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Il mulino di Ducca

Il mulino di Ducca
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Consegna prevista Luglio 2021

Tiberio lavora nell’unica fabbrica di un piccolo paese, Ducca. A trent’anni si ritrova solo in casa a vivere per lavorare e a lavorare per vivere. Descrivere un solo giorno della sua vita equivale a descrivere anche tutti gli altri, le sue giornate infatti, non sono nient’altro che un accumulo di abitudini in cui non c’è spazio per le novità. L’operaio osserva con invidia gli uomini che lo circondano, vorrebbe diventare come uno di loro: socievole, capace di andare al bar, bere una birra, farsi offrire una sigaretta e parlare di frivolezze, ma a Tiberio tutto questo dà la nausea. Stanco del suo lavoro e dell’incapacità di instaurare rapporti stabili con i suoi compaesani, in lui aumenta sempre di più la voglia di fuggire dalla sua vita caratterizzata da giornate standard senza stimoli. La vita gli concede un’occasione per evadere e lui la coglie al volo. Tuttavia cambiare il mondo intorno a sé non basta.

Perché ho scritto questo libro?

È difficile rispondere ad una domanda apparentemente facile. Ho scritto questo libro perché sentivo la necessità di mettere per iscritto dei pensieri attraverso il protagonista del romanzo, le storie e i personaggi del libro sono in buona parte presi dalla realtà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Tra colui che vincesse mille volte mille uomini
in battaglia
e chi vincesse solo se stesso, questi invero
in battaglia è il vincitore supremo
{Dhammapada}

Capitolo I

I. Il Ponte Basso e l’asfissia della quotidianità
Dal Ponte Basso di Ducca c’è un bel panorama: sulla destra si eleva alto il monte San Cirillo, con il sopraggiungere dell’inverno la neve colora di bianco la punta del monte, a valle c’è il paesino con le sue case basse che di rado superano il secondo piano. Con il calare del sole i comignoli sopra i tetti iniziano a fumare, le luci fioche delle case si accendono ed una leggera brezza attraversa l’atmosfera. Il Ponte Basso oltrepassa un piccolo corso d’acqua che separa in due Ducca, a metà strada tra il ponte e il paesino c’è un vecchio mulino ad acqua che utilizza un antico sistema per macinare i cereali, la ruota idraulica raccoglie l’acqua con il disco dentato che viene portata su e con la forza della corrente rigettata nel corso, un movimento continuo che si ripete costantemente, sempre uguale a se stesso.

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Ogni pomeriggio in cui Tiberio andava ad osservare il tramonto dal Ponte Basso, portava con sé un vecchio grammofono, lo appoggiava sulla ringhiera di cemento del ponte e ascoltava sempre lo stesso disco: andante con moto di Schubert. Le note del piano, del violino e del violoncello si fondevano in un’armonia naturale con il delicato suono dell’acqua che fluiva sotto il ponte. Per lui non c’era nulla di più rilassante che restare solo ad ammirare quel panorama con il sottofondo musicale di una raffinata arte umana. Mentre all’atmosfera musicale si aggiungeva il tocco delle campane della chiesa di Santa Maria della Pietà, la vista della ruota dentata di quel mulino portava la mente di Tiberio indietro nel tempo: ripensava al suo lavoro nella fabbrica di Ducca, al trasferimento in campagna e al suo soggiorno a Uria. Negli ultimi mesi la vista del tramonto dal Ponte Basso era diventata un’abitudine nella sua vita, si ritrovava ogni giorno –puntuale come le campane della messa domenicale- sul Ponte Basso ad osservare il paesino. L’unica cosa a cui pensava riguardava la fuga: la voglia di evadere dalla sua vita, col tempo si convinse che questa voglia di fuga è propria di ogni uomo desto che rifiuta la vita ordinaria; la voglia ad un certo punto della propria esistenza di superare se stessi, abbandonare la propria vita per viverne un’altra, per averla presa in odio o anche solo per provare qualcosa di diverso, di nuovo, che smorzi la consuetudine, che vada oltre le abitudini che si sono fossilizzate nella quotidianità. Questa voglia di fuga sarà figlia della giovinezza ma questa voglia di esserci nel mondo, questa volontà di dominarlo, può arrivare a qualsiasi età e tormentare per lunghi periodi, spesso perché quando arriva si va rimandando continuamente e non a tutti si attenua con il tempo. Questo è ciò che è successo a Tiberio. A volte cercava una forma di consolazione nel pensare di non esser solo, l’unico ad essere stato travolto da questa irrefrenabile voglia di fuga.
La ruota del mulino continuava a girare, quel movimento lo ipnotizzava e tutto d’un tratto scorrevano nella sua mente come in una pellicola accelerata gli ultimi anni della sua vita, cercava di seguire i suoi ricordi nella speranza di riuscire a liberarsi dalla sua paura più grande: il piattume della ripetitività quotidiana.

Quando lavorava a Ducca viveva solo in casa e descrivere un solo giorno della sua vita equivale a descrivere anche tutti gli altri, le sue giornate erano finite in un vortice nauseante di ripetizioni, in cui ogni giorno replicava le stesse azioni quasi meccanicamente, come fogli caldi di fotocopie appena usciti dalla stampante con qualche leggera sbavatura qua e là. La sua giornata si apriva in questo modo. All’alba un raggio di sole entrava timido nella camera passando per la persiana semichiusa, raggiunto il volto, apriva un solo occhio per guardare verso la parete frontale al letto, impiegava un paio di secondi per mettere a fuoco le lancette e i numeri dell’orologio. Si svegliava sempre qualche minuto prima del suono della sveglia. Preparava la tavola per la colazione a base di latte e frutta mentre ascoltava a basso volume i dischi di Debussy. Tiberio prediligeva la musica classica per la sua intensità emotiva che gli altri generi musicali non gli avevano mai trasmesso. Finita la colazione indossava la pesante tuta da lavoro e messi gli scarponi antinfortunistici si dirigeva verso la fabbrica in cui lavorava, non molto lontana da casa sua. Tiberio infatti di Borghese aveva solo il cognome, suo padre lavorava sulle autostrade e suo nonno era un contadino. Quando era piccolo suo nonno Tiberio gli parlava spesso della famiglia Borghese proveniente da Roma ‹‹eravamo ricchi fino al secolo scorso›› usava dire mentre si calava un bicchiere di limoncello fatto dalla nonna, in che cosa consistesse questa ricchezza Tiberio non lo seppe mai. Suo nonno morì quando aveva sei anni e ironia della sorte, lo stesso anno in cui lui venne a mancare, il campo in cui crescevano i limoni che la nonna utilizzava per preparare il suo limoncello strapaesano, venne venduto ad un imprenditore che coltiva verdura bio per una grande azienda di prodotti vegani.
Quando arrivava in fabbrica con qualche minuto di anticipo si fermava a parlare con alcuni colleghi sforzandosi di prestare attenzione alle loro chiacchiere sul calcio o qualche fatto di cronaca nera che tanto li appassionava. Il suono di una campanella scandiva l’inizio del turno e gli operai entravano in quell’edificio dall’odore insopportabile. Otto ore passate con la mascherina a caricare e differenziare rifiuti di plastica e quando sembrava che la montagna di rifiuti si stesse abbassando, proprio quando Tiberio era pronto a tirare un sospiro di sollievo, arrivava un altro camion che in un istante abbatteva quell’infondato entusiasmo, scaricando quintali di spazzatura su ciò che fino ad un attimo prima aveva l’aspetto di una collina, ma ecco che in un secondo la collina tornava ad essere montagna e l’entusiasmo prostrazione. Terminate le otto ore lavorative tornava a casa stanco e maleodorante, la mente non era più concentrata sul lavoro manuale e spesso gli capitava di fissare degli oggetti e di rimuginarci sopra pensieri su pensieri.
Un giorno mentre si trovava sommerso fino al collo nella vasca da bagno, il suo sguardo si posò su di un asciugamano giallo che gli fece tornare in mente una copertina gialla con le giraffe e i bordi rossi che usava da piccolo, quella copertina lo accompagnò dalla culla fino ai rigidi inverni della sua adolescenza che trascorse per la maggior parte del tempo rintanato in casa. Rammentò che i contenuti dei programmi, dei videogiochi e dei film diventavano più violenti e sessualmente espliciti man mano che cresceva: a quattordici anni gli era concesso vedere una macchia di sangue e due persone scambiarsi un bacio, a sedici due persone che si pestavano e il seno di una donna, dopo i diciotto persone smembrate e sesso a volontà, senza censura. Alla maggiore età aveva già raggiunto il limite massimo di assuefazione dal male in tutte le sue espressioni, man mano che cresceva si impressionava sempre di meno, fino ad arrivare al punto in cui non si indignava più di fronte a nulla, “è normale” pensava, ciò che accade tutti i giorni diventa normale anche se normale non lo è. Metabolizzava tutto ciò che ascoltava in televisione. L’abitudine e l’assuefazione lo avevano portato ad una forma di apatia che in qualche modo lo disgustava, ma ciò che più lo opprimeva era il non poter farci nulla, tutto entrava a far parte della routine, più leggeva i titoli dei giornali, più guardava in faccia le persone che lo circondavano e più si sentiva impotente e svogliato. Anziani e bambini menati da chi dovrebbe prendersi cura di loro, parlamentari corrotti con tanto di immunità svendevano la nazione all’estero, donne violentate, suicidi causati dalla disoccupazione, multinazionali che schiavizzavano bambini nei paesi più poveri, guerre che uccidevano centinaia di migliaia di civili innocenti, casi di malasanità, tifosi che si pestavano tra loro, tutto era diventato parte della giornata, quasi non ci faceva più caso. Certo, da piccolo –prima dell’assuefazione- si sentiva ispirato, pensava di poter cambiare qualcosa, non del mondo ma almeno della piccola realtà che lo circondava. Sentiva dire da illustri pensatori che prima di cambiare il mondo bisogna cambiare se stessi, forse è in questo che Tiberio si perse, si lasciò travolgere dalla realtà e rinunciò ben presto all’idea di poter cambiare qualcosa, aveva difficoltà a comprendere i suoi pensieri, non poteva pretendere di cambiare gli altri. L’idea di non poter fare nulla per cambiare la realtà che lo circondava, lo travolse spingendolo a non agire affatto. Col tempo si convinse che in fondo tutti vengono cresciuti con l’idea che ogni tentativo di cambiamento verrà stroncato in partenza, si viene abituati ad accettare che tutto questo è ineludibile e questo sistema funziona, guardandosi intorno già allora capì che funziona benissimo. Di fronte all’assurdità di ciò che accadeva ogni santo giorno, vedeva le persone indignarsi, ma era qualcosa di epidermico, momentaneo, nessun evento era in grado di smuovere realmente le coscienze di quelle persone. A conti fatti, il 99% degli esseri umani vorrebbe un mondo diverso, ma tutto resta com’è. Ingenuità giovanili. Tiberio impiegò pochi anni per capire che tutto ciò che lo circondava era “davvero normale” perché alla maggior parte delle persone non interessa cambiare nulla all’infuori della propria personale condizione. Il vero nemico di quei pochi temerari che ancora si battono per una causa non è il “potere” ma la massa inerme che butterà alle ortiche ogni sforzo. La violenza poi, è parte integrante della natura umana, non si può reprimere né prevenire un istinto, può emergere in qualsiasi momento e le persone ragionevoli lo possono solo accettare.
Quel giorno gli bastò posare lo sguardo su quell’asciugamano giallo per rimuginare tutti questi pensieri e cercava di autoconvincersi che la causa della sua apatia dipendeva dal suo paese e dal suo lavoro. Era alla ricerca di cause esogene. Tiberio aveva trent’anni e si ritrovava solo in casa a vivere per lavorare e a lavorare per vivere. Non era una vera vittima dell’abitudine, si cullava in lei ma allo stesso tempo la rigettava, il solo pensiero di dover fare tutti i giorni le stesse cose, ripetutamente, aspettando una misera pensione, lo annichiliva. Nonostante tutto non trovava il coraggio di lasciare la sua vita e andarsene. A lavoro i suoi colleghi sembravano non patire affatto le sue stesse preoccupazioni, forse non reputavano assurdo far orbitare la propria vita intorno ad un lavoro, ripetere sempre le stesse azioni per tutta la vita o almeno se lo pensavano, non lo avevano mai dato a vedere.
Un uomo in particolare lo convinse dell’esistenza di prigionieri volontari del lavoro. Era una calda giornata d’aprile, suonò la campanella e ogni operaio si trovava già al proprio posto. Tiberio, tra i volti spensierati dei suoi colleghi, notò un malinconico Niccolò, il più anziano della fabbrica. Il volto intristito da chissà cosa dell’anziano colpì la sua attenzione e preso da una strana curiosità, suonata la campanella della pausa pranzo si avvicinò e salutò l’anziano con un quarto di sorriso
‹‹Niccolò, tutto bene?››
‹‹Beh, diciamo…tra non molto lascerò la fabbrica… vado in pensione!››
‹‹Non dovresti essere contento di questo?›› Replicò spontaneamente con un sorriso ingenuo.
‹‹Sì, dovrei essere contento, chiunque arrivato alla mia età non vede l’ora di godersi la pensione… ma vedi, quando lascerò la fabbrica non saprò più cosa fare, diventerò un vecchio che passeggia con i suoi coetanei, magari che gioca a carte in qualche vecchia sede di partito. Sinceramente preferisco molto di più il lavoro in fabbrica.››
Pronunciate queste parole Tiberio fece d’istinto un passo indietro guardando l’anziano dritto negli occhi e quest’ultimo accorgendosi del suo stupore, dopo un sospiro riprese ‹‹lo so Tiberio sembra strano ma è proprio così… dopo aver passato la mia vita tra queste mura, quello che c’è fuori non mi appartiene più ormai e quasi mi spaventa la vita senza il mio lavoro. Questa è la mia casa e voi siete la mia famiglia, fuori di qui sono un vecchio che vive da solo in una catapecchia fatiscente che tira a campare, lasciare la fabbrica, sarà un po’ come morire, capisci…››
Tiberio annuiva mentre l’anziano si spolverava la pesante tuta e dopo essersi rimesso dritto con un cenno di sorriso tirò una pacca sulla spalla del giovane operaio (gesto che ha sempre odiato) e si allontanò. Quel giorno nel breve tragitto verso casa un’improvvisa nausea assalì Tiberio, si voltò verso la fabbrica e questa gli si figurò come una prigione.

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Federico Furio
Studente di lettere moderne, mi piace leggere e collezionare libri. Adoro la montagna e l’escursionismo. Collaboro con diverse testate online. Ho iniziato a scrivere storie diversi anni fa, ma ho sempre lasciato quei fogli chiusi nel cassetto. Il romanzo “Il mulino di Ducca”, scritto nel 2016, è la prima eccezione.
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