Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages
4%
192 copie
all´obiettivo
44
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Giugno 2020

Tauris, Carnia, Friuli Venezia-Giulia.
La tranquillità del paese montano viene scossa dall’attacco di alcuni lupi a un gregge di pecore. Bruno Rainis, pastore e cacciatore, dichiara loro guerra e costituisce un manipolo di cacciatori per stanarli e ucciderli. Contemporaneamente, Daniele Tassotti, un ex detenuto, ritorna nel paese per rifarsi una vita; quando trova un lupo ferito nella foresta, non se la sente di ucciderlo e decide di prendersene cura. Questo lo porterà a confrontarsi col suo passato turbolento, scontrandosi con i paesani di Tauris che vedono nei lupi una minaccia da eliminare con ogni mezzo, in ogni modo.
L’uomo e il lupo. Spiriti affini, feriti, che lottano per la propria sopravvivenza.
Riuscirà Daniele a salvare l’animale e a riconciliarsi col suo passato?

Perché ho scritto questo libro?

Istinti è principalmente una storia di redenzione, che mette a confronto la natura in contrapposizione all’essere umano.
Il contrasto uomo-natura mi ha sempre affascinato. E volevo raccontare una storia che racchiudesse in sé questo contrasto senza tempo, mettendo in relazione gli istinti animali e gli istinti umani.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

CAPITOLO 1

Quella notte di fine maggio, la luna faceva capolino da un ammasso di nubi scure che scivolavano via, sospinte da una tenera brezza, e le consentivano di risplendere nel cielo stellato. I suoi bagliori facevano rifulgere i pini, gli abeti e i larici di una luminescenza spettrale, mentre la brezza, che si insinuava tra il fogliame, faceva ondeggiare i loro rami più alti, tanto che la foresta sembrava essere animata. I barbaglii lunari sfumavano nei recessi della foresta, dove la vegetazione si faceva più fitta, più densa, popolata di ombre che si alternavano ad altre ombre.
E proprio tra le ombre, si muovevano tre sagome canine, dalle orecchie a punta; i loro corpi snelli frustavano le basse fronde dei cespugli, mentre avanzavano silenziosi in fila indiana. In testa al trio c’era un magnifico esemplare maschio di quattro anni, il capo del suo branco. Zampettava leggiadro, tendendo bene le orecchie al primo segnale di pericolo. Gli altri due lo seguivano a ruota nel giro esplorativo, stando bene attenti a ogni sua movenza.
Da quando si erano staccati dal resto del branco, quella sera, ed erano scesi a valle, i tre esemplari non avevano incontrato nessuna minaccia che avrebbe potuto mettersi sul loro cammino, alla costante ricerca di cibo. Si erano fermati solo qualche volta, a fiutare l’aria, e poi avevano ripreso la marcia.
Continua a leggere
Continua a leggere

Ora, con il favore delle tenebre, si erano fatti anche più temerari, mantenendo pur sempre una certa linea di attenzione e attraversavano la foresta come spettri della notte.
Ad un certo punto, il capobranco rallentò il passo fino a fermarsi e puntò le narici verso la luna. Inspirò una boccata d’aria e, imitato dagli altri due, riprese ad avanzare puntando a destra, in una direzione non ben precisata.
Al suo finissimo olfatto era giunta un’usta di preda; era un odore inconfondibile per lui, che aveva il potere di esaltare tutti i suoi sensi.
Il maschio accelerò l’andatura e s’immerse nel fitto fogliame con un solo pensiero in mente: una preda, cibo, un’altra notte di caccia.

La casa, al limitare della foresta, era immersa in un silenzio abissale. Le luci erano spente. Il tetto a spiovente riverberava nella luce lunare.
Davanti l’abitazione c’era una cuccia in legno, dalla quale fuoriusciva il corpo nero e bianco di un border collie.
Il cane teneva il muso tra le zampe anteriori e, fino a qualche minuto prima, si era agitato a terra a causa di un brutto sogno. E come se l’incubo fosse stato portatore di sventura, appena svegliatosi, aveva avvertito nell’aria un odore strano, intenso, pungente.
Era l’odore di una minaccia incombente. Era l’odore di un predatore.
Il border collie si alzò dal suolo, tirò indietro le orecchie e fiutò l’aria ancora una volta. Sentendo che l’usta non diminuiva col passare dei secondi ma, anzi, sembrava essere aumentata di intensità, fece ciò che ogni buon cane da guardia può fare in questi casi. Esplose un abbaiare concitato, frenetico, capace di sferzare l’aria e spezzare di netto quel silenzio abissale.

L’uomo si girò e rigirò nel letto, brontolando qualcosa di incomprensibile. Si trovava esattamente a metà tra il mondo dei sogni e il mondo reale e ci stava impiegando più tempo del previsto a tornare nel secondo.
L’abbaiare concitato si alzava dal cortile anteriore e, come un allarme fuori uso, non sembrava essere sul punto di cessare il prima possibile.
Quel suono martoriante gli risuonava nelle orecchie, prima come un tossire lontano poi, man mano che ritornava alla realtà, riuscì a metterlo bene a fuoco.
Era Samantha. Stava abbaiando come mai aveva fatto prima.
La cosa lo sorprese e preoccupò allo stesso tempo.
Con un brontolio simile a un rutto gutturale, scostò lenzuola e coperte. Scese dal letto e, alzandosi, si sentì stordito dal sonno, come se si stesse riprendendo da una pesante sbronza.
Arrancò attraverso la stanza e spalancò la finestra.
“Samantha! Samantha, cosa succede ?!”, gridò con voce impastata.
Il border collie non sembrò prestargli attenzione. Con il corpo proteso completamente fuori dalla cuccia, continuava ad abbaiare alla luna, alternando i guaiti a dei profondi ringhi sinistri.
L’uomo riaprì bocca per cercare di calmarla almeno un poco, ma si fermò con le parole stroncate in gola.
Nitido, nonostante il latrare continuo del cane, gli era giunto alle orecchie un belare agitato. Di scatto, girò la testa verso il non distante recinto di ovini.
Nel fulgore lunare, poté distinguere una massa bianca in movimento oltre allo steccato di legno. Evidentemente, le pecore si erano ammassate tra loro e ora stavano correndo in cerchio lungo il perimetro del recinto, lanciando belati di terrore nella notte.
Ma che diamine stava accadendo al suo gregge?
L’uomo si ritirò rapidamente dalla finestra. Spalancò l’armadio, indossò al volo il primo maglione che trovò, calzò i pantaloni, poi gli scarponi. Non aveva un solo secondo da perdere.
Afferrò il giubbotto e, sempre dall’armadio, estrasse una doppietta da caccia. La caricò rapidamente, poi si lanciò fuori dalla stanza e lungo le scale.

Appena fu uscito di casa, l’aria fredda della notte gli strinse il petto in una morsa gelida. Ma l’uomo non se ne curò minimamente. Corse subito dal suo cane. Non cercò di calmarlo, si limitò solo a togliergli la catena che aveva al collo.
Sentendosi libero, il border collie schizzò abbaiando e latrando verso il recinto.
L’uomo impugnò il fucile e lo seguì di corsa. Passo dopo passo, ancora intontito dal sonno, poteva sentire il proprio cuore pulsare violentemente nel petto.
Man mano che si avvicinava al recinto, il belare continuo delle pecore terrorizzate si faceva più intenso, raccapricciante.
Vide la sagoma di Samantha scivolare tra le ombre e poi balzare oltre la staccionata del recinto. Il suo abbaiare si mescolò e confuse col belare degli ovini.
L’uomo raggiunse il cancello del recinto, anche questo di legno. Ci mise qualche secondo per aprirlo, entrò nell’area e se lo chiuse velocemente alle proprie spalle.
Girandosi, aguzzò la vista per cercare il responsabile di tutto quel trambusto.
Il recinto era posto in una vasta zona d’erba, proprio al limitare della foresta, e la luna riusciva a rischiarare i corpi tozzi delle pecore, tutte ammassate insieme in un corpo unico, lanciato in un’ improbabile fuga in cerchio.
L’uomo mosse un passo in avanti. Occhi stretti a fessura.
Dietro all’ultima pecora del gregge vide la sagoma scattante di Samantha. Un momento. No, non poteva essere lei. Quella sagoma canina era più alta, con le orecchie a punta e con il manto di un grigiore spettrale, specie sotto ai barbaglii lunari.
Sembrava un fantasma. Uno spettro della foresta.
L’uomo ci mise qualche secondo a comprendere ciò che stava guardando. Per un attimo, la sua mente rifiutò la visione che aveva davanti.
No, non poteva essere vero. Non poteva capitare a lui, al suo gregge.
Nella confusione generale, avvertì l’abbaiare furioso di Samantha. Volgendo lo sguardo nella sua direzione, sgranò gli occhi dalla sorpresa, dal terrore.
Il border collie stava immobile puntando un angolo del recinto e abbaiava contro a due sagome canine che sovrastavano il corpo di una pecora. L’avevano morsa ripetutamente alle zampe, fino a stancarla, e adesso stavano completando l’opera.
Una delle due sagome aveva i canini affondati nella gola della pecora e spingeva in avanti con tutte le sue forze, piegandole il collo in una posa innaturale. L’altra, invece, stava attaccando a morsi il suo ventre soffice.
L’uomo, occhi quasi fuori dalle orbite, sollevò il fucile e mirò alle due sagome. Preso dal panico, dalla disperazione, sparò a vuoto, senza prendere bene la mira. Il colpo partì sollevando una nuvoletta di fumo, ma il proiettile non trovò nessun bersaglio e sfilò nell’aria notturna.
Tuttavia, il suono emesso dalla doppietta fece sobbalzare le due sagome, che lasciarono la presa sulla pecora. Anche la terza sagoma, lanciata all’inseguimento del gregge, si fermò di colpo guardandosi attorno.
“Maledetti”, ringhiò l’uomo.
Le tre sagome canine si unirono al centro del recinto e, come saette, lo attraversarono tutto. L’uomo ricaricò la doppietta e prese la mira in gran fretta, ma era ormai troppo tardi: le tre sagome avevano superato il recinto con un balzo ed erano svanite tra le ombre della foresta.
“Maledetti!” urlò l’uomo.
Poi si avvicinò al corpo esanime della pecora. Samantha aveva smesso di abbaiare e sembrava essere tornata la dolce cucciolona di sempre. Passandole accanto, l’uomo le diede una delicata pacca sulla testa.
“Brava ragazza”.
Fermandosi davanti la pecora, un nodo gli serrò la gola.
L’animale, agonizzante, aveva il collo squarciato e il ventre chiazzato di sangue; la lingua pendeva inerte da un lato della bocca.
L’uomo, sospirando a fondo dalla disperazione, sollevò la doppietta. Puntò dritto in mezzo agli occhi.
E sparò.

CAPITOLO 2

Le montagne si susseguivano all’orizzonte come canini di un mostro senza tempo né nome.
Un vecchio autobus, dalla carrozzeria di un bianco sbiadito, stava affrontando con non poche difficoltà i vari tornanti della strada, sbuffando del fumo nero dietro di sé.
Il conducente, un tipo sulla cinquantina, faceva danzare abilmente le mani sul volante, nell’affrontare una curva dietro l’altra. E quando il veicolo si trovò davanti a una curva a gomito in salita, l’uomo sbuffò e ringhiò al tempo stesso, mentre spingeva il mezzo lungo la strada.
Nonostante un iniziale sussulto, l’autobus riuscì a sostenere la salita, favorito dal fatto di essere quasi vuoto. A bordo, infatti, c’erano soltanto un anziano signore, due suore e un quarto uomo, seduto in fondo, intento a guardare il paesaggio montano, con la mente persa nei suoi pensieri.
Dopo qualche minuto di avanzata in salita, il veicolo superò un cartello con la scritta: TAURIS.
L’uomo, in fondo al mezzo, si destò di colpo dal suo pensare e si alzò portandosi a pochi passi dalla porta centrale. Suonò il campanello.

La piazza del paese di Tauris aveva una forma semicircolare. Era abbracciata ai lati dalle prime case basse, a due piani, e aveva una fontanella al centro. Già in quel punto si poteva notare il campanile della chiesa che dominava l’abitato, posto nella zona più alta del colle.
L’autobus si arrestò alla fermata e aprì le porte.
Scarpe da uomo nere, consunte dal tempo e sormontate da un paio di jeans neri di pessima qualità, scesero i gradini del veicolo, incontrando l’asfalto della strada; attraversarono la piazza fermandosi davanti la fontanella e premettero un tasto infisso nel pavimento. Un getto d’acqua fredda sgorgò dal rubinetto.
Nel frattempo, le porte dell’autobus si chiusero e il veicolo si rimise in marcia svanendo lungo la strada.
Daniele Tassotti, quarant’anni, alzò la testa e inspirò una boccata d’aria fresca. Si guardò attorno, passandosi una mano sulla folta barba bruna per levarsi delle gocce d’acqua.
L’uomo, con indosso un cappotto nero sgualcito e un borsone logoro a tracolla, si avviò lungo un vicolo che serpeggiava tra le prime case, passandosi una mano tra i folti capelli castani.

La lama di un coltello affilato trapassò una fetta di formaggio, tagliandola in due con un suono soffice.
Piero Tassotti aveva settant’anni, una vita trascorsa per i boschi e spesa per la comunità di Tauris e per sua moglie Ada, venuta purtroppo a mancare qualche anno prima a causa di un cancro.
Secondo Piero, quel giorno sarebbe stato uguale a tutti gli altri; trascorso a badare alla casa, al proprio pollaio e ai propri conigli. Si sarebbe concesso il suo solito whisky verso sera, seduto davanti a qualche programma televisivo e poi si sarebbe coricato per dormire. Una routine che seguiva ormai da tempo, da quando Ada aveva smesso di vivere.
Abitava da solo in una casetta poco fuori Tauris, al limitare della foresta. Era un luogo tranquillo, isolato, per questo di visite non ne riceveva molte.
Quindi fu grande la sua curiosità, quando sentì suonare il campanello.
Lasciò il coltello sul tavolo, uscì dalla cucina e, attraversato un piccolo corridoio, aprì la porta di ingresso.
Daniele Tassotti stava davanti a lui e lo guardava indeciso sul cosa dire.
Piero provò improvvisamente una strana sensazione alle viscere; era come un vento freddo che spirava a raffiche dai recessi più profondi del suo essere.
Daniele sembrava cercare mentalmente parole che non riusciva ad esprimere.
Piero richiuse la porta con forza.
Attraversò il corridoio e rientrò in cucina, afferrò il coltello e lo infilzò con forza nel formaggio. Tranciò un’altra fetta, poi ne tranciò ancora una, con indifferenza, come se non fosse accaduto nulla, come se non avesse veramente lasciato il suo unico figlio fuori di casa.
Daniele, rimasto a fissare una porta chiusa, si chiese se non fosse il caso di riprovare, improvvisando qualcosa da dire.
Dopo qualche secondo, decise di lasciar stare…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Istinti”

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Davide Stocovaz
Davide Stocovaz nasce a Trieste nel 1985.
Terminati gli studi partecipa alla realizzazione di film e documentari.
Nel 2010 vince il Primo Premio per la Sceneggiatura Mattador, dedicato a Matteo Caenazzo, con lo script “Istinti”.
Nel 2014 il suo racconto “L'ultima Sinfonia” viene pubblicato nella raccolta "Morte a 666 giri" curata dalla Dunwich Edizioni.
Nel 2016 vengono pubblicati i suoi primi romanzi: “Zanne nelle Tenebre” (Editrice GDS) e “Ombra di Morte” (Montag Edizioni).
Nel 2017 viene pubblicato il suo terzo romanzo dal titolo “Abissi” (Elison Publishing).
Nello stesso anno esce la raccolta di racconti “La Voce e altri racconti” (Franco Puzzo Editore).
Nel 2019 esce il racconto “Tra due fuochi” (La Sirena Edizioni).
Davide Stocovaz on Facebook
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie