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Il Gioco

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2021
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In una calda estate, il capitano Tucker, pensa di averle viste tutte nella sua onorata carriera di detective. Non sa che una maledetta telefonata darà inizio al gioco. Una sfida che lo metterà a dura prova, nella quale una mente criminale di rara intelligenza e preparazione, sconvolgerà la sua esistenza e quella della sua squadra. Una serie di omicidi, senza alcun apparente movente, ogni volta vengono preannunciati da un assassino che non ha paura di lanciare la sfida. Un solo alleato per il detective: la propria passione per l’apnea. E’ infatti durante le discese nel silenzio del mare che ha le migliori intuizioni. Funzionerà anche questa volta? Quando l’unica soluzione per fermare l’ondata di violenza sembra quella di dichiararsi sconfitto, Tucker ha l’illuminazione che lo porterà all’inaspettato, sconvolgente, drammatico epilogo. E’ burbero, antipatico ma non si può non parteggiare per Tucker durante l’indagine. Indagine che lo porterà a guardarsi dentro e a capirsi un po’ di più.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce dall’esigenza che provo ogni volta che termino di divorare un libro giallo. Vorrei poter leggere di una contrapposizione paritaria tra protagonista e antagonista. E invece, quasi sempre, il serial killer ha carenze psichiche, è stata vittima di molestie o soffre di sindromi di vario genere. Mi sono chiesto: come finirebbe la storia se si sfidassero due persone lucide, senza apparenti problematiche recondite? Non trovando riscontri, ho dato la mia risposta e dato via a Il Gioco.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

Inspira per 4 secondi, espira per 8, inspira per 4, espira per 8, non pensare a nulla, abbandonati all’acqua, elimina le tensioni dal tuo corpo, inspira per 4, espira per 8, la realtà esterna non esiste, pensa solo a respirare, il mare è calmo e come un gigante buono è pronto ad accoglierti nelle sue profondità. Inspira per 4, espira per 8.

Continua a leggere

Continua a leggere

Il mantra, prima di ogni tuffo, era sempre lo stesso, lo aiutava a rilassarsi completamente prima di eseguire la capovolta che lo avrebbe portato nel blu. Con la mano destra reggeva il cavo guida, si snodava fino ad una profondità di 60 metri e sarebbe stato il suo unico contatto con l’esterno durante la discesa. Il suo corpo era prono, ai piedi le pinne professionali ideali per il suo modo di fare apnea, in carbonio, leggere e reattive, che gli avrebbero permesso una buona spinta senza consumare troppo ossigeno, specie in risalita. Il corpo, che cercava ora il massimo rilassamento, era avvolto in morbido neoprene, non troppo spesso, che lui indossava come un guanto e che lo avrebbe riparato dal freddo durante la discesa. Maschera dal volume ridottissimo per aiutarlo nella compensazione e lo snorkel che gli permetteva di ventilarsi e, attraverso il respiro, a diminuire i battiti del cuore. Il momento era arrivato, lui percepiva l’attimo stesso in cui tutto era allineato nella gusta direzione per eseguire il tuffo. Incominciò l’ultima inspirazione, la più lunga, la più lenta. Spostò il diaframma in basso per creare più spazio da far occupare all’aria, e quindi passò a ricaricare i polmoni. Letteralmente succhiava l’aria come se lo stesse facendo attraverso una cannuccia. Tolse lo snorkel e si immerse, piano senza scatti improvvisi, nessun movimento brusco, pinneggiava lento e regolare. Percorreva un metro al secondo. Stava bene, in pace, l’acqua scorreva carezzandogli il viso, una sensazione che non si poteva ricreare in superficie. La compensazione procedeva senza intoppi, tappava il naso, piccoli colpetti di espirazione dalle narici bloccate dalle dita e le tube si aprivano e il timpano tornava a posto. A circa 14 metri la prima avvisaglia della profondità. Il termoclino in quel tratto di mare faceva scendere la temperatura dell’acqua di quasi due gradi e il viso percepì chiaramente quella differenza. In realtà tutto il corpo benché riparato dalla muta si rese conto del freddo. Lui si destò per un attimo dal torpore dovuto al rilassamento, fu questione di attimi, si rese conto che doveva

ritornare immediatamente allo stato di benessere ricercato, ignorò il freddo e continuò a scendere. A 18 metri raggiunse la quota che tutti gli apneisti ricercano, soggettiva per ognuno. Il momento in cui il tuo corpo diventa negativo e tu scendi nel blu profondo senza bisogno di dover pinneggiare, in verità senza bisogno di dover far nulla, solo compensare, sempre più raramente con l’aumentare della profondità. Tu non devi far altro che godere dello scorrere dell’acqua. La pressione aumenta progressivamente ma per te esiste solo lo scivolamento attraverso il liquido. Spesso gli chiedevano cosa si provava, e sempre lui non riusciva a dare una risposta che trovasse corrispondenza nella vita “di superficie”. Gli piaceva paragonare quella sensazione come al piacere provato dai bambini che scendono da uno scivolo senza attrito, lungo e graduale. Per lunghissimo secondi ci si dimentica di tutto esisti solo tu e il mare, e in quel momento il mare è solo tuo alleato, ti protegge, ti coccola, ti assiste.

I metri si susseguivano veloci. A 27 metri richiamava per l’ultima volta l’aria in bocca e che gli avrebbe permesso di compensare fino al momento di cominciare la risalita. Non aveva mai messo alla prova la sua apnea, era convinto di poter raggiungere quote considerevoli, ma non ne sentiva l’esigenza, alla prima fame d’aria si ridestava e cominciava ad ascoltare il suo corpo. Le prime avvisaglie della mancanza di ossigeno le avvertiva non come un dolore fisico ma come un leggero fastidio. L’esperienza faceva sì che il suo corpo si rilassava ulteriormente e il fastidio svaniva. Intorno ai 40 metri il fastidio si ripresentava più forte e in quel momento lui decideva di girare si teneva al cavo guida bloccava il braccio che diventava un perno attorno al quale tutto il corpo ruotava e si posizionava pronto alla risalita. La parte più faticosa era proprio l’inizio della risalita. Dover pinneggiare con vigore e forza per vincere la pressione e la massa d’acqua sopra la sua testa. Colpi potenti e regolari, fendeva l’acqua senza mai guardare in alto. Non si dovevano dare alibi al cervello, lo si doveva ingannare fino alla fine. Almeno fino a ritornare ad essere positivi e, così come la discesa, anche la risalita diventava un piacere, non dover più muovere le gambe e anzi, se possibile, rilassarsi ancora di più per contrastare i colpi del diaframma che chiedevano aria, ossigeno. Finalmente la riemersione, si teneva al cavo guida e respirava, ma stavolta immetteva aria nei polmoni con potenza. Ristabiliva gli equilibri quasi con avidità come un viaggiatore che cammina nel deserto senz’acqua per lungo tempo, e, all’improvviso, trova un oasi dove può bere a sazietà.

Rimane sempre quella delusione alla fine di ogni tuffo, quel tornare alla realtà improvvisa. Era solito dire che quando si riemergeva da un tuffo particolarmente rilassante si fermava a pensare che forse lo shock era pari a quello che prova un

neonato appena uscito dal ventre materno. Semplicemente da adulti si razionalizza e non si scoppia a piangere!

Ora, mentre il gommone lo riportava a terra, al molo di Fort George, entrando dalla foce del fiume Saint Johns e percorrendolo per alcune centinaia di metri, costeggiando la base navale militare Mayport di Jacksonville, si toglieva la muta e si preparava ad affrontare i problemi della vita quotidiana. Nella base navale era ormeggiata una portaerei, era veramente enorme, soprattutto se paragonata al suo piccolo gommone. Quella differenza di stazza lo fece stranamente riflettere. A volte anche lui si sentiva così piccolo di fronte ai problemi, di fronte alle responsabilità.

Basta pensieri negativi, si ripeté, andiamo a rendere difficile la vita ai criminali di Jacksonville!

1

« …. Ed infine, in verità vi dico, ragazzi, che se la prossima volta non starete più attenti, potreste fare una brutta fine, che non succeda di nuovo e adesso filate!»

«Non succederà, ci scusi, buongiorno»

disse il capo pattuglia mortificato e allo stesso tempo sollevato che quel colloquio fosse finito.

«Giorno»

sussurrò a stento la matricola trattenendo un sorriso.

«E’ riuscito a farlo tre volte in dieci minuti.»

Continuò, uscendo dal temuto ufficio.

«Jesus ha colpito ancora.»

«Finiscila e abbassa la voce.»

rispose il suo compagno nonché capo pattuglia,

«Abbiamo appena ricevuto una strigliata sonora dal capitano e tu la prendi a ridere. Sei proprio senza speranza!»

«‘Abbassa la voce’, certo, credono che non li abbia sentiti»

pronunciò piano il capitano Tucker e pensò tristemente, poggiandosi sconsolato sulla scrivania logora dal tempo:

«Allora è vero»

E sì, era proprio vero, già da parecchio tempo girava la voce che gli avessero affibbiato il soprannome “Jesus” ma si considerava troppo rispettato, anche se la parola giusta era temuto, per credere a questa voce.

Evidentemente non lo era abbastanza!

Non riusciva a capire il perché di quel soprannome, ma era deciso entro la giornata a scoprirlo.

Era un tranquillo e assolato 4 agosto, la Florida era oppressa da un caldo afoso e a Jacksonville nonostante la presenza del mare non si stava meglio. Stranamente, grazie al caldo e nonostante i novecentomila abitanti, irritati e insofferenti, non c’erano crimini e misfatti da risolvere in città, era il momento giusto per andare fino in fondo a questa storia, se non altro per far passare in fretta la giornata.

Era solo in ufficio, pensava alla squadra.

Era composta di cinque elementi, compreso lui. Quell’anno, caso rarissimo, aveva deciso di mandare tre ragazzi in ferie.

Fece mente locale per ricordare chi fosse in servizio, prese il telefono e chiamò il suo collaboratore.

«Smith vieni nel mio ufficio, immediatamente!»

Smith, che conosceva benissimo il carattere del suo superiore, agganciò la cornetta e sbuffando si preparò a chissà quale sfuriata.

«Nemmeno ad agosto ci lascia un po’ di tranquillità, chissà cosa si è inventato stavolta.» Rapportarsi con Tucker era sempre un’incognita, ma qualsiasi stranezza era ben accetta: avere il rispetto e l’orgoglio di lavorare con lui erano una spinta

superiore a qualsiasi cosa. E poi ormai erano così abituati, che se lui fosse cambiato si sarebbero sentiti a disagio.

Entrò nella stanza senza bussare, così come voleva lui, ripeteva spesso:

«Se vi ho chiamato è urgente, vi sembra il caso di perdere tempo bussando e aspettando un avanti ovvio!»

Regola Tucker e non si discuteva.

«Salve Tucker » disse entrando.

Erano aboliti fra loro gli appellativi e i gradi.

«Quando si lavora ad un caso siamo cinque teste con l’unico obiettivo di trovare il colpevole, non serve a nessuno ricordarci a vicenda qual è la gerarchia all’interno dell’ufficio.»

Altra regola Tucker e non si discuteva.

«Che c’è di così urgente?»

«Chi ti ha detto che è urgente?»

Era insolitamente imbarazzato non sapeva come affrontare l’argomento “soprannome”.

«Innanzitutto, il termine “immediatamente” usato per farmi precipitare qui e poi il tono della tua voce alquanto irritato»

rispose Smith calmissimo.

«Ah, effettivamente poteva sembrare, comunque ascolta, volevo sapere a che punto sei con le indagini sui furti in appartamento?»

«A nessun punto, non è passato neanche un mese dall’arresto del britannico e sto ancora sistemando i verbali e le prove raccolte che serviranno per il processo, in più sono solo. Furti recenti non ce ne sono stati e quindi nessun elemento nuovo su cui lavorare.

Ma perché adesso sono così importanti questi furti?»

«Sono un idiota», pensò, «invece di arrivare dritto al punto ho tirato fuori una storia che non c’entra niente, potevo esordire parlando del britannico!»

Il britannico era un personaggio di un’altra epoca. Sin da piccolo era stato vittima di maltrattamenti in famiglia e in un anno aveva assassinato sei persone colpevoli di avere origini inglesi o di essere loro stessi della Gran Bretagna.

Nel corso dell’indagine, la più complicata e difficile che la squadra avesse mai condotto, si scoprì che il colpevole da piccolo veniva picchiato e seviziato dal padre e dallo zio, lo immobilizzavano usando una bandiera inglese. Solo dopo molte indagini si era evidenziato che il ragazzo nella sua mente contorta aveva identificato l’Inghilterra e gli Inglesi come autori delle violenze, si era potuto, quindi, circoscrivere il campo di ricerca e di azione.

Alla fine, dopo un estenuante inseguimento culminato in una sparatoria, senza conseguenze per nessuno, si era proceduto all’arresto.

Tucker, durante un’immersione in apnea, il suo unico hobby, risalendo lungo il cavo, lentamente senza pinneggiare, con le

molecole d’acqua che gli scivolavano addosso, facendo volare la mente lontana, aveva avuto un’illuminazione: forse il ragazzo odiava tanto gli inglesi che, per esorcizzare la paura, in qualche modo aveva cominciato ad imitarli e comportarsi come fosse uno di loro.

Il giorno dell’arresto, avvenuto in luglio, il britannico vestiva all’inglese, con il Times ripiegato sotto il braccio. Ora Smith era impegnato nel riordinare le prove per far sì che la tesi della difesa, “infermità mentale”, venisse smontata dalla pubblica accusa in sede di dibattimento.

Tucker si maledisse, era su quello che doveva puntare per esordire con Smith e poi passare all’argomento che gli stava a cuore: il soprannome.

«E’chiaro che non sono importanti “adesso” ma restiamo sempre con gli occhi aperti e, non trascuriamo nulla di quello che succede in ufficio. A proposito di ufficio, non è che sei al corrente di ciò che si dice all’interno di queste quattro mura?»

«Riguardo cosa?»

«No dico …, in generale, su voci che circolano, su persone che parlano»

«Frena un attimo, non ti seguo proprio, a cosa ti stai riferendo?»

«Insomma Smith lo sai benissimo, qui in ufficio più di una persona e spero non tutti o almeno non quelli della mia squadra…»

In quel momento un trillo inusuale spezzò latensione. Era strano che la telefonata provenisse

direttamente dal centralino.

Sia Smith che Tucker avevano riconosciuto lo squillo diverso, ma in anni e anni di servizio nonera mai capitato che le telefonate ai loro uffici

provenissero dalla polizia urbana. Per lunghi secondi, entrambi fissarono il telefono stupiti finché Tucker non si decise ad alzare la cornetta. «Capitano Tucker»

«Qui è il centralino della polizia, una persona molto agitata dice di essere un suo parente e che è

molto importante parlare direttamente con lei, che

faccio glielo passo?»

Tucker era meravigliato, lui non aveva parenti, allo stesso tempo era incuriosito quindi prese subito la chiamata.

Dall’altra parte del telefono una voce metallica, chiaramente modificata da un distorsore vocale professionale.

«Dicono che sei bravo a risolvere i misteri Capitano Tucker, ma chissà se sei appassionato più ai libri o preferisci i film? Magari entrambi.

Il gioco ha inizio.»

«Pronto! Pronto! Chi parla?»

Più la sua voce si faceva ansiosa più il silenzio si

faceva pesante, passarono due secondi poi il

rumore del CLICK divenne assordante.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Michele Abazia
Sono nato a Cagliari nel 1977 e sin dai primi temi alle elementari si intravedeva una certa propensione alla scrittura. E naturalmente tutti gli studi successivi furono rigorosamente scientifici ed economici! Dopo una parentesi di qualche anno come animatore turistico e un anno particolarmente duro come Carabiniere ho continuato l’attività di famiglia lavorando in un centro elaborazione dati di cui sono tutt’ora responsabile. Al contempo ho aperto un punto raccolta CAF. Sono appassionato di apnea! Mi considero un mangiatore di libri, soprattutto gialli-thriller e noir. Non ho mai perso la voglia di scrivere. Anzi appena posso ho sempre un foglio a portata di mano dove butto giù appunti, idee, poesie e monologhi comici e non. Ho sempre considerato la scrittura una valvola di sfogo, un porto sicuro dove rifugiarmi nei momenti di sconforto o di particolare euforia.
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