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Kiwi metallizzato

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Consegna prevista Settembre 2020
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Beatrice è una giovane donna con trenta chili di troppo e qualcosa in più.
È come se si portasse addosso una bambina di nove o dieci anni magra.
Anche il resto non è proprio carino, gli uomini l’hanno sempre ignorata, ma per lei non è un problema, si è abituata e vive serena, però Beatrice una cosa affascinante ce l’ha: la voce. Ma, come dice lei, gli uomini non se ne fanno niente di una bella voce.
Il caso vuole che lei incontri Jimmy, un ragazzo americano che lavora in Italia. Jimmy è la perfezione, è così bello che fa pensare: non è possibile! Il dramma è che il bellissimo Jimmy s’innamora di Beatrice. Nessuno ci crede, lei è la prima a non crederci, invece è vero e si spalancano le porte dell’inferno… all’inizio…
Intorno alla storia principale di Beatrice c’è la vicenda di Lucrezia, sua madre, bella donna, ispettore di polizia alle prese con un caso di persona scomparsa; e c’è anche la storia di Vittorio, suo padre, che vive praticamente in cucina con la radio accesa sognando di diventare uno chef.
Kiwi metallizzato racconta un momento di passaggio e trasformazione nella vita di una donna giovane, intelligente, ma non proprio una bellezza (ammesso che questo conti…)

Perché ho scritto questo libro?

Ho voluto scrivere una commedia che raccontasse la ricerca della bellezza e gli stereotipi che condizionano le relazioni.
Mi sono divertito a immedesimarmi in una giovane donna poco attraente e ho avuto la sorpresa di trovare una grande libertà di narrare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sì, sono io, l’amica brutta di quella che piace a te: la cicciona.
Ma per me non è un problema, ci sono nata così.
Io non so com’è essere quella carina che i ragazzi si girano a guardare.
E poi sai, se fossi al tuo posto, la penserei come te.

Ho cercato in ogni modo di allontanarmi da me stessa,
e alla fine mi sono ritrovata davanti a uno specchio.

CAPITOLO UNO

Mutandine nere trasparenti della collezione Boudoir.
Erano là in vetrina sul culo di un manichino nudo di una magrezza arrogante, sotto una luce rossa da camera d’albergo a ore.
Lo so che non siete fatte per me, ma siete qui nelle mie mani adesso, maledette bastarde. La storia cambia.
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Stasera non sono rimasta fuori a sbavare, ho aperto la porta, ho fatto un passo – un piccolo passo per una ragazza, ma un grande passo per l’autostima – sono entrata nel posto proibito in cui ogni cosa dice: qui non c’è niente per te. Così è iniziato il duello: io faccia a faccia con la commessa Buonasera posso esserle utile? corpo da sfilata di moda con il sorriso che ti frega. Non mi seduci, baby, dentro questo mio corpo, da qualche parte, c’è una come te. Io so cosa voglio: quelle. Voglio quelle! La commessa prima mi ha pesato e misurato con un’occhiata, poi solo per cortesia, ha chiesto la taglia. Nessuna taglia, bella, quelle lì sul manichino. Il sorriso incantatore è svanito di colpo. Ah, non parli più… Zitta, ha preso una confezione… No! Io voglio quelle addosso al manichino, proprio quelle là. E allora è andata nella vetrina sotto la luce rossa… Uno che passava si è preso uno schiaffo dalla donna che gli camminava accanto perché si è voltato a guardare con troppa emozione. La bella che non sorride più ha sfilato le mutandine dal manichino… Tre uomini si sono fermati con occhi da pesci fritti per la commessa, per le mutandine, per il manichino magrissimo tutto nudo.
La bella è uscita dalla vetrina, è andata alla cassa, ha infilato le mutandine in una scatola rosa. Mi aspettavo a quel punto che arrivasse la smorfia di disapprovazione, invece no, le è tornato il sorriso fraudolento. Non lo compro quel sorriso, è marketing. Mi piacerebbe sapere se qualcuno ti ha insegnato che così funziona, oppure ci sei arrivata da sola, provando e riprovando? Forse per te è puro istinto animale. Chissà quanti uomini si sono bruciati il cervello davanti a quel sorriso, ma perché lo fai a me? Poi ha detto Desidera un pacchetto regalo? Ah, eccola, subdola è arrivata anche la disapprovazione. No, grazie, non è un regalo.

E ora eccomi qui sola, chiusa a chiave nella mia camera. Nuda allo specchio. Novanta chili, e qualcosa in più, per un metro e settantacinque. Mutandine maledette e bastarde nere trasparenti della collezione Boudoir siete qui, il mio corpo contro di voi, lotta impari, lo so, ma inevitabile. Via! Infilo un piede, poi l’altro, le tiro su piano… fine della corsa, subito si bloccano sopra le ginocchia. Le tiro su ancora un po’ e l’elastico affonda nelle cosce, tiro su piano piano e affogano nei fianchi e in mezzo ai glutei. Nuda allo specchio con addosso le maledette mutandine nere trasparenti del manichino provocatoriamente magro… e non si vede niente. Solo fastidio, prurito e voglia di toglierle, ma io posso resistere, io sguazzo nel masochismo da quando sono nata Lo sapevo, non sono scema, è una questione di principio e io non cedo. Adesso tocca alla maglia rossa, anche questa comprata oggi, infilo la testa, poi le braccia e la maglia rimane arrotolata sul petto. La tiro giù quanto posso, copre e schiaccia il seno libero. Ora mi comprimo nelle calze autoreggenti e nella gonna nera corta. Per ultima la parte più difficile: le scarpe nuove tacco dodici a spillo. Costringo un piede, forzo anche l’altro. Poi ci si fa l’abitudine, basta non toglierle se no i piedi si gonfiano e non rientrano più. E poi le scarpe dopo un po’ prendono la forma… per essere bella bisogna soffrire, dicono, e allora io devo soffrire tutta la vita, senza nessun risultato. Trenta chili di troppo. Anche qualcosa in più.
È come se mi portassi addosso una bambina di dieci o undici anni magra.
Una bambina di dieci o undici anni… Se chiudo gli occhi, quasi quasi, riesco a vederla. Ma anche se non l’avessi addosso questa bambina, non è che le cose cambierebbero molto: naso troppo largo, capelli troppo mossi, guance troppo gonfie… però! occhi grandi. E gli occhi grandi fanno bellezza, dicono… sarà… occhi grandi, sì, ma castani… fossero almeno azzurri, o meglio ancora blu, oppure verde smeraldo, o un occhio azzurro e uno viola, qualcosa di unico che non si può dimenticare. Il colore degli occhi fa moltissimo. Una che non ha niente di particolare, se ha un colore di occhi che spacca, se la cava, riesce a distrarre da tutto il resto. Le labbra si salvano, la mia bocca, in fondo, non è male, basta che non si apra. Se avessi portato l’apparecchio ai denti da bambina invece di nasconderlo in tasca o sotto il cuscino, se l’avessi sopportato, – come sto sopportando le mutandine bastarde, che sa dio dove sono andate a finire, e queste scarpe bellissime e crudeli che hanno dato un taglio ai miei risparmi – se avessi sopportato l’apparecchio ai denti, adesso a ventitré anni non mi metterei d’istinto la mano alla bocca ogni volta che rido davanti a qualcuno. Sì, ce l’ho… una cosa bella su cui puntare, ce l’ho. Una cosa bella e inutile. Tutti mi dicono hai una bella voce. Una bella voce… e allora? Una volta un ragazzo mi ha detto: hai una voce come una carezza da brividi che non ti stancheresti mai di ascoltare… per il resto, lasciamo perdere. Sono una ragazza da ascoltare, non da vedere. Gli uomini non sanno cosa farsene di una bella voce. Meglio avere gli occhi belli.

Sembra che in cucina ci siano i Red Hot Chili Peppers dal vivo, la radio è accesa, è arrivato mio padre, Vittorio, sta preparando la cena. Me lo vedo che gira il sugo, uno dei suoi esperimenti, controlla la cottura della pasta, si scotta la lingua, intanto la mamma, Lucrezia, sta uscendo dalla doccia: schierati sul bordo della vasca i suoi barattoli di creme per i piedi, per le gambe, per l’interno coscia, per i glutei, per i gomiti, per le braccia, per le mani, per il viso, per il collo. Ogni tanto li uso anch’io, ma non cambia molto. Non cambia niente.

«È quasi pronto!», grida papà Vittorio dalla cucina.
«Dieci minuti!», grida mamma Lucrezia dal bagno.
Io esco!
Papà spegne la radio. Esco dalla mia camera. Mamma e papà sono in soggiorno, occhi negli occhi, immobili. La mamma è in vestaglia, spettinata con i capelli bagnati. Cazzo quanto è bella, non sembra neanche mia madre. Io vorrei proprio sapere perché la genetica mi ha fatto questo scherzo; perché, genetica stronza, non mi hai dato niente della mamma, neanche un pezzetto? L’acqua in cucina sta bollendo.
Mi dispiace, papà, io stasera…
«Ma come ti sei… conciata?», m’interrompe la mamma.
Anche il papà vorrebbe dire la stessa cosa, si vede, ma sta zitto. Mamma Lucrezia non può fare a meno di squadrarmi, arrivata alle scarpe: «Belle scarpe», e lo dice come se mi rimproverasse per questo, «E dove andresti?»
Papà non mi ha mai visto così, cerca una domanda innocua, ci prova, ma non gli viene, quindi rimane nel suo diplomatico silenzio.
Mamma, ho un appuntamento.
«E da quando hai gli appuntamenti?»
Vittorio ora è in disaccordo sia con miei vestiti e il mio trucco sia con il tono inquisitorio di Lucrezia, la cosa si sta facendo interessante, la tensione sta crescendo, ma lui ha una cena sul fuoco.
«Ferme! Vado in cucina, controllo e torno. Non andate avanti senza di me.»
«E dove andate, tu e il tuo appuntamento?», la mamma continua.
Credo che andremo prima al ristorante, poi discoteca.
La mamma sta trattenendo un urlo. Il papà ritorna e capisce: «Siete andate avanti senza di me.»
«Sai dove va tua figlia? In discoteca! E tu sai chi va in discoteca? Non ci vanno per sentire la musica o per ballare. Ci vanno teppisti, maniaci sessuali, drogati, spacciatori, puttane, rapinatori, rapitori, branchi di ragazzi ubriachi e impasticcati che vogliono solo una cosa! E tu staresti a casa tranquillo con addosso quel grembiule che… lasciamo stare… sapendo che Beatrice è in mezzo a questa gente?»
«Non credi che il tuo modo di vedere le cose sia un po’ condizionato dal tuo lavoro di ispettore di polizia?»
«Tu non sai quello che succede oggi, stai sempre rinchiuso in cucina con la radio accesa. Sei un drogato di canzonette e fornelli. Vuoi ricevere una telefonata nel bel mezzo della notte, che dice di andare all’obitorio per riconoscere il cadavere di nostra figlia fatta a pezzi? Sai quante volte mi è capitato di fare una telefonata del genere? Non voglio trovarmi dalla parte di quella che la riceve.»
«La vedi proprio brutta la serata», dice il papà cercando di abbassare la tensione, ottenendo l’effetto contrario.
Mamma, papà, vi faccio notare che io sono qui.

05 gennaio 2020

Aggiornamento

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Stefano Mecca
STEFANO MECCA, classe 1968, è Direttore Artistico del Teatro Prova di Bergamo, regista teatrale, insegnante di recitazione e di storia del teatro. Ha pubblicato diversi racconti in antologie edite da altrettante case editrici. Scacco in quattro mosse è la sua prima raccolta.
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