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Il re che sarebbe tornato

Il re che sarebbe tornato
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Consegna prevista Settembre 2022
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Inghilterra, qualche decennio fa.
In un mondo che non crede più alle Leggende, una prende corpo per caso con il ritrovamento, durante uno scavo alla Torre di Londra, di un cranio gigantesco che suscita curiosità ed interesse mediatico (ma non solo). Contemporaneamente Hélène Annaud e Peter Roland Carmody, insegnanti a Cambridge, hanno appena iniziato la loro prima vacanza insieme, in Cornovaglia, ignari del fatto che la loro vita sta per essere sconvolta dall’apparizione di un misterioso barbaro selvaggio che, in una lingua morta da secoli pretende, come vuole un’altra Leggenda, di essere re Artù redivivo venuto per salvare il mondo.
C’è una relazione che lega queste due Leggende? E, se c’è, quale relazione ci può essere tra questi fatti, un orribile tempo atmosferico, la moria dei corvi reali della Torre e la catena di omicidi di un efferato serial killer che imperversa in Inghilterra?

Perché ho scritto questo libro?

Pirandello dice che un personaggio nasce vivo nella mente dell’autore e, vivo, vuole vivere. Non sono stata io a cercare re Artù, e Merlino, e Hélène, e Roland, e Walter Parnell e Robert Morton: sono venuti loro da me, e mi hanno raccontato una storia che era la sintesi di altre storie che avevo amato, di una cultura che avevo scoperto ed apprezzato, di una avventura che mi sarebbe piaciuto poter vivere. Mi sono lasciata guidare da loro: li ho seguiti passo passo ed ho tradotto in parole quello

ANTEPRIMA NON EDITATA

Tutto cominciò molto prima che cominciasse tutto.

Tutto cominciò a causa di una tubatura che non funzionava bene.

Tutto cominciò con un progetto presentato alla Sovrintendenza nei primi giorni di un Aprile glorioso, quando il cielo era sereno, i rami degli alberi si coprivano di gemme sottili, e l’inverno non era che un ricordo.

Tutto cominciò con un brivido nel cielo, ed una folata di vento che scosse la Terra, ed una rabbia funesta, ed una gioia crudele ed impaziente che faceva rabbrividire le nuvole.

E le nuvole, da allora, frementi si addensarono ad Occidente.

Tutto cominciò perché nessuno se ne accorse.

Tutto cominciò perché gli Uomini avevano già dimenticato…

Tutto cominciò quando nessuno più credeva alle Leggende.

Ma tutto cominciò ancora prima, quando ancora i discendenti delle Legioni Romane calcavano il suolo dell’Isola dei Potenti, ed un garzone bastardo sognava con rabbia il giorno del proprio riscatto, e con amorevole speranza il giorno del riscatto di tutti, e per questo divenne Re, e per questo voleva la Pace. E per questo divenne Leggenda.

Ma tutto cominciò prima ancora, quando un altro Re, avido e meschino, affondò le sue tredici ancore nella rada turchina dell’Isola dei Potenti, portando con sé numerosi nobili Destrieri, al Tempo in cui la Leggenda non era ancora Leggenda…

PROLOGO

Ferma: esile ed immota, ammantata di candidi veli, rabbrividendo ai sibili improvvisi e sferzanti della gelida brezza marina che le increspavano attorno al corpo sottile le vesti leggere, lei si erge­va solenne, guardando nel vento. I suoi vasti occhi sconsolati erano  pensosi e  tristi: e pieni di ango­scia,  liquidi ed insondabili come gli oceani misterio­si popolati dai mostri delle antiche Leggende: lui stava per partire.

Tra lenti fumi di nebbia, il mare grigiastro sciabordava pigramente sulla re­na  in piccole onde crestate di bianco, poco sotto la zolla di terra dalla quale lei, la Somma Sacerdotessa, vigi­lava, nell’alba remota di un tempo senza Tempo, a che tutto fosse compiuto come era stato prescritto, e predetto dalle ignare e tiranniche costellazioni perdute nello spazio.  Soprintendeva solenne agli ultimi prepa­rativi com’era suo dovere, senza far trasparire l’intima sofferenza, il dubbio lancinante, il desolato terrore di fronte a quel distacco che aveva sempre saputo: che tanto aveva temuto, ed atte­so con pazienza, e con disperata sottomissione, e del quale ora era giunto il momento.

xxx o xxx

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La nebbia biancastra, evo­cata con strani e dimenticati incantamenti, ora lentamente si addensava in una nuvola opaca ed arcana ed a fiotti, pian piano, divorava l’Isola, e pigra si distendeva sopra le onde ceree, e sul vasto mare.

Il tempo incalzava: era giunta l’ora; egli partiva.

Il suo Destino, lui lo sapeva, era segnato dall’inizio dei Secoli, e lui vi si era già, da lungo tempo, consapevolmente rassegnato  con serena ed eroica accettazione nonostante la sofferenza che tale scelta comportava:  suo malgrado aveva dovuto accettare di essere nato per combattere, per uccidere, per essere ucciso, magari: per provocare dolore e lacerazione; per sentir bruciare sulla pelle, e nell’anima, il rimorso di colpe non sue e per vivere in tempi bui, e nella paura, nonostante fosse un uomo di pace.

Ma era un Cavaliere, nato da stirpe di Re, e come tale Qualcuno, nella sua estrema potenza, lo aveva im­maginato, e desiderato tanto fortemente da rendere possibile il suo concepimento, la sua nascita, il suo Destino; e come Re, e come Guerriero, era venuto al mondo, così come era stato predetto, sperato e voluto: con tutte le forze e con ogni mezzo: anche con l’inganno.

Aveva dunque accettato, quando ancora calcava la Terra dei Potenti, una Missione da compiere: inorridito di fronte all’ineluttabilità di un Destino che aveva inutilmente tentato di eludere,  l’aveva compiuta fino in fondo, con l’indicibile sofferenza di chi vede la propria vita dipanarsi senza sorprese né redenzione, e sgretolarsi nell’amarezza. Tuttavia non aveva mai smesso di sperare, di sorridere, di desiderare, fino all’ultimo  sacrificio di sé, di poter realizzare quel Sogno nebuloso che lui soltanto riusciva a percepire con estatica chiarezza.

Come Re egli aveva vissuto nell’Isola dei Potenti, e combattuto le battaglie dei Grandi, ed era stato lungamente cantato, dai Bardi vaganti, sulle loro arpe intagliate, ed era entrato, ancor vivo, nel Mito.

E nonostante tutto, in fondo a quel sorriso inguaribilmente ingenuo e fiducioso, a quegli occhi entusiasti e sognanti nonostante le guerre, e le morti che aveva veduto, egli era rimasto, sulla Terra, ed era ancora, e per sempre, un uomo di pace.

Ma il suo compito non era ancora del tutto assolto e per questo, ora, doveva partire: per combattere ancora. Per questo aveva, allora, valicato gli imprecisi confini della vita e della morte: perché doveva, adesso, valicarli di nuovo.

xxx o xxx

Ora, egli era ignaro di tutto, addormentato supino sul fondo della barca perché i suoi oc­chi umani mai avrebbero potuto sopportare la vertigine del periglioso viaggio per mare, oltre i labili limiti dell’invalicabile, nella nebbia densa e su ampi marosi, tra abissi di distanze e di paure.

Dormiva sereno, e quasi sorrideva, come quando era arrivato nell’Isola, tanti anni prima.

Il volto della donna si addolcì: lo rivide in frammenti di ricordi che si accavallavano e si sovrapponevano nella limpida luce di quel Tempo senza Tempo; giovinetto baldanzoso, fiero, e tenace; perenne bambino innamorato del mondo. No: non era cambiato, da allora.

In un lampo penoso ricordò i lunghi anni durante i quali l’aveva spiato, più che osservato, crescere in grazia e saggezza, fino al riconoscimento della sua Nascita e del suo lignaggio, e poi  al culmine della sua gloria e della sua perfezione, e provò la stessa, indicibile tenerezza di sempre.

Molto lo aveva amato, come un figlio: più di un figlio: per questo ella gli aveva dato asilo e conforto, nei cupi mo­menti dell’esaudimento dell’antica maledizione di cui egli era stata la vittima designata, consapevole, ed innocente. E per questo l’aveva accolto, morente, sull’isola, unico Uomo nella Terra delle Madri.

La vita al suo fianco, all’ombra della sua gloria, era stata bella.

Sentì un acuto dolore al petto, e sul suo viso pallido si disegnò, per un attimo, un’ombra disperata di angoscia.

Sarebbe stato solo: tremendamente solo, e lei non avrebbe potuto aiutarlo.

Forse, non sarebbe tornato mai più.

xxx o xxx

La nebbia a poco a poco avvolgeva la barca, e cancellava i caldi baluginii dell’oro e dell’acciaio, li copriva come un velo; faceva perdere consistenza ai contorni delle cose, ed al viso di lui.

In tutta una lunga vita a lui dedicata, lei sentì che mai lo aveva amato così disperata­mente.

xxx o xxx

Ferma, esile ed immota, avvolta nei candidi veli che le fasciavano il corpo minuto, guardava lontano.

Il vento, leggero, le soffiava sul viso, e la spessa foschia continuava a salire. Le due ancelle avevano già preso posto sulla  barca: una ritta a poppa, al timone, l’altra in ginocchio, a prua, ai piedi all’uomo addormentato.

Senza più abbassare lo sguardo sulla barca, la Sacerdotessa alzò lentamente la mano in segno di saluto, e la barca prese a sci­volare silenziosa sulle onde grigie ed iniziò il suo corso e velocemente, come freccia scoccata dall’arco, e scomparve alla vista, inghiottita dalla nebbia, trasportata da misteriose correnti sottomarine.

Le altre donne si avvicinarono alla riva, silenziosamente, affacciandosi sul mare, guar­dando nella direzione in cui il lieve vascello era sparito.

Per lungo tempo osservarono, ansiose ed immobili,  pregando, in cuor loro, per la vita dell’Uomo, per la clemenza degli Dei, e per la salvezza del Re.

CAPITOLO I

UNA STRANA SCOPERTA

«Ehi, Tom! Passami quel piccone!»

«Questo?» domandò l’interpellato: un tipaccio in canottiera basso, grasso, calvo, malrasato, peloso e sporco di ter­ra che si aggirava con la faccia annoiata, grattandosi il ventre tondo con filosofica lentezza, nei pressi della buca; e con un grugnito chinò il busto in avanti, lasciando che la gamba sinistra, solle­vandosi all’indietro, facesse da contrappeso al resto del corpo pericolosa­mente in bilico  nella sua sfericità. Raccolse quindi da terra l’arnese senza aspet­tare una ulteriore conferma, lo portò al bordo dello scavo e, con noncuranza, lo fece platealmente volteggiare avanti ed indietro un paio di volte ed infine lo lasciò cadere nella fossa, accanto al manovale che lo aveva chiesto.

« E laggiù, coma va il lavoro? » domandò ancora Dick Ferguson detergendosi col braccio il sudore, rivolto al compagno che, come un grosso pachiderma ondeggiante, rimaneva ai bordi dello scavo.

Sulle prime non ebbe alcuna risposta: Tom Bowler, a gambe larghe, troneggiante e disinvolto, si limitò a guardare il cielo con palese diffidenza, socchiudendo gli occhietti porcini ed arricciando il naso tozzo; infine, dopo essersi prodotto in strani e sgradevoli suoni salivari cantilenò:« Se il tempo non si rimette…. » e tornò a guardare in alto.

La giornata, in effetti, era gelida; il cielo era lattiginoso di nuvole, ed un sole bianchiccio e malato lo illuminava quasi con fatica, povero e sten­tato; nei mesi precedenti la temperatura era stata, a dispetto della media  stagionale (già di per se stessa non certo equatoriale) insolitamente bassa, e l’aria soffocante, e pareva che il tempo non avesse proprio intenzione di volgere al bello. Se la primavera era stata inclemente,  l’estate, anche se era appena iniziata, si preannunciava altrettanto noiosa ed insopportabile.

Lavorare in quelle condizioni non era certo piacevole, e molti guardavano preoccupati i nuvoloni neri che si andavano addensando ad occidente e che tingevano l’orizzonte con una sorta di gelatina densa e scura che si espandeva nel cielo grigiastro, o­leosa e strisciante, percorsa da brividi di luce gialla, verso est, oltre le mura dell’antica fortezza.

« Speriamo che non piova…» borbottò uno dei manovali.

« Speriamo di no; certo, col tempo che ha fatto finora… » disse un altro ed alzò anch’egli uno sguardo diffidente al cielo fiutando l’aria. «Però» aggiunse «ho una gran paura che…»

«E come vuoi che si rimetta?» s’intromise Bill Lawson, scuotendo il capo con pessimismo:«Oggi é il primo di luglio… Il primo di luglio, capisci? Invece guarda che tempo infame! E’ da aprile che non c’é una giornata di sole: non abbiamo avuto primavera, e non avremo nemmeno estate, a questo punto…»

«Dai primi giorni di aprile.» corresse Nick «Me lo ricordo perché  é stata la prima e l’ultima volta che sono andato a fare un pic-nic all’aperto…»

Tom Bowler, che restava ancora ostinatamente piantato ai margini della buca valutando con aria di competenza quanto era stato fatto e quanto c’era ancora da fare, s’intromise:«Piantatela di chiacchierare: così si perde tempo. Laggiù si sono portati avanti bene, noi siamo a buon punto, e qui siete solo a metà del lavoro.  Entro ora di pranzo la buca dovrebbe essere pronta. Ehi, tu! Arrivati i tubi? » chiese poi ad un garzone che sopraggiungeva in quel momento. L’interpellato annuì, osservò la fossa nella quale i compagni erano immersi fino al collo, come dannati danteschi, e fece un gesto interrogativo alzando il mento.

Tom ripeté:« Laggiù» ed accompagnò la parola con un gesto quantomai impreciso ad indicare la parte iniziale dello scavo, una decina di yarde più in là « stanno finendo. E là sono a buon punto. Noi abbiamo quasi finito. Quasi ci sia­mo.»

Tutti, nella buca, si accorsero, maliziosamente, che Tom era passato, non senza una certa arditezza sintattica, dalla terza alla prima persona: e considerando che Tom Bowler non aveva fatto altro che ciondolare pigramente attorno agli scavi per tutta la mattina, Bill Lawson lo canzonò:«”Noi” abbiamo quasi finito, Tom Bowler?»

Gli altri tre operai che nel frattempo avevano ripreso a sbadilare nella fossa scoppiarono a ridere e rincararono i motteggi, e Tom Bowler, pun­to nel vivo del suo orgoglio, e ferito nella sua dignità, assunse (se era possibile) un’espressione ancor più di­sgustata di quella solita, brontolò qualcosa, ma si guardò bene dall’estrarre le mani dalle tasche. Era permaloso, e non gradiva di certo essere preso in giro dai compagni ma, d’altro canto, gli ripugnava maggiormente lavorare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Emanuela Guarnerio
Innamorata da sempre della letteratura (che ho insegnato con caparbio puntiglio per una vita), ho tentato di scrivere il mio primo “romanzo” a otto anni: a mano, su quaderno a quadretti. Il secondo a undici, su una leggendaria “Lettera 32”. Dopo innumerevoli tentativi fallimentari (sono una pessima dattilografa), la scintilla d’amore corrisposto è scoccata con il mio primo PC, sul quale ho finalmente potuto scrivere (e correggere in tempo reale gli errori di battitura) romanzi e racconti.
E lezioni multimediali, e terribili test di verifica...
Con il corpo vivo a Milano, ma con la testa sono sempre altrove. Adoro i miti e le leggende, la musica irlandese, i gatti e Beethoven, anche se ho scritto “Il re che sarebbe tornato” ascoltando gli Steeleye Span...
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