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Indagini di sopravvivenza

Indagini di sopravvivenza
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Consegna prevista Ottobre 2021
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Questo libro nasce da alcune domande a cui dovevo per forza dare una forma più consistente.
Mi sono chiesta: “Come si può sopravvivere in una terra straniera e nuova? Siamo fatti per abituarci naturalmente a nuove situazioni o dobbiamo adattarci di conseguenza alle sfide che ci si pongono dinnanzi? Gli altri pensano mai alle difficoltà cui vanno incontro le persone che incontrano nella loro vita o ignorano del tutto quei problemi solo perché non vengono esternati alla luce del sole?”
Questa storia parla di Giorgia, una ragazza qualunque che si è trasferita in una nuova piccola città e deve affrontare delle dinamiche di ambientamento a volte scomode. Cerca di rafforzare i suoi legami e di scoprire sé stessa in un luogo che a volte è ostile, a volte è amico. A volte, bisogna andare incontro ai luoghi o alle persone per conoscerle.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché io stessa ho affrontato il trasferimento in una nuova città, con nuove abitudini, nuove conoscenze, nuovi orari e nuove domande che sorgono spontanee. Mi sono chiesta se ci fosse un metodo standard per ambientarsi ma, ovviamente, ognuno fa le sue esperienze e ne trae quel che ne può. L’importante è capire però qualcosa: di sé stessi, del mondo, degli altri e fare in modo di starci bene in quel mondo. I personaggi di questa storia lo fanno e forse aiutano anche noi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Erano le sette di sera. Era appena uscita dal lavoro.
L’aria le pungeva il viso e le spostava i capelli davanti agli occhi. Non voleva rincasare subito.
Quel forte vento le dava l’urgenza di respirare. Di camminare. Di schiarire le idee dopo otto ore costretta a sedere davanti a uno schermo lucido e abbagliante. Uno schermo inanimato, come quello del telefono che poi avrebbe guardato lo stesso più tardi per chattare con amici. Eppure voleva sconfiggere quell’idea a cui tutti i millennials si sono attaccati, quella di parlarsi tramite uno schermo, di pubblicare sé stessi tramite uno schermo, di avere una vita tramite uno schermo; che non è, invece, avere una vita. Perché tutto questo ti taglia fuori dall’avere degli amici, dall’avere una vita sociale, dal parlare respirandosi di persona, ingoiando il calore delle mani, delle parole dette, dei sorrisi spontanei, di tutto quello che muove una conversazione diretta nel tuo stomaco: il calore umano. Il contatto del guardarsi non nel riflesso di uno schermo, ma nella concretezza di occhi amici o da conoscere.

Continua a leggere  

Continua a leggere

Questo pensava Giorgia mentre si trovava già alla guida della sua panda rossa rigata sul lato esterno del guidatore – perché era sempre con la testa tra le nuvole, anche nelle cose pratiche come uscire dalla macchina e stare attenti a cosa c’è fuori. Era quasi arrivata, guidava in direzione del parchetto poco distante da casa sua.
Andava lì perché poteva rifarsi gli occhi con cose vive e animate, dopo una giornata a fissare un freddo oggetto tecnologico.
Quel posto era molto frequentato in quell’orario: incontrava gente che correva, gruppi che facevano esercizi all’aria aperta, single che portavano a spasso il cane nell’ora dei loro bisogni, coppiette di fidanzati seduti o a farsi una birra al baretto o coppiette di amiche che si davano appuntamento per bruciare calorie e aggiornarsi sulle notizie di gossip più succulente della settimana.
Tutti avevano qualcosa da fare, pur rilassandosi, in quel parco, a quell’ora. Queste immagini le riempivano gli occhi e le svuotavano il cuore.

Si sentiva tagliata fuori anche da quel ritaglio di tempo libero condiviso da tanti.
Anche in un luogo in cui tutti si divertivano o si rilassavano, i suoi nervi erano scoperti in superficie e pronti a scattare ai suoi ragionamenti profondi. E non voleva mica che fossero profondi, il suo obiettivo era rilassarsi e divertirsi anche lei. Ma contro questo obiettivo facevano fronte le visioni di coppie e gruppi che semplicemente condividevano.
Perciò aveva il suo modo di combattere: si portava dietro un libro con l’intenzione di leggerlo e scandire anche un suo tempo in quel parco – anche se il più delle volte lo riportava a casa senza averlo aperto perché si perdeva ad osservare quel piccolo mondo verde, e allora andava bene lo stesso, le immagini del parco le erano passate attraverso-.
Giorgia aveva anche un iter logistico che più o meno rispettava: parcheggiava al solito posto che le lasciava sempre una macchina bianca che andava via; scendeva e chiudeva la macchina almeno cinque volte – con la paura e la dimenticanza di non averla chiusa; poi si dirigeva all’entrata. Iniziava il giro del parco dal punto di inizio, accanto alla casupola di legno dove poteva incontrare anziani in piedi che ridevano e scherzavano come quindicenni, oppure donne incinte con i passeggini. Il primo giro lo faceva a passo lento, gradualmente, abituandosi alla temperatura e alla visione così diversa dall’ufficio. Poi iniziava ad osservare meglio i contorni delle cose: dagli alberi alle persone che le passavano accanto. Studiava i volti, immaginava, pensava e camminava.
A volte sorrideva con sé stessa.
Erano gli animali a farla sorridere, quelli più grandi e scemi. Quelli che passeggiavano due passi avanti il padrone e si giravano guardandolo con la lingua di fuori per fargli vedere quanto fossero bravi e fedeli.

Una volta ingranato il passo finiva il primo giro, comunque sempre ad una andatura leggera e non troppo sostenuto per non perdersi le immagini che la circondavano (ne avrebbe fatto tesoro e le avrebbe archiviate per quando le sarebbero servite). Tornata verso il punto di partenza del percorso, girava a sinistra e andava alla ricerca di un buono spazio, abbastanza verde e vasto da concederle un’ampia visuale sul parco e una giusta distanza dai passanti e dai rumori. Trovava una panchina esposta alla luce che di lì a poco si sarebbe pian piano indebolita, si sedeva e prendeva fuori il suo libro. Iniziava a sfogliarlo e a tastarne la carta ed i contorni per prendere confidenza con l’oggetto e ritrovare il modo di ripartire dal punto dove aveva sospeso la lettura. Poi posava lo sguardo sulle lettere e sulle parole, e pian piano riprendeva confidenza con la scrittura. Fino ad immergersi in quel poco di tempo che le sarebbe rimasto per leggere, totalmente presa e concentrata solo su quello.
Una volta successe che una signora puntò la sua stessa panchina e le si sedette accanto. Non abbastanza vicino comunque da sembrare che fossero sedute vicine come due amiche. Quel tanto però da sentire l’imbarazzo di stare su una panchina condivisa con una sconosciuta a fare due cose diverse ed ognuna per i fatti suoi. La signora però fu gentile e le rivolse la parola con simpatia, accennando all’affollamento del parco. Era il primo gesto di cortesia che le stavano servendo in quella città a lei nuova.
Perché Giorgia si era trasferita da poco ed era tutto così ostile ancora e misconosciuto. Non le parve vero che finalmente qualcuno in quel posto le parlasse e si aprisse.
Non per cattiveria verso quelle persone, ma perché la popolazione della città dove si era trasferita era proprio strana: non si apriva, non riusciva a fidarsi. E di solito invece accade il contrario, no? È il singolo individuo che non si fida di un gruppo o che ci mette un po’ ad integrarsi in una comunità. Lì, invece, accadeva l’inverosimile: la collettività non si apriva al singolo. E il singolo da solo può armarsi quanto gli pare o provare a giocare strategie diverse, ma parte comunque svantaggiato. E continua ad esserlo se quel muro contro cui combatte rimane sempre chiuso e alto, non si scalfisce neanche minimamente.
Giorgia prese quelle due piccole parole, gettate fuori d’impulso dalla signora, forse senza neanche che lei stessa ne fosse stata consapevole, e si adoperò il più silenziosamente e in fretta possibile a trovare una risposta per poter intavolare un discorso sostanzioso. Ma lei non era veloce, nonostante si sforzasse. Non poteva ragionare in un modo che non le apparteneva.
Biascicò solamente “sì sono davvero tante eh?”, con un tono di accondiscendenza e affermazione tale che la signora non prese più in considerazione alcun tipo di interazione. Infatti, aveva già preso fuori il telefono dalla borsa per fare una chiamata a suo figlio e chiedergli cosa volesse per cena.

Giorgia riprese perciò il suo libro e ne tastò le pagine di nuovo, senza più riprendere la lettura. Si soffermò un attimo solo sui colori, sui testi, sull’equilibrio e le proporzioni apprezzando quella piccola meraviglia editoriale che le poggiava sulle gambe. Un po’ come con un gatto che si accarezza silenziosamente: si stabilisce un patto non detto di apprezzamento e di tenerezza l’uno nei confronti dell’altro.

Si rese conto dalla luce che si stava facendo tardi, anche se non avrebbe voluto rincasare ancora, però stava comunque iniziando ad attardarsi per una ragazza senza compagnia in un parco. Perciò decise di dare ascolto alla parte di sé stessa che la proteggeva e si avviò verso la macchina.
Dato che aveva ancora un po’ di metri da fare, pensò di cogliere l’occasione per chiamare suo fratello che sentiva di tanto in tanto per parlare con qualcuno di familiare che non fosse però logorroico come sua madre. Anzi, le piaceva parlare con lui perché la sua voce era spesso solare e riscaldava anche lei per un po’. Era raro che fosse lui a prendere l’iniziativa di chiamarla solo per sentirla, magari invece le mandava messaggi o emoticon carine tramite i social, allo stesso modo dei millennials – anche se lui non lo era, dati i suoi pochi anni in più di lei.

Quando le rispose la sua voce era sorpresa e mostrava un’allegria sincera nell’aver ricevuto quella telefonata. Non si intrattenne troppo tempo al telefono, eppure parlarono abbastanza bene di tutto, facendo un bel sunto di quelli che erano stati gli accadimenti più importanti di entrambi, e di come si sarebbero potuti organizzare nel vedersi nel fine settimana successivo.
Giorgia era infatti solita tornare nella sua città ogni due settimane, per provare quel senso di appartenenza che ognuno di noi dovrebbe sentire quotidianamente nel luogo in cui vive. Ma, appunto, le era difficile provarlo in quella nuova città. Perciò faceva il viaggio e tornava lì, nella sua città, con un senso di metà appartenenza e metà estraneità, come il mezzo canelupo Balto. Perché comunque non era più cittadina né di uno né dell’altro luogo. Era cittadina di sé stessa adesso.
Quando tornava, gli amici e familiari la accoglievano con entusiasmo sì, ma non approfondivano mai gli argomenti più intimi o lunghi. Come se dessero per scontato che non ci fosse il tempo necessario ad affrontarli, e quindi lasciavano stare a priori, senza però darlo a vedere. Magari parlavano più di loro, o facevano domande brevi per ricevere risposte brevi. Oppure non facevano troppe domande per paura di ricevere risposte che fossero lontane dal loro mondo e incomprensibili. E alla fine dei conti, a Giorgia sembravano incomprensibili i discorsi che facevano loro. Soprattutto perché parlavano tra di loro in un codice ormai lontano da lei. E lei cercava di trovarne uno sia nella vecchia che nella nuova città.
Perciò la telefonata le fu utile a ristabilire un contatto, e a capire che nel weekend non si sarebbero comunque potuti vedere. Lui avrebbe avuto da fare con i suoi soliti amici nei soliti posti.
Ma lei avrebbe lo stesso combinato qualcosa con i suoi di amici, che seppur vedeva poco, ogni tanto si aggiornavano nel modo giusto.

Nel frattempo era arrivata alla macchina, così prima di entrare mandò un messaggio al suo migliore amico Tommaso e gli chiese di vedersi quel sabato pomeriggio, sgridandolo tra le righe che se avesse dato precedenza anche lui alle sue altre amicizie, non gli avrebbe parlato di lì a Natale.
Entrò in macchina e mentre chiuse lo sportello il telefono suonò all’unisono. Tommaso era uno dei pochi che quando gli scrivevi lui c’era – nello stesso minuto in cui inviavi, ricevevi.
– “Tesoro ho la partita ma la sera ci sono”.
Era uno sfegatato della squadra della città e andava sempre allo stadio a tifare, con la pioggia o con il sole. Tommaso aveva una forza e un’energia positiva per combattere una guerra. Quella risposta le illuminò il cuore, ora poteva muoversi più leggera.

Andò via dal parco che le luci del sole erano già dietro la collina, si stava facendo buio improvvisamente, come nelle sere d’autunno inoltrate. E infatti settembre stava terminando. Anche il suo umore rispecchiava spesso il tempo com’era fuori, e d’inverno ci sarebbe stata spesso nebbia, acqua e buio. Ma lei non voleva pensarci, affrontava gli eventi un po’ alla volta, quando venivano da lei. Questo non significa che non pensava, anzi si faceva certi film mentali che facevano paura a Tarantino. L’attesa è il momento in cui ognuno di noi elabora di più probabilmente, e anche dopo che succedeva qualcosa di bello, in cui era stata coinvolta cuore e mente, ci rifletteva sopra e ne sorrideva a bizzeffe.
Perciò quell’autunno alle porte non avrebbe spazzato via quei momenti di vitalità, ma semmai ne avrebbe reso maggiore l’intensità nel viverli e di conseguenza la felicità che ne avrebbe reso.

Nonostante la passeggiata nel parco, non aveva ancora voglia di rientrare. Perciò prolungò quella deviazione da casa ancora per un altro po’. Decise di mangiare fuori. Quella sera non avrebbe riempito il pianerottolo del suo palazzo degli odori di cucina. Quella sera voleva vedere altre facce nuove mentre cenava. Consapevole che non avrebbe fatto chissà quale discorso con un estraneo qualsiasi, ma quantomeno scambiato due parole col cassiere per ordinare e per pagare. Inoltre, avrebbe potuto sperimentare qualche cucina particolare. Aveva voglia di Hamburger stranamente. Non di quelli da fast-food confezionati e tutti uguali, ma di uno buono ed originale. Buono da mangiare da soli per sentirsi soddisfatti e contenti di tutto.
Ne scovò uno vicino casa sua, dove non c’era moltissima gente, giusto una coppia tranquilla e due ragazzi. Questo le bastò per attirare la sua attenzione e convincerla ad entrare.
Avvicinandosi al bancone per vedere il menù la cassiera le andò incontro, senza mostrare alcuna insistenza né disinteresse. Le chiese anzi gentilmente cosa volesse mangiare e la istruì sulle proposte giornaliere e sull’offerta della carta.

2021-02-18

Aggiornamento

Ore 19 collegatevi su "Radio Galileo" Intervista per parlare del mio libro! 😊
2021-01-23

Evento

Diretta streaming @Radiopasseggiata Oggi facciamo una bella chiacchierata su musica arte e il mio libro con @Variazioni_jamsessiondiparole🦄🦋😊 Collegatevi alla pagina Radiopasseggiata su Facebook

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Giulia Pressi
Sono una Graphic Designer che adora le arti di ogni tipo ed ha un interesse spropositato per la comunicazione in ogni sua forma. Sono laureata in Design ma, essendo il disegno e la scrittura un bisogno costante sin da piccola, è questo che mi ha avvicinata poi al mondo dell’illustrazione e della grafica. Per questo motivo scrivo "poesie illustrate", racconti, canzoni e metto le mani in pasta ogni volta che posso per scoprire qualcosa in più su di me. Mi interessano gli aspetti psicologici e sociali del mondo che mi circonda ed uso la chitarra o i racconti per accompagnare le riflessioni che provengono dal mio modo di osservare il mondo. Una cosa di cui non potrei fare a meno è guardare il cielo blu.
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