Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Il mondo di Joya

85%
31 copie
all´obiettivo
73
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Luglio 2020

“Dal volare allo scrivere,
così, da penna a pennino,
su di un muro abbattuto, per vivere,
ognuno, il proprio destino.”

Questo il succo di tutto ciò che il nonno, poco prima di andarsene, lasciò scritto. Non si sa se sia stato lui a trovare prima lei o viceversa. Sicuramente, per trovarla, quella piuma sgarrupata, qualche indizio in più il nonno Teodomiro poteva anche lasciarglielo, in quel taccuino intriso di vino, d’olio d’oliva e di enigmi numerici d’inchiostro, nascosti tra raccontelli, poesie e filastrocche fin sotto la copertina. Ma se ti impegni, prima o poi ci riesci, gli aveva detto un piccolo e fradicio orfanello, allo stremo delle sue forze. Era un umano Riccardo, proprio come parecchi di noi, talvolta in bilico tra il vorrei volere e il lo voglio, lo voglio e basta. Che poi, alla fine, era proprio come il nonno gli aveva scritto, quando finalmente arrivò a capirlo. Fu sufficiente solo trovare la forza di chiederlo. A sé stesso. E Joya lo regalò, quel suo bel mondo. A tutti.

Perché ho scritto questo libro?

Si può scrivere in tantissimi modi e con altrettante aspirazioni. Ma quando sono l’immaginario, la fantasia, la creazione e l’invenzione ad irrompere, allora il confidarsi, il narrarsi e lo smascherarsi mi aiutano a capire perché lo scrivere è necessità. Scrivere è un qualche cosa che ha a che fare con il senso della vita. Questo romanzo, insomma, è stata una lavorazione artigianale, fatta a mano, da un umano. Anche se stava sognando. Che il sonno, come i sogni, fa anch’esso parte della vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Estratto del Capitolo I
(Dama di pesci d’autunno)

[…] Uscire da Feisbuc era vista come una malattia pericolosamente esantematica. E questo, nella migliore delle ipotesi. Poiché qualcuno o qualcuna pensava pure che avessi deciso di togliergli o toglierle l’amicizia. Erano dinamiche per le quali avrebbero dovuto avere la compiacenza di spiegarmene l’analisi logica. Io non ci arrivavo, non ci arrivavo proprio, scusatemi. In quel mondo, quello che camminava parallelo, oramai quasi a qualche micron di distanza, quindi molto somigliante a quello virtuale, i sani di mente andavano dallo psicologo. Non c’era proprio nulla da fare. L’essere emotivamente sani, in un mondo ammalato, alienava ed emarginava quelle personalità dotate di creatività, intuizione, empatia, insomma di quella cosa che riceviamo tutti, gratuitamente, fin dalla nascita. Quella cosa si chiamerebbe sensibilità. La capacità di amare, di sperimentare, di giocare, di sognare, di avere degli obiettivi da raggiungere e poi, dopo averli raggiunti, di formularne di nuovi. Quegli emarginati, in quella società, non andavano di moda, derisi dai più forti e dalle loro leggi, presi in giro, quasi beffati dalla competizione, dall’arroganza di una parte del più brutto e cattivo popolazzo dell’altro mondo, quello dei social, ben inteso, che rappresentava la poraccitudine elevata alla massima potenza e che era entrato, senza fare troppi complimenti, nel mondo reale. Con solo qualche micron di distanza, non è che fece chissà quale e quanta fatica. Quei reietti, quegli esclusi, pagando in prima persona il prezzo delle loro scelte, preferivano perdere, ma non barattavano la propria dignità, essendo costruiti con un materiale poco ipnotizzabile, poco assoggettabile. Insomma, quegli sfigati esantematici con il morbidillo, la varincellanoncisto, la rosoliadiculomimanca, la scarlattinaalleginocchina e tutte le altre malattie del mondo, quarta, quinta e sesta comprese, avevano le loro vetrine piene di roba che non faceva tendenza, tanto per essere chiaro. E anch’io, molto probabilmente, ero un marchingegno, una specie di giocattolo, costruito a mano. A chi mi aveva fatto, doveva essergli sfuggito, mentre mi fabbricava, qualche pezzo scaduto, antico. E sarà forse stato per questo fatto artigianale, tipo roba da garage disordinato e suburbano, che, dinamicamente, non funzionavo molto bene. Tanto, oramai, ero già abbondantemente fuori garanzia.Continua a leggere
Continua a leggere

Che poi c’era anche lei, ancora presente nei miei pensieri, inutile mentire, ma che mi era entrata talmente storta e di traverso dentro, che ero dovuto uscire io. Che in due si stava bene, d’accordo, ma con certa gente si stava forse meglio anche uno alla volta. Anche se è vero che sono stato bene con lei, in quelle poche ore, o forse meglio dire minuti, da racazzo con la sua figanzata, così come stavo bene con altre persone senza avere coinvolgimenti sentimentali, un giorno qualunque capisci che è quello seguente e che non puoi rimanere lì impalato, come se avessi i piedi affogati dentro due blocchi di cemento.
Capisci che, in quella condizione, più ti agiti e più ti si accorcia il fiato. E che non sei autorizzato a dirti un mediocrissimo vatuttobene. No, non devi. E, quindi, neanche puoi. Capisci, insomma, che ad un certo punto bisogna saper rallentare.
Che in certe cose, quando arrivi, se arrivi, sei sempre arrivato primo.
Che è difficile trovare le persone giuste, ma è un errore accontentarsi di quelle ingiuste. Direi addirittura diabolico insistere, se sono pure quelle sbagliate.
Che l’abilità di sfilarti dalle situazioni noiose, senza che nessuno se ne accorga, l’hai imparata ai tempi in cui lavoravi per i servizi segreti. Talmente segreti che non lo sapeva nessuno, neppure tu.
Che puoi anche smetterla di regalare gentilezza a cazzo, perdendo il tuo tempo nel distribuirla in trogoli stracarichi di bellezza apparente, ma scarna di sensibilità.
Che essere sensibile non significa automaticamente essere pure sensinbilico.
Che sarà anche vero che i giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto, che gli altri fanno volume, ma bisogna vedere cosa ci metti dentro, in quei cinque o sei giorni.
Che si può morire di pellicardite, a furia di andare a pelle anche col cuore, ma tranquilli, poiché si dice in giro che lui batterà, questa è una delle poche cose certe, fino all’ultimo momento della nostra vita, fino al nostro ultimo respiro.
Che come la musica, anche il nostro cuore quando batte fa un bel casino, poiché non vorrebbe mai essere un sottofondo, per nessuno.
Che quando pizzichi una corda, quella non riesce a stare in silenzio ed è inutile tentare di spiegargliele, tutte le filosofie sul silenzio, lei non ti capirà mai. E, per quanto mi riguarda, le do ragione. A me piacciono quelli che, quando ascoltano una melodia, il volume lo alzano a manetta. T’am t’am cardiaci compresi.
Che se vi si bagnano gli occhi, o magari vi viene quel pochino di pelle d’oca, leggendo, lentamente, oh, non ti dare arie di superiorità, solo uno sguardo io vidi degno di questa, era un bambino annoiato in una festa, non dovete correre al pronto soccorso, non significa che siete malati.
Che la più brutta frase è: no e basta. Quando eravamo bambini, da ascoltare. Come adulti, da ascoltare e pure da dire.
Che l’ispirazione, in tutte le cose, non dà mai preavvisi, ma tu, senza vergognarti, aprile sempre la porta quando bussa, metti che lo faccia, anche alla tua.
Che è vero che se è scritto che due pesci nel mare debbano incontrarsi, non servirà al mare essere cento volte più grande, ma che questo non accade se stiamo annegando nella profondità di una pozzanghera.
Che talvolta capita anche di porsi delle domande. Allora immagina di andare per mare, e non per pozzanghere, che lì puoi anche gettare in acqua le risposte, quelle che non servono a nulla e, mi raccomando, che non siano neppure di plastica. Ed è così che, forse, riesci a non litigare con nessuno.
Che se la vita ti avvita, tu svita, ma sempre e solo a umano, delicatamente, senza mai usare il cacciavita.

Estratto del Capitolo IV
(All’estate, alle sirene e ai marimai)

[…] L’indomani mattina, bando alle ciance, eravamo già sul pezzo, tutti e quattro, e pure belli freschi.
Joe Bingo arrivò in bicicletta con un panino di quasi mezzo metro ripieno di formaggio e pomodori sott’olio, olio che oltre alla prelibata vettovaglia per la merendina, gli garantiva la perfetta lubrificazione della catena, per caduta dall’alto, dal portapacchi posteriore, dove lo serrava, praticamente strizzandolo, durante l’intero tragitto che da casa sua lo portava al cantiere. Joe era figlio dell’Amoretto liberata a stelle e strisce, nel senso che a sua madre, alla pari di quella russofila di Sasha, piacevano molto i forestieri, in particolar modo chi la sapeva far ballare per bene. Figuratevi quelli in divisa da Marines travestiti da John Travolta. Quindi, tra Sasha il russo e Joe Bingo l’americano quel cantiere sapeva di guerra fredda ma, siccome era estate, nessuno ci faceva caso più di tanto. L’unica cosa di freddo che c’era, erano le birre in lattina di Sasha, in formato fustino. Joe arrivava sempre a petto nudo, e così rimaneva, dalla mattina alla sera. Non lo ho mai visto, in quel periodo, indossare una maglietta. Dice che lui la maglietta se la metteva dal primo di novembre al primo di febbraio. Era più economico di un cambio di copertoni.
Lionello, più evoluto imprenditorialmente parlando, arrivava sempre in bicicletta, ma equipaggiata di piccolo rimorchietto contenente il famoso pennello Lionello, più veloce della saetta di Zeus, ed una serie infinita di secchi e secchielli, all’interno dei quali mescolava le potenti misture di colore e diluenti vari. Aveva una salopette bianca, di base, arricchita di altri imbrattamenti colorati, che si levava solo per mangiare. A lui piaceva, d’estate, mangiare in mutande. Nel frattempo, la salopette, molto educata, se ne stava in disparte, in piedi da sola. Non era una tuta da lavoro, era una corazza irrigidita a forza di colpi di sudore e di verniciate di colore. […]

[…] Nel tempo libero, tra una mattonata ed una cariolata di malta mescolata a badile, Joe aveva già smontato le cicogne dei canali di gronda, le curve, i collarini, i pluviali ed i ferma tubi della grondaia e, distendendo tutti i pezzi, in perfetto ordine di smontaggio, in giardino, li aveva irrorati con il prodotto miracoloso che Sasha gli aveva fornito, con grande beatitudine delle erbacce le quali, deglutendolo in parte anche loro, si afflosciavano al suolo che era un piacere.
Lionello, appeso ed imbracato ad una fune da trapezista all’appiglio ricavato alla base di un camino, dopo preventiva scartavetrata con grattata delicata del vetusto legname delle assi bianche a spina di pesce, provvedeva ad una prima e, appena asciutte, alla seconda ed ultima mano, quella da lui definita come il ritocco divino. Come un gabbiano bianco e grigio volteggiava nei pressi della congiunzione tetto pareti esterne e, mentre con la mano sinistra riportava, a colpi di sfregate di carta vetrata ben assestati, il legname allo splendore originale, con quella destra imbeveva le setole del pennello in un secchio che aveva agganciato in qualche modo alla salopette, ed imbiancava che era un prodigio già con la prima mano. Figuratevi con la seconda. Poi ogni tanto imbiancava anche il faccione di Joe Bingo, in quei paraggi vuoi per via dello smontaggio grondaie in corso, vuoi perché era l’addetto al riempimento del secchio che il voracissimo Lionello asciugava con una velocità sbalorditiva. Aveva un metodo Lionello. Faceva venti metri lineari alla volta, tanti quanti la fune gliene lasciava fare, tipo un pendolo. Raggiunto il limite, saliva sul tetto, agganciava la cima ad un altro camino, si tuffava in aria tipo Spiderman per poi capire, da solo e senza che nessuno gli dicesse nulla, che il paragone ad un gabbiano bianco e grigio gli si addiceva meglio rispetto a quello del supereroe della Marvel creato da Stan Lee. […]

[…] Comunque, quella mattina, allineata e coperta, la squadriglia più numerosa era quella femminile, capeggiata dalla perpetua Annunziata, con borraccia di rosolio al seguito, composta da tutte le vedove e le zitelle del paese.
Quella maschile era miserrima, pur annoverando due anime buone. Erano arrivati solo Caio il libraio e Gaio il fioraio.
Appena Caio tentò di avvicinarsi per riordinare, come avrebbe voluto lui, in ordine alfabetico per autore, quella montagna di libri nello studio del nonno, fu bloccato sulla porta da uno sciame d’api operaie, le donne. Armate di strofinacci e di ogni prodotto necessario alle grandi pulizie di primavera, benché fosse piena estate, lo allontanarono pregandolo di ritornare solo quando loro avessero finito. Caio elemosinò di poter entrare e di restare lì dentro, giusto per vedere, mentre venivano appoggiati a terra al fine di poter spolverare meglio l’intera e colossale libreria, tutti quei libri, uno ad uno, per sincerarsi che nessuno di loro si facesse del male. Le donne annuirono. Dopo mezz’ora Caio scomparve, sepolto dai libri. Non poteva desiderare una fine migliore, ve lo assicuro. Poi, miracolosamente, riuscì pure a resuscitare, forse grazie ad una spolverata vigorosa di una qualche vedova, tant’è che tutti quei libri, dall’Opera Omnia di Pierre Abélard, ai Saggi critici di Bonaventura Zumbini, da allora, sono ancora in perfetto ordine alfabetico, per autore, così come lui li aveva voluti riporre.
Per Gaio fu più semplice, il giardino era un ambiente che tutti evitavano. Lui no, lui si ricordava esattamente com’era, quando d’estate, da ragazzino, con la scusa di mostrare alla sua bella proprio quel giardino, appiccicava la Gisella, del paesino la più snella, vestiti e tutto, al recinto, e poi gli si appiccicava addosso pure lui. Anche alla Gisella, comunque, piaceva quel giardino, almeno così diceva lei. Gli ha donato tre figli maschi. A lui, e non al giardino, per la precisione. Gaio lavorò quell’erba, gli alberi e la serra a pettine e forbice, aiutato da una zitella che aveva messo gli occhi su Joe Bingo e che, pur di poterselo guardare per bene, aveva accettato l’ingrato compito della diserbante, compreso il fatto di chiedere a Caio in prestito un libro di chimica applicata per assolvere al meglio quella missione che consisteva nell’eliminazione delle erbacce, così le chiamava il fioraio. Quel prato divenne talmente inglese, che se ci appoggiavi sopra un orecchio, lui ti bisbigliava dentro delle ironiche e piacevoli battute d’humour tipicamente anglosassone. […]

[…] La sera che noi quattro accostammo il cancelletto per tornare a casa, sapendo che era l’ultima volta che l’avremmo fatto insieme, ci abbracciammo soddisfatti.
Lionello aveva una nuova salopette piena di tasche e taschini che però lo faceva incazzare da quanto era capricciosa e, secondo lui, pure viziata. Quella cosa non riusciva a digerirla, che la nuova e giovane tutina non stava in piedi da sola mentre lui mangiava, in mutande.
Joe Bingo aveva una maglietta addosso, che aveva deciso di non togliersi mai più, una maglia quattro stagioni, tale e quale alla pizza. Mai più, che gliela aveva regalata quella piccola chimica della single del giardino diserbato. Sul petto, al centro, lei aveva ricamato a mano un rettangolo suddiviso in sei quadrati uguali, tre sopra e tre sotto. E, dentro ad ognuno di quei quadrati, sempre ricamandoli a mano, ci aveva rintanato i simboli di alcuni elementi chimici. Nei tre sopra c’erano quelli del Torio, dell’Astato e dello Zolfo. Nei tre sotto quelli dell’Americio, dell’Ossigeno e del Renio. Sicché, si leggeva una roba tipo Th At S di sopra e Am O Re di sotto. Ora, senza che abbiate la fantasia formulantibus di quella piccola zitella alchimista, se provate a stirarlo tutto per il lungo, dovreste anche voi riuscire a leggere quello che lei aveva voluto dire al suo Joe Bingo. ThAts AmOre. Questo è amore. Non sarà che, quando succede, ‘sta cosa, è perché tutti quanti gli aToMi si sparpagliano, per poi anagrammarsi in un unico TiaMo? Non saprei. Ma quello che so è che la chimica fa miracoli, sul serio. Ora ne sono sicuro e pure convinto.
Con l’aiuto di Basilio, trasporto pacchi, pacchetti e pure tua suocera a domicilio, il giorno seguente mi trasferii lì, dopo una decina di andirivieni. Che non è che un OM, anche se Leoncino, telonato ed anni Sessanta, avessimo potuto fare tanto di meglio. Basilio amava viaggiare leggero, come diceva lui.
Letta la fattura, espressa al chilometro e non al chilogrammo, ci arrivati anch’io a capire il concetto del perché era meglio viaggiare leggeri, secondo lui. […]

31 ottobre 2019

Aggiornamento

Un libro presentato a lettere (dalla A alla Z). Un modo, come altri, per presentare qualcosa di lui. Qualche accenno alle parole, ai pensieri e ai personaggi tratti da “Il mondo di Joya”.
Nasce quindi, ma solo per IstantgrammAZ, un modo - come tanti altri - per presentare un libro. Un istante leggero come un grammo, appunto. Solo 26 paginette, ben rilegate, una alla volta, che non fate neppure troppa fatica nel leggerlo tutto in un botto. Seguite le lettere, se ne avrete voglia. Come detto, sono solo 26.
Se lo vorrete, con vero piacere vi aspetto sul mio profilo Instagram (@rictontaro).
27 ottobre 2019

Aggiornamento

In questa serata tersa mi sovviene, da dentro, un senso di gratitudine. E, quindi, di contentezza, inutile nascondersi. Sono entrambe delle cose belle.
Cose, se vi va di chiamarle così.
La prima sensazione è di gratitudine nei confronti di tutti coloro i quali hanno deciso, fin da subito, di concedermi la loro fiducia, alcuni senza neppure conoscermi, cosa bellissima oltre che sorprendente.
La seconda è di contentezza e deriva direttamente dalla prima.
“Perché nasca una prateria, bastano un trifoglio, un’ape e un sogno. E se non ci sono le api e il trifoglio, può bastare anche il sogno”. Mi sembra di ricordare che queste poche righe siano di Emily Dickinson.
Ecco, dunque, insieme e grazie a voi, noi il trifoglio e lui, il libro come fosse un’ape, forse nascerà una piccola prateria. Se non saremo abbastanza, ci sarà bastato anche solo il sogno di averci provato.
Auguro a tutti una buona lettura passando, tra le quattro stagioni del libro, spero, un pochino di tempo con leggerezza.
Ancora grazie a tutti Voi.

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Il mondo di Joya”

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Riccardo Tontaro
Sono nato a Cermes (BZ), Alto Adige, nel 1964. Medico veterinario, specialista in ispezione degli alimenti di origine animale, da trent’anni mi occupo di tecnologie produttive nell’ambito della filiera di trasformazione dei prodotti alimentari. Da molti più anni, tuttavia, coltivo le mie passioni predilette: scrivere e dipingere. Non sono mai stato capace di farne a meno. Da quando, vincendo la timidezza, quegli strafalcioni d’inchiostro sono scappati dal cassetto, ho scritto "Poesiandovai" (Raccolta di poesie, 2014), "Il profumo delle stelle spente" (Raccolta di poesie, 2015), "Filastroketistruck" (Raccolta di filastrocche e di poesie, 2017), "Amar’è e Cielò" (Raccolta di poesie, 2018) e "Poetry POWER"(Raccolta di raccontelli, filastrocche e poesie, 2018). Ho inoltre scritto ed interpretato il Recital (e qual) "L’amore ha i contorni fumati" (2018) e lo storytelling "Raccontell’you" (2019).
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie