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Il testimone di Colonia

Il testimone di Colonia
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Consegna prevista Luglio 2021
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Il romanzo si pone a metà strada tra un giallo, come suggerisce il titolo stesso, e un’opera di psicologia e riflessione, quella del protagonista, un giovane impiegato tedesco che si trova coinvolto, inaspettatamente, in un’avventura più grande di lui, e ne viene travolto. È il capo della polizia di Colonia a intimargli di fuggire: è in grave pericolo. Ed ecco che la sua azione si sposta dalla Germania all’Italia e precisamente in Calabria, meta del viaggio. E nel susseguirsi di spostamenti e di vari incontri a cui è sottoposto, il nostro Mark, questo è il suo nome, è tuttavia impegnato in un’incessante e profonda attività riflessiva, che viene attivata da qualunque tipo di situazione o luogo con cui venga a trovarsi a contatto. E mentre la mente percorre i suoi profondi e oscuri meandri, anche il protagonista, costretto a stare lontano da casa per un lasso di tempo ancora indefinito, continuerà a muoversi per tutto il resto dell’opera, fino al suo scioglimento, con finale a sorpresa.

Perché ho scritto questo libro?

Adoro leggere e scrivere gialli e thriller, perché far restare il lettore col fiato sospeso fino alle ultime pagine è una sensazione intrigante, che ho sperimentato spesso in prima persona, e soprattutto non c’è spazio per la noia della lettura, ma al contrario si corre, pagina dopo pagina, verso la fine del romanzo, per capire come va a finire la storia, per capire cosa sia successo, per conoscere i colpevoli, per immaginare diversi finali e poi trovarsi catapultati nei meandri della suspence.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

Mark era lì, seduto sul comodo sedile del treno. Nella mano sinistra aveva ancora una piccola bottiglia di birra, acquistata poco prima, in fretta, all’ingresso della stazione, mentre con l’altra tratteggiava, assorto, segni indistinti sul finestrino che gli stava accanto, appannato a causa della temperatura esterna, rigida in quella tarda ora di una notte invernale. La lancetta dell’orologio in fondo al vagone segnava già le 2:00. Non sembrava che il tempo fosse trascorso così rapidamente. Ma ora si era quasi fermato e procedeva più a rilento, tanto che sembrava accompagnare il dolce dondolare del treno sulle rotaie. Il viaggio era appena iniziato e sarebbe stato molto lungo. Si poteva ancora scorgere in lontananza il possente duomo, che con le sue alte guglie domina la città e anche di notte funge, ormai da molti anni, da costante punto di riferimento. Insieme al duomo, anche l’amata Colonia iniziava a svanire, lentamente, nell’oscurità delle tenebre e pian piano il paesaggio circostante assorbiva gli ultimi rumori, come per assecondare, silente, il bisogno di quiete che la notte ormai inoltrata richiedeva.

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L’unico rumore era adesso quello, lieve, provocato dallo stridere delle vecchie rotaie, che ogni tanto facevano sentire così il peso del loro lungo uso. Il vagone, non molto grande e confortevole, era semideserto e gli stessi sedili erano quasi tutti vuoti. Mark sollevò con inerzia lo sguardo appesantito dalla stanchezza e dal sonno e scrutò distrattamente lo spazio davanti a sé. Il blu scuro dei sedili, che predominava all’interno del treno, e la lunga linea di luci soffuse, nelle parti alte del vagone, avevano un effetto quasi soporifero, che pareva conciliante con lo stato molto provato del solitario viaggiatore. Riabbassò improvvisamente lo sguardo e lo rivolse poi di nuovo verso il finestrino, che con la precedente azione della sua mano aveva leggermente schiarito. Gli occhi sembravano voler oltrepassare lo spessore del vetro e correre liberi tra i campi vicini, nella direzione opposta. Intanto la sua mente vagava immersa nel ricordo e procedeva a ritroso, ripercorrendo nel dettaglio le ultime ore trascorse nella città natia, che nella memoria si faceva sempre più nitida, man mano che ci si allontanava nella realtà dei binari notturni. Proprio quelle ultime ore, prima di salire sul treno, erano parse un’eternità e adesso erano diventate, ad un tratto, semplicemente parte del passato.

Era cominciato tutto alle 23:30, con la misteriosa chiamata che aveva fatto risuonare il telefono come una martellante campana e aveva fatto sobbalzare Mark nella sua tranquilla e accogliente dimora, a pochi metri dal Reno. Da quel momento tutto era diventato una corsa contro il tempo, una rapida e inaspettata partenza, una fuga inconsapevole. La voce che Mark aveva udito dall’altra parte della cornetta era stata molto chiara e autorevole, tanto che ancora poteva sentirla riecheggiare nelle sue orecchie. E del resto non si poteva trascurare e nondimeno ignorare un appello così accorato e sentito da parte del capo della polizia, il venerabile commissario Decker, che, noto per i suoi molteplici interventi contro la malavita della città e onorato da tutti i rispettabili cittadini colonesi, in merito ad un lungo servizio di parecchi anni, invitava ora caldamente un suo cittadino ad abbandonare, senza troppe esitazioni, quella stessa città nel giro di poche ore. In centrale erano riusciti a sapere solo negli ultimi scampoli di serata che la vita di Mark era fortemente in pericolo. La rete di intercettazioni era stata stranamente più lenta del solito, ma era comunque riuscita a fare in modo che si avvertisse tempestivamente il diretto interessato, e cercava in tal maniera di metterlo in salvo.

La telefonata era stata rapida e perentoria, come un fulmine che squarcia all’istante il cielo sereno d’estate. Mark non era riuscito a ottenere altre informazioni al riguardo. Del resto gli erano dovute, solo per il fatto che la sua vita stava improvvisamente cambiando, senza neanche aver avuto il tempo e la coscienza di rendersene conto. Al termine di quella chiamata aveva così adagiato, con la mano tremante, il telefono al suo posto e si era guardato intorno smarrito. Le pareti familiari che lo avevano accolto per tanti anni sembravano girargli attorno, con un movimento sinusoidale, come una giostra. Si era sentito mancare l’aria e il pavimento sotto i piedi. Stesosi per alcuni momenti sul divano, in attesa di riaversi da quella sensazione di mancamento, aveva cercato di ragionare a mente lucida e soprattutto di trovare una risposta alla situazione assurda e inspiegabile in cui era stato catapultato. Perché era capitato proprio a lui? Per quale motivo poi? Questi e altri interrogativi continuavano a balenargli nella testa e gli impedivano di agire e decidere sul da farsi. Dopo più di un’ora sembrava essersi ripreso dall’immediato torpore iniziale e ricominciava a fare dei passi claudicanti attorno al divano. Ora sembrava uscito dall’opprimente stato di annebbiamento che lo aveva colto nell’immediato seguito della telefonata dalla centrale. Bisognava fidarsi del commissario? E perché, se ciò fosse stato vero, non gli aveva riferito il motivo della partenza, che ormai era diventata una misteriosa fuga? E soprattutto, fuga da cosa?

Tergiversando e ancora immerso negli inquietanti interrogativi, si era reso conto che l’ora era già abbastanza tarda e gli tornavano in mente ancora i moniti, uditi in modo chiaro dall’altra parte del telefono, di affrettarsi e dirigersi il prima possibile verso la stazione. Tutto il resto gli sarebbe stato riferito in seguito, ma non gli era stato detto né quando né in quale maniera. Un’ultima cosa, prima di riattaccare la cornetta, era stata molto precisa: la meta di quel suo lungo e inaspettato viaggio era l’Italia, e precisamente il commissario si era raccomandato che si dirigesse a Roma, dove ci sarebbe stato uno dei “suoi” uomini ad attenderlo alla stazione, il quale era stato incaricato di accoglierlo e trasportarlo nel luogo in cui, Mark ancora non poteva saperlo, sarebbe rimasto per un po’ di tempo. Mentre rimembrava tutto questo e le immagini e gli ultimi suoni continuavano a scorrere nitidi nella sua mente, fu vinto infine dal sonno e crollò, senza neanche rendersene conto, sul sedile del silenzioso treno.

Quando la luce del sole iniziava a fare il suo timido ingresso nel cielo ricoperto di nuvole, il treno aveva da poco oltrepassato il confine della Germania e si apprestava a fare l’ingresso nell’italico stivale. Quella notte, e il giorno successivo, sarebbero stati tra i più lunghi della giovane vita di Mark, che in fondo non se ne era reso conto neanche più di tanto. Era rimasto a dormire quasi fino alle 12:00, quando la meta iniziava a farsi sempre più vicina. Così forte era stato l’effetto della fatica e dello stato confusionale della serata precedente.

In fondo Mark Neumann, questo era il suo nome completo, aveva solo 32 anni, e non era affatto abituato a questo tipo di esistenza movimentata e avventurosa. Da cinque anni lavorava nel suo tranquillo e panoramico ufficio contabile, situato in un moderno grattacielo a vetri con vista sul fiume che, imponente, attraversa la città da parte a parte. Era riuscito a ottenere quel prestigioso e sicuro posto di lavoro solo e semplicemente con il sudore della sua fronte, dopo una interminabile serie di colloqui e stage che avevano impegnato quasi per intero gli ultimi due anni e mezzo della sua vita post-studentesca, quelli successivi al conseguimento brillante della laurea in ingegneria nella sua amata Università di Colonia, con l’aggiunta di un onorevole master presso l’University of Chicago. Insomma, il suo curriculum era di tutto rispetto e non bisognava far altro che attendere che il suo talento in quel campo fosse finalmente riconosciuto. Del resto, non aveva avuto mai la fortuna di poter contare su qualcuno di importante, come spesso accade in queste circostanze, e si era fatto sempre avanti solo ed esclusivamente grazie alla sua personalità e determinazione, oltre che, naturalmente, grazie alle sue innegabili capacità.

L’unica fortuna, se così almeno si poteva chiamare, vista l’amara circostanza in cui era avvenuta, consisteva  nell’aver ricevuto in eredità un confortevole appartamento prospiciente il fiume, e neanche troppo distante dal suo luogo di lavoro, da parte della cara madre, che purtroppo era venuta a mancare, appunto, da qualche anno, e che aveva condiviso con lui quella sistemazione fino alla sua spiacevole morte. Di fatto lei, accanita fumatrice, era stata troncata dal miserabile effetto logorante del tumore. Era l’unica persona che era stata sempre accanto a Mark in tutti quegli anni, aveva condiviso con lui gioie e dolori e infine gli aveva persino riservato quel posto per vivere così sicuro in una tale incertezza che dominava quei tempi. Il padre, Mark, non lo vedeva da tantissimi anni. Ricordava appena che, quando era ancora un adolescente, in una nevosa serata invernale era uscito di casa, dopo una delle solite discussioni animate con la moglie, e da quella volta non aveva più fatto ritorno. Il ricordo di quel giorno nefasto, però, diventava, col passare del tempo, sempre più sfumato e labile. L’unica cosa che non poteva invece affatto svanire dalla sua memoria erano gli ultimi giorni trascorsi in casa con la madre, divorata giorno dopo giorno dalla sua inesorabile malattia. In quegli ultimi tempi il suo stato era un continuo alternarsi di passioni contrapposte, diviso tra l’enorme rabbia di fronte alla cieca ostinazione della madre di non voler smettere di fumare e il grande sconforto che gli lacerava il cuore, consapevole ormai della perdita imminente della persona più cara che mai avesse potuto avere.

Quando Mark aprì gli occhi, il treno si era appena fermato in una delle ultime stazioni, prima di giungere a destinazione, di lì a poco. Lesse attraverso il finestrino, con un po’ di difficoltà, il nome del luogo: sul cartello c’era scritto Pisa. Era la prima volta che Mark si trovava effettivamente in terra italiana, ma per la sua immensa curiosità aveva già in passato, più volte, consultato libri di geografia e visto documentari riguardo a vari luoghi non solo tedeschi, ma anche europei in generale. Gli tornò perciò alla mente ciò che aveva letto da ragazzo sulla Toscana, e si ricordò ovviamente della sua bella capitale, Firenze, così ricca di storia e tradizione. E quel nome, invece, Pisa, non gli suonava neanche così estraneo. Si sforzò un momento, nonostante ancora un po’ stordito dal lungo sonno, e cercò di ricordare.

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Massimiliano Lepera
Massimiliano Lepera nasce a Catanzaro il 3 giugno del 1991. Laureato in Lettere Antiche e in Filologia e Storia dell'Antichità all’Università di Pisa, con lode e pubblicazione della tesi, è professore di greco, latino e italiano al Liceo Classico Galluppi di Catanzaro, è giornalista pubblicista al Quotidiano del Sud e Info Oggi. Ha circa 40 pubblicazioni all'attivo, tra cui 5 romanzi e 2 saggi, e un disco musicale ("Nessuno è perfetto"), col quale è presente come artista al Museo del Rock di Catanzaro. Vincitore di numerosi premi nazionali e internazionali, presente su numerose testate ed emittenti locali e nazionali (Rai, Repubblica, Orizzonte Scuola ...) collabora anche come autore con la Zanichelli, nonché come cantautore con la Casa Discografica San Luca Sound di Bologna. Fa parte di numerose associazioni socio-culturali del territorio.
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