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Inseminazione demenziale

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Favola ecologista a cavallo tra New York e Hiroshima, Inseminazione Demenziale descrive con cinico sarcasmo le gesta di Remy, ranuncolo antropomorfo dall’indole ambientalista. Questa è alla base di ogni sua scelta: dalla più controversa – quella di abbandonare il suo creatore Michael LoManco – alla più frustrante, quella di intraprendere la carriera di dialogatore WWF per sensibilizzare l’uomo sui problemi dell’ambiente. Tutte scelte avventate, dato che il suo impegno nel sociale – lo capirà molto presto – male si concilierà con l’indifferenza del genere umano nei confronti del suo ecosistema. E se da principio proverà a coinvolgere chiunque gli capiti a tiro con metodi ortodossi, dopo una serie di tentativi infruttuosi si renderà conto di quanto le parole siano inutili, rispetto alle maniere forti…

ATTO PRIMO
Manhattan

Adorava New York. Per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea: la stessa carenza di integrità individuale che porta tanta gente a cercare facili strade stava rapidamente trasformando la città dei suoi sogni in una…
Non sarà troppo predicatorio? Insomma, guardiamoci in faccia: io questo libro lo devo vendere.

Manhattan, Woody Allen

Michael Lo Manco

Oggi, ore 9:30.

Michael vive a Staten Island. Lì ha frequentato scuole elementari, medie, superiori e università. Nonostante ciò, le sue tonsille hanno preferito rimanere in Italia, lì dov’è nato. Non sa in effetti che fine abbiano fatto: possono aver preso in affitto una cella frigorifera, o deciso di farsi strette in un misero barattolo di formalina. Più probabilmente sono finite in pattumiera, come altre prima di loro. Questo Michael non lo ha mai saputo e mai se ne è interessato.

In fondo non è nemmeno importante. Quel che conta è che, grazie alla loro separazione non proprio consensuale, ha non solo gonfiato il portafogli della Sammontana e dell’Algida mangiando gelati, ma ha scoperto anche l’importanza delle finestre.

«Per conoscere te stesso e il mondo non hai bisogno di leggere Kant, Hegel o Schlegel. Ti basta una finestra» avrebbe poi detto ai compagni di università.

Lui l’aveva già capito in quell’ospedale pur senza sapere ancora niente di filosofia. Ma è lecito quando si sa a malapena la differenza tra un gelato al biscotto e uno in coppetta. Sapeva, questo sì, quale differenza ci fosse tra lui e i bambini che guardava attraverso le persiane. Loro giocavano con la palla, mentre lui con l’infermiera. Certo, quando hai trent’anni il camice e lo stetoscopio sono un bel volo pindarico, ma quando di anni ne hai quattro non è la fantasia erotica a decollare, ma un cucchiaio di purè in direzione della tua bocca. E puoi bene immaginare cosa Michael preferisse al tempo.

Se una finestra sul cortile può alimentare le ambizioni da investigatore del vicino di casa, il finestrino di un treno ha ridotto drasticamente quelle di Michael: ai tempi dell’acne, guardandovi attraverso, immaginava una carriera da metronomo nel quintetto glam-rock con cui suonava in garage. Non per la gloria né per i soldi. Sognava solo di affogare sotto un’onda anomala di reggiseni, magliette aderenti e perizomi lanciati da fan innamorate delle sue possenti rullate. Un afflusso di pizzi e merletti che, da biotecnologo in Agraria qual è oggi, potrebbe investirlo solo se accompasse nonna Nina a fare shopping.

Il finestrino da cui osserva il mondo in questo momento riflette l’immagine non di una rockstar tatuata, ma di un impiegato la cui massima aspirazione è quella di timbrare il cartellino in orario e dare il cinque al suo collega David. Non pensa più alle groupie, ma a quei cinque minuti di anticipo che gli consentirebbero di aggregarsi al gruppo di zombie che ogni giorno cammina, apparentemente senza meta, in direzione della sala break. Una banda di morti viventi incravattati, quella, per la quale non ti serve un fucile a canne mozze se vuoi sedarla, ma qualche semplice pulsante: caffè ristretto, lungo o macchiato. Un antidoto efficace, capace di ridare l’originario colorito anche al conte Vlad.

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Il finestrino da cui sta osservando il mondo in questo momento gli suggerisce anche la parola peggiore: ingorgo. Gli appuntamenti fissati con il distributore di bevande prima e con la puntualità dopo sono rinviati a domani. Sempre che un domani ci sia. Michael è infatti bloccato da un’ora all’interno di un loculo giallo, il cui epitaffio recita un sintetico “Taxi”.

Il tambureggiare delle dita sulla ventiquattrore scandisce la marcia funebre di avvicinamento al posto di lavoro, dove il capo sta aspettando il suo arrivo per dire una frase che ha il sapore dell’estrema unzione: «Terzo strike: Michael, sei licenziato!».

Il capo

«Mi porti al concerto dei Megadeth?», «Ti voglio bene», «Ti amo», «Questa me la paghi, testa di cazzo!», «Sei licenziato!».

Questo è il rapporto che lega Michael e il capo, in un ventaglio di emozioni che va dalla scintilla dell’amore all’odio. Capo che da principio era Lucy Pher, la compagna di banco con cui scambiava le musicassette degli Slayer, poi divenuta più semplicemente Lucy, sua storica fidanzata nonché «Luce dei miei occhi» per Nina, la nonna di Michael. Accantonati nome e nomignolo, si è passati a un più semplice, generico, gelido e austero capo, a cui dà del lei. Capo che sarebbe Lucy ancora oggi, forse, se una sera di qualche anno prima la ragazza non gli avesse chiesto «Come te lo sei fatto, Michael?». Parlava, ma questo è chiaro a chiunque abbia visto Mike almeno una volta nella vita, di quel maledetto callo che gli marchia la fronte.

Immagina da una parte i bambini, esaltati alla vista di dolci, renne e cartoni della Disney. Dall’altra i genitori, lettera per Babbo Natale alla mano, che si aggirano per il ventitreesimo centro commerciale passato in rassegna, alla ricerca di quella che per il proprio figlio sarà stata pure un’innocente richiesta, ma per loro è solo causa di forti emicranie. Ora focalizza la tua attenzione sul piccolo Michael, per cui le festività natalizie erano un vero e proprio supplizio a causa della tradizionale torta con le noci di nonna Nina.

«Michael, puoi venire in cucina? Mi servi!»

In quel momento, da qualche parte nel mondo, c’era di sicuro un’orda di mamme e papà che se la passava meglio di lui, nonostante dovesse risolvere l’annuale rompicapo dicembrino: trovare il Goldrake indicato dal loro pargolo, costi quel che costi. Non importava se per adagiarlo sotto l’albero di Natale gli avrebbero tagliato la carta oro. No. Era necessario spuntare la riga del robottone preferito del proprio figlio, ché tornare a casa con Jeeg Robot d’acciaio avrebbe potuto causare pianti isterici e musi lunghi dettati dalla delusione. A casa Lo Manco c’era invece Michael che non voleva chissà che cosa, se non che Babbo Natale esaudisse finalmente il desiderio più volte sottolineato nelle sue missive.

Ogni anno veniva ignorato dall’uomo di rosso vestito e tramortito dall’efferatezza di quel gesto che a Natale la nonna gli riservava. Ma ogni dodici mesi era di nuovo lì, alla scrivania, a mettere nero su bianco quello che avrebbe voluto scampare. Capiva che sarebbe finita male quando le dita ossute di Nina si aggrovigliavano attorno ai suoi capelli. Michael reagiva sempre nella stessa maniera: «No! Non farlo!».

Ma in ogni modo, che lo volesse o meno, la sua fronte si schiantava contro una noce. Poi due, poi tre, poi dieci.

La sera in cui Lucy gli domandò del callo, tornò per un attimo alla sua infanzia e a quella frutta secca che si infrangeva ripetutamente contro il suo desiderio natalizio disatteso. Con il senno di poi sono tutti bravi: Non avrei dovuto raccontarglielo si ripeté spesso negli anni a venire. Ma non poteva sapere quale sarebbe stata la reazione di Lucy all’aneddoto. In un attimo si ritrovò di nuovo una mano ossuta, questa volta della sua compagna, stretta tra i capelli.

«No! Non farlo!» urlò Michael.

La ragazza non prestò attenzione alla supplica, né pensò al dolore che avrebbe potuto arrecare al ragazzo. Quello che le importava era di testarne l’attitudine da schiaccianoci umano, sfruttando la frutta secca ordinata poco prima. Non aveva fatto però i conti con ciò che ne sarebbe seguito: di lì a poco avrebbe infatti riscontrato l’effettiva robustezza del capo del fidanzato, ma anche quella della sua stessa mascella, messa a dura prova dalla pinta di birra che Michael le scaraventò addosso.

«Questa me la paghi, testa di cazzo!» sbraitò la ragazza, in lacrime.

«Mandami la fattura del chirurgo plastico via mail.» Nel dirlo si alzò dalla sedia e voltò le spalle a Lucy per sempre.

Da quella sera, il rapporto tra Michael e la donna, divenuta poi il suo capo, si è limitato agli ormai leggendari tre strike e ad altrettante semplici parole: radici, zoo e ritardo.

Ma andiamo con ordine.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Andrea Arditi
Andrea Arditi nasce a Torino nel 1981. Laureato in Scienze del turismo,
ha lavorato come speaker radiofonico per vari emittenti e collaborato con
testate sia online sia cartacee. Inseminazione Demenziale è il suo romanzo
d’esordio
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