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Il mare lassù

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Peppino gestisce un Diving a Lampedusa, e quando in vacanza arriva Barbara è amore praticamente a prima vista. Poi un evento drammatico, qualcosa che sconvolge per sempre le loro vite. Peppino è così costretto a partire per un viaggio che da Milano lo riporterà nella sua isola, da nord all’estremo sud di un’Italia che si mostra in tutti i suoi aspetti più positivi, un’odissea nella quale Peppino avrà la fortuna di imbattersi in tutto quel che di meglio il Bel Paese è in grado di esprimere: storie e persone, vicende umane e politiche, avventure e fughe, sogni e incubi. Treni, automobili, gommoni, pescherecci, ogni mezzo è buono per raggiungere il suo obiettivo, il mare lassù!

Perché ho scritto questo libro?

La voglia di descrivere un’Italia positiva e solidale, il mito del viaggio, Ulisse e Kerouac, l’amore e l’amicizia, la voglia di resistere e non arrendersi, e poi il mare, tanto tanto mare, il mare che è libertà e liberazione, gioia e dramma di vivere, speranza e illusione, mito e realtà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Ragazzo mio, è una macchina come un’altra! Non farmi incazzare proprio tu, sali e vai dove devi andare. E non ti preoccupare neanche di trattarla troppo bene, non c’è abituata con me…”
“Bruno, io…”
“Tu adesso per sdebitarti mi offri un bel caffè, che non l’ho ancora preso, poi metti il tuo culo su quella macchina e parti a razzo… cioè, parti! Ecco, magari non correre troppo figliolo, sii prudente, anche per non dare nell’occhio. E stai tranquillo, che c’è il pieno!”

Per uscire da Roma in direzione sud mi avviai verso l’Appia. Non c’era un gran traffico, per lo più a quell’ora il traffico è nel senso inverso, dalla periferia verso il centro. Mi sentivo osservato, e la cosa non mi piaceva per niente: poi realizzai che non ero io l’oggetto di tanta attenzione ma la macchina, e tornai a tranquillizzarmi.

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Finché, all’altezza di Capannelle, sbagliai l’incolonnamento per proseguire dritto: così fui costretto a uscire dalla fila con una manovra non proprio corretta e attraversai l’incrocio. Dopo un centinaio di metri due moto della Polizia Municipale mi affiancarono, facendomi segno di accostare sulla destra.
“Buongiorno, documenti per cortesia” mi chiese quello dei due che sembrava il più alto in grado, dopo essere sceso dalla moto. La carta di circolazione Bruno l’aveva lasciata sul sedile, pronta per questo tipo di evenienze; tirai fuori la patente dal portafogli e gli porsi entrambe le cose. L’agente si tolse gli occhiali a specchio che indossava, per poter leggere meglio.
“La macchina non è sua?” mi chiese.
“No, mi è stata prestata da un amico, Bruno Belletti.”
“Beh, i documenti sono a posto, la sua condotta di guida un po’ meno, la manovra che ha fatto poteva costare cara a qualcuno…”
“È vero agente, mi dispiace, ma avevo sbagliato a incolonnarmi e…”
“Va bene, va bene” m’interruppe rimettendosi gli occhiali mentre mi restituiva i documenti, “ma faccia attenzione, e non esageri con la velocità!”
Stava già per risalire in sella alla moto ma ci ripensò, e si rivolse di nuovo verso di me: “Ah, dimenticavo, per Lampedusa sempre dritto, poi segua le indicazioni e… buona fortuna!”
Una volta in moto fece un rapido cenno al collega ed entrambi ripartirono, dirigendosi di nuovo verso Roma centro, dopo una precisa manovra di inversione.
“Per Lampedusa sempre dritto…” Ripartii anch’io, ma quella frase mi rimbombava in testa come un martello pneumatico. Voleva dire due cose: che la mia situazione era ormai cronaca, e quindi di dominio pubblico; e poi che, vai un po’ a capire per quale assurdo motivo, quell’agente faceva il tifo per me. Sorrisi imboccando il Grande Raccordo Anulare, mi sentii investito da una carica di ottimismo e pensai che forse la mia isola non era poi così lontana.

Sul raccordo il solito traffico di tutti i giorni, nulla di particolare, ma una volta sulla A1 le cose andavano decisamente meglio, ogni tanto qualche camion ma la strada era sostanzialmente libera. Per un brevissimo tratto provai anche le potenzialità del “ferro” che avevo sotto le chiappe: diavolo, una Ferrari! E chi mai se lo sarebbe immaginato che un giorno avrei potuto guidarne una. Un affondo a 200 – dico, duecento, e ci arrivai in un attimo! – e poi di nuovo a regime, tanto che spesso vedevo le facce schifate di quelli che mi sorpassavano, come a dire “ma questo è scemo, guida una Ferrari e va così piano, puah…”
La serie di svincoli dalle parti di Napoli è micidiale: basta una disattenzione per ritrovarsi verso Bari o sulla costiera amalfitana anziché verso Reggio Calabria. Già, la costiera amalfitana: fu proprio a seguito di un errore che me la ritrovai davanti qualche anno fa mentre scendevo a Lampedusa con la vecchia Uno, avevo con me dell’attrezzatura nuova da portare al Diving. Uno spettacolo unico, per me che l’avevo vista solo in qualche cartolina o nei servizi televisivi: questi colori tenui, il verde della vegetazione, il giallo dei limoni, il bianco delle case che scende fino a riflettersi, amplificato, nel blu intenso del mare. Allora fermai la macchina e scesi a godermi la vista, quel panorama per me fino ad allora sconosciuto eppure così familiare, l’odore del mare che saliva dal basso, i limoneti a terrazza, le barche a vela bianche e i “gozzi” colorati che potevo appena intravedere sull’acqua, in quel mare blu dove il sole si divertiva a creare riflessi che mutavano in continuazione. E quante volte con Barbara ci eravamo promessi di fermarci lì una volta, magari alla fine della stagione, quando il grosso del turismo è già ripartito e resta solo qualche buongustaio tedesco a riappacificarsi col mondo, e a beneficiare degli ultimi raggi dell’estate. Beh, quale migliore occasione? In fondo una deviazione mi avrebbe portato via non più di un paio d’ore, e allo svincolo per la costiera mancavano pochi chilometri. Prima però dovevo fare rifornimento – eh già, una Ferrari beve parecchio – così mi fermai in una piccola area di servizio con annesso il solito autogrill. Quando entrai per un caffè, l’occhio mi finì subito sull’espositore dei giornali: senza pensarci su presi una copia del “Corriere della Sera” e… cazzo, ero in prima pagina!

12

Intermezzo

A Sharm El Sheik arrivai che ero poco più di un ragazzino, fresco di brevetto da istruttore e con in testa tanto entusiasmo (giusto, per un ragazzo di 20 anni) e tante idee (queste quasi tutte sbagliate…). Istruttore e guida subacquea, che fico! Mi sentivo qualcuno, pensavo alla fortuna che avevo avuto, e che in fondo mi ero costruito, quando i miei compagni di liceo vedevano come un miraggio il posto in banca! Pensavo che lì avrei avuto donne “a pacchi”, mi sarei divertito, sarei stato qualcuno di cui i turisti avrebbero parlato, mi avrebbero invitato ai loro tavoli solo per il piacere di stare con me e chiedermi qualcosa delle mie avventure, e io avrei raccontato loro di relitti sommersi e squali, di delfini coi quali facevo il bagno e di enormi cernie, e… La prima immersione che guidai fu un delirio, “un incubo riuscito” come recita una famosa canzone di De Gregori. Avevo solo quattro clienti, tre uomini e una donna che era la compagna di uno di loro: non era la prima discesa che facevano a Sharm, così la guida locale, Abbas, che quel giorno non poté scendere in acqua per via di un persistente fastidio a un orecchio, ci portò sul limite di un reef e in poche parole mi spiegò il “giro” da fare. In pratica c’era un pianoro a non più di dieci-dodici metri che a un tratto precipitava verticalmente nel blu, fino a un costone sui quaranta, e poi un ulteriore salto che si perdeva nell’abisso.
“Ecco” mi disse Abbas in un italiano perfetto, “arriva al costone ma non superare i quaranta metri, mi raccomando; lì il fondale è molto bello, grosse gorgonie, alcionarie, coralli di ogni tipo. Vedrai uno scoglio a punta che dai quaranta risale dialcuni metri formando un arco: lì è sicuro l’incontro con alcune cernie giganti e, guardando verso il largo, quasi certo il passaggio di squali, se sei fortunato anche dei martello. Fai attenzione però, ogni tanto entrano delle correnti molto forti, cercate di stare sempre ridossati, che se vi becca corrente in acqua libera sono guai.”
Ero troppo emozionato per accorgermi di alcuni particolari che, oggi, mi colpirebbero all’istante: il modo in cui i quattro clienti erano saliti in barca, come avevano montato e poi sistemato l’attrezzatura a bordo, perfino come si erano piazzati, tutti su un lato dell’imbarcazione, tanto che Abbas li richiamò affinché si collocassero in maniera più equilibrata, facendo spostare nell’altro lato la coppia prima che la barca si… cappottasse.
All’inizio andò tutto bene, la discesa fu lenta e tranquilla, lo spettacolo della barriera corallina entusiasmante fin dai primi metri; verso i 20/25 il primo incontro: una tartaruga a zonzo fra i coralli, così ci fermammo per consentire ai due armati di fotocamere di fare qualche scatto. Continuammo, a -30 alcuni piccoli squali “pinna nera”, qualche cernia e una grossa razza. -40, finalmente il costone di cui mi aveva parlato Abbas e il famoso “arco”. Guardarci attraverso e vedere il blu intenso dall’altra parte fu emozionante: ci passammo sotto e… fu come ritrovarsi in un’altra dimensione, sotto di noi l’abisso, alle nostre spalle i colori del reef che risaliva, fui preso da una sensazione come di vertigine, positiva però, gestibile, anche perché mi rendevo conto che dovevo subito ridossarmi di nuovo, ci eravamo esposti troppo. E fu proprio lì che successe il patatrac: dal blu si materializzò un’ombra, prima indistinta, confusa, poi i contorni cominciarono a definirsi e quando fu a una ventina di metri da noi lo squalo balena virò verso sinistra. Feci cenno di rientrare in ogni caso, avremmo potuto ammirarlo comunque dalla parete, restare così esposti sarebbe stato un problema in caso di corrente: in tre fecero esattamente quello che avevo segnalato – indicando la parete con il palmo della mano aperto piegando ritmicamente il braccio – ma uno dei due fotografi no: si mise a inseguire lo squalo, oltretutto in maniera goffa e scomposta facendolo anche spaventare, tanto che in pochi secondi l’animale si era già dileguato dalla nostra vista. Il problema fu che in questo impacciato tentativo il mio cliente aveva anche perso l’assetto, ritrovandosi di colpo a 50 metri. Feci cenno agli altri tre di iniziare lentamente a risalire, insieme e senza dividersi, e partii a recuperare il quarto. Che nel frattempo, accortosi della situazione nella quale si era cacciato e persa la sua preda fotografica, aveva preso a risalire pinneggiando convulsamente – ignorando del tutto l’uso del giubbetto equilibratore – respirando come un mantice; e qui mi resi conto che le cose potevano andare anche peggio, perché vidi che le bolle d’aria anziché salire verticalmente verso l’alto si perdevano quasi orizzontalmente verso destra, nella direzione opposta rispetto a quella nella quale si era allontanato lo squalo balena. (Solo tempo dopo, studiando, appresi che quando gli squali balena, e in genere tutti gli animali marini che si cibano di plancton, si avvicinano ai reef, lo fanno procedendo contro corrente, per poter approfittare di quello che la corrente stessa gli fa arrivare nella bocca.)
Ovviamente il sub “partì” immediatamente anche lui dietro le sue bolle, trascinato da quell’improvviso fiume che stava scorrendo tutto intorno a noi, incapace di reagire. Feci appena in tempo ad afferrarlo prima che scendesse ancora più giù – eravamo già a 55 metri – gonfiai un po’ il mio GAV e con un enorme sforzo riuscii a riconquistare la parete. Qui la corrente era molto meno forte, anche se dava comunque fastidio ma almeno, in caso di necessità, avremmo potuto fare presa sulle rocce. Lui si era nel frattempo ripreso, almeno così sembrava, e mi faceva il classico segnale dell’OK unendo pollice e indice della mano destra. Un’occhiata al suo manometro confermò però la mia paura: tanto OK non era, nella bombola gli erano rimasti solo 30 bar, con i quali avremmo dovuto affrontare tutta la risalita dai 45 alla superficie, tappe di decompressione comprese. Per fortuna io, che come consumo sono sempre stato un’utilitaria, ne avevo ancora 100. Vidi gli altri circa una quindicina di metri più su, e la cosa mi tranquillizzò parecchio, così riguadagnammo tutti la superficie, la mia “preda” attaccata a ciucciare aria dal mio secondo erogatore per quasi tutta la risalita, ma era andata! Ovviamente in barca sdrammatizzai l’episodio, approfittandone però per mettere in guardia tutti da quelle che avrebbero potuto essere le insidie insite nelle immersioni a Sharm, come se io ne fossi un esperto, diciamo che vendetti un po’ di fumo ma la cosa funzionò, e quell’episodio forse fu provvidenziale per me: in pochi minuti avevo imparato tante cose, di quelle che nei corsi non s’insegnano.

Beh, non capita tutti i giorni di ritrovarsi in prima pagina sul “Corriere”, così scorsi i titoli mentre sorseggiavo il mio caffè. In prima pagina c’era solo, per la verità, un piccolo riquadro in basso, “In fuga per amore con le ceneri della fidanzata”. La cosa mi fece sorridere e mi ritrovai ad accarezzare lo zainetto, poi entrai in cronaca e lì ci fu la botta: c’era la mia foto, la fototessera della carta d’identità, peraltro recente e chiarissima. Fui preso da un senso d’angoscia, di paura, alzai lo sguardo e vidi che tutti mi stavano osservando: qualcuno cominciò a indicarmi, seguito da un altro e poi da un altro ancora, in breve tutta la gente che era in quell’Autogrill stava puntando il dito contro di me, “Assassino!” mi dicevano, ma con voci distorte, come un disco a 45 giri che viene mandato a 33. Il bicchierino di caffè mi cadde a terra, per fortuna era già vuoto, così mi chinai per raccoglierlo senza distogliere lo sguardo da tutte quelle persone che mi indicavano e che mi chiamavano assassino e che… e che si facevano gli affari loro, chi beveva un caffè, chi mangiava un panino, chi guardava il bancone dei biscotti, chi era intento a raschiare il suo “Gratta e Vinci” con una moneta, chi strappava giocattoli dalle mani dei bambini per rimetterli al loro posto, lasciando i pargoli in lacrime disperate. Figuriamoci se il popolo vacanziero perdeva tempo a leggere i giornali, io ero ancora quell’uno dei tanti che ero sempre stato, ma era chiaro che da quel momento qualche precauzione in più avrei dovuto prenderla.
Il panorama della costiera è uno degli spettacoli più belli cui una persona può assistere, in pochi altri casi il connubio fra natura e mano dell’uomo ne esce così trionfante. L’azzurro del mare, la luce accecante del sole, il verde dei pendii che digradano verso il mare, il bianco delle costruzioni che è come se fossero state prima incollate su un gigantesco foglio di carta successivamente depositato sulla costa, facendo attenzione a far coincidere le singole parti con le asperità della roccia, un po’ come si fa con i presepi. Positano soprattutto, la mia preferita, Amalfi, la stessa Sorrento. Ci credo che tanta arte sia stata ispirata dall’incanto di questo posto, musica, cinema, letteratura, un angolo di Paradiso in un meridione martoriato da tanti problemi. Beh, hai visto amore? Finalmente ci siamo riusciti.
“Bella macchina guagliò!”
La voce alle mie spalle mi fece sussultare, tanto ero concentrato sui miei pensieri. Era un uomo sui trentacinque, non molto alto, carnagione scura, insomma, il classico tipo meridionale.
“Grazie ma non è mia, me l’hanno prestata…”
“Beh, però intanto la puoi guidare, e mi sa che dev’esse ‘na bella pazziata stare assittati sopra una cosa cussì, no?”
“Sì, all’inizio sicuramente sì, ma poi è una macchina come le altre, tanto non sei mica in pista, non è che puoi correrci più di tanto…”
“Mmmmmmmm…”
“Senti, tu abiti qui?”
“Proprio accà vicino, là sotto, innanzi al porto, io ci lavoro al porto…”

Questo “io ci lavoro al porto” era stato pronunciato con quell’orgoglio che è tipico della gente di mare, fiera del proprio rapporto con tutto ciò che al mare è legato, persone che ogni giorno hanno davanti ai propri occhi la linea infinita dell’orizzonte e quell’infinito lo si poteva vedere anche negli occhi scuri di questo giovane uomo, che stravedeva per una Ferrari ma che rivendicava soprattutto il suo essere “gente di mare”.
“Beh, io mi chiamo Peppino, sono di Roma…”
“Gaetano, di Positano, oh, fa pure rima…” replicò lui, sorridendo e porgendomi la mano.
“Senti Gaetà, proseguendo per la statale verso sud poi si riprende l’autostrada? Io devo arrivare a Reggio Calabria.”
“E certo che si riprende, potresti anche risalire subito da quell’incrocio che vedi più avanti, però io ti consiglio di proseguire ancora, la strada è molto bella e panoramica, fra circa una ventina di chilometri c’è un incrocio e lì tu vai a sinistra, vedi che ci sono pure le indicazioni.”
“E, scusa Gaetà, da lì sarebbe possibile tornare qui con un mezzo pubblico, un autobus?”
“Sì, c’è la corriera ogni mezz’ora, ma a te che te ne importa della corriera, non devi proseguire?”
“Non è per me, è per te. Se vuoi tu mi accompagni fin là, e guidi tu ovviamente, poi io proseguo per l’autostrada e tu torni indietro in corriera. Oh, ce l’hai la patente, sì?”
“Ce l’ho, ce l’ho! Ma tu davvero stai dicendo? Io che guido una Ferrari?”
“Guarda che non è mica difficile, te l’ho detto, è una macchina come le altre, dai, monta…”
“Madonna mia, ‘na Ferrari, Madonna!”
Saltò su, inizialmente con un giustificato timore reverenziale, poi sistemò il sedile, regolò gli specchietti – ovviamente gli dovetti indicare io come fare – e avviò il motore. Al primo rombo mi sembrò quasi che gli occhi gli fossero diventati lucidi per la commozione.
“Ok, in prima e parti. Non esagerare però, mi raccomando!”
“No, no che non esagero, però, Madonna mia, ma che sto sognando?”
Partì e partì anche bene, senza scatti o scossoni, e guidò con leggerezza e tranquillità, sempre con questo sorriso beato stampato in volto. In quei pochi chilometri mi raccontò la sua vita, una moglie sposata in giovane età e due figli maschi. Il suo lavoro al porto gli dava da vivere, d’estate col turismo si guadagnava bene: faceva un po’ di tutto, dalle piccole riparazioni alla guida turistica sui gozzi, dai lavoretti subacquei alla vigilanza notturna. Quando seppe che ero istruttore subacqueo il suo entusiasmo salì alle stelle, mi disse che pure se andava sott’acqua non aveva ancora un brevetto, avrebbe dovuto prenderne uno per mettersi in regola con la Capitaneria e mi chiese se poteva frequentare un mio corso. Mi lasciò il suo numero di cellulare.
“Oh, e quando ripassi di qua ci vieni a trovare, gli spaghetti con le vongole veraci come li fa mia moglie non li mangi da nessun’altra parte… e poi mia madre fa il miglior limoncello di tutta la costiera!”

Mi raccontò anche di suo suocero che aveva un appezzamento di terra verso l’interno, una vigna, un frutteto, qualche pianta di pomodoro. E che da qualche anno i pomodori non erano buoni, non si potevano mangiare, troppo aspri, facevano venire “male di pancia”.
“Che sò Peppì, saranno ‘sti veleni che mettono sotto terra, a te lo posso dire, qui la camorra ci sta avvelenando: prendono i rifiuti e li portano qua, e loro ci guadagnano un sacco di soldi ma poi queste schifezze fanno male, non parlo tanto per me ma penso ai miei figli. Certe volte mi verrebbe voglia di andarmene da qua, ma poiguardo il mare e allora ci ripenso, che ci farei io dentro una città? Non ho neanche studiato…”
Già, però la saggezza non dipende dagli studi. La saggezza uno ce l’ha dentro, e Gaetano, con quell’aspetto semplice ma vero, quel rapporto con la “sua” terra, il “suo” mare, la famiglia, anche con l’entusiasmo per aver potuto guidare una Ferrari, forse di cose da insegnare ne aveva molte. Perlomeno a me qualcosa sì che l’aveva insegnata. Allo svincolo con le indicazioni per la A3 ci salutammo, mi chiese se gli facevo una foto col suo telefonino accanto alla Ferrari, e si fece promettere che una sera, chissà quando, sarei stato suo ospite a cena.
“Peppì, solo una cosa se mi posso permettere: io ti ho parlato di me ma tu di te non mi hai detto niente…”
“C’è poco da dire, sto andando a… a un matrimonio.”
“Ih che bella cosa, e porta i miei auguri agli sposi!”
“Come se fosse già fatto.”
Aspettai la corriera insieme a lui, poi, una volta partito, mi cavai di tasca il telefonino e lo feci volare a mare.

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A3, detta anche SALERNO – REGGIO CALABRIA: cantiere lungo circa 400 chilometri, lavori in corso da sempre (e per sempre) finalizzati alla realizzazione di una fantomatica “terza corsia” che non serve a niente e che intanto riducono l’agibilità a una sola corsia, con continui cambi di carreggiata spesso mal segnalati e pericolosissimi. Nella classifica delle grandi e assurde opere italiane è al secondo posto, dietro l’ormai insuperabile assurdità del Ponte sullo Stretto di Messina (vedi voce relativa).
PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA: progetto inutile, dannoso e costosissimo, venuto in mente a qualcuno parecchi anni fa e da allora mai ufficialmente abbandonato. Sconsigliato da tutti i maggiori esperti mondiali del settore, giapponesi in primis, nonché bocciato dall’Unione Europea, avrebbe lo scopo di 1) massacrare definitivamente uno dei tratti di mare più ricchi di biodiversità in tutto il Mediterraneo 2) deturpare lo straordinario paesaggio dello stretto di Messina 3) fare arricchire la mafia con tutto ciò che ne deriverà in termini di appalti, concessioni e altro 4) poiché costruito in zona fortemente sismica, fra due città assai poco antisismiche e a notevole rischio idro-geologico, collegare due cimiteri in caso di terremoto 5) infine, far risparmiare dai 5 ai 10 minuti a chi da Reggio Calabria dovesse raggiungere, per lavoro o per altri motivi, Messina, e/o viceversa.
Scilla è un sogno: la vedi da lontano, e dall’altra parte intravedi la punta di “Ganzirri” in Sicilia: lo stretto di Messina! La rocca di Scilla con il castello dei Ruffo è in alto, domina il piccolo porto e vigila sullo stretto, a vederla così imponente ti viene da pensare che forse il mito di Scilla e Cariddi un fondo di verità potrebbe averlo. E sul mare dall’inizio dell’estate incrociano con continuità le “passerelle”, barche per la pesca del pescespada, con l’albero alto anche 20 metri sul quale l’avvistatore urla e indica la rotta quando vede “u pisci”, e davanti la lunga passerella protesa sull’acqua, al termine della quale il fiocinatore è pronto a lanciare a mano il suo micidiale arpione. Quando il pesce viene issato a bordo su un lato della testa viene incisa una croce, in segno di rispetto e di devozione, un gesto antico che sa di religiosità ma anche di pacifica convivenza con il mare. Parcheggiai la Ferrari sulla Piazza, in alto, osservato da decine di occhi. Qui ai forestieri sono abituati, ma certo una Ferrari, che fra l’altro non è il massimo su queste stradine, attira sempre l’attenzione. Il sole era ancora alto ma il giorno stava finendo, così evitai anche il piacere – e la necessità – di un caffè, per raggiungere quella che, qui a Scilla, era la mia meta.

Giuliana

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La Pontina all’altezza di Pomezia, pochi chilometri da Roma, completamente paralizzata. Traffico fermo, Giuliana scese dall’auto di servizio dicendo all’autista di restare al suo posto, e “proseguire solo quando sarà possibile”, e di non preoccuparsi per lei. Più avanti alcuni agenti della Municipale provavano a dare spiegazioni: “C’è un blocco stradale, operai che rischiano di rimanere senza lavoro, non sappiamo per quanto ce ne sarà…” E i commenti, ovvi: “Non me ne frega niente, io devo andare a lavorare e sono già in ritardo!” (già, a chi lavora non gliene frega mai niente di chi lo perde, il lavoro). “Ma perché non fate qualcosa!” (come se fosse possibile fare qualcosa in simili circostanze). E poi clacson che suonano (magari il suono cacofonico dei clacson potrebbe avere proprietà taumaturgiche nei confronti del traffico, chissà?). Giuliana percorse i tre chilometri di coda a piedi e raggiunse il punto del blocco: un centinaio di persone erano sedute sulla strada, con cartelli e striscioni. Lo stabilimento che stava chiudendo era quello della “Plastic-Inox”, cento dipendenti messi in mobilità, che poi non vuol dire altro che licenziati, famiglie con bambini senza mezzi di sussistenza, futuro nero, prospettive di trovare una nuova occupazione, di questi tempi, zero. Pensò a queste cose Giuliana mentre raggiunse il blindato del reparto celere. Un maresciallo che sembrava un gladiatore – scudo, casco e tutto il resto – le andò incontro. “Buongiorno Dottoressa, noi siamo pronti, quando lei vuole, sgomberiamo!”
“Ma sgomberiamo cosa, e soprattutto come?”
“Dottoressa, la manifestazione non è autorizzata, abbiamo il dovere di far sgomberare, stanno bloccando la Pontina…”
“E certo, come no, questi disperati sono senza lavoro e noi li manganelliamo pure… Senta, torni al suo posto e tenga tranquilli gli animi, adesso vediamo cosa è possibile fare.” E Giuliana si avviò verso il gruppo di manifestanti.
“Vengo con lei Dottoressa, potrebbe essere pericoloso!”
“No, le ho detto di tornare con i suoi uomini!” E il tono fu così perentorio che al maresciallo non restò altro da fare che obbedire.
Nel gruppo dei manifestanti c’erano molte donne, Giuliana intercettò quella che aveva in mano un megafono.
“Buongiorno, sono il Commissario Conforti della Questura di Roma, state tranquilli, al momento nessuno interverrà, le chiedo solo se di questa vostra protesta è stato informato qualcuno…”
“E chi vuole che sia stato informato? Ieri sono arrivate le lettere di licenziamento e stamattina abbiamo deciso di venire qui, si rende conto di cosa voglia dire restare senza lavoro? Abbiamo famiglia, figli che devono mangiare e andare a scuola, e quelli chiudono lo stabilimento per riaprirlo poi in Cina, perché gli costa di meno, così dicono! E intanto noi ci ritroviamo con le classiche pezze al culo, mi scusi Commissario, ma siamo parecchio incazzati!”
“Lo so, lo so e vi capisco. Ma io intendevo stampa, televisione, qui non vedo nessuno.”
“Il sindacato ha diramato un comunicato stampa, ma a quanto pare noi non facciamo notizia, ormai è normale tutto questo, e a lei, a lei sembra normale?”
“No, mi creda, e mi dia qualche minuto…”
Giuliana si allontanò tirando fuori il telefonino, cercò un numero nella rubrica e chiamò. Bene, suonava libero.
“Sì, pronto?”
“Vittorio, ciao, sono Giuliana…”
“Giuly, ciao, che sorpresa! Ti sei decisa ad accettare il mio invito a cena, finalmente!”
“Perché no, magari un’altra volta però, adesso ho un problema, tu come sei messo stamattina?”
“Mah, una mattinata tranquilla, sono dalle parti di Montecitorio per alcune interviste ma mi sa che stamattina i nostri capoccioni hanno deciso tutti di darsi alla latitanza, stavo quasi per tornarmene a Saxa Rubra e montare le poche cose girate, ma tu piuttosto dove sei, e cos’è tutto quel casino che si sente?”
“Ecco, perché non mi raggiungi, sono a Pomezia, c’è un blocco stradale, i dipendenti di un’azienda che hanno perso il lavoro, ricordati che qualche favore me lo devi, e magari poi, in attesa della cena, mi offri il pranzo!”
“E come potrei dirti di no? Ok, arrivo.”
“Bene, ti aspetto. Oh, due passaggi me li garantisci? Almeno uno sul nazionale, penso che questa gente ne abbia diritto…”
“Stasera sul TG regionale e domani in quello nazionale di mezza giornata, ancora qualche carta da giocare con i vertici ce l’ho… a tra poco!”
Giuliana chiuse il telefonino e lo rimise in tasca, si guardò intorno e si avvicinò nuovamente alla ragazza col megafono.
“Senta, fra non molto sarà qui una troupe di RAI 3, mi è stato assicurato che la vostra vicenda passerà sul TG nazionale. Io aspetto qui con voi finché non saranno arrivati, lei adesso per cortesia riesce a far liberare la strada? Ne parli anche con gli altri, intanto io congedo il reparto celere che tanto non serve…”
Gli occhi della ragazza diventarono rossi, Giuliana se ne accorse, e se ne accorse anche una bambina che era lì vicino, col suo gatto di peluche in mano.
“Mamma, perché piangi?” chiese alla ragazza, e questa, che già aveva alzato il megafono per dire qualcosa, lo riabbassò e abbracciò la sua piccola. E a questo punto anche gli occhi del commissario Conforti virarono verso il rosso, le due donne si guardarono senza dire niente per alcuni secondi, poi Giuliana si avvicinò e accarezzò teneramente la bambina, ricambiata da un sorriso di quelli che solo i bambini sanno donare. Il blocco stradale venne rimosso in pochi minuti, poco dopo giunse la troupe televisiva. E in molte case d’Italia il giorno dopo arrivò la vicenda della Plastic-Inox, una delle tante ormai nell’Italia del nuovo millennio, una rappresentanza aziendale partecipò anche a una famosa trasmissione televisiva. L’azienda mantenne una fase produttiva in Italia, temendo che una cattiva pubblicità derivante dalla chiusura totale potesse danneggiarne l’immagine, e molti posti di lavoro furono salvati.

Il giorno dopo Giuliana arrivò in ufficio con notevole anticipo: stava leggendo la prima pagina del quotidiano on-line che ogni mattina, appena sedutasi alla sua scrivania, apriva per consultare le notizie del giorno. Era presto e quindi aveva tutto il tempo a disposizione per “informarsi”. Il trillo del telefono fisso, in quel silenzio di una stranamente piovigginosa mattina romana, la fece saltare sulla sedia, e la constatazione di vedere sul display dell’apparecchio il numero del Questore le fece fare un secondo salto.
“Buongiorno signor Questore, a cosa debbo il piacere?”
“Sì sì dottoressa, mi prenda pure in giro, e comunque buongiorno anche a lei.”
“Già in ufficio a quest’ora, è successo qualcosa?”
“No, nulla di grave, però vorrei chiederle di seguire una faccenda, una cosa un po’ particolare, diciamo che dovrebbe partire subito e restare impegnata per un tre-quattro giorni, se la sente?”
“Solita storia” pensò Giuliana, “io sono single, non ho famiglia, così ogni volta, ogni volta che c’è una bega urgente, la rifilano a me, dovrò decidermi a sposarmi, prima o poi…”
“Va bene, spari pure!”
“Non so se lei ha seguito la vicenda di quel ragazzo che l’altro ieri, a Milano, ha fatto morire…”
Eh sì che l’aveva seguita Giuliana quella vicenda, e aveva anche pensato quanto amore dovesse aver provato questo Peppino per la sua ragazza, prendere una decisione così e andare fino in fondo non è semplice, un grande amore e una grande lucidità, quella “lucida follia” che può derivare solo da grandi passioni. E quasi aveva invidiato, com’è che si chiamava, Barbara, già, ecco, uno così lei l’avrebbe sposato
subito, così quel rompiscatole del Questore l’avrebbe fatta finita una volta per tutte con ‘sta storia del “lei non ha famiglia”.
“Dottoressa Conforti, ma mi sta ascoltando?”
“Certo che la sto ascoltando!”
“Dunque, bisogna muoversi subito, abbiamo il fondato motivo di ritenere che questa persona sia diretta…”
“Ok, parto subito, mi serve solo una macchina che mi accompagni all’aeroporto, diciamo… fra tre quarti d’ora.”
“Ma mi lasci finire, le stavo dicendo che…”
“Lo so dov’è diretto, lo so, mi creda. E non è il caso di perdere altro tempo, una macchina con un autista fra 45 minuti, io intanto chiamo l’aeroporto, ovviamente codice di priorità, altrimenti rischio di non trovare posto!”
“Va bene, va bene, però mi raccomando, il ministro ci tiene, e poi, sa, sono addirittura arrivate pressioni dal Vaticano!”
“Mmmmmm, un caso internazionale insomma… stia bene signor Questore, per qualsiasi cosa sono raggiungibile sul mio cellulare di servizio.”
Il “buon lavoro” del Questore le arrivò a metà, troncato dal suo rapido riattaccare la cornetta per fare immediatamente il numero del posto di Polizia dell’aeroporto.
“Pizzirani, buon giorno, sono Conforti…”
“Oh dottoressa, che piacere, come sta?”
“Bene Pizzirà, sto bene. Senta, il primo volo per la Sicilia, che so, Palermo, Catania, Agrigento…”
“Se ne va dalle parti mie dottoressa? Un periodo di ferie?”
“Ma no, quali ferie, è per lavoro, sennò non avrei chiamato lei ma un’agenzia di viaggi!”
“Minchia, e che adesso anche le indagini di mafia le danno? Stia attenta dottoressa, è pericoloso!”
“Pizzirà, ‘st’aereo! E non si preoccupi, niente mafia, io intanto mi preparo, mi mandi la prenotazione sul cellulare, ci vediamo tra poco!”
Diretto Roma–Catania, tutto sommato era andata bene. Il tempo di prendere lo zainetto con i pochi effetti personali che teneva sempre pronto in ufficio per simili evenienze e via per l’aeroporto. La mattinata un po’ grigia non era il massimo, ma quando l’aereo arrivò in vista delle Eolie il cielo iniziò a schiarirsi. Stromboli con la sua lingua di fumo si vedeva perfettamente, il verde di Salina, Lipari, la più grande, e in lontananza Alicudi e Filicudi. Giuliana le conosceva bene, le aveva girate in barca a vela qualche anno prima, una vacanza bellissima, il mare, gli amici, il pesce pescato e subito cucinato, le tante bottiglie di “Donna Fugata” vuotate, la chitarra, i gavettoni, l’escursione in mezzo ai fanghi di Vulcano, l’immagine, agiografica finché si vuole ma in quel momento vera, sia pure per solo due settimane, di una Sicilia che non è solo mafia e omertà e paura e indolenza e lutto e lusso ostentati e opulenza che convive con la più devastante miseria, no, Sicilia che è anche amore per la propria terra e ospitalità e dignità di chi la ama la terra, e poi quel mare che basta guardarlo e sei in pace col mondo. Fu la risposta dell’anziano gestore di una pasticceria a illuminarla, quando con le mani, la bocca e il naso imbrattati dalla ricotta generosamente contenuta nel cannolo che stava addentando, Giuliana gli chiese: “Ma voi don Pino, voi non ci andate mai in vacanza?”
E don Pino sorrise, sornione, indicando con gli occhi il mare fuori dal suo negozio.
“E qua sempre in vacanza stiamo, signorì, non lo vede? C’è il mare, c’abbiamo il sole pure d’inverno, e dov’è che me ne dovrei andare? Guardi, lì al porto, quei ragazzini che si stanno tuffando dagli scogli, o più picciriddro è mio nipote, figlio di mia figlia, ha sei anni, sta facendo quello che io facevo all’età sua, si tuffa, e gioca, e si diverte. E io tutti i pomeriggi, alla mia età, mi prendo le mie ferie: dalle due alle tre me ne vado a mare, nuoto e mi pigghio o sole, e poi me ne torno qui in negozio a faticare…”
Una dichiarazione d’amore così totale per la propria terra Giuliana non l’aveva mai neanche immaginata. Già, lei che era nata a Roma, la città più bella del mondo, eppure non era mai stata in grado di sentire fino in fondo quel legame, e ora se ne vergognava, ora che la ricotta, ormai fuori controllo, era tracimata dal cannolo e le aveva inondato tutte e due le mani.

16
Scilla

Il Diving di Scilla è nel rione Chianalea, un bellissimo borgo allungato sul mare, da una parte il castello dei Ruffo che domina il porto dall’alto, all’opposto le luci di Bagnara che al crepuscolo cominciano pigramente ad accendersi, in lontananza il faro di Capo Vaticano.
Peppino arrivò al Diving dalla piccola spiaggetta e sentì subito aria di casa: le mute appese ad asciugare, le sedie disposte a semicerchio per consentire eventuali conversazioni tra un tuffo e l’altro, il gommone ancorato. Chiese permesso prima di entrare, e subito un “avanti” squillante risuonò dall’interno.
“Paolo?” esclamò Peppino, non vedendo nessuno.
“No, Paolo non c’è, se n’è già andato, ciao, io sono…”
“Ciccio!”
“A Peppì, ma che ce fai qua?”
I due si abbracciarono calorosamente, come due amici che si ritrovano dopo un bel po’ di tempo, e in effetti era proprio così. Francesco, “Ciccio”, era stato cliente di Peppino al Diving per un paio di estati, tra i due era nata un’amicizia sincera, fatta di stima e simpatia reciproche, poi i due si erano persi di vista, incontrandosi solo saltuariamente in occasione di fiere e saloni dedicati alle attività subacquee. Francesco d’estate, quando poteva, aiutava Paolo nella gestione del Diving.
“Ti trovo bene Peppì, ma, ma tu non dovresti essere a Lampedusa? Il Diving lo gestisci ancora tu, vero? No perché senza Peppino quel Diving farebbero meglio a chiuderlo! E Barbara? Come sta?”
“Ecco Ciccio, è questo il punto…” Peppino raccontò tutto in poche battute, dall’inizio, Francesco provò a trattenere le lacrime ma non ci riuscì, abbracciò l’amico singhiozzando, poi smise bruscamente, imponendosi un contegno: in fondo era Peppino quello che aveva bisogno di essere sostenuto.
“Certo, certo Peppì, mò chiamo subito Paolo, domattina qui al Diving l’appuntamento è tardi, se partiamo presto ce la facciamo, le previsioni danno mare piatto per i prossimi giorni. Intanto stanotte vieni a stare da me, ho preso una mansardina, ci toccherà dividere il letto matrimoniale, oh, basta che non russi, eh!”
E rise Peppino, e rise anche Francesco, e la tensione si allentò finalmente, adesso ognuno era tornato nel suo ruolo, e la prospettiva immediata, bellissima, era quella di una serata fra amici, come capita spesso nei posti di mare.
“Peppì, scegli tu: una pizzetta al “Ponte” o un risottino alla “Pescatora”?
“Mah, stasera mi andrebbe proprio una bella pizza!”
“Bene, dopo però ‘na bella granita e un bicchierino al “Dalì”, adesso però damme ‘na mano, mettemo dentro ‘ste mute che così se chiude er negozio, portamo er gommone in porto e s’annamo a fa’ ‘na doccia, sarai mica venuto qua pe’ nun fa’ niente?”
Quella sera fu straordinaria per i due amici: la pizza sul terrazzo davanti al mare, le luci della Sicilia dall’altra parte, lo spiaggione di Scilla con la rocca illuminata, i due parlarono tanto, ciascuno di sé, Francesco della sua famiglia, la sua compagna che aveva conosciuto proprio a Scilla, la bambina che ormai aveva quasi dieci anni, e Peppino raccontò di Barbara, ma stavolta senza tristezza, senza dolore, Barbara stava tra loro come una presenza discreta, in fondo era una serata fra uomini, e Francesco ricordò quando, a Lampedusa, Peppino aveva maltrattato un cliente che in notturna si era allontanato dal gruppo facendo prendere un bello spavento a tutti perché era anche rimasto senza luci, e Barbara aveva a sua volta ripreso Peppino.
“Non c’è niente da fare Ciccio, hanno sempre ragione loro!”
“Dimmelo a me, che quelle due non le reggo più, per questo ogni tanto scappo a Scilla, non è mica per il mare, figurati, a me piace sciare!”
“Ma se non hai mai sciato in vita tua!”
“E vabbè, magari prima o poi potrei imparare.”
“Non ti ci vedo proprio con gli sci, piuttosto ti metti un paio di pinne e aspetti il disgelo…”
Altre risate, altre cazzate da sparare, qualche commento sulla situazione politica, e ‘sto mare che spesso ti fa imbestialire ma senza non potresti vivere, qualche scambio di informazioni sulle novità in fatto di attrezzature subacquee. L’amicizia, quella vera, va oltre il tempo. Non ci si vede per anni, poi quando ci si ritrova, è come se ci si fosse salutati la sera prima, il tempo passato viene azzerato di colpo, è così che funziona. E a letto russarono entrambi, ma nessuno se ne accorse.
Alle sette e mezzo in punto erano al porto tutti e tre. Paolo era stato informato per telefono la sera prima direttamente da Peppino, si abbracciarono senza dire niente e restarono così, uno accanto all’altro in silenzio, mentre Francesco avvicinava il gommone alla scaletta.
“C’è tutto” disse, “i documenti li avevo tenuti io, ho messo dentro anche i giubbetti.
Peppì, tieni, mettiti ‘sta cerata così non ti bagni, che poi una volta di là ne avrai di strada da fare!”
“Grazie Francè, e mi raccomando la macchina.”
“A quella ci penso io!” intervenne Paolo, “stasera me la porto a Reggio che lì sta al sicuro, e poi quando me ricapita de guidà ‘na Ferrari!”
Il gommone uscì dal porto lentamente, sfiorando una “passerella” che stava a sua volta iniziando la sua giornata di pesca, anche se la stagione era ormai agli sgoccioli.
L’arpionatore era davanti, l’arpione in mano, pronto a colpire: una parte dell’arpione è in legno, ed è quella che si tramanda di padre in figlio, legno benedetto, di solito nel corso di funzioni religiose propiziatorie, mentre la parte in metallo viene periodicamente sostituita. Una pesca ormai datata, nessuno vive più solo di quest’attività anche perché il pesce comincia a scarseggiare, ormai è rimasta solo una tradizione di famiglia, che qualche giovane è riuscito anche a riconvertire in “pescaturismo”, l’equivalente marino dell’agriturismo, portando in barca dei turisti per mostrare loro come funziona questo tipo di “prelievo” dal mare, comunque rispettoso dell’ambiente.
“Sempre belle, è sempre un’emozione passarci vicino!” fu il commento di Peppino.
Francesco e Paolo annuirono con la testa, sorridendo, mentre Paolo prendeva posto alla barra.
“E balene, balene ne avete più viste?” Le curiosità di Peppino sullo stretto di Messina erano tante, e adesso aveva modo di soddisfarle, il tempo dello stretto, appunto.
“No, sono anni ormai. Da quando hanno aperto il porto di Gioia Tauro qui passano navi in continuazione: petroliere, portacontainer, per non parlare di quelle da crociera che si avvicinano ormai così tanto… niente, una volta se ne vedevano, eccome, anche delfini, globicefali, ti ricordi Francè?”
“Eccome, quella volta erano un branco, sei, sette, forse anche di più, fra noi e le case di Chianalea, avere avuto una buona macchina fotografica sarebbe stata una cosa da copertina di “National Geographic!”
“E ‘sto ponte? ‘Sto ponte, hanno intenzione di farlo sul serio?” incalzò Peppino, proprio mentre davanti al gommone saltavano dei pesci volanti che Paolo indicò prontamente. Fu lui a rispondere: “Forse sotto c’è qualche predatore, per questo saltano così, ricciole, tonni, chissà! Il ponte, ma no che non lo faranno, non lo vuole nessuno e non serve a nessuno, solo alla mafia e a qualche politico in affari con loro. Ora anche l’Unione Europea ha detto no, speriamo che sia la volta buona e che non se ne parli più!”
La costa siciliana era ormai vicina, il pilone di Punta Faro e, verso sud, il porto di Messina.
“Che dici Peppì, dove preferisci che ti lasciamo? Vuoi entrare in porto?” chiese Paolo.
“No, no, in porto no, a Ganzirri, dài, non ci sono mai stato. Ma è vero che le cozze di Ganzirri sono le più buone del Mediterraneo?”
“Non solo del Mediterraneo…” fu sempre Paolo a rispondere.
“Peppì, ma una volta sceso a terra che farai? Ce n’è ancora di strada…” domandò Francesco.
“Mah, qualcosa m’inventerò, del resto… non faccio mai programmi a così lunga scadenza!”
“Scommetto che questa è un’altra delle tue citazioni.”
“Già, Humphrey Bogart in Casablanca.”
Il gommone toccò con la prua la spiaggia, così Peppino poté scendere senza bagnarsi.
I tre amici si salutarono, Peppino rimase lì, sulla sabbia, con le scarpe in mano e lo zainetto in spalla, a guardare Francesco e Paolo che si allontanavano lentamente: si voltarono un’ultima volta a salutarlo, poi Paolo diede gas e il gommone prese velocità, dritto verso Scilla.
E ora?

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Recensisci per primo “Il mare lassù”

Francesco Prete
Mi chiamo Francesco, "Ciccio" per gli amici subacquei, amo il mare e, ovviamente, mi piace scrivere, e sinceramente non so quale delle due passioni sia arrivata prima, certo è che in entrambi i casi ancora non camminavo... Sono nato a Roma, di origine salentina e scillese di adozione, un triangolo tutto meridionale, anche se attualmente abito in provincia di Bologna. Nonostante l'età (che come è giusto che sia non viene precisata) ancora gioco a calcio, nel ruolo di terzino, ma questa è un'altra storia.
Amo la musica, in particolare il "premio Nobel" Bob Dylan, le cui canzoni hanno fatto da colonna sonora a tutta la mia vita, aiutandomi anche in certi momenti particolarmente... diciamo complicati. "Io accetto il caos, non sono sicuro che il caos accetti me" è una sua frase che cito spesso e che mi somiglia molto. Altra mia grande passione il cinema, "Mediterraneo" il "mio" film.
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