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Consegna prevista Aprile 2020

A Montinò, paese immaginario della Sardegna arido d’estate e nascosto dal fumo dei camini d’inverno, Rafael, un bel fascista dal caldo sangue spagnolo, dà la caccia con le sue camicie nere ad un mugnaio di fede socialista, Efis, che ha scritto alcuni volantini inneggianti alla libertà.
Nella piccola comunità, dove ogni avvenimento turba la quiete dei suoi abitanti, che sia una esibizione di tango argentino o lo spettacolo di un circense mangia lampadine, vive anche Jesum, un uomo timido e naturale, ma forte di valori, con un passato doloroso che lo tormenta.
Tutti si raccontano a Montinò: le donne che cercano marito fanno voti ai Santi, i cavadenti disprezzano lo zucchero, e chi parte per andare a lavorare fuori dal paese scopre i profumi di Napoli, il piacere di un babà, la lusinga di un corteggiamento.
Sono i piccoli peccati degli umani, alcuni inconfessabili, ma Montinò è il paese del pentimento e all’orizzonte ci sono eventi dolorosi. Chi riscatterà Montinò?

Perché ho scritto questo libro?

Ho raccontato una storia, tutto qui. Alcune vicende che sono narrate nel libro le ho sentite da bambina, riguardavano persone a me vicine e non le ho dimenticate. Da anni volevo scrivere un romanzo che raccogliesse emozioni e sensazioni della mia infanzia trascorsa in un piccolo paese, alla scoperta della natura, così ho aspettato che il racconto lievitasse dentro di me, e che i personaggi mi chiamassero per essere descritti sulle pagine e trovare una nuova vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Rafael cammina sulla  strada a forma di croce che ricorda il sacrificio di Nostro Signore e ha una gran voglia di uccidere.

Conosce già il suo nemico, è questione di ore.

Tira un calcio a un sasso e si guarda intorno.

Un bambino con la bottiglia di latte in mano stava fermo sulla porta  di casa

guardando ai lati della via ,incerto dei rumori, perchè era sordo, si fidava

solo dei suoi occhi.

Giaime senza saperlo,osservava l’assassino di suo padre.

Era quell’uomo vestito di nero,col manganello alla cintura  frusciante

sull’orbace del pantaloni ,che stava cercando  la sua vittima.

Inutilmente Rafael gli chiese dove stesse andando a quell’ora.

Il piccolo  Giaime guardò  le labbra che si muovevano e cominciò a piangere

avvertendo una minaccia.

La bottiglia gli scivolò dalla mano,i pezzi di vetro si sparsero per

terra,brillando al sole.

L’uomo dal colore della notte schiacciò con il piede quei frammenti ,un

pezzettino  si infilò nella suola consumata,trafisse la carne, e sanguinò.

Una striscia rossa bagnò il fango, e lo mescolò in un colore indefinito.Rafael

pensò che quell’incidente fosse un buon segno.

Il sangue chiama sangue, pensò, allontanando il bambino immobile nella sua

paura.Ora doveva trovare Efis.E aspettare i suoi per accompagnarlo al mulino.

Punire  il mugnaio  ecco cosa dovevano fare e lo avevano deciso da giorni.La

gente del paese quando lo vide sentì l’odore della vendetta .

A Portomare ,alcuni giorni prima era toccato a due fratelli:due ragazzi avevano

assaggiato i colpi dei bastoni,urlando,uno si era messo in ginocchio ma non  per

chiedere pietà.

Gli avevano rotto una gamba,rimase lì,per terra,l’altro vomitava l’olio di

ricino  mentre lui lo guardava ricordandogli che  cosa aveva fatto.

La scritta sul muro,la doppia v rovesciata vicino alla casa dove si incontravano

i neri era sua.L’avevano riconosciuta dal colore della vernice, la stessa della

porta del magazzino dove era sistemato il fieno.

Lo conoscevano ormai,Rafael  era temuto.

Era lui che, incollerito , aveva rovesciato il cesto del pane appena sfornato a

Dora mentre lo portava in chiesa per la festa.

Lei non lo aveva visto ,e non lo salutò.

Bastò questo a far montare la rabbia del bel Rafael,che  tutti chiamavano

diavolaccio, per quei bozzi che gli spuntavano sulla fronte ,due annunci di

corna ,dicevano quelli che  lo detestavano.E anche stavolta era arrivato per far

battere lo zoccolo della sua cattiveria.

Efis era già di pessimo umore ,quando,  al mulino trovò Giosuè che lo

aspettava,soffiandosi sulle mani per scaldarle.

Non sapeva perchè, ma un grumo amaro , quando si era svegliato,gli bruciava in

gola.

Il ghiaccio brillava nelle pozzanghere alla luce dell’ultima luna, e si spandeva

nell’aria l’odore di anice e di tabacco del servo.

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Giosuè stava in silenzio, per rispetto, aspettando che il padrone gli rivolgesse

la parola.

-Domani arrivano i neri e verranno da te- disse.

Efis sistemò la botte vuota che serviva da  tavolo, quando i mugnai,in attesa

che il grano venisse macinato, restavano lì per pranzo, sotto la pergola, nel

piccolo giardino che, d’inverno regalava ancora rose.

Aveva già aperto la porta di legno con la chiave che portava nel taschino del

gilet   e mentre scacciava il gatto che si era accoccolato sui sacchi di farina

,cominciò a riempire la tramoggia.

-Li aspetto, li aspetto, – disse Efis, non ho paura , anche se solo la paura  in

fin dei conti è degli uomini.

Se devo avere timore, continuò,è per quello che non conosco ancora, la morte e

Dio.

-Quelli hanno dimenticato  che la carne degli uomini  se si potesse assaggiarla

ha un identico  sapore.Buoni e cattivi sono fatti allo stesso modo,sotto la

pelle siamo tutti uguali.

E uccidere un uomo vuol dire uccidere tutti, abbassò la voce Efis sapendo che il

servo, pur non essendo  sciocco, non poteva capire.

Giosuè  gli suggerì di chiudere il mulino , e di nascondersi da  qualche parte,

nel frutteto che chiudeva il paese o nelle grotte poco lontano che avevano

ospitato  assassini e latitanti.

Il mugnaio lo  guardò con il disprezzo che anche il padrone più giusto non

riesce a nascondere nei confronti del proprio servo.

-Efis  non scappa, se oggi  si deve morire , così sarà,- disse mettendo in moto

la mola ,per sentire il rumore ,sempre uguale e sempre diverso del suo

mulino,come se fosse  un giorno come tanti.

Sul campanile della chiesa di Sant’Isidoro un’upupa tardò a sparire alla luce

del giorno.Il colombaccio lanciò il suo verso intermittente nella nebbia,

Intanto i camini  venivano accesi e il fumo saliva disegnando strane forme

sospinte dal vento,ma quando il maestrale soffiava  facendo volare qualche

tegola rotta dai tetti delle case  ,quella nuvola odorosa di legna sembrava

allontanarsi.Poi quando il vento lasciava il posto alla calma, il tappeto di

fumo  copriva uomini,case,animali  e le vergogne del paese.

A Montinò il cielo si vedeva in primavera.

Convinto che nella vita tutto dovesse arrivargli senza tanti fastidi,Rafael

indossava la divisa  nera solo  perchè  così si sentiva al sicuro.

Un abito era però solo un involucro che non teneva insieme le sue  insicurezze.

Come mai si chiamava Rafael? Perchè proprio quel nome che aggiunto al primo

,Diodato ,faceva pensare a qualche discendenza ebraico spagnola?

E questo era il dubbio, fra i tanti , che lo amareggiava di più.

In realtà si chiamava così perchè la madre sposò un circense castigliano

mangiatore di vetri e lampadine.

Lei, Anita ,una sartina che  non aveva mai preso neppure il postale, lo sposò

per la meraviglia dei lunghi baffi e delle sue stranezze, ma il matrimonio durò

il tempo di fare un figlio.

Appena nato il bambino ,il castigliano sparì dimenticando moglie e figlio per la

trapezista più bella che mai avesse visto.

Alma Vivanes vent’anni,i capelli che le sfioravano le caviglie arrivò col circo

che si era attendato in paese.

Tutti gli uomini andarono a vederla.

Si diceva che il suo corpo fosse  perfettamente adattabile a tutte le posizioni

suggerite dall’amore, o almeno così sussurrava Peppino  a quelli che in piazza

attendevano che cominciasse  lo spettacolo .

Lui,  in soffitta nascondeva quel libro indiano proibito ,con  le figure degli

amanti che si intrecciavano uno sull’altro e qualcosa raccontò di quanto aveva

letto, suggerendo con malizia ai paesani che lo ascoltavano come si poteva

raggiungere la beatitudine anche sfiorando soltando i piedi di una donna.

Un fascista figlio di un circense con sangue ebreo , era la vergogna  da

nascondere, pensava Rafael ,quando la madre gli disse  di non pensare più al

passato perchè suo padre ,a furia di giocare con il pericolo, finì dissanguato

dal vetro di una lampada che si era spezzata in gola.

Fu la sua esibizione migliore.

In piazza quel giorno c’era tutto il paese.

Furono sistemate le lampade  a gas  intorno al tappeto dove il castigliano  si

vestiva indossando un mantello luccicante  sulle spalle , fermato da una spilla

di ottone a forma di serpente.

Una fascia di seta rossa gli stringeva la vita, facendolo sembrare ancora più

magro.

Aveva gli orecchini a cerchio ,i baffi allisciati sfioravano le tempie ,i

capelli ricci si contorcevano al movimento del suo respiro , soffiava e gonfiava

le guance educando i muscoli della gola ad allargarsi quando lo avesse voluto.

Gli applausi lo accolsero quando si presentò sul tappeto disegnato a draghi

saltellando e incitandosi con un op op op  prima di fare il suo primo numero.

Un ragazzino senza scarpe,in prima fila  mangiava una carruba sputando i semi

sui suoi piedi.

Dietro di lui una donna imponente  pisciava in piedi,un contadino si puliva le

unghie col coltello,l’odore delle pecore appena munte che avevano lasciato una

traccia sulle scarpe di chi le aveva  era forte ,e si mescolava col talco al

mentolo che il circense si sfregava sulle mani.

L’uomo con i riccioli prese le spade , le incrociò, le puntò contro il pubblico

, le strinse sul petto, le allungò, poi appoggiandone una sul viso ,la baciò e

senza esitare la conficcò in gola.

La lasciò lì per qualche secondo, al bambino in prima fila colò la saliva per lo

stupore, si sentì un sussurro di meraviglia , come il muggito di una mandria

che si incammina divenne piu’ forte  e cominciarono gli applausi.

Il castigliano quella sera era stanco, quando tolse la spada la mano non era

così ferma , e non si accorse che la punta dell’arma era leggermente bagnata di

sangue.

Alma Vivanes, intanto, tenendo in mano le lampadine e facendole ruotare tra le

dita , girava intorno al pubblico.

Raccolse un cestino da terra ,lo allungò verso i contadini, contò poche monete,

ma quando lisciandosi i capelli e arrotolandoli sulla testa tirò fuori la lingua

facendola guizzare ,anche i piu’ avari del paese, nella speranza di incontrarla

dopo lo spettacolo, allungarono qualche banconota,risparmio da bruciare nella

speranza dell’amore, qualunque forma avesse.

Il campanile suonò mezzanotte, la luce delle  lampade a gas  che illuminavano il

palcoscenico del circense cominciava ad affievolirsi e gli occhi si chiudevano

cullati dalla musica tzigana che Alma suonava al violino  prima di dare il via

all’ultima esibizione del  castigliano.

L’uomo con i riccioli, sputò prima di cominciare il suo numero.

Dal cestino prese una lampadina ,passò davanti al  pubblico tenendola in

mano,poi rovesciando la testa all’indietro

finse di masticare un boccone duro da digerire.

Alma intanto  le ruotava intorno con due incensi accesi.

Il castigliano continuò il suo giro,davanti al pubblico  sperando di sollecitare

gli applausi e mentre un refolo di vento soffiò via la goccia di sudore sulla

sua  fronte,un geco caduto dal cornicione della casa vicina gli sfiorò un

orecchio.

Scosse la testa  infasfidito ,dimenticò, distratto dall’animale , di controllare

i muscoli della gola .

All’improvviso si sentì soffocare , in bocca lo spezzarsi del vetro ,come un

boccone di sabbia tra i denti,fece zampillare il sangue  .

-E’ tutto finto, anche il sangue -urlò il bambino in prima fila educato allo

scetticismo dal padre ,maestro di imbrogli, che allungava il vino con l’acqua ,

ma quella che restava nei recipienti degli animali.

Alma Vivanes lo spinse indietro con la mano,dandogli un pizzicotto sulla spalla

.

Il piccolo pianse, scappò cercando il padre, qualcuno protestò ma Alma  sorrise

e lasciò cadere la spallina del vestito per far intravvedere il seno  e tutti si

dimenticarono del bambino.

Il castigliano intanto annunciò che lo spettacolo era finito mentre col mantello

cercava di asciugare il sangue sulle labbra.

Alma raccolse in fretta le monete che avevano lasciato per terra e mentre tutti

tornavano a casa ,il circense si afflosciò sul tappeto a draghi.

Lei urlò, alcuni tornarono indietro ,guardarono l’uomo avvolto per terra nel

mantello bagnato di sangue .

Il vignaiuolo corse a prendere la carrozza e andò a chiamare il medico .

Quando arrivò ancora assonnato per il riveglio a quell’ora tarda , l’uomo non

fece altro che togliersi il cappello , mettere due dita sul collo dell’uomo e

dire che era morto eccome.

Lo seppellirono nell’angolo del cimitero dove le lapidi dei senza nome  erano

ricoperte di muschio  dalla consistenza di velluto.

Alma Vivanes   non pianse quell’uomo , ma si preoccupò invece del suo destino .

La rosa di stoffa del  vestito finì in quella sepoltura anonima , e fu l’unico

gesto pietoso per quell’uomo svuotato della vita.

Poi mentre tornava in piazza a raccogliere le cianfrusaglie dello spettacolo

civettò col vignaiuolo  fingendosi spaurita e disperata per la sua sorte.

Ed era quello che voleva l’uomo  dai mille imbrogli .

L’abbracciò, le chiese se poteva tagliarsi i capelli, e solo in quel caso

l’avrebbe portata a casa , cosi’ i suoi genitori ,non avrebbero avuto nulla da

dire.

Si’, era vedovo , ma non avrebbe potuto imporre  al padre e alla madre  un

moglie zingara.Lei disse , li taglio, se vuoi.

Ed andarono a casa,i vecchi si svegliarono  e chiesero che cosa  fosse successo

guardando con curiosità quella donna , che – raccolti i capelli- sembrava avesse

una torre sulla testa.

Il vignaiuolo raccontò, disse che Alma era un’orfana e che aveva bisogno di

aiuto.

-Se siete d’accordo posso anche sposarla – aggiunse  andando a prendere una

bottiglia di vino.

I due anziani ,guardando le mani della donna ,dalla pelle di  un guanto di

capretto,valutarono che non sarebbe mai riuscita neppure a sgusciare una

mandorla, ma la solitudine in quella casa era ormai  una mano che prendeva alla

gola.

Ben venga allora – gli disse il padre .

Doveva andare fuori a orinare  e aveva fretta .

Il vignaiuolo posò sul tavolo la bottiglia e questa volta si brindò con vino

buono,al morto, alla futura sposa e a i suoi capelli , che finirono in un federa

di seta, quando lui li tagliò con le forbici della vigna, strappando  lacrime su

lacrime ad Alma sofferente  per la vanità ferita.

Fu sua madre a raccontargli quella storia .

” Ora che sei grande devi sapere” gli disse quando gli comprò il primo paio di

calzoni lunghi.

Era un pomeriggio d’estate in paese.

Il sole ruggiva lanciando lame di caldo  che stordivano.

E nessuno sfuggiva a quella tortura.

Una lucertola affannante entrò nella cucina e si fermò sotto una sedia cercando

riparo tra due fili di paglia.

Le pesche , nella fruttiera, avevano la buccia rugosa ,e il profumo sembrava

distillato da mani angeliche.

Anna ,lasciando da parte  il pudore, entrò nella stanza in sottoveste , era un

momento di intimità,in cui i cuori si aprivano .

Dal cassetto della credenza , dove si inerpicavano tralci di vite sbalzati da un

falegname senza fantasia,Anna  tolse un vasetto di brillantina.

-Ecco, e’ tutto quello che è rimasto di lui,tuo padre.

Poi aprì il barattolino, intinse il dito nella gelatina che sapeva di menta e

sfiorò i capelli del figlio.

Rafael da allora associò l’odore della brillantina al dolore.

I suoi capelli rimasero sempre spettinati, anche se -a soli trent’anni- era gia’

stempiato, e un ciuffo a siepe al centro della testa avrebbe avuto bisogno di

essere domato.

Mentre la madre chiudeva il cassetto mettendo la brillantina nella scatola dei

fili, si guardò allo specchio .

Vide una faccia in cui non si riconosceva.

Quando la rabbia gli arrossava le guance somigliava a uno di quei fauni

saltellanti che aveva visto nell’etichetta di una bottiglia di  liquore,e quei

bozzi, i bozzi sulla fronte, ah quelli , gli aveva ereditati alla nascita.

Di Jesum, in paese , non si fidava nessuno.

Quel giovanotto con le sopracciglia a raggera,era l’abitante misterioso della

comunità.

Non aveva padre, nè madre.

Non aveva storia.

Era arrivato – così ricordava qualcuno -un giorno d’inverno ,a piedi da chissà

quale luogo,con le scarpe aperte nella suola come musi di coccodrillo,con una

immaginetta in mano di una Madonna nera  con gli occhi chiusi.

Poteva avere trenta, quarant’anni,o forse di più, a giudicare dalle rughe che

attraversavano la sua faccia.

Ma se  sorrideva e capitava soltanto quando gli animali, un cane, un gatto, un

porcospino gli si avvicinavano , sembrava un bambino ,o qualcosa che

assomigliava un essere umano innocente , che vibrava al richiamo della natura.

Jesum  seguendo il suo istinto – arrivato in piazza dove si sedevano su una

panchina al lato della Chiesa i  vecchi e chi aveva gia’ munto pecore e vacche e

annegava nel vino la disgrazia di un lavoro di cui non era padrone,chiese dove

potesse trovare una casa per lui.

Ad un uomo toccato da Dio ,lo sapevano bene, non si rifiuta nulla.

Estorino ,spense il sigaro per terra, da tempo gli sembrava che il sapore  del

tabacco fosse lo stesso che gli legava la bocca quando mungeva e guardò

quall’uomo con la sacca sulla spalla ,la schiena piegata come un punto

interrogativo.

-Ti accompagno   alla casa diroccata , c’è posto lì.

La lieve zoppia di Estorino , caduto, da piccolo dal muro del frutteto in cui

era andato a rubare,diede a Jesum il tempo  di rallentare il passo e di guardare

voltandosi il paese in cui era arrivato sospinto come un seme soffiato dal

vento.

Tutti gli uccelli cercano il nido.

Jesum cercava il suo.

Lo trovò.

Estorino camminava davanti a lui.

Il suo passo era incerto ,trattenuto da qualcosa che andava oltre la sua

menomazione.

Jesum si portava dietro il lieve strascicare delle scarpe che non gli obbedivano

più e più che camminare sembrava battere la terra per ricavarne un suono.

Quando  una tortorella lo sfiorò, ne ripetè il verso per chiamarla,una tortora

battè le ali sopra la sua testa e lui gorgogliò qualcosa riuscendo a tenerla

fermo sulla  spalla .

Il cane tutt’ossa che in piazza prendeva più calci che pane lo seguiva, sicuro

che da lui avrebbe avuto qualche carezza che era meglio della fame.

Arrivarono nel vicolo dietro la chiesa , cosi’ stretto che bisognava

attraversarlo uno dietro l’altro,due persone vicine avrebbero strisciato sui

muri ,per un nemico che avesse voluto assalire qualcuno era il luogo ideale.

Per questo ,tutti quelli che passavano di lì, ogni tanto si voltavano per

controllare di non essere seguiti,o per vedere chi passava da quelle parti  e

preparsi , eventualmente a difendersi.

Estorino gli indicò la casa.

Un cancelletto verde chiudeva due muri crollati a metà sui quali un’edera

stentava ad arrampicarsi.

Nel cortile la pianta di limone era piegata dal peso dei frutti,  mentre il fico

sembrava un rifugio per uccelli, piuttosto che un esemplare della natura.

Jesum non era molto alto,il suo corpo aveva le giuste proporzioni ,ad eccezione

del  labbro superiore  che si era rivoltato verso l’alto dandogli  un musetto a

coniglio, e vedendo quell’ingresso da casa di fate , si chiese come sarebbe

potuto  entrare .

Spinse la porta e  si chinò.

Un ragno , che abitava indisturbato in quella casa aveva tessuto ragnatele così

fitte che , alla finestre, come tende, toglievano la luce e filtravano i raggi

del sole.

Nel camino dormiva un gatto,al rumore ,aprì un occhio, si stirò ed usci’ dal

buco della porta rotta.A Jesum piaceva quella casa.Controllò che ci fosse un

letto , e gli strappò un sorriso quella brandina sistemata vicino al camino.

Dal labbro leporino uscì un grazie confuso.

Estorino lo avvertì che in quella casa non c’era la luce.

Si sarebbe dovuto arrangiare con le candele.

Li’ poteva stare quanto avrebbe voluto.

La proprietaria era morta.Si chiamava Peppina.

Peppina aveva sempre sete, ma non d’acqua.

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Vera Coppa
Ho un nome buffo, mi chiamo Vera Coppa, e quando mi presento, le battute si sprecano. Sono una giornalista in pensione, vivo in una cittadina della Sardegna, Iglesias, che ha un glorioso passato e una storia importante. Ho lavorato diversi anni in Rai, sede regionale della Sardegna, dove ho condotto il TG. Sì, ero proprio un mezzobusto.
Successivamente ho cominciato a collaborare per i giornali a Milano, dove ho vissuto per dieci anni. Prima con Il Giornale, direzione Indro Montanelli, poi con Il Giorno, nelle pagine cittadine.
Quando sono tornata in Sardegna ho lavorato per i quotidiani, per una tivù privata, per diverse riviste.
In Rai mi sono occupata di cronaca, politica, Costume e di tematiche sociali, con attenzione verso le categorie più deboli.
Ora vivo tra gatti e libri e una continua rilettura dei classici.
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