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Jackie Dust

Jackie Dust
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Consegna prevista Agosto 2022

Quando lotti per una causa, una parte di te imputridisce. È quella che alimenta la tua forza, la tua audacia, la tua pazzia. Eppure vai avanti. Non per te stesso ma per il bene comune. Poi la tua stella si spegne, il gasolio che alimenta la furia omicida scola dalle vene, divenendo una inutile pozza sul campo di battaglia. Il sipario cala, lo spettacolo finisce. La tua ricompensa è un corpo ammaccato e un cervello zeppo di ricordi. Quelli più vividi, sono i peggiori. Jackie e i suoi compagni del Rospo Giallo lo sanno bene. Se alla guida del paese c’è il governo elfico e non quel macellaio di Slade O ‘Greymoon, il merito è solo del Rospo Giallo. Il mondo lo ha dimenticato. Jackie, invece, ricorda quel che le ha fatto Slade e quel che lei medesima ha fatto a una persona bisognosa del suo amore. Adesso è pronta a saldare il conto. Ma il prezzo non comprende solo il ritorno di Slade. C’è qualcos’altro. Qualcosa di così malvagio che perfino l’Inferno ha rigettato.

Perché ho scritto questo libro?

Perché ho scritto questo libro? Semplice: Adoro le sfide. Nel momento in cui ho concepito Jackie Dust, mi sono imposto di ribaltare alcune regole del genere fantasy. Ho lasciato spazio ai sentimenti e all’azione. Ma li ho gettati in un mondo crudo e violento, pieno di sofferenza e marciume umano. Il tutto condito da alcuni temi come la politica, il lavoro, l’esoterismo e la maternità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

Quella notte i pneumatici fumavano come pezzi d’arrosto. Lo slalom tra le auto su Trash Avenue, intasata perfino alle quattro del mattino e le ripetute frenate per evitare di mandare al campo santo i pedoni, avevano messo a dura prova le gomme del Pick-up. Nonostante ciò, Rooster se le era cavata benone al volante. Sudato da fare schifo per la tensione, ormai si considerava un vero asso. E gli dava ai nervi l’idea che la sua abilità di guida non fosse apprezzata da nessuno dei suoi compari. Tanto meno da Fleya. Quella rompiscatole non faceva altro che criticare. Se non fosse stata come una sorella, Rooster le avrebbe già spappolato il cranio con il suo batticarne.

  «Pure i bambini sanno che Trash Avenue è sempre un casino» sentenziò Fleya, con la voce stridula «perché cavolo non hai svoltato su Bleach Road?»

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  «Bleach Road è senza uscita. Lo credo che non ti hanno ancora dato la patente» ribattè l’orco, sterzando bruscamente a destra, evitando così una nuova scarica di proiettili che si abbatteva sul nastro d’asfalto, a pochi millimetri dalla fiancata del Pick-up. Kid bestemmiava a tutto spiano, in piedi nel cassone. Insieme a lui c’era Giuko. Il nano rispose al fuoco, impugnando la sua mitragliatrice a canne rotanti. Dallo specchietto, Rooster vide una delle fate che gridava come una gallina per il dolore. I proiettili sparati da Giuko le avevano tranciato di netto l’ala sinistra. Aveva i capelli viola, un top striminzito e i jeans strappati. La fata roteò su stessa qualche secondo, per poi sparire dalla visuale di Rooster.

  L’orco pregò che fosse precipitata sull’asfalto, le ossa ridotte a una polpetta da un camion della spazzatura. Invece, la fata non mollava. Dalla scapola sinistra perdeva sangue a volontà e sbandava come fosse ubriaca, urtando contro le altre due compagne che volavano al suo fianco mentre impugnava a fatica il suo kalashnikov. Le altre fate avevano qualche anno in più. Una di loro pareva una naziskin, l’altra aveva i capelli corti e un fisico da maschiaccio. Ciò che le accomunava erano le ali. Nere come inchiostro e veloci come falchi.

«Merda» esclamò Rooster, gli occhi puntati sul display del cruscotto.

«Che altro succede?» Domandò Fleya, sempre più isterica.

«La benzina sta finendo.»

«Cosa?»

Il finestrino accanto a Fleya esplose in una rosa di schegge, colpito dai proiettili. Fleya prese a gridare con più veemenza, riparandosi il volto con le mani. Rooster scuoteva il testone, quasi infastidito. Quanto le piaceva fare la commedia. Fleya era una strega azzurra. E le streghe azzurre avevano la pelle dura e spessa. Quelle schegge di vetro, in realtà, le facevano il solletico. La sceneggiata durò una manciata di secondi, dopodiché Fleya tornò a bomba sulla questione benzina, come se nulla fosse accaduto:

«Non avresti dovuto fare il pieno, ieri sera?»

«No, perché toccava a te!» Replicò l’orco mentre svoltava rapidamente in una strada male illuminata, con capannoni industriali su entrambi i lati della carreggiata.

«Non è vero!»

«Sì, invece!»

La diatriba infantile venne interrotta da un paio di colpi sordi. Era Kid. Picchiava irritato sul tettuccio con la sua chela da granchio che fungeva da braccio destro.

«Oh, dateci un taglio!» Gridò l’uomo pesce.

In quel preciso istante, un gargoyle barbone attraversò la carreggiata, spingendo un carrello della spesa gravido di cartoni e buste ingiallite.

  «Attento!» Gridò Fleya, braccia tese e palmi aperti in direzione del parabrezza, come se volesse proteggere sé stessa dall’imminente impatto, con quel diseredato. Rooster affondò il piede sul freno. Gli pneumatici stridettero sull’asfalto, fischiando come una locomotrice a vapore. Il cofano si arrestò a pochi centimetri dal volto rugoso del gargoyle. La fata nazi e il maschiaccio non furono in grado di rallentare il volo e finirono qualche metro più avanti, oltre il Pick-up. Capelli viola, invece, pochi secondi prima, aveva preso a volare più in basso, rispetto alle compagne. A tratti roteava come un aquilone in balia del vento ma era ugualmente riuscita a posizionarsi all’altezza del cassone, decisa a ridurre una groviera Kid e Giuko, con il suo kalashnikov. Poca distanza ormai la separava dai suoi bersagli. Ma non appena la vettura inchiodò, la fata schizzò in avanti come il laccio di una fionda. Kid non si lasciò sfuggire l’occasione. Rapido come non mai, colpì la bastarda. Il suo braccio chela attraversò la cassa toracica della fata. Le costole si spezzarono come grissini mentre la chela fece capolino tra le scapole, in un fiotto di sangue e carne lacerata. Il gargoyle barbone, nel frattempo, se ne era rimasto immobile di fronte al cofano del pick-up, fissando Rooster e Fleya impalliditi, oltre il parabrezza. Il gargoyle barbone ricambiò con un brontolio. Poi si voltò e riprese a spingere il carrello, fino al marciapiede opposto. Kid si sollevò sulle punte dei piedi, oltre il tettuccio, mostrando alle due fate il corpo esanime di capelli viola, conficcato sul braccio chela al pari di uno spiedino. La cosa fece alquanto irritare le farfalline.

   Rooster inserì la prima e schiacciò l’acceleratore. Il Pick-up fece un balzo in avanti, oltrepassando le fate che ripresero a sparare, vomitando insulti di ogni genere contro Kid e compagni. Qualche metro più avanti, Rooster notò sulla destra la rampa per la sopraelevata. D’istinto, sterzò di colpo e intravide dallo specchietto retrovisore Giuko che perdeva l’equilibrio e rovinava sulle cosce di Kid. Dalla sopraelevata, la città di Sputomarcio appariva come la schiena di un istrice, grazie alla moltitudine di guglie e comignoli fumanti, posizionati sui tetti spioventi che ricoprivano case in legno e in pietra vulcanica. L’architettura medievale si mescolava con quella più moderna che trovava sfogo in edifici in vetro e acciaio, a forma di uovo e a guscio di lumaca. Rooster tornò a fissare la lancetta del carburante. Si domandò perché diavolo avesse optato per la sopraelevata, anziché infilarsi in qualche rione di periferia, colmo di box auto in disuso e mura screpolate, luoghi capaci di offrire un discreto riparo, soprattutto in caso di sparatorie. Ma l’orco se ne guardò bene dal manifestare questa riflessione alla strega. Col cavolo che le avrebbe fornito un assist del genere.

  «Siamo quasi a secco. Dobbiamo toglierci dai piedi queste dannate zanzare!» Sbraitò.

  In quel preciso istante, Kid lanciò contro le inseguitrici il cadavere di capelli viola, ancora infilzata sul braccio chela. La nazi riuscì a evitare il corpo martoriato della compagna. La fata maschiaccio fu meno lesta. Le braccia disarticolate del cadavere impattarono contro le sue cosce nude e sode. Maschiaccio fece una capriola in avanti e non mantenne la presa del kalashnikov che scivolò dalle sue dita, piombando sul guardrail. Giuko puntò la mitragliatrice contro di lei mentre Rooster procedeva nuovamente a zig zag, nel tentativo di evitare i proiettili vomitati dal Kalashnikov impugnato dalla nazi. Maschiaccio virò con una rapidità sorprendente, qualche secondo prima che il nano aprisse il fuoco, avvicinandosi a Nazi. Poi l’afferrò per il braccio sinistro e la tirò a sé. Utilizzò la povera nazi come uno scudo mentre i proiettili di Giuko la riducevano in poltiglia.

   Ora la sopraelevata procedeva in discesa. Rooster tolse il piede dall’acceleratore, nel misero tentativo di risparmiare qualche goccia di benzina. La vettura procedeva spedita come un ariete. Poco più avanti, a sinistra, intravide l’uscita per il quartiere di Cane Pazzo. Maschiaccio era imbrattata dal sangue di Nazi. Sul volto di lei, Kid e Giuko vi lessero una stanchezza indescrivibile. Eppure quella psicopatica sarebbe stata in grado di proseguire almeno un’altra ora, infiammata dall’odio. Una volta giunti a Cane Pazzo, Rooster prese a guardare a destra e sinistra, in modo frenetico, nel tentativo di individuare un luogo abbastanza riparato. Ma non c’era un accidente di niente, a eccezione di negozi dalle vetrine opache, sale da biliardo e friggitorie. Poi i suoi occhi grigio perla si conficcarono nuovamente nello specchietto. L’orco ebbe l’impressione di inghiottire lamette da barba. Accade tutto in pochi secondi, sufficienti perché il suo cervello registrasse quell’immagine, nonostante fosse dilaniato da un’emicrania formato famiglia. Rooster vide Maschiaccio che toglieva la spoletta da una bomba a mano. Per un attimo, si domandò come diavolo se la fosse procurata. Ma il quesito perì nel buio della sua mente non appena la fata lanciò la bomba contro il Pick-up.

   Rooster, questa volta, sterzò con alcuni secondi di ritardo. L’onda d’urto sollevò il pick-up dal lato sinistro. Kid venne sbalzato fuori dal cassone mentre Giuko scivolò dal lato opposto come una palla da biliardo, restando quasi schiacciato tra il bordo e la sua mitragliatrice. Rooster tenne le dita inchiodate al volante ma il suo corpo da molosso finì sul sedile di Fleya, tanto che urtò la testa contro le corna di lei. La strega, pressata dall’orco, si aggrappò al bordo del finestrino mentre le schegge di vetro scricchiolavano sotto la pressione delle sue dita. L’auto procedette per qualche metro su due ruote fino a quando non recuperò l’assetto. L’orco aveva totalmente perso il controllo e l’auto penetrò la vetrina di un negozio di abbigliamento. Manichini di elfi e stand con abiti dai tessuti scadenti, vennero sbalzati come birilli. Il pick-up si schiantò contro un enorme tavolo dove erano adagiate felpe e t-shirt in pile disordinate. Una volta rovesciato, il pick-up spinse il tavolo contro la parete opposta, nella quale erano incassate alcune mensole con mucchi di jeans sbiaditi. Il legno del tavolo si spaccò contro la parete. L’urto fu così violento che un paio di mensole si staccarono di netto dal muro, scodellando i jeans sul cofano ammaccato della vettura.

   «Che botta» gemette Fleya, tenendo la mano destra premuta contro la fronte, gli occhi ridotti a due fessure per il dolore. Rooster, invece, perdeva sangue dalla tempia destra. La sua testa pulsava in modo indegno. Aveva l’impressione che i Dirty Socks, un gruppo punk rock composto da orchi adolescenti, si fosse conficcato nel suo cervello, sparando la musica a palla. Aveva la vista annebbiata e gli veniva da vomitare. Ma non era quello il momento di crollare. Si rivolse alla strega:

«Bambi, tutto ok?»

«Starò bene appena avrò strappato il fegato a Campanellino» ribattè Fleya.

Rooster afferrò il grosso batticarne che aveva abbandonato sopra il freno a mano e smontò dal pick-up. Lanciò un’occhiata al cassone. Era vuoto.

«Kid! Giuko! Ma dove cavolo siete?» Gridò.

«Piantala di starnazzare. Sono qui» rispose Giuko.

Durante l’impatto con il tavolo, anche il nano era stato sbalzato fuori dal cassone. Si trovava nel reparto adiacente. L’orco lo vide appollaiato su alcuni capi di biancheria intima da donna, la testa bionda di un manichino elfo tra le sue gambe divaricate e un reggiseno che penzolava dai suoi capelli lunghi e ricci. Il nano aveva perduto il suo cilindro. Rooster non fu in grado di trattenere un risolino.

«Non dire neanche una parola» lo rimproverò il nano con aria indispettita mentre gli tendeva la mano piccola e ossuta.

L’orco afferrò la mano del compare. Una volta in piedi, Giuko strofinò con i palmi il tessuto dello spolverino. Poi recuperò il cilindro. Era finito sopra uno stand gravido di camicette rivestite da perline.

«Dov’è Kid?» Domandò Rooster.

«È volato dal cassone quando eravamo ancora in strada. Deve essere là fuori.»

  Rooster oltrepassò il pick-up mentre Fleya smontava dal lato del passeggero. L’orco raggiunse la vetrina frantumata, perlomeno ciò che ne rimaneva. La attraversò e, una volta sul marciapiede, scrutò in ogni direzione. La strada era silenziosa e rivestita da spazzatura. Di Kid non vi era traccia. Poi notò qualcosa. Qualcosa che prima gli era sfuggita. Fece un passo alla sua sinistra, nel punto in cui il negozio faceva angolo e svoltava in un vicolo. Si arrestò non appena fu a pochi centimetri da quella traccia umida sull’asfalto del marciapiede, simile a una pennellata di un pittore schizoide. L’orco si irrigidì. Era sangue.

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Stefano Stanzione
Scrivo da quando ero bambino. Raccontare storie è come una droga. I miei insegnanti del corso di sceneggiatura sono stati i migliori “pusher” da cui mi sia rifornito. Da qui in poi, la mia esistenza di tossico della narrativa è stata tutta in discesa. Non che sia divenuto celebre, attenzione. Le mie opere non sono ancora state esposte accanto a quelle dei grandi autori. Ma di certo, l’aver avuto qualcuno che mi ha indicato la strada da percorrere, è stato un vantaggio non da poco. Il resto l’ho colmato con l’impegno, lo studio e la dedizione. Di porte in faccia ne ho prese tante e ancora ne prendo. Ma sono ancora qui. Mi guardo indietro e sono comunque soddisfatto delle pubblicazioni che ho cumulato. Scrivere romanzi mi piace molto. Però non basta. Così mi dedico anche ai fumetti. La prima forma d’arte con cui sono entrato in contatto, il mio primo spinello.
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