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Il nome scomparso

Il nome scomparso

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Novembre 2021
Bozze disponibili

Il romanzo segue le tracce dell’immaginaria storia d’amore di un grande scrittore italiano. In una mostra, Alberto è colpito da una foto che ritrae due mani intrecciate, appoggiate su un libro aperto di cui si intravede il testo. Insieme alle amiche Ada e Michela, Alberto scoprirà che le pagine sono quelle di un racconto di Dino Buzzati, Inviti superflui, e che la foto nasconde un mistero: nel brano compare il nome della donna a cui gli inviti sono rivolti, Diana, che nell’edizione corrente del racconto non è mai nominata. Si tratta di un’altra edizione, precedente a quella attuale? E perché il nome è stato cancellato? I tre amici tentano di scoprirlo e iniziano una ricerca che partendo da Internet li porterà in un’elegante casa nel quartiere Prati di Roma e poi all’isola d’Elba. Sullo sfondo, si delineano le vicende dei tre personaggi, con la loro amicizia, i loro sentimenti, le loro inquietudini, e più in ombra, la figura di Dino Buzzati, con i suoi amori tormentati e la sua poesia.

Perché ho scritto questo libro?

La fotografia che accende la curiosità di Alberto, Ada e Michela, i protagonisti del libro, esiste veramente ed è opera di Anna Pino. Come Alberto, anch’io l’ho vista ad una mostra e ne sono rimasta colpita, e come Ada, l’amica di Alberto, mi sono chiesta che libro fosse quello su cui le mani si poggiavano con delicatezza. L’idea alla base del romanzo nasce da questa curiosità e si è nutrita dell’amore per Buzzati e del desiderio di celebrare uno dei suoi racconti più belli, Inviti superflui.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. Alla mostra

L’ampia scalinata di travertino bianco sulla facciata in stile razionalista dell’edificio terminava in un ampio ingresso, delimitato da porte di legno a vetri. Era la prima volta che Alberto varcava la soglia di quel palazzo, davanti al quale era passato tante volte in tram, verso il lavoro. Aveva visto spesso i dipendenti dell’Istituto salire o scendere quei gradini,
magari correndo per prendere la circolare da dove lui li guardava, e si era spesso chiesto cosa si provasse a lavorare in una sede così prestigiosa, se attraversare tutti i giorni quel portone antico e imponente potesse costituire per loro un orgoglio in più. Una volta saliti sul tram, si scopriva ad osservarli incuriosito, come a cercare qualche segno particolare che li
distinguesse dalle altre persone.

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Quando aveva ricevuto, inaspettatamente, l’invito a visitare la mostra di fotografi dilettanti organizzata proprio all’interno dell’Istituto, dopo un primo momento di ironia divertita e un po’ altezzosa – si considerava una persona dai gusti artistici difficili – aveva prevalso la curiosità: l’esibizione sarebbe certamente stata di scarso interesse ma era un’occasione preziosa per visitare anche l’interno di quel palazzo che ormai conosceva così bene dal di fuori. Aveva accettato.
Nell’ingresso, le ante delle porte a vetro erano spalancate.
Attraverso un largo corridoio, si arrivava alla sala dove era stata allestita l’esposizione. Era piuttosto affollata e un sommesso vociare si diffondeva nell’ampio locale. Alberto si attardò a osservare le eleganti lampade
d’epoca, il lucido marmo policromo del pavimento, gli stucchi sul soffitto, i tendaggi che addobbavano le finestre. Da queste, ci si affacciava sul retro dell’edificio, dove c’era un giardino con aiole di agapanti e magnolie.
Guardandosi attorno, ad Alberto sembrava di percepire la patina del tempo che si era depositata su quelle superfici e aveva reso i colori meno accesi, smussato gli angoli delle cornici di legno, consumato le stoffe. Quelle stanze sembravano trasudare storia.

Dopo aver ammirato ancora per qualche minuto l’ambiente che lo circondava, Alberto decise che doveva prestare un minimo di attenzione anche alle foto. L’esposizione era stata allestita su dei supporti mobili, disposti sul pavimento uno accanto all’altro a formare un percorso obbligato. Su ogni pannello erano attaccate le fotografie, con la data ed il
nome dell’autore. C’era un grande varietà di immagini, alcune molto ricercate, altre più ingenue, ma nessuna che suscitasse particolari emozioni. Tramonti, animali da compagnia e giovani donne erano i soggetti che ricorrevano più frequentemente. Alberto continuava ad aggirarsi tra i visitatori, cominciando ad avvertire un lieve disagio: come avrebbe commentato la visita con l’amico che l’aveva invitato, presente anche lui tra gli espositori? Avrebbe mentito, complimentandosi, o avrebbe confessato la propria indifferenza? Continuava a osservare le foto diligentemente, sperando di trovarne qualcuna che potesse rendere veritiero almeno un moderato entusiasmo.

Finalmente, proprio alla fine della mostra, su divisori disposti ad angolo retto, scorse due foto in bianco e nero che attrassero la sua attenzione. Si avvicinò. Nella prima era ritratto un calice, pieno per metà di un vino scuro e denso, illuminato per evidenziare i riflessi del cristallo, che spiccavano sullo sfondo di un’oscurità totale. Nell’altra
s’inquadravano le mani di una persona anziana, incrociate e appoggiate con delicatezza sulle pagine di un libro aperto, su un tavolo accostato a una parete nera. In entrambe le foto, tutto si giocava sull’alternanza di luci e ombre, di chiari e di scuri, che risaltavano nel bianco e nero della stampa. Erano foto molto raffinate, ma più le guardava, più Alberto aveva
l’impressione che alludessero a qualcosa di diverso da quello che mostravano. A cosa di preciso non avrebbe saputo dirlo. Avrebbe voluto restare ancora un po’ a guardare le due immagini, per cercare di capire quale fosse il messaggio nascosto che gli sembrava di percepire, ma la gente cominciava a lasciare la sala. Allora prese il cellulare e scattò alcune
foto, sperando di non essere notato. Poi si avviò verso l’uscita.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Fiorella Malchiodi Albedi

    Grazie mille, Giorgio

  2. Dopo un inizio di lettura piuttosto distaccato sono stato subito coinvolto dal racconto che mi ha letteralmente assorbito senza più consentirmi di abbandonare la trama. Soprattutto i due personaggi femminili hanno rapidamente assunto vita propria mentre palesavano in maniera garbata e totalmente credibile la loro personalità complessa, fragile e risoluta. Mi è dispiaciuto alla fine accomiatarmi da loro, avrei voluto seguirle ancora.

  3. Fiorella Malchiodi Albedi

    Un seguito con Elena e Mrs Danvers… uhm, ci penserò. Grazie Barbara!

  4. (proprietario verificato)

    Tutti e tre i protagonisti ricevono inviti superflui perché nessuno di loro mi appare realmente pronto a dare una chance a nuove opportunità.
    Ada e Michela le sento come parte di uno stesso personaggio, quasi una stessa persona: Ada va all’Isola d’Elba dove segue un ricordo di tende bianche e trova un tessuto bianco su cui l’anziana Diana muove le mani e Michela che pensa di dipingere casa di bianco. L’importante sembra avere qualcosa di “bianco” su cui scrivere qualcosa, ma nessuna delle due sembra volersi impegnarsi veramente a scrivere nuove storie.
    E’ un romanzo che mi ha coinvolto e da cui non volevo “uscire”. Mi piacerebbe nascesse una nuova storia partendo, ad esempio, da Elena, la prima moglie. Magari anche “Mrs. Danvers” potrebbe farne parte; mi è restata la curiosità di conoscere meglio queste due donne e il piacere di “rientrare” nella quotidianità quieta e straordinaria di questi personaggi.

  5. Fiorella Malchiodi Albedi

    Contenta che ti sia piaciuto, grazie mille

  6. (proprietario verificato)

    Bastano poche righe per affezionarsi ai personaggi del racconto. E così, via via che le pagine scorrono, più del mistero che dà il titolo al libro, a catturare l’attenzione del lettore sono i misteri, grandi e piccoli, che si celano nell’animo dei protagonisti e che l’autrice ci svela con garbo ed empatia. Una volta finito di leggerlo, ti ritrovi poi a vagare con lo sguardo per le strade, sull’autobus o al bar, cercando di riconoscere tra gli sconosciuti ora l’uno ora l’altro e sperando di avere presto loro notizie.
    S.

  7. Fiorella Malchiodi Albedi

    Grazie di cuore, Dorotea

  8. (proprietario verificato)

    Intorno ad un piccolo, quasi insignificante mistero, si dipanano le storie e le relazioni di personaggi che si trovano ciascuno in un momento di passaggio nel proprio percorso esistenziale. L’inchiesta, tesa a risolvere il mistero, è la casuale occasione: un piccolo sasso nello stagno che provoca una serie di cerchi concentrici. La storia intricante, ben costruita e modulata nel ritmo e nei toni, rapisce garbatamente il lettore e lo seduce, in senso etimologico, in quanto lo conduce con sé in un piacevole cammino dall’andatura pacata e pur sostenuta. I personaggi sono osservati dall’autrice con estrema curiosità e attenzione ai dettagli: i loro pensieri, i loro desideri, i loro difetti, i loro comportamenti sono sempre rivelati con un tale rispetto per la fragilità della condizione umana da generare inevitabilmente empatia nel lettore. Una piacevole scoperta questo piccolo romanzo dal quale dispiace congedarsi così presto.. Dorotea Medici

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Fiorella Malchiodi Albedi
È laureata in medicina e specializzata in anatomia patologica. Ha sempre lavorato nel campo della ricerca nel settore delle neuroscienze, in Italia e all’estero; più recentemente, si è occupata di sperimentazione clinica dei farmaci.
Da una decina d’anni scrive racconti, alcuni dei quali sono apparsi su riviste online (Il Paradiso degli Orchi, L'irrequieto, Verde, Inkroci, Narrandom, Risme, Malgrado le mosche, Spazinclusi, Salmuria). Nel 2015, ha partecipato a una serata del concorso 8x8. La sua prima raccolta, con il titolo di Caldo cosmico e altri racconti, è uscita nel 2018 per Eretica edizioni e si è classificata al terzo posto nel premio Kafka Italia 2019, nella sezione Racconti. Il racconto Caldo cosmico è tra i finalisti del premio Zeno 2019. Il nome scomparso è il suo primo romanzo.
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