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Il mondo di Joya

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Questo il succo di tutto ciò che il nonno, poco prima di andarsene, gli lasciò scritto. Non si sa se sia stato lui a trovare prima lei o viceversa. Sicuramente, per trovarla, quella piuma sgarrupata, qualche indizio in più il nonno Teodomiro poteva anche lasciarglielo, in quel taccuino intriso di vino, d’olio d’oliva e di enigmi numerici nascosti tra raccontelli, poesie e filastrocche fin sotto la copertina. Ma, se ti impegni, prima o poi ci riesci, gli aveva detto un piccolo e fradicio orfanello, allo stremo delle sue forze. Era un umano Riccardo, proprio come parecchi di noi, talvolta in bilico tra il vorrei volere e il lo voglio, lo voglio e basta. Che poi, alla fine, fu proprio come il nonno gli aveva scritto, quando finalmente arrivò a capirlo. Fu sufficiente solo trovare la forza di chiederlo. A se stesso. E Joya lo regalò, quel suo bel mondo. Ma a tutti.

Dama di pesci d’autunno

“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.”

Giuseppe Ungaretti, Soldati (1918)

In un mondo che stava cadendo a pezzi insieme a tutte le sue foglie, pure loro come me, entrai dal pescivendolo inciampando nella borsa che in modo del tutto trasandato portavo a tracolla.

Non facevo parte di quello sparuto gruppetto di ardimentosi attaccati alle corde di flebili ma temerarie e umane speranze, visto il capitombolo che stava per arrivare, manco l’avessi invitato a braccia aperte. Mi sarebbe piaciuto far parte di quella allegra brigata di acrobati, ma mi sarebbe, appunto, al condizionale.

La fibbia si era probabilmente allentata e così, tentando di proteg­gere le cose che fuoriuscivano dalla borsa e poggiando maldestramente il palmo sul bancone delle triglie, avvertii una sensazione di viscido che mi fece ritrarre in modo fulmineo la mano, mentre nel frattempo il piede destro capitava male su un foglio di giornale impiastrato per terra.

Caddi al suolo e con me tutto il vassoio del pesce che astutamente avevo trattenuto, nella speranza di trovarvi un appiglio. Un disastro. Riaprii timidamente gli occhi e, nella vergogna più grande, la vidi per la prima volta in vita mia. A dire il vero, vidi le sue scarpe. Mirabolanti, pensai per un attimo. Un istante appena.

Al suo labrador la mia faccia faceva lo stesso effetto che il gelato suscitava sulla mia lingua, che iniziava a muoversi già mentre il gelataio spatolava addosso al cono la crema al gusto giallone, fin tanto che mia madre gli raccomandava una pallina soltanto.

Ebbi allora il coraggio di alzare di qualche grado lo sguardo verso l’alto e, oltre alla scarpa un tantino – come dire – particolare, anche le calze erano davvero azzardate. E poi la gonna! La gonna aveva dell’incredibile.

Chi era mai questa dama di altri tempi?

Le scarpine di lacca verniciata, perfettamente pulite, come nuove, a occhio un trentasette di piede, montato su di un tacco abbastanza alto per l’ambiente pescheria, perfetto di caviglia, fine e ossuta, con una farfallina tatuata che lasciava intravedere le piccole ali tra le maglie a rete di calze bellissime ma che la imprigionavano, poverella.

Lei mi guardò. Per un attimo i suoi occhi si trovarono dentro i miei. Il cuore fece un tonfo strano, comunque più silenzioso del mio goffo ruzzolone. Neanche a dirlo per scherzo, non pronunciai una sillaba, mi sentivo quel tantino fuori luogo – anzi fuori del tutto – per proferire la minima parola. Ma due, due soltanto – boccaccia maledetta – uscirono, senza chiedermi il permesso: «Mi scusi». E insieme a loro, a queste due paroline aggraziate, faceva lo sposo il rossore del mio viso. Così, proprio così, tutto ebbe inizio.

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Neppure io potevo immaginare, in quello splendido istante quasi funambolico, cosa stesse per accadermi. Sta di fatto che lei, tirando il guinzaglio di Jea, questo era il nome del suo cane, nel guardarmi sorrise e mi disse: «Nulla, si figuri. Piuttosto, lei sta bene?».

Mille risposte potevano essere date in quel momento, anche di circostanza, come potete immaginare, e invece, assalito da chissà quale sogno, come spesso mi succedeva, ne tirai fuori una improbabile: «Andrebbe meglio se potessi avere la fortuna di cucinare qualche triglia per lei».

Il silenzio, dopo quella battuta da gigolò incallito, regnava sovrano in tutto l’ambiente che, da terra, mi sembrava anche più grande di quello che era. Mentre tutti i presenti, ovattatissimi, stavano aspettando la battuta di ritorno, Manolo, il pesciaiolo lenza che tira ma io non molo, intervenne come nessuno meglio di lui avrebbe saputo fare: «Le spezie magiche per condire le triglie di Fosca le offre la casa, se non ti dispiace».

«Figurati!» risposi, tanto per restare al gioco, poiché di un sogno giocoso mi sembrava si trattasse.

Mi sembrava, appunto.

Lei invece, guardandomi ancora dall’alto verso il basso e con un sorriso triste, mentre pensavo a quali potessero essere i motivi capaci di rendere triste anche un sorriso, pronunciò: «Va bene. Sono Fosca, domani sera alle sette, tu porta le triglie e le spezie, al resto penserò io, d’accordo?».

Per un attimo, solo per un attimo, pensai a cosa avessi da fare l’indomani alle sette. Poi pensai che, come al solito, non avevo nulla in programma. D’altronde, sarebbe stato il caso di rimandare pure un incontro con il Padre Eterno, se mai l’avessi avuto. Mi piaceva l’idea di essere stato invitato. «Va bene, Fosca, ci sarò» le risposi mentre mi alzavo, porgendole la mano per salutarla con tutti i convenevoli del caso, ma ritraendola immediatamente prima che lei la stringesse, piena com’era di squame di triglia.

«Scusami, ma tu come ti chiami?» mi domandò.

«Mi chiamo Riccardo e, nonostante la figura che ho fatto, è stato un piacere conoscerti.»

Manolo mi allungò uno strofinaccio da banco affinché potessi pulirmi la mano mentre lei, con passo elegante ma deciso, usciva dal negozio socchiudendo delicatamente la porta di legno e vetro e – maledetta – strizzando l’occhio mentre mi guardava. Forse le ero simpatico, o forse l’aveva semplicemente divertita la situazione da circo di cui ero stato, indubbiamente, il protagonista. O forse, le avevo fatto solo una gran pena. Chissà.

Camminavo verso casa attraversando la strada senza neppure guardare, entusiasta del nuovo incontro. Non era però una semplice, per modo di dire, nuova conoscenza, si trattava di un appuntamento. Si trattava cioè di una cosa destinata a ripetersi. Camminavo e rimuginavo, trotterellando con le gambe e con i pensieri. L’aria che respiravo mi sembrava frizzante e la buttavo dentro volentieri, cercando di valorizzarne i profumi. Nella borsa avevo le spezie, le triglie, ma nella testa non avevo ricette, non avevo nient’altro se non quell’immagine che già incominciava a sbrodolare e sbiadire, come un acquarello sotto la pioggia.

Avevo il vizio di non lottare, di non cercare, di far finta di nulla, di non rischiare, di oziare nel mio giardino, pensando che il mondo fosse solo quello che amavo e che avevo. Non c’era posto per elementi estranei. E così era tutte le volte che qualcosa o qualcuno bussava alla mia porta.

Da una parte il naturale, pensavo, entusiasmo, e dall’altra il non naturale, terminavo, egoismo.

Ancora due passi e sarei arrivato. Meno male, i pensieri mi stavano dando noia, sbilanciavano l’equilibrio di quella serata, non diversa da tutte le altre trascorse negli ultimi anni, da quando ero rimasto da solo. Una cenetta frugale seguita dall’immediato e meticoloso riordino di posate e stoviglie, tovaglia e tovagliolo, e poi la solita seduta in poltrona per guardare un film oppure, ma dovevo essere molto ispirato, una sbirciatina al computer per vedere se qualcuno al mondo fosse stato capace di sorprendermi e, soprattutto, deviarmi dal solito selciato. Tutto finiva abitualmente con un libro da leggere.

Stava accadendo qualcosa di strano, quella sera. Di solito la testa alienava subito i pensieri tentatori i quali, invece, continuavano a martellare in chissà quale parte del cervello e non mollavano. Provai anche a telefonare a un amico, pensando di distrarmi, ma nulla, niente riusciva a farmi dimenticare quello sguardo, figlio ultimo di un incontro rocambolesco.

Perché mai, mi chiedevo, mi sono comportato così? Non potevo semplicemente fare la figura del malcapitato a terra e basta? Non potevo fare silenzio e finirla lì? Perché, continuavo a ragionare, ho cercato? Ma, soprattutto, cosa pensavo di trovare se già, come ritenevo, sapevo come sarebbe andata a finire?

Di stare davanti alla televisione non mi andava. Da troppo tempo mi rifugiavo a guardare qualche film, solo per evitare le trasmissioni che dilagavano sulla situazione grave del Paese. I politici sembravano come un mazzo di carte. Lo potevi mescolare fin che ti pareva, ma le carte non cambiavano.

Qualche insurrezione democratica, qualche manifestazione nervosa contro lo stato delle cose, ma poi tutto rimaneva uguale. I poveri rimanevano poveri ed emarginati, quelli che perdevano il lavoro non lo trovavano più, le aziende continuavano a chiudere. Insomma, era un dramma, quello che offrivano i media, del quale avremmo tutti fatto volentieri a meno.

E anch’io, come la maggior parte delle persone, facevo come gli attaccanti più talentuosi, abili nel dribblare un problema che era di altri, non mio. Provavo compassione ma non facevo nulla, cosa avrei potuto fare? Il lavoro lo avevo e – come pochi, penso – lo adoravo, pure troppo.

Facevo il maestro alla scuola elementare. Senti che parole, maestro ed elementare. Da sole già basterebbero a descrivere un non so che di magnifico. Stavo insegnando a dieci piccole donne e nove piccoli uomini i segreti del leggere e dello scrivere e, con questi, facevo compiere i primi passi dentro il mondo alle loro giovani vite. Loro mi ricambiavano con sorrisi e abbracci equipaggiati dell’innocenza e della spontaneità che i grandi avevano mostrato di aver perso o che, forse, avevano semplicemente dimenticato.

In quella capanna delle meraviglie, quasi come in una camera bianca, incontaminata, mi rifugiavo con tutto me stesso, contornandomi dell’affetto dei bambini che sentivo incredibilmente vicini al mio modo di essere e di pensare.

Quella sera non c’era film che non avessi già visto. Accesi allora il computer e mi misi alla ricerca di una ricetta per far fare la giusta fine alle triglie che stavano riposando in frigorifero. Non posso certo permettermi brutte figure sul fornello, pensai.

Ancora una volta il suo sguardo e la strizzatina dell’occhio dipingevano il quadro che mi si presentava davanti, che dopo la dilavata si era ricompattato, nitido e pulito.

Quel gesto aveva colpito la mia curiosità, quella parte di bambino che era riuscita a mantenersi viva in me, anche grazie al continuo foraggio che riceveva ogni giorno dalla mia vita a scuola.

Trovai qualcosa di scenografico e di semplice, triglie alla livornese. Fatto, pensai mentre la stampante provvedeva a garantirmi la memoria su quanto avevo scoperto.

Spostai leggermente la tenda della finestra, fuori era una bellissima serata di settembre, ancora quasi chiara e con il cielo di un colore indescrivibile, comunque stupendo, e molto diverso rispetto a quello della mia anima. Così decisi di uscire a fare due passi, nella speranza, magari, di poterle dare una rinfrescata con quel blu, almeno una verniciatina veloce.

Nel vicolo dove abitavo l’aria era tranquilla e io con lei, due passi con calma fino alla piazzetta poco distante da casa, un buon caffè al bar e poi a letto. Questo il programma.

Il percorso era rischiarato dalla luna e allietato dal rumore dello sciabordio del mare che, come i miei pensieri, andava avanti e indietro senza fermarsi mai. Il momento era davvero bello ma, a un tratto, si interruppe bruscamente. Il vino!

Non potevo presentarmi a cena solo con il pesce e il suo condimento. Un salto alla vineria, che tanto era di strada, giusto per comprare la bottiglia per l’indomani.

Lo scelsi subito, poiché già avevo avuto modo di apprezzarlo: colore paglierino con riflessi verdognoli, odore vinoso, caratteristico, gradevole e dal sapore asciutto, armonico. Presi un buon bianco ischitano.

Mentre frugavo nelle tasche alla ricerca del denaro per pagarlo, mi ritrovai in mano il biglietto sul quale Manolo aveva scritto l’indirizzo di Fosca, affinché – conoscendomi – non lo dimenticassi.

Avrei solo dovuto allungare di un po’ la passeggiata. Presi il resto, salutai il gentile commesso e mi avviai, curioso di trovare chissà cosa, chissà chi.

Giunto nelle vicinanze mi fermai, pensando tra me e me se fosse giusto ciò che stavo per fare, una sorta di pianificata spiata. C’erano molte persone sedute ai tavolini dei locali lungo la strada e non era certo facile fare finta di nulla, era come se sentissi che tutti sapevano ciò che stavo facendo, quasi mi aspettassi un ceffone da uno di loro.

Scorsi il civico numero tredici molto prima di arrivargli davanti. Il cuore batteva, come faceva sempre, ma questa volta era come se si volesse far sentire, anche lui partecipe della storia che da solo stavo costruendo. Feci finta di nulla e mi appoggiai di schiena sull’arbusto di una giovane palma accendendo una sigaretta e fingendomi indifferente a tutto quello che mi stava attorno.

Alzai gli occhi per guardare meglio tutte le finestre della casetta, ma solamente una, tra tutte quelle altre buie, lasciava intravedere una luce fioca e traballante.

Ovvio che mi concentrai su quella e, mentre speravo che qualcosa mi apparisse, anche se con poca luce, una macchina si fermò davanti al cancelletto che stava a pochi passi da me. Scese sicuramente una donna, dal rumore che facevano i tacchi delle sue scarpe.

Mi sporsi nella penombra, quel tanto che bastò per riconoscerla, vestita che sembrava una popstar, accompagnata da un signore impomatato in braghe corte con camicia aperta sul davanti e maniche rimboccate, con più tatuaggi che denti, comunque meno dei bracciali che gli stringevano i polsi.

Il mio cuore in quel momento smise di fare il galletto e d’improvviso precipitò, come congelato, a battito zero.

Aspettai ancora, nascosto dietro la pianta che mi proteggeva, fino a che i due entrarono in casa. Fu così che capii che la casa era tutta loro, a giudicare dal fatto che appena dopo il loro ingresso tutte e dieci le finestre si illuminarono di luci tutt’altro che flebili e vacillanti.

Ripresi la strada verso casa, rimuginandoci ancora, ma quasi triste. Mi ero addentrato in un altro giardino, lontano neanche tanto dal mio, eppure così tremendamente distante e sconosciuto. Ecco cosa mi aveva fatto paura: che fosse sconosciuto. Così accelerai il passo verso casa in cerca di conforto e sicurezza.

Aprii il frigorifero, riposi con delicatezza la bottiglia vicino alle triglie senza sentirne l’aria fredda, quasi fossi divenuto anch’io un pezzo di ghiaccio. Richiusi la porta del frigo e, così come la sua luce si spense, anche i miei occhi, dopo aver visto così tante cose in un giorno solo, si chiusero alla ricerca di un po’ di calore.

Il mio giardino si era offeso, l’avevo abbandonato alla ricerca di un altro. Chissà allora come avrebbe reagito se gli avessi detto che l’indomani ci sarei entrato davvero, in quell’altro. Con questo pensiero, azzardato, mi addormentai.

Per tutta la giornata seguente, fin dal mattino, badai a un unico pensiero, l’invito a cena.

Avevo forse perso l’abitudine, la qual cosa, aggiunta alla normale dose d’inquietudine che tali eventi fanno scaturire in chiunque, riusciva a distrarmi anche dall’attività che amavo di più, ascoltare i pensieri delle giovani creature che avevo davanti, tra i rumori e gli scricchiolii di tavolini, sedie e parquet che danzavano insieme alla irrequieta energia che i piccoli sprigionavano.

Continuavo a guardare l’orologio come se avessi voluto fermare il tempo che invece, lentamente, passava e accorciava la distanza tra me e l’appuntamento. Come mi sarei vestito, con quale frase avrei esordito appena arrivato, subito dopo i saluti, di quali argomenti avremmo parlato?

La campanella salvò la pessima performance di quella mattina, mi sfregai le mani sulla faccia, stropicciandomi le palpebre, quasi fossi uscito da un sonno profondo, riposi il materiale in borsa, feci ordine sulla cattedra, mi alzai e uscii dall’aula insieme a tutti i miei alunni, i quali, senza dire nulla pur avendo notato che ero strano, come sempre mi abbracciavano e mi salutavano, prima di correre dai genitori che li aspettavano appena fuori dal portone della scuola.

Quando uscivano, attraversando di corsa la porta dell’aula con le loro cartelle che ballavano sulle loro spalle, il mio pensiero correva insieme a loro lungo il corridoio fino al portone, fino alla piccola scalinata prima del cortile di sassetti bianchi.

Bianchi, come i tanti capelli, la barba e i baffoni del nonno, il quale, tutti i sabati, ne avesse saltato uno, m’aspettava al di là della cancellata in ferro battuto a mano. Tornava dall’università dove insegnava, in traghetto. Faceva due passi dal porto fino a scuola, per accompagnarmi a casa a piedi, dove nonna e mamma già avevano imbandito la tavola con tutte le delizie che avevano preparato.

Mio padre non lo ricordo neppure. Sparì dalla circolazione quasi immediatamente. Ero troppo piccolo per ricordarne i dettagli. Vivevo con le memorie dei racconti di mamma, che non aveva mai smesso di volergli bene, fino alla morte. Il nonno, invece, nonostante mi abbia parlato tanto, non mi ha mai detto una parola su suo figlio. E io non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo.

Quell’immagine, la fine delle lezioni e l’uscita da scuola, faceva sempre nascere in me una duplice sensazione di gioia e di tristezza, ma quella volta, lo ricordo bene, la prima prese il sopravvento sulla seconda perché anch’io, qualche ora più tardi, avrei avuto qualcuno che mi aspettava, di nuovo, anche se da tutt’altra parte.

M’incamminai verso casa, comprai il giornale alla solita edicola, passando la parte finale del tragitto tra una sbirciatina ai titoli del quotidiano e una alle vetrine dei negozietti che davano sul marciapiede dove passeggiavo.

Recuperai la posta dalla buca delle lettere, gettando nel cestino della carta la solita quantità, eccessiva, di materiale pubblicitario, ed entrai in casa. Avevo voglia di rilassarmi, di pensare a qualcosa d’altro. Tirai fuori dalla sua custodia un vinile che adoravo, accesi l’armamentario musicale, lo adagiai sul piatto e attesi che le prime note riempissero l’aria di casa, nella speranza che riuscissero a entrare per un attimo anche nella mia testa.

La vasca era quasi riempita quando ci tuffai il piede accorgendomi che, come sempre, avevo sbagliato il dosaggio nel miscelare acqua calda e fredda. Ogni volta, la prima parte del bagno era una vera e propria lessata, ma mi piaceva, forse per quello continuavo a sbagliare.

La musica aleggiava e la sensazione di ascoltare uno dei Notturni più famosi di Fryderyk Chopin, mentre ero immerso completamente nell’acqua bollente e nella penombra delle luci colorate di metà pomeriggio, dava un’emozione così vicina alla morte che forse per quello, per la sua potenza sconosciuta, riusciva a spegnere tutte le altre. Rimasi così, oziando, fino a che la temperatura dell’acqua non mi costrinse ad avvolgermi in un cresposo e grande asciugamano.

Mentre mi asciugavo e sceglievo gli abiti che avrei indossato, girovagando tra l’armadio e le rimanenti zone della casa dove normalmente appoggiavo le cose, ripassavo la ricetta che avevo stampato, con l’agognata speranza di riuscire a fare una discreta figura durante la serata che si stava avvicinando.

Controllai le triglie e la bottiglia di vino in frigorifero, quasi volessi accertarmi che non fossero fuggite. Niente paura, erano ancora lì, esattamente come le avevo riposte.

Decisi infine per un abbigliamento casual, o quasi. Blue jeans, camicia bianca e stirata, giacca grigia a righe e un paio di Derby in cuoio marrone, un po’ all’inglese. M’avesse visto il nonno, m’avrebbe preso a legnate.

Sulla lavatrice in bagno, nella piccola scatolina di giunco intrecciato, un po’ di profumo, in una minuta fialetta di un campioncino omaggio, attendeva la sua fine. Due gocce e partii.

La borsa a tracolla conteneva, ben protette e assestate sul fondo, le triglie, mentre il collo della bottiglia fuoriusciva, quasi fosse curioso di sapere dove stessimo andando.

Non potei resistere davanti alla fioreria. Ci entrai pensando entusiasticamente a delle rose rosse, ne uscii più ponderatamente con uno splendido mazzolino di gerbere, rose e lillà.

Ero lì dunque, davanti al campanello in ottone. Sopra c’era il numero tredici. Ero in perfetto orario. Troppo perfetto, pensai. Girai allora i tacchi, attraversai la strada ed entrai nel bar che stava esattamente di fronte al luogo in cui Fosca abitava.

«Un rum, per favore.»

Il barista scorse il collo della bottiglia che fuoriusciva dalla borsa, mentre si avvicinava verso di me, dall’altra parte del bancone, per versarmi quanto avevo chiesto. Non gli feci una grande impressione. Forse mi salvò l’aspetto che avevo, a prima vista leggermente distante da uno che va in giro con una bottiglia di vino e tracanna un rum in un paio di sorsate alle sette di sera. Tant’è che il ragazzo, dopo avermi fissato negli occhi, mi chiese: «Tutto a posto, signore?».

Gli risposi, tranquillizzandolo, solo con uno sguardo. Lui capì che avevo bisogno di uno spintone, che ero indeciso se fare o non fare qualcosa e allora, riempiendomi il bicchierino per la seconda volta, mi disse: «Signore, questo giro, anche se non potrei permettermelo, glielo offro io, volentieri!».

E giù, quasi al volo, anche quello. Che ognuno ha il suo mare dove affogare, ogni tanto. Oppure, il suo rum. Dipende.

Il nonno, tra le altre cose, mi consigliava sempre di non girare mai senza penna e senza carta, mai. E infatti le avevo con me anche quella sera, in borsa, entrambe aromatizzate al profumo di mare, il mio preferito. Le presi, le appoggiai sul bancone vicino al bicchierino oramai svuotato, e iniziai a scrivere.

Pensai a dove mi trovavo – in un bar –, pensai ai liquori, al barista, pensai a come alcune volte basta così poco per far capire a qualcuno che gli siamo vicini, pensai a quanto poco valiamo se non siamo insieme a qualcun altro. Pensai a un sacco di cose, insomma.

Volevo fare un regalo a quel ragazzo generoso. E allora guardai le mensole alle sue spalle, leggendo i nomi dei liquori tappati in una miriade di bottiglie di mille colori e fogge diverse. E via, iniziai a scriverla di getto, quella storiella. Bella o brutta non aveva importanza, avrebbe fatto lo stesso. È sempre stato così per me. È il cosa, non il come. Ma facevo finta, per comodità, di non averlo capito ancora bene. E quindi, nuovamente, farei meglio a dire che sarebbe stato sempre così per me. Ero condizionato dal condizionale, me ne accorgevo, ma senza reagire.

Solo scrivere mi toglieva quella catena da carcerato.

Tolsi il cappuccio dalla penna a sfera dopo un paio di energici tentativi. Alcune volte è come se le penne non ne vogliano sapere di regalare un po’ di inchiostro alla carta. Su di un blocco note a quadretti, la pregai di concedermi quel poco di blu che mi sarebbe servito. Alla fine, si convinse.

Li cuori

Solo scendendo il vicolo più storto e più sporco di tutto il porto dell’umanità, arrivi al Bar Accato, posto di pirati ciaparat e di ballerine dall’anca sbilenca, ex sirene esodate a terra.

Il bartender più famoso del mondo, Giulio il brasiliano, Bràulio per gli amici, derivato da un organismo geneticamente modificato dalla chirurgia plastica, con qualche inserto in titanio e molibdeno, palleggia con bottiglie, bicchieri, cubetti di ghiaccio e cannucce. Ma anche se dotato di movenze agili e ritmate, armato di una bellezza verticale, tra stupore e sbigottimento generali, non è lui il pernod del locale, in mezzo al tanfo di alghe marce smarrite sotto i tavoli, di pesci scaduti ammollettati e stesi sui filari del dimenticatoio, affumicati dalla fumosa realtà contingente.

Mocassini firmati, s-porporati, labbroni botulinici, intellettuali lessi, uni-cellulari politici, giornalisti s-pennati, gente a vario titolo commerciante o trafficante della nuova cul-tour, tutti finalmente in silenzio, marciano in fila indiana nell’attesa di poter parlare con lui, il maestro, il gran maestro delle buone e care maniere, il grand marnier.

Rannicchiato in disparte, nell’angolo, quello più remoto del bancone di mescita, è lui che comanda a Bràulio gli ingredienti da mescolare, i li cuori da shakerare, ma solo dopo aver ascoltato, uno alla volta, i componenti della processione in visita al bar. ghe er meister, prima di darti la as-soluzione alcolica, pretende che tu faccia almeno un giretto tra i tavoli del locale, che di sedie libere ce ne sono, tante.

Ah, perol! E io che pensavo bastasse solo mettersi in fila e annusare miasmi, ma da lontano. Sotto il cappuccio del saio da bénédictine, dal suo volto nascosto in quel buio, musicalmente tambureggiano, drambuie, due occhi colore del mare, blue curaçao, mentre la sua manina composta, con un cenno educato, ti invita ad andare a farti un giretto, poiché non basta sentirne solo l’odore, il mocassino deve imbrattarsi di quella cachaça, come quando ti capita, in champagne, di pestare una grassa boassa e ti chiedi che cazzo abbia mai mangiato quella mucca, ma cos’ha armagnac?

«Ma ci devo proprio andare, là in mezzo?» gli chiedo, tipo quello che s’ambuca in qualche fratta per schivare la situazione.

«Caro Ricard, non fare pastis. Sherry a posto, qui non ci saresti venuto, no? Punt e mes» mi risponde.

Sakè? Forse ha ragione quel furbo, e francese pure, del marito di mia sorella, mio cognac, quando mi cala, dall’alto del suo sapere aforismatico da social lista, l’unico motto che conosce: «Faire, bien faire, le faire savoir…».

Ma qui, in mezzo ad una crème de cassis acidi, è più questione di fer e basta, al limite fernet-branca, alla menta, se proprio proprio. Madeira ora di provarci, ora o malibu.

La stessa delicata manina del maestro mi tira una viola, tanto di legnata quanto di postumo colore, e mi ritrovo improvvisamente quasi in mezcal ai tavoli, a metaxa via tra l’agognato sbicchieramento dei cocktail al bancone e il calvados di sofferenze di tante povere persone. Alkermes male veramente certa gente. Incointreau angoscia mista ad una stiva di paura, un’angostura, sogni disciolti in acqua salata e amaretto, a picco nel mare, amer picon, fatica mortale, solo per cercare un posto dove si possa campari con dignità. Mica baileys, è la verità. Gin siamo capiti, spero.

Ognuno di noi dovrebbe – dovrebbe – sentirsi un rabarbaro senza zucca, mistrà strano che ancora non ce ne accorgiamo, intendo pienamente. Ed è inutile usare lime per farci belle le unghie, quando abbiamo le dita con le punte maciullate di sangue per quanto abbiamo raschiato il fondo del barile.

Torno dal maestro, il quale ora accetta di ascoltarmi, ma io non riesco a pronunciare una sola parola. Allora lui si gira verso Bràulio e gli spara la commessa: «Preparagli il cocktail in formato da asporto, una Nabucodonosor di acqua fresca, a ’sto fenomeno, agitata, non mescolata, ma senza san Martini, che del mezzo mantello ancora non vodkapire molto, e anche perché, oltretutto, non stiamo girando un film dell’agente zero zero anisette. Marsalala molto però quell’acqua, in modo che, insieme all’odore, possa apprezzarne anche il sapore. E niente olive, purtroppo sono finite, ci hanno rotto lo stock».

Azz’, mi metto a piangere come un bambino, come avessi un nodo corsaro in gola. Sono io quello che puzza. Sono io quello immerso in un caos terribile, in acque torbide, in un’anarchia di idee poco chiare.

«Bràulio!» urla il maestro d’improvviso «Fai scivolare sul bancone, a tutta rumba, fino qui, in fondo al mare, un paio di gocce di quello buono per questo povero sofferente d’anarchismo.»

Bràulio lancia in cielo due bicchieri e due bottiglie – le quali, come d’incanto, anagrammando l’anarchismo in maraschino, ferme e rovesciate a mezz’aria, fanno piovere il liquore dritto dentro le coppette da cocktail – le stoppa di petto e le tira al volo, con un tocco vellutato, a palombella.

Il maestro le afferra e me ne porge una, mi guarda con un’ondata di sorrisi, con un’altra ondata mi lava da cima a fondo e mi dice: «Ecco, puzzone, cynarrivano in pochi, ma ora hai capito che siete a colori, tanti, come un arcobaleno. Li cuori no invece, li avete tutti rossi, come il colore del sangue che gli pompate dentro».

E giù, un’altra ondata che mi trascina a riva.

Insomma, se è vero che ci siamo – cinziamo, o meglio cinzano –, allora diamoci la mano.

Ripiegai il manoscritto e glielo diedi, appoggiandoglielo sul palmo della mano. Quando finì di leggerlo si commosse pure lui, con me. Ci abbracciammo.

Fu bello. Nonostante il bancone che ci separava.

Mi sentivo bene, meglio di prima, forse più sicuro, tanto che il dito indice non ebbe alcun indugio o tentennamento a pigiare il bottoncino di ottone.

«Riccardo?», la sua voce, dal citofono. Un effetto strano, anche se riuscii a reagire davvero bene: «Sì, sono io, ricordi?».

«Certo!» rispose lei «Entra pure, è aperto.»

Passai le suole delle scarpe sul tappetino fuori dall’uscio ed entrai. Non era lì ad aspettarmi, chiusi piano il portoncino e chiesi: «Ma dove sei?».

«Vieni avanti, sono qui in soggiorno» mi rispose tra le note di un sottofondo musicale che conoscevo bene, Bohème dei Deep Forest.

Potei così avvicinarmi a lei, vedendo cos’era che faceva traballare la luce da quella finestra dell’altra sera. Era una grossa candela collocata su di un meuble dappui, fine Settecento, esattamente a fianco a una fotografia in bianco e nero di una bellissima donna dai capelli argentei – i cui occhi, anche se contornati dal tempo, erano profondi e sinceri – fermata in una cornice.

«Era mia madre» disse avvicinandosi a me, porgendomi la mano per salutarmi.

Le strinsi la mano, sentendo per la prima volta quanto liscia fosse la sua pelle e rimanendo per un attimo quasi incantato dall’insieme che quell’atmosfera stava creando.

Ligio al dovere misi la mano destra in borsa ed estrassi la bottiglia di vino. Lei la guardò e si complimentò per l’ottima scelta. Stavo iniziando a sentirmi a mio agio – non era poi così terribile come avevo immaginato la rimessa in moto del meccanismo che da anni non avevo più curato – e, con abile mossa, portai praticamente a qualche millimetro dalle sue narici il mazzolino di fiori che avevo fino a quel punto nascosto dietro la schiena. Sembravo uno dei miei piccoli alunni, quando, tutti fieri, regalavano qualcosa a qualcuno. Lei mi fece un sorriso che non potrò mai dimenticare, era come se avessi trangugiato il terzo rum.

Appoggiai la borsa sul tavolo in cucina e iniziai il cerimoniale del grande chef. Chiusi un attimo gli occhi e a memoria pulii le triglie, eliminando le interiora e, passando il coltello dalla coda verso la testa, le squame. Le sciacquai abbondantemente sotto acqua corrente, facendo molta attenzione nel manipolarle, poiché erano tanto delicate da rompersi facilmente. Lavai il prezzemolo, selezionai le foglie migliori e le tritai finemente con la mezzaluna su un tagliere assieme all’aglio spellato. Presi una padella bella larga e ci versai dentro l’olio, il trito di aglio, il prezzemolo, e accesi il fuoco.

Mentre armeggiavo, lo sguardo cercava di scorgere i movimenti di lei che stava imbandendo la tavola. A volte inaspettatamente gli sguardi s’incrociavano, dato che anche lei era curiosa di vedere cosa e come lo stessi facendo.

Soffriggevo a fiamma dolce, fintanto che l’aglio non si dorava appena, nel frattempo tagliavo la cipolla per farne un’insalata che togliesse ogni velleità al dopo cena, puntando tutto sul fattore alito. Spostai la padella dal fuoco per qualche secondo per far raffreddare leggermente l’olio, quindi unii il pomodoro a pezzi. Mescolai, aggiunsi un pizzico di sale e continuai a fiamma media per altri cinque minuti per far restringere il sughetto.

Sentivo i suoi sguardi addosso e a malapena la memoria dello stampato mi faceva vedere gli ultimi, fondamentali, passi della ricetta. Misi le triglie a cuocere a fiamma vivace per tre o quattro minuti per lato, girandole una sola volta per evitare di romperle. Infine le impiattai, un filo d’olio a crudo, una grattugiata di pepe, e le servii immediatamente accompagnandole con l’insalata di cipolle.

Lei mi stava aspettando seduta, quasi come una bambina felice di vedere che qualcuno si occupava di lei con cortesia. Un brindisi per incominciare, il vino era davvero buonissimo, e così prendemmo a cenare e a parlare, ridendo e scherzando su diverse cose, ma mai affrontando temi quali il lavoro, l’amore, il credo politico o religioso.

Parlammo molto scoprendo di essere entrambi due chiacchieroni – o almeno, per quanto mi riguarda, realizzai di esserlo.

Mi piaceva parlare con lei. Il suo viso era insieme malinconico e stupendo, gli occhi magnifici e una bocca da rubare. Il tono garbato della sua voce calma mi coinvolgeva, così come il pensiero di quale razza di sforzo avessero fatto i suoi ex per scordarla. Avevo voglia di essere sorpreso dal suo segreto, avevo voglia di aprire il baule dei miei davanti a lei, affinché li liberasse.

Le parlavo della mia vita e lei ascoltava e mi guardava, sempre più vicino, sempre più vicino, fino a quando le sue mani si trovarono aggrovigliate nelle mie e le sue labbra, tutto a un tratto mute, appoggiate sul mio collo, partirono per un viaggio in salita verso le mie, alla faccia dell’antidoto cipolla che pensavo avrebbe potuto mettere in completa sicurezza la serata.

Chiusi ancora gli occhi, ma oramai non avevo nulla di stampato da richiamare alla memoria, avevo solo lei davanti a me, con me e, forse, per me. E andò tutto, o quasi, come doveva andare. Fu tutto così tremendamente dolce e aggraziato, tranne il suo periodico curiosare nel telefono, due pigiatine e via. Mi faceva sorridere questa cosa, pensavo a quale amica del cuore stesse scrivendo, cosa le stesse scrivendo, magari su di me. Ma quanto ero lontano dalla realtà…

«Ma come?» mi disse «Non hai Feisbuc! E neppure Uazzopp?»

Sapevo cos’era Feisbuc e altre cose del genere, tipo Uazzopp e Istantgramm, ma non ci avevo mai pensato sul serio, anzi li guardavo quasi con sospetto, quegli arnesi, facendo fatica a capire quale fosse, nel concreto, la loro reale utilità per le persone. Ma era come, per chi non fuma, dire che il fumo fa male. Facile, fino a quando non ti accendi la terza, la quarta, spingendoti fino alla decima sigaretta.

Sembrava una cosa importante per lei. Quindi le offrii sommessamente il mio cellulare e la lasciai fare. In qualche minuto ero stato socializzato. Da quel momento avrei potuto anch’io, anziché semplicemente parlare con qualcuno al telefono e basta, anche messaggiare, emoticojonare, entrare in contatto con persone che, per un motivo o quell’altro, avevo da tempo perso di vista.

Così me li aveva venduti e così li avevo comperati, senza pacco e senza fiocco. E come avrei potuto dirle di no, se, mentre lo chiedeva, divanizzata nuda e sdraiata su di me, due occhi neri, bellissimi, mi fecero perdere, ammesso di averne, tutte le bussole?

E in mezzo a tutto quel frastuono di sguardi silenziosi, di carezze e di baci appassionati, il suo cellulare squillò, con una suoneria davvero improponibile, tanto da riuscire a rovinare quella sorta d’incantesimo.

Notai come si fece cupa in volto, guardando chi la stesse chiamando sul display, prima di rispondere. Una risposta secca, quasi per eseguire un comando impartito: «Va bene, esco e vengo a prenderti, aspettami lì».

La guardai mentre saliva al piano di sopra, in fretta e furia, ma non riuscii a chiederle nulla, la guardavo e basta. Dopo meno di un attimo era già di fronte a me, vestita di nuovo come la sera prima, quando l’avevo osservata nascosto dietro la pianta.

«Mi puoi aspettare se vuoi, vado solo a prendere una persona e la porto qui, va bene?» mi domandò.

Non riuscii a risponderle, annuii semplicemente con il capo. Lei mi prese la mano e la strinse forte, quasi non volesse lasciarla.

31 ottobre 2019

Aggiornamento

Un libro presentato a lettere (dalla A alla Z). Un modo, come altri, per presentare qualcosa di lui. Qualche accenno alle parole, ai pensieri e ai personaggi tratti da “Il mondo di Joya”.
Nasce quindi, ma solo per IstantgrammAZ, un modo - come tanti altri - per presentare un libro. Un istante leggero come un grammo, appunto. Solo 26 paginette, ben rilegate, una alla volta, che non fate neppure troppa fatica nel leggerlo tutto in un botto. Seguite le lettere, se ne avrete voglia. Come detto, sono solo 26.
Se lo vorrete, con vero piacere vi aspetto sul mio profilo Instagram (@rictontaro).
27 ottobre 2019

Aggiornamento

In questa serata tersa mi sovviene, da dentro, un senso di gratitudine. E, quindi, di contentezza, inutile nascondersi. Sono entrambe delle cose belle.
Cose, se vi va di chiamarle così.
La prima sensazione è di gratitudine nei confronti di tutti coloro i quali hanno deciso, fin da subito, di concedermi la loro fiducia, alcuni senza neppure conoscermi, cosa bellissima oltre che sorprendente.
La seconda è di contentezza e deriva direttamente dalla prima.
“Perché nasca una prateria, bastano un trifoglio, un’ape e un sogno. E se non ci sono le api e il trifoglio, può bastare anche il sogno”. Mi sembra di ricordare che queste poche righe siano di Emily Dickinson.
Ecco, dunque, insieme e grazie a voi, noi il trifoglio e lui, il libro come fosse un’ape, forse nascerà una piccola prateria. Se non saremo abbastanza, ci sarà bastato anche solo il sogno di averci provato.
Auguro a tutti una buona lettura passando, tra le quattro stagioni del libro, spero, un pochino di tempo con leggerezza.
Ancora grazie a tutti Voi.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Letto tutto. Finito. Il mondo di Joya è “straordinariamente” bello. La fantasia non manca. Bravo!

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Riccardo Tontaro
è nato nel 1964. Ha scritto le raccolte di poesie Poesiandovai (2014), Il profumo delle stelle spente (2015), Filastroketistruck (2017), Amar’è e Cielò (2018) e Poetry POWERa (Raccolta di raccontelli, filastrocche e poesie, 2018). Ha inoltre scritto, diretto e interpretato il recital (e qual) L’amore ha i contorni fumati (2018) e il reading Raccontell’you (2019). Il mondo di Joya è il suo romanzo d’esordio.
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