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Il Segno di Russell

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Consegna prevista Aprile 2021

“Poi lui le aveva semplicemente fatto quella domanda e Aurora era rimasta in silenzio a
osservare i perfetti cerchi di fumo che lui faceva uscire dalla sua bocca. Non
aveva saputo rispondere allora, e non sapeva rispondere adesso.”

Cosa c’è veramente dietro disturbi come la bulimia e l’anoressia? Lo psicoanalista Massimo Recalcati scrive:«I disturbi del comportamento alimentare non sono disturbi dell’appetito, ma della relazione.[…] sono malattie dell’amore […] sono patologie endemiche del capitalismo avanzato.»
Questo libro è un’immersione nel vissuto di chi ne soffre, ma anche di chi, tante volte, avverte un vuoto incolmabile. Il viaggio di Aurora è un percorso di ricerca attraverso le relazioni, con gli altri e con sé stessa. È una storia di incontri, scontri e confronti, con situazioni e personaggi a volte incredibili, a volte normalissimi, eppure tutti cruciali per darle il pezzetto di un puzzle che completerà dentro sé stessa e le permetterà una possibile guarigione.

Perché ho scritto questo libro?

Il Segno di Russell nasce dalla necessità di dare voce e amicizia a chi soffre di disturbi alimentari. Nonostante sia una problematica molto diffusa, è ancora circondata da pregiudizi e silenzio. Io per prima ne ho sofferto. E troppo spesso mi è capitato di conoscere persone con lo stesso problema, custodito come un brutto segreto da non rivelare. La storia di Aurora è la sintesi della mia e di tutte le storie che ho ascoltato. È la voglia di suscitare domande e, insieme, cercare prospettive.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO I – INCONTRI

C’era solo un cielo grigio e compatto oltre la vetrata dell’aeroporto e, in quell’enorme spazio prima del gate, le persone sembravano adagiate in un limbo di realtà virtuale, come se fossero per un attimo fuori dalla loro vita, in pausa.
Aurora amava gli aeroporti, come le stazioni. Lì ci si poteva riposare, fermare, pensare. Non c’era nulla che si dovesse fare e quindi nulla che si potesse sbagliare. Una volta imparati i pochi gesti basilari, check-in e controlli di sicurezza, bastava fare attenzione a dirigersi verso il gate giusto con un documento alla mano per l’imbarco, il resto era fatto. C’era solo da stare sospesi. Aspettare. E poi godersi il volo, al di sopra del mondo. Al di sopra anche delle nuvole. Oltre la
Vita di sotto.
Ad Aurora piaceva volare. Le piaceva da matti, ma non riusciva a farlo quanto avrebbe voluto. Quel giorno era lì per accompagnare lui, il sig. Yamamoto, un tizio simpatico, dall’aria sempre serena, con un piglio quasi divertito, come se neppure la morte potesse spaventarlo. <>
<> gli aveva fatto eco lei, più speranzosa che convinta. E lui si era messo a ridere con dolcezza, le aveva circondato la testa con una mano e l’aveva poggiata sulla sua spalla accarezzandola con fare paterno. E questo era tutto quello che Aurora avrebbe desiderato: restare lì, in quello che le sembrava l’angolo più protetto dell’intero universo.
<> gli aveva sussurrato lei con il viso affondato nella sua giacca, in quell’odore sconosciuto eppure rassicurante, con gli occhi serrati e le orecchie insensibili a ogni suono o rumore che non fosse il suo respiro e quello di lui.

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Poi era andato via, con gli occhi di Aurora appiccicati sulla sua schiena, l’abito grigio, la camminata fiera, mentre si metteva in fila accanto al giovane Akihiro che lo accompagnava ovunque.
Lo aveva visto voltarsi con un grande sorriso finale e la mano alzata che la salutava prima di scomparire oltre l’angolo che lo conduceva al gate per l’imbarco.
Sembrava la scena di un vecchio film.
Ed eccola lì di nuovo sola, di nuovo in mezzo a quel immenso e vorticoso mondo. Improvvisamente anche l’aeroporto, di solito così rassicurante, si fece enorme, la gente divenne tanta, tantissima, troppa. I rumori acquistarono velocemente il loro volume naturale, i movimenti delle persone che andavano in ogni direzione e le loro valige che rotolavano sul pavimento, divennero quasi assordanti, insieme alle urla dei bambini e le risate dei ragazzi. I colori dei vestiti e dei bagagli, troppo accecanti sotto le luci al neon. Qualcuno la urtò e neppure le chiese scusa, lei si spostò di lato per riacquistare l’equilibrio e un altro le fece rotolare la valigia su un piede. Il nodo allo stomaco ritornò con un risucchio violento. Le girò la testa. Sapeva quello che l’aspettava.
“Tieni la schiena dritta”, le aveva detto lui, allora si mise in equilibrio con determinazione, si passò le mani sul viso come per controllare che fosse ancora fatta di materia tangibile, infilò le dita dietro le orecchie, nei capelli folti e rossi, scuotendoli per ravvivarli. Sistemò lo spolverino nero, spostò la borsa a tracolla dietro la schiena e si avviò verso la porta, a testa alta, decisa a fare del proprio meglio.
Ma oltrepassata la porta fu colpita da una folata di vento umido, aveva cominciato a piovigginare, si fermò sulla destra accanto ai posaceneri e decise di prendersi qualche altro minuto prima di tornare nel mondo. Nel suo mondo. Estrasse un pacchetto di sigarette dalla borsa e ne sfilò una, la mise fra le labbra e l’accese tirando una prima profonda boccata, con la speranza che l’aiutasse a ritrovare il coraggio che quella folata di vento sembrava essersi portata via.

Aurora aveva 25 anni, era giovane, con un bel viso e un corpo attraente. I capelli lunghi fino alle scapole, lisci e folti di un naturale e intenso color rame che tutti notavano domandandosi se fosse naturale. E poi gli occhi, due occhi grandi e profondi, di un insolito verde bosco che la pelle chiara e lentigginosa faceva risaltare.

Tirò l’ultima boccata alla sigaretta e spense la cicca nel posacenere. A quel punto squillò il telefono. Erano le 11 del mattino, il display non dava alcun nome, solo un numero di telefono che le trasmetteva una sensazione sgradevole, chiuse gli occhi come per percepirla meglio, per intendere l’effetto che avrebbe potuto avere sulla sua vita rispondere a quella chiamata, e non le piacque affatto. Ma a certe cose non si può davvero sfuggire, ti vogliono e ti cercano fino a raggiungerti, qualunque cosa tu tenti fare per evitarle.
Pochi istanti dopo un bip stonato si infilò nelle sue piccole e tonde orecchie e raggiunse l’area del cervello destinata a trasmettere un segnale di pericolo.
Sospirò e lesse il messaggio: <>
La vita, la sua vita, ripiombò tutta nella voragine più profonda del suo essere. Una specie di buco nero che all’improvviso si spalancava e da cui una forza atavica creava un vortice che inghiottiva ogni emozione, pensiero, volontà, lasciandola come il guscio vuoto di una lumaca appena mangiata con un risucchio vorace. Strinse i pugni per resistere. Cercò qualcosa di pratico a cui aggrapparsi. Nel portafogli aveva una bolletta da pagare, sarebbe passata dalla posta prima di tornare a casa. Si, per il momento era un buon programma, poi avrebbe pensato al resto. Allungò il passo per raggiungere l’auto che aveva lasciato al parcheggio, la pioggia aumentava, si mise a correre per non bagnarsi, arrivò davanti lo sportello, affondò le mani nella
borsa per cercare le chiavi e fortunatamente sentì subito il freddo del metallo ma, nello stesso momento, un sapore di ferro si diffuse sulla lingua. Si era morsa il labbro fino a farsi uscire il sangue. Entrò in auto, si sedette sul sedile e lo richiuse con violenza. Mentre si leccava le labbra per lavare via il sangue di quell’ennesima ferita, mise in moto. Prima, acceleratore, lasciò la frizione e si avviò verso casa con una leggera sgommata.
Luca era stato tutto il suo mondo, era stato la sua casa, la sua famiglia, il suo migliore amico e il suo carceriere. Era stato la vita
e la morte. E adesso era finita. Stava finendo davvero. E in fondo lo aveva deciso lei. “Dovrei essere felice” pensò. “Voglio essere felice!” Urlò. E invece un senso estremo di sbagliato la avvolgeva, inesorabile.
Guidava attraverso la pioggia che si era fatta più forte e le martellava l’auto tutt’intorno, come colpi di una mitragliatrice che piovevano da ogni dove. Annegando nei suoi stessi pensieri disconnessi, annaspava cercando un’idea, una sensazione, qualcosa che la salvasse da quel senso di ineluttabilità, ma tutto scivolava, affondava, scompariva. Perfino le parole del signore giapponese sembravano sbiadite e troppo deboli, risucchiate via, pure quelle. Si
dimenticò della posta e della bolletta, per poco non fece un incidente
attraversando un semaforo con il rosso, ma neppure il clacson assordante dell’auto che miracolosamente l’aveva evitata servì a fermare quel vortice impazzito. E quando fu abbastanza vicina a casa, si fermò al supermercato.
Fu nell’istante esatto in cui accese la freccia per svoltare verso il parcheggio che seppe con estrema certezza che il meccanismo si era nuovamente innescato. Improvvisamente tutto si era fermato e, in una sinistra armonia, anche la pioggia aveva smesso di scrosciare. Aurora respirava regolarmente, il suo cuore pulsava regolarmente, tutto era tornato regolare, chiaro e solido. Ma, come dopo uno tsunami, c’erano solo macerie. Lei, o almeno la parte più viva e sana di lei, sprofondata in qualche luogo remoto, osservava la scena, consapevole di ciò che stava per succedere e che nulla lo avrebbe fermato. Si sentiva come se una volontà estranea si fosse impadronita
di lei e qualsiasi cosa Aurora si sforzasse di pensare e fare, venisse tutt’al più derisa, ma di certo non ascoltata.
Procedeva nei gesti automatici, terrorizzata all’idea di non saper cambiare direzione. Scendendo dall’automobile si guardò le cosce e pensò che fossero grasse ed enormi, si mise in piedi e si disse che era bassa e goffa, sciatta, inadeguata, in tutto e per tutto. Il parcheggio di quel supermercato di periferia, alle undici e trenta del mattino era deserto. Entrò in quel mondo surreale e impersonale, qualche mamma casalinga si aggirava per i corridoi vuoti mentre le commesse sistemavano i prodotti negli scaffali. Il gelo del reparto frigo annientò ogni residua sensazione di ribellione e rimase il vuoto assoluto. Le luci fredde, e una immensa quantità di cose da mangiare. Aurora le scelse con cura, immaginando i sapori, le scelse in modo che fossero quanto più stucchevoli possibile, finte, esagerate, piene, ma facili.
Facili da preparare, facili da mangiare e facili da eliminare. Poi pagò, uscì, si rimise in auto e si diresse alla svelta verso casa. Per fortuna non c’era nessuno, le sue due coinquiline erano uscite. Meglio così. Chiuse la porta della sua stanza e aprì per primo il pacco di patatine, quello grande, duecentocinquanta grammi. Fece il giro del letto e si sedette sul lato sinistro, di fianco al balcone.

Era un enorme letto matrimoniale che da quando aveva mandato via Luca, le sembrava infinito e piatto, come il cielo che stava fissando, come si sentiva anche lei dentro, piatta e grigia. Come facevano tutti gli altri? Avrebbe voluto essere come Yamamoto, quell’omino giapponese era così colorato. Lui sembrava del tutto a suo agio in quello stesso mondo in cui lei non riusciva nemmeno a ritagliarsi un minuto di pace.

Aveva incontrato il sig. Yamamoto per caso, a una mostra di Guttuso, l’aveva notato perché per ogni quadro cercava la migliore posizione per osservarlo e, se c’erano altre persone che gli impedivano la visuale, rimaneva paziente ad attendere che si spostassero e che giungesse quel momento perfetto per poter godere a pieno dell’opera. Aveva un’aria paciosa ed entusiasta, parlava un italiano buffo e sbilenco, e aveva commentato con Aurora la bellezza della Vucciria, lei gli aveva risposto e da lì avevano cominciato a parlare di tutto, dell’arte, della storia, della filosofia.
Aurora era affascinata dalla cultura di quell’uomo, non era uno sciorinare dati e paroloni, era piuttosto un modo profondo di osservare il mondo, di appassionarsi a quanto era stato mostrato da altri su di esso. Amava la cultura occidentale tanto quanto quella orientale. Parlava della vita e del mondo, come un amante parla dell’oggetto del suo amore, con una certa ottimistica dolcezza anche dei suoi più terribili difetti.

A un certo punto le aveva detto che sublimare la realtà, anche la più
dolorosa, in un gesto creativo, fosse quanto di meglio l’essere umano potesse fare per onorare la vita, ma credeva anche che questo non dovesse essere di pertinenza esclusiva degli artisti.
<>

Le patatine erano finite mentre i pensieri continuavano a scorrere sempre più ordinati e lucidi, in un certo senso ingerire cibo, masticare e ingoiare avevano per lei una funzione ordinatrice. Le cose prendevano il loro posto e tutto tornava ad avere un senso logico. Ma ancora non era abbastanza. Si alzò dal letto e prese una pizza congelata dalla busta della spesa, andò in cucina, aprì la confezione di cartone che nel frattempo si era inumidita; estrasse la pizza, la scartò dal cellophane e la mise nel forno. Era una semplice margherita, non doveva esserci molta roba sopra perché tutto andasse perfettamente.
Stava ferma sulla sedia della cucina con le braccia appoggiate sulla tovaglia di cera del tavolo, bianca con le fragoline rosse. La odiava, non c’era nulla di più banale e di cattivo gusto, ma Monica, la sua coinquilina pugliese l’aveva voluta così. L’aveva comprata e, con tutto l’orgoglio di cui era capace, l’aveva messa sul tavolo facendola trovare a lei e Carla, quando erano rientrate la sera.

Quando, terminata la mostra, Aurora e il Sig. Yamamoto erano usciti dal palazzo delle esposizioni lui le aveva offerto un caffè in un bar da cui si poteva vedere piazza dei Miracoli. <<L’Ardea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei Miracoli.- aveva esclamato all’improvviso, estasiato come un bambino, mentre sorseggiava il suo caffè – D’Annunzio ha definito così questa piazza. È davvero unica!>> Aurora ne era stata divertita e ammirata insieme.
Certo era un tipo proprio particolare il Sig. Yamamoto. Ma le ispirava fiducia e le piaceva farsi trascinare da quell’incontro inaspettato e curioso.
<>
In realtà non aveva nulla da fare, se non affliggersi con la sua vita che in quel momento sembrava non avere alcun senso, perciò aveva accettato l’invito.

Aurora spostò lo sguardo sulla pizza che cominciava a cuocersi nel forno ed emanare quell’odore inconfondibile di impasto congelato, un misto tra plastica e cartone. Appena fu pronta la tirò fuori dal forno, bevve un lungo sorso d’acqua e cominciò a mangiarla comodamente seduta al tavolo. La pizza era buona, era calda, era
confortante. Riempiva, riscaldava, dava piacere. Mangiava automaticamente. Il suo corpo rispondeva a un ordine e lei si era
rassegnata ad eseguirlo. Se lo assecondava non accadeva nulla, anzi stava meglio e riacquisiva serenità, se cercava di ribellarsi era peggio, le saliva l’ansia, e tornava la confusione nella mente.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Ho avuto la fortuna di leggere “il segno di Russell” in quanto fortunatamente amica di Francesca.
    Questo romanzo ti trascina in un vortice di emozioni e l’unica sua nota negativa è che ad un certo punto termina.
    È impossibile non affezionarsi ad i personaggi ed alla loro storia!

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Maria Francesca Diodati
Maria Francesca Diodati, scrittrice, poetessa, copywriter e giornalista freelance, è nata nel 1978 a Cosenza e attualmente vive a Roma. Laureata in Giurisprudenza a Pisa, ha frequentato il Master Copywriting presso Accademia di Comunicazione a Milano e il Laboratorio di Giornalismo Culturale presso la casa editrice Perrone Editore a Roma. Come creativa e copywriter, si occupa della progettazione di campagne di comunicazione ed eventi artistici e culturali. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online e ha pubblicato singole poesie in antologie collettive, nonché un libro con una raccolta personale, Ogni giorno che calpesto scricchiola diverso – MjM Editore - 2009. I suoi interessi spaziano dal teatro alla musica, dalla psicologia alla sociologia e svolge attività di volontariato per organizzazioni umanitarie come Amnesty International. Il Segno di Russell è il suo primo romanzo.
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