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Kaha – La luce prima del sole

Overgoal! Un ufficio stampa curerà la visibilità sulla stampa tradizionale e su quella online. Una strategia dedicata di marketing online consiglierà il libro a nuovi potenziali lettori.
Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
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Consegna prevista febbraio 2020
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Mogadiscio, primi anni Settanta, subito dopo la rivoluzione e la presa del potere da parte di Syad Barre.
Un gruppo di ragazzi in servizio civile, ispirato da ideali pacifisti e vocazioni terzomondiste, incontra difficoltà sia per la diffidenza dei locali, che per la chiusura delle autorità italiane.
Contemporaneamente, alcuni giovani intellettuali somali lavorano per la ricostruzione del paese, assumendosi responsabilità di governo, combattendo eredità postcoloniali, tradizioni tribali, ambiguità del regime.
Un giorno le strade dei due gruppi si incrociano, i ruoli si mescolano e ne nasce un piccolo “caso politico internazionale”.
Kaha – La luce prima del sole è un romanzo in bilico tra lo storico e l’autobiografico. Tra i personaggi Mohamed Aden Sheik, allora ministro della sanità, poi dissidente politico, incarcerato negli ani ’80 e rifugiato in Italia.

Perché ho scritto questo libro?

Vi è capitato di smuovere i sassolini sul fondo di una pozza d’acqua e osservare le mille bollicine che salgono a galla? Mi è accaduto qualcosa di simile rileggendo alcune lettere scritte sulla carta leggera della posta aerea. Il francobollo azzurro da uno scellino con l’immagine di una gazzella Speke. Parole vecchie di 40 anni, che credevo perdute. E hanno iniziato ad affiorare, a poco a poco, colori suoni profumi e illusioni di tanti anni fa. Il resto è venuto da solo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

Si presenta alla porta in abito a giacca, camicia, cravatta. È un signore dall’aspetto distinto. Ci stringiamo la mano, baci e abbracci non sono il caso, sono passati quarant’anni. Scrutiamo il suo viso, nella vana ricerca di qualche tratto familiare, che ci ricordi il  bambino di allora.

Quando ci ha telefonato, qualche giorno fa, siamo rimasti sorpresi.

«Cerco la professoressa Bice.»

«Gliela passo subito, chi la desidera?»

«Sono Omar Sheikh. Ero suo allievo alla scuola media dei frati.»

E chi si ricorda di te? Un altro secolo.  Un altro continente. Un altro mondo. Ma certo, ci fa molto piacere, anzi perché non vieni (non viene? tu, lei…) a cena. Così abbiamo tutto il tempo di chiacchierare. A cena? Cosa gli cuciniamo? La religione… ma ti prego, cucina italiana, una pasta. Il pesce no, allora non lo mangiavano, era un cibo solo per i gaal, i bianchi. Uno spezzatino di manzo, frutta, un dolce. Non facciamoci problemi.

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 «Beve … bevi del vino? Diamoci del tu che è più facile per tutti, esattamente come quarant’anni fa»

«No, niente vino, grazie. Ma voi bevete pure.»

Ci racconta la sua vita, è in Italia da più di vent’anni, si è laureato in medicina, è tornato a casa per un breve periodo, poi è fuggito, come tanti, come tutti quelli che se lo potevano permettere, quando l’aria si è fatta pesante. E’ tornato definitivamente in Italia, vive in un paese del mantovano con moglie e due bambini piccoli, fa il dentista, sta bene, si è sistemato, ha preso la cittadinanza.

«E come hai fatto a rintracciarci?»

«Sto cercando di riallacciare i rapporti con le persone che vivono qui. Sapete, sono scappati un po’ dappertutto, in Svezia, in Canada, in Kenya. Sto cercando contatti, con i miei compagni, amici, familiari, prima di tutto. Ma anche con i tanti che sono fuggiti dalla catastrofe»

«E noi?»

«In Internet si trova tutto. Ho trovato associazioni di somali in mezzo mondo. Poi mi sono imbattuto in un sito che parlava di volontari in Somalia, e ho trovato i vostri nomi. Il resto è stato abbastanza facile.»

Ci ritroviamo davanti al computer, Omar, Bice e io. Google Earth ci fa planare dolcemente sul Corno d’Africa, poi un rapido zoom e la finestra è tagliata in diagonale da una bianca linea costiera, di qua il mare di un profondo blu elettrico che sfuma in verde marino,  di là un triangolo ocra attraversato da un fitto reticolo di strade.

«Ingrandisci. Vai un po’ a sinistra…»

Ritornano improvvise immagini rimosse, ricordi sbiaditi. Ecco, quello è il viale principale, come si chiamava? di lì si arrivava alla scuola. Ingrandisci ancora, eccola… ma è un mucchio di macerie… e anche il collegio, la Chiesa, l’ambasciata…

Google mostra la città dall’alto, si riconoscono le vie, gli edifici principali.

«Io abitavo lì» Omar mostra la sua casa nel quartiere di Bondere, poco sopra l’ambasciata italiana.

«Hai lì ancora qualcuno?»

«A Mogadiscio? No, non credo, i miei genitori sono morti. Anche i miei fratelli sono scappati. Ho qualche parente a Brava, ma da tempo non ho notizie.»

«E la nostra casa?» chiede Bice

«Eccola lì, sotto la scuola. Sembra ancora uguale. Guarda, si vede anche l’acacia che avevamo in cortile. O sarà un albero nuovo? Sono passati quarant’anni…»

Ripercorriamo virtualmente le strade di allora, viale 21 ottobre, via Benadir, alla ricerca di posti conosciuti, che riprendono vita e forma pian piano, prima negli occhi, poi nella mente. Ritroviamo nomi dimenticati, volti di persone, fili che si riannodano. Riaffiorano, poco alla volta, ricordi sommersi. Cosa ci è rimasto di quegli anni? Mostriamo a Omar alcuni vecchi souvenir, i regali portati alle famiglie. Un dipinto ad acquarello, un libro di foto, un elefantino intagliato nel legno con una zanna d’avorio. L’altra dove sarà finita?

E poi… dal fondo di un cassetto riemergono alcune foto, una decina in tutto. Alcune a colori – sbiaditi o virati sul giallo – altre in bianco e nero. C’è anche un pacchetto, legato con uno spago rinsecchito. Contiene le lettere, ormai ingiallite, che scrivevamo a casa. Sono rimaste sepolte tra tante cartacce inutili, brani di un racconto che ha perso negli anni molti frammenti.

CAPITOLO  54

Qualcuno bussa alla porta. E’ Elio. Non dice niente, ma sembra un po’ agitato. Ha in mano una copia di Stella d’ottobre e – senza dire parola – me la porge aperta a pagina tre. Do’ un’occhiata e rimango perplesso, il titolo a quattro colonne presenta il solito tono retorico e propagandistico. “Per una cultura nazionale imbevuta di ideologia socialista”. L’articolo è firmato, cosa poco usuale. La firma, Bahsan, non mi dice nulla.

«Leggilo» dice Elio in risposta al punto interrogativo che vede stampato sul mio volto.

Mi siedo e leggo. Parla di educazione e di scuola, forse era ora che cominciassero a occuparsene, ma per quello che ci riguarda è un po’ tardi, noi qui abbiamo ormai finito. Qualche affermazione generica e retorica (“orientare e guidare i giovani ad acquistare coscienza della nuova realtà e della società socialista di cui sono parte attiva”), poi la cosa diventa più interessante. “Abbiamo oggi scuole private in cui l’insegnamento è impartito in lingue diverse e secondo programmi di paesi diversi. E’ perfettamente logico che i genitori siano liberi di scegliere per i figli il tipo di scuola che preferiscono, ma possiamo permettere, per esempio, che una scuola che è aperta ai somali e nella quale proprio i somali sono la maggioranza, continui a ignorare la realtà in cui questi ragazzi vivono e la cultura alla quale appartengono?”

E bravi, alleluja, complimenti, qualcuno comincia ad accorgersene. Scusate, non avete l’indipendenza da dieci anni? Bene, vediamo come va avanti, e dove vuole arrivare. Gli articoli che compaiono su Stella d’ottobre raramente sono casuali. “Un ragazzo che conosce tutti gli affluenti del Po e nulla del Giuba e dello Scebeli, tanto per fare un esempio elementare, o tutto su Shakespeare e niente di Sayed Mohamed, come affronterà domani la realtà del suo paese se di ogni cosa avrà chiaro e limpido solo ciò che appartiene al paese della cui cultura è stato imbevuto?”

Mi sembra un po’ contorto, e la tira un po’ per le lunghe, ma andiamo avanti… “Molti, troppi studenti finiscono per provare un complesso di inferiorità nei riguardi del proprio paese, e per negarne la cultura, perché gli insegnanti, anche a volte quelli più aperti e preparati gli hanno inculcato l’idea che la cultura africana non esiste o è primitiva, buona solo per i pastori e gli analfabeti. Né si rimedia a questa situazione con le due o tre poesie somale fatte imparare a memoria o le notizie storico-geografiche frettolosamente impartite al solo scopo di salvare la faccia!”

«Ben detto, ma non ci dice nulla di nuovo, si siamo rotti le corna contro questo sistema. Finora dove sono stati?»

«Aspetta, aspetta, continua a leggere…»

Il capoverso successivo mi fa saltare letteralmente sulla sedia. Leggo di corsa il resto dell’articolo, poi da capo, cercando di non perdere il significato di ogni frase, di ogni inciso. Elio, che è rimasto in piedi e in silenzio tutto il tempo, mi chiede: «Che ne pensi? Ce l’hanno proprio con noi… »

«Andiamo a chiamare gli altri. Bisogna che ne parliamo tutti insieme.»

Dopo mezz’ora ci siamo tutti, Elio ed io, Sergio, Guido, Franco, Bice e Donatella, con in braccio il piccolo Antonio. Sanno solo che c’è un articolo sul giornale che ci riguarda. Lo leggo ad alta voce, dall’inizio, lentamente. Mi fermo qualche istante prima di affrontare il “pezzo forte”. Nessuno finora ha detto una parola, quanto letto non è particolarmente sconvolgente, ma tutti stanno aspettando il botto finale, e attendono impazienti che attacchi la musica.  “Ci sono, in una scuola, come insegnanti, certe persone che – e qui proseguo scandendo le parole – con la scusa dell’obiezione di coscienza, hanno praticamente rifiutato di servire il loro paese in pace (che farebbero se lo dovessero difendere da un’aggressione?) e che profittando di una certa legge se ne vengono in Somalia a fare i turisti e ad accumulare «benemerenze» per futuri impieghi in patria”.

«Ecchecazzo!» sbotta Franco.

«Merdosissima merdaccia schifosa», rincalza Sergio, «dove cazzo vogliono arrivare?»

«Calma, calma, aspettate di sentire il resto… “Sono i fratelli gemelli dei “Peace Corps” di nefasta memoria… “»

«Wallahi Bismillahi

«Cazzo! che cazzo dice, chi è che scrive ‘ste stronzate?»

E’ Sergio che impreca, ma tutti hanno teso le antenne. Conosciamo tutti benissimo la storia dei Peace Corps, del loro ruolo e degli errori commessi, dell’uso come primo pretesto per la rottura con gli Stati Uniti. I Peace corps furono portati ad esempio del dissoluto modo di vivere dei giovani americani, del nefasto esempio che avrebbero avuto sulla gioventù somala… antimilitaristi, dediti a sesso droga e rock-and-roll

«Buoni, buoni, aspettate il seguito, c’è ben altro… ascoltate tutto e ne parliamo alla fine.»

Riprendo dall’inizio del paragrafo: “Sono i fratelli gemelli dei “Peace Corps” di nefasta memoria, con la differenza che quelli almeno vivevano fra i somali, ne imparavano la lingua, mentre questi vivono all’ombra di una religione dei cui rappresentanti, qui e nel resto dell’Africa, il meno che si possa dire è che certamente non mettono in pratica ciò che insegnano. Chi rifiuta di servire la propria patria e di imparare a difenderla in caso di necessità, venendo a contatto con giovani di tutte le regioni, di tutte le estrazioni sociali, in una esperienza fondamentale per la formazione di un cittadino, come potrà insegnare ai nostri ragazzi, ai socialisti rivoluzionari di domani?  Concludendo, a nessuno deve essere permesso, comunque, di dimenticare che, quando si è ospiti di un paese o si lavora per il suo sviluppo, la prima cosa da tener presente sono le esigenze del suo popolo e dei suoi giovani.”

«Finito?»

«Più o meno, il cuore dell’articolo è questo, però già che ci siamo, leggiamo le conclusioni: “E’ indubbio che per risolvere il problema della scuola – che coinvolge quello della lingua scritta – occorreranno anni, come anni sono occorsi a tanti altri paesi che come il nostro sono partiti da zero per la ricostruzione socialista della nazione. Quello che noi chiediamo è che, qualunque sia la scuola che i nostri giovani frequentano, essi imparino a conoscere la loro patria, la sua storia, la sua cultura. Vogliamo che ci siano domani dei somali preparati e colti, uniti nella lingua, nella cultura, nell’azione”.»

E questo è tutto. Ci guardiamo perplessi, disorientati. Siamo un po’ nervosi, abbiamo bisogno di capire, e molto in fretta, cosa sta accadendo. Nessun dubbio che siamo nel mirino, ma insieme a noi i frati, la missione, la scuola italiana, i rapporti con l’imperialismo culturale occidentale e italiano… ma noi non ne sappiamo niente. Perché cominciano da noi? Perché questo articolo? Chi è Bashan, che autorevolezza ha? Perché adesso, dopo che le nostre critiche non sono state riprese da nessuno; dopo un silenzio su questi temi che dura da sempre, per quello che ne sappiamo?

E naturalmente, principalmente, siamo preoccupati di quello che ci aspetta. Non vogliamo fare la fine dei Peace Corps. Ma non è solo il timore di essere rimpatriati. Siamo piuttosto indispettiti.

«Macché indispettiti» corregge Sergio «siamo proprio incazzati. Profondamente, totalmente, visceralmente, maledettamente incazzati. Ma come, scrivono quello che noi abbiamo detto e ripetuto in tutti i modi e in tutte le occasioni.  E  non ditemi che non lo sapevano…  e ora se la prendono con noi? Cazzocazzocazzocazzo!»

«E poi fa anche un po’ girare…. » aggiunge Elio. «Tante lodi in altre occasioni, quando siamo andati a insegnare alla scuola popolare, a fare gli infermieri alla casa del povero, a fare lavoro volontario nell’Iska wa uqabso. E adesso ci sparano addosso a pallettoni…»

La discussione è serrata, il clima prevalente è di stupore e di amarezza. Anzi, è piuttosto depresso. Però in breve si fa strada una consapevole determinazione. Non staremo fermi ad aspettare che grandini. Non staremo ad aspettare che la nostra sorte sia decisa per giochi di altri che ci sfuggono. Abbiamo delle cose da dire, le diremo come sempre, e se per difenderci dovremo tirare in mezzo altre responsabilità, fossero pure dell’Ambasciata, del vescovo, del governo italiano o di quello di Mogadiscio, del Padreterno e del suo dirimpettaio Allah, non ci tireremo indietro, non staremo a prendere in silenzio schiaffi per conto terzi.

Si delinea un piano d’azione. Da un lato dobbiamo contattare l’Ambasciata e il Vicariato. Il giornale è uscito al mattino, sono ormai le 17, di certo ormai ne sono tutti al corrente, e la questione è già in mano ai massimi livelli. Da quando siamo qui è la prima volta che il giornale rivolge attacchi espliciti a italiani, e in particolare critica la Missione. E non solo, perché se è vero che hanno messo noi al centro del mirino, le scuole italiane in Somalia sono molte, e i problemi sono ovunque gli stessi.

Ci dividiamo i compiti. Richiedere colloquio immediato con il consigliere dell’Ambasciata e padre Salvatore per sapere come intendono muoversi. Ovviamente occorre muoversi e andare alla ricerca, non abbiamo il telefono. Ma l’ambasciata è a duecento metri da qui.

Intanto due di noi, Elio ed io, cominciamo ad abbozzare una risposta, una lettera per il giornale, da adattare in base alle informazioni che raccoglieremo e ai passi delle autorità. 

11 agosto 2019

Evento

Malga Lunga - Gandino, BG
L’ANPI di Lovere, nell’ambito delle attività proposte in agosto presso la Malga Lunga, organizza per domenica 11 agosto un incontro di presentazione del mio libro Kaha - la luce prima del sole. Chiacchierata con Giacinto Brighenti e don Bruno Ambrosini.
Chi vuole saperne di più, può trovare anteprima e recensioni in questa pagina.
20 Giugno 2019

Aggiornamento

Per ringraziare tutti coloro che hanno sostenuto la campagna, ma anche tutti i lettori che entreranno in questa comunità in futuro, da oggi, sul vostro profilo bookabook, potete scaricare la prima parte del romanzo, ovviamente non editata.
E per aiutarvi a immergervi meglio nei luoghi e nell'atmosfera di Kaha, a questo link il risultato del montaggio dei video artigianali da me girati in Somalia in quegli anni, con una cinepresa super8.   
15 maggio 2019

Aggiornamento

“È un volume molto bello, perché alla precisione storica si accomuna una grande capacità di narrazione. E’ quindi un testo che si legge con piacere, quasi un romanzo, avvincente, coinvolgente. Le aspirazioni di quei ragazzi e la loro esuberanza giovanile viene descritta dal di dentro, dall’interno del loro animo, raccontando contemporaneamente la situazione sociale e politica della Somalia all’inizio degli anni Settanta. Gli amori, le attrazioni fisiche, il desiderio di maternità si amalgamano all’esperienza lavorativa in un paese arretrato al quale la recente rivoluzione stava dando speranze di rinascita culturale e alle incomprensioni fra chi era andato laggiù per un ideale e chi invece ci si era trasferito per vivere da ricco, con una mentalità ancora fortemente fascista e coloniale”.
Questo è il commento di Sergio Albesano, scrittore, recensore e storico, membro del Comitato di coordinamento del Movimento Nonviolento e socio del Centro studi Sereno Regis di Torino (nel 1992 è stato pubblicato il suo libro "Storia dell'obiezione di coscienza in Italia", che ancora oggi rimane l'unico testo di impostazione storico-scientifica sull'argomento). Qualche anno fa gli feci leggere una prima versione del racconto, che avevo scritto per pochi intimi. E lui raccontò la vicenda sul periodico AzioneNonViolenta, che potete leggere di seguito.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Avevo letto la prima stesura di questo libro con grandissimo piacere alla sua prima uscita. Vi avevo ritrovato le vicende del servizio civile in Somalia di persone come Bice e Claudio, Renata e Gian Gabriele, cui ero legata da amicizia e ricordi di scuola. Vicende – le loro – che si collocavano in quei primi anni ’70 che hanno rappresentato per tanti e tante di noi – in modi e ambiti diversi -un momento particolarmente ricco di esperienze significative, e per di più nel contesto della ricostruzione di un paese che aveva vissuto il colonialismo italiano e aveva da poco riavuto la propria indipendenza. Dopo le tragiche vicende degli anni ’90 e il più recente smembramento del Paese con il venir meno di qualsiasi forma di autorità statale, la promessa di ripresa del tema della Somalia da parte di Claudio, anche alla luce della diaspora somala e dell’ opera letteraria di persone come Kaha e Cristina Ali Farah, mi si prospetta particolarmente interessante.

  2. (proprietario verificato)

    Il libro che ho avuto già l’opportunità di leggere, odora di nuovo, apre gli occhi e il cuore (a qualcuno anche la memoria): negli anni 70 alcuni giovani scelgono il servizio civile a Mogadiscio. Il racconto dell’esperienza individuale, motivata da ideali di non violenza e di fratellanza universale, è il Sogno che nella Storia si Rinnova. Va letto oggi che non riusciamo più a pensare di poter vivere in pace ed eguaglianza.

  3. (proprietario verificato)

    Come mi aspettavo : diretto, lucido, intelligente…….insomma un libro da leggere assolutamente. Prenotato immediatamente

  4. (proprietario verificato)

    Avendo avuto il privilegio di leggere una prima versione stampata in poche copie di questo libro, ho avuto ancor meno esitazioni a preordinarlo.
    Racconta qualcosa di un paese che non conosciamo per nulla, la Somalia, e anche qualcosa del nostro, di paese.

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Claudio Cremaschi
Mi sono occupato di scuola per tutta la vita: studente, insegnante (figlio e fratello di insegnanti) genitore, autore di manuali scolastici (matematica e informatica) e di un saggio (Malascuola, ed. Piemme), formatore, dirigente. E anche il mio racconto, in gran parte, si occupa di scuola, anche se in un contesto del tutto particolare. Ma racconta anche di tanti altri interessi e passioni della mia vita: la politica, l'impegno pacifista e civile, l'amore, la famiglia, il viaggio, l'amicizia, la scoperta della natura e di altre culture.
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