso Adam aveva capito la situazione. Pensò che a Jimmy non importasse niente di come stava, voleva solo propinargli un caso che non riusciva a risolvere. Perché, detto tra noi, Jimmy non era astuto e intelligente come, invece, lo era Adam. E se tutti quei casi erano stati risolti dalla coppia Logan-Ross quando Adam era ancora un poliziotto, beh il merito era tutto di quest’ultimo.

«Certo, ti serve un cervello per capire un caso? Il tuo nuovo partner non può aiutarti?» chiese sarcastico, perché sapeva che Logan non aveva avuto più partner fissi. Perché James Logan era scontroso e solo uno scontroso come Adam Ross aveva potuto sopportarlo come partner fisso per tutti quegli anni. E la cosa valeva anche al contrario, sia chiaro.

«No, non mi serve un cervello qualsiasi. La vittima è stata decapitata e il modus operandi sembra somigliare a quel vecchio caso che non siamo riusciti a risolvere cinque anni fa, quando abbiamo collaborato con la polizia di Darren. Te lo ricordi, Adam?»

Certo che lo ricordava. Ogni singolo caso non chiuso gli tormentava l’anima, quando era ancora un poliziotto. Poi aveva avuto l’incidente e a quel punto i tormenti erano altri, altrettanto forti e altrettanto pesanti da mandar giù.

«No, non ricordo.» mentì. «Oh, beh, speravo di sì.» ammise Jimmy, un po’ deluso, «Se vuoi, posso passare da te e portarti dei documenti e discuterne insieme. Mi farebbe davvero piacere se tu mi aiutassi.»

L’ex detective alzò gli occhi al cielo, pensando che per rovinargli la vita ci mancava solo il suo maledettissimo ex lavoro e il suo ex collega.

«Adam, ci sei?» chiese quindi Logan quando non sentì nessuna risposta.

«Scordatelo.» rispose lui acidamente, poi chiuse la chiamata e gettò il telefono sul divano di pelle. Sinceramente, anche se Adam Ross non lo ammetteva, quello lì era il suo divano preferito. Perché sì, a lui la sua ex moglie mancava tremendamente.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Shakira Fisichella
Sono nata a Catania nel 2003. Amante di lingue e di economia, studio in un istituto tecnico commerciale.
La mia passione per la lettura nasce un po' per caso, grazie a mia madre che, in un mio momento di noia, mi suggerisce di leggere "Piccole donne". Ho scoperto un posto fantastico, fatto di semplice carta e semplice inchiostro che insieme formano infiniti mondi. Ben presto, l'amore per i libri sfocia nella scrittura, che mi permette di esprimermi al meglio quando le parole dette a voce non bastano.
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