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La carta maledetta

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Il clan dei Piccoli Affamati è un’organizzazione mafiosa di Desaps, proprietaria di uno yatch di lusso in cui si organizzano tornei di poker con ingenti somme di denaro. Una sera, Jean Prest, un giocatore dall’aspetto eccentrico e vestito in maniera totalmente inappropriata al contesto, riesce a intrufolarsi nel torneo ed esegue un numero di magia: predice quale sarà l’ultima carta a comparire sul tavolo, l’otto di picche. L’otto è il simbolo dell’infinito mentre il seme di picche rappresenta la maledizione.
Questo banale gioco scatena un susseguirsi di eventi e circostanze misteriose, e da quel momento sulla vita di tutti i membri del clan inizia a incombere il potere della carta maledetta…

 

Dentro al bar si respirava un’aria afosa e pesante. Era
estate, Charlie e Morgan se ne stavano sbracciati dietro
il bancone a sorseggiare la loro solita birra dopo il lavoro.
«Che giornataccia!» disse Morgan.
«Non dirlo a me» fece Charlie, dopo aver bevuto
tutto d’un fiato la birra che gli rimaneva nel calice.
«Ma quand’è che organizziamo una partita a poker?
È da un po’ che non si gioca e ho una voglia tremenda…»
Charlie cambiò di colpo espressione del viso: «Non
parlarmi di poker, devo dirtene una!».
«Cos’è, hai già perso a un torneo senza chiamarmi?»
«No!» fece l’altro. «Non riguarda me, è una cosa
incredibile che mi hanno raccontato.»
«Ma non ti riferirai mica a quella favola della carta maledetta? È tutta un’invenzione!»
«Macché invenzione. È tutto vero e confermato,
la scientifica ha trovato le prove!»
Morgan sbuffò: «Dai, non è credibile… solo gli stupidi come te ci credono».
«Ok,» disse Charlie «ora ti mostrerò chi è veramente stupido.»
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LO STRANO GIOCATORE
Buona parte della città di Desaps era sotto il controllo della mano criminale dei Piccoli Affamati ormai da anni, e l’omertà e il silenzio dei loro abitanti
erano stati guadagnati a suon di proiettili e grazie
alle forti qualità di arrampicatore sociale di Ernesto.
Facendo il nome del clan per tutto il Missouri, non
vi era persona che non si sentisse salire un brivido
lungo la schiena.
Per quel motivo entrare dentro il loro yacht casinò era come varcare il confine di un luogo pericoloso, un covo tremendo in cui chi non segue le regole, o
vi entra senza essere gradito, viene facilmente spedito all’altro mondo.
Aveva la fama di essere un posto per molti inaccessibile, data la dura selezione e la cifra alta che bisognava pagare per accedervi. Ma era conosciuto da
tutti gli americani del Missouri, e non solo appassionati di gioco, come il confine che bisognava varcare
per sapere il punto esatto in cui finiva il mondo.
Non era una realtà da paragonare a Las Vegas e
Montecarlo perché era un genere molto di nicchia.
Proprio per questo chi era riuscito a entrare lì dentro
e a uscirne vivo – partecipando a un torneo di poker,
anche se aveva perso – veniva visto con tanto d’occhi.
Molte persone che avevano la febbre del gioco avevano impiegato una vita a mettere da parte i loro risparmi per giocare in quel casinò, ma erano state rifiutate.
Si diceva che lì dentro ci fossero solo i giocatori più
forti di tutto il continente.
Si respirava un’aria inquietante e misteriosa, tra
il sadico e il grottesco. A tratti sembrava una specie
di carnevale macabro, o di rituale satanico, a vedere
l’espressione alterata di certi giocatori; da un’altra
prospettiva, invece, le stesse scene avevano quasi
qualcosa di comico.
Tra tutti i giocatori di quella serata, i personaggi più
eccentrici facevano parte del clan dei Piccoli Affamati.
Primi fra tutti, è doveroso presentare i più anziani
e terrificanti membri di questa organizzazione: erano
entrambi sfigurati e usavano questa loro sventura per
incutere terrore.
James Irlandese, conosciuto da tutti come Cobra
rosso, si era trovato nel bel mezzo dello scoppio di
una granata in Vietnam. Da quando aveva avuto quel
trauma, la sua brutale immagine esteriore si era riflessa interiormente sul suo carattere, rendendolo un
individuo diabolico e perverso. Le grosse ustioni che
aveva subito in guerra gli avevano reso il volto ruvido
e squamoso, oltre che dargli una parvenza disumana
e terrificante quando si esibiva in qualunque tipo di
espressione. Sembrava l’incarnazione umana di un
rettile. Gli occhi erano piccole fessure luccicanti che si disperdevano in quella faccia mostruosa. Quando
apriva la bocca, due denti d’oro affilati brillavano al
posto degli incisivi.
Gianni Angelo, detto Andry White, in contrasto con il suo nome era vestito tutto di nero e il suo
aspetto era così lugubre che pareva uno zombie imbacuccato nei vestiti di un becchino. Gli accessori
che portava – tra occhiali, cappello e parrucca – gli
ricoprivano la parte superiore del volto come una
maschera e servivano, oltre che a nascondere il suo
agghiacciante aspetto, anche a rendere impossibile ai
suoi avversari osservargli la mimica durante il poker.
Fin da ragazzino non parlava mai con nessuno e veniva scambiato per un sordomuto. La gente però stava
ben attenta a ridere di lui o a parlargli alle spalle, perché aveva un carattere molto violento e una brutale
forza fisica. A cinquantacinque anni aveva avuto uno
scontro mortale ad armi bianche con un altro uomo
che voleva diventare fondatore del clan. Alla fine
Gianni aveva avuto la meglio, ma ne era uscito con
gravi ferite su tutto il corpo. Una pugnalata all’occhio
sinistro, inoltre, lo aveva reso cieco da quel lato.
Poi c’erano Harry e Sam che, a parte il legame di
sangue che li teneva uniti perché erano fratelli, erano
uno l’opposto dell’altro.
Harry Nuts era un chirurgo di grande fama. Non
avrebbe mai potuto fare il medico di base, perché detestava quella professione sotto il profilo umano. Si diceva che a poker avesse la stessa incredibile freddezza di
quando eseguiva gli interventi. Il suo sguardo, mentre
analizzava l’avversario, era torvo e penetrante, quasiimpossibile da sostenere. Era come se riuscisse a cogliere qualunque cosa passasse per la mente dell’avversario, e non lasciasse neanche libertà di pensiero.
Sam invece era una figura tutt’altro che fredda e
razionale: sperperava spesso i soldi in donne e alcol,
per non parlare poi delle scommesse e del gioco. Tutte
le sue serate si concludevano con eclatanti perdite, e
più perdeva più continuava a perdere nella speranza
di recuperare ciò che ormai aveva gettato via. Era basso e tracagnotto e aveva la voce somigliante a quella di
un eunuco, a differenza del fratello che era atletico e
muscoloso e aveva il timbro di voce grave.
E infine, tra i più particolari, c’era Sandy Clark
Sandy, che aveva un’espressione stranamente beffarda, come quella di un ragazzo vivace.
Vestiva con un completo e camicia a pois. Fumava solo sigarette alla vaniglia, prendeva tre calmanti
al giorno con un terzo di bicchiere di scotch, e quando
qualcuno gli parlava doveva tenere un raggio di distanza da lui di almeno cinquanta centimetri. Non voleva
essere toccato da nessuno, nemmeno dalle ragazze.
Quando era nervoso l’occhio e il labbro sinistro si muovevano a un ritmo impazzito. In ogni partita, qualunque fosse il numero di partecipanti e la posta in gioco,
usciva sempre tra l’ottavo e il decimo posto. Tuttavia
concludeva la serata in pareggio: i soldi esatti che perdeva per partecipare al torneo li recuperava dopo, vincendoli con le scommesse. Abile truffatore, un tempo
creava denaro falso, ma poi aveva dovuto trovare un
rifugio, perché non era più al sicuro. Ernesto aveva capito subito che era un elemento essenziale per il clan, e gli aveva offerto molti soldi in cambio del suo contributo. Era grazie a lui che esisteva uno strumento capace
di verificare l’autenticità dei soldi, i giocatori erano tenuti sotto controllo, schedati, e chi non pagava veniva
rintracciato tramite invisibili dispositivi GPS. Sandy
era la mente tecnologica dell’organizzazione e, con le
sue conoscenze, era in grado di renderla il più efficiente possibile. Per farlo però aveva bisogno rigorosamente di nove ore di sonno al giorno.
***
L’imbarcazione, ormeggiata sulle rive del Missouri, era di dimensioni tutt’altro che modeste: lunga ben quaranta metri e composta da tre piani, senza
contare l’ingresso.
L’enorme sala al piano terra era arrivata a ospitare
fino a duecento persone negli eventi di grande portata. È qui che si disputavano i tornei di Texas Hold’em,
il poker all’americana, e i partecipanti variavano da
un minimo di trenta a un massimo di cento.
Un grosso monitor che si aggiornava di continuo
raffigurava la classifica dei concorrenti, col loro numero di gettoni totali, e ogni volta che un giocatore
veniva eliminato, alla sua uscita era abbinato uno
stridulo e stranamente desueto suono di campana.
Quello, in quello yacht dove tutto era moderno, oltre
al pendolo dorato in stile romano, era uno dei pochi
elementi che rimandava indietro nel tempo, a molti
anni prima quando il boss, Ernesto, nella sua gioventù
andava a giocare a poker in un circolo di paese. Al secondo piano c’erano stanzine in cui le sexy
girls ospitavano i clienti, un casinò con tanti altri giochi, angoli bar e uno spazio dove le ragazze ballavano
intorno ai pali facendo provocanti spogliarelli. Infine,
all’ultimo piano c’erano altre camere da letto, uffici e
stanze vuote.
Vi erano tra i più originali tipi di avventori, molti dei quali erano assidui e abitudinari frequentatori
del club dei Piccoli Affamati, altri invece facevano
sporadiche comparse, altri ancora erano misteriosi
giocatori che comparivano una volta e poi si perdevano di vista.
Ernesto era molto affascinato dalla competizione. Nelle serate di poker una parte dei giocatori erano spesso perfetti estranei, alcuni lo avevano colpito
per qualche motivo, altri invece erano semplicemente
gente ricca e famosa, con importanti conoscenze in
comune. Il capo aveva un carattere particolare: poteva scindere in maniera netta la sua sete di ricchezza e
di potere da quella che riguardava il gioco. Era sempre
stato il suo sogno fin da giovane mettere in piedi un
casinò, fondare un club, in cui dettava lui la legge, e
dopo tanti sacrifici ci era riuscito.
Era un fatto d’onore importante per Ernesto, oltre
che nel suo interesse personale, che si garantisse la
serietà e il rispetto delle regole. Non c’era alcun genere di imbrogli, né nelle roulette, né nei giochi di carte.
Questo era provato dal fatto che parecchi giocatori che
si erano recati da lui, anche nuovi arrivati, erano stati
premiati e avevano vinto cifre estremamente alte. Vi era però un codice d’onore ferreo, e chi non lo
rispettava faceva una brutta fine. Non era ammesso
uscire da lì con debiti di gioco, e i poveracci che non
riuscivano a pagare finivano spesso affogati nel fiume
di loro spontanea volontà.
Tutti i clienti che si recavano nello yacht erano rigidamente sorvegliati, fotografati e schedati.
Ernesto inoltre era appoggiato da numerosi elementi di spicco che facevano parte del suo club, come avvocati, giudici e anche personaggi politici o dello spettacolo.
A una certa ora si accendevano i fuochi e nello
yacht iniziava la festa, tra sesso, alcol e scommesse
spietate. Il tutto, però, sempre sotto stretta sorveglianza. Gli estranei che entravano e uscivano dal club,
oltre che schedati erano anche rigorosamente selezionati e non potevano essere più di un certo numero per
ogni serata.
***
Le luci si spensero di colpo. Poi iniziarono ad accendersi a intermittenza quelle rosse e la musica iniziò. Erano le dieci. Nel giro di mezz’ora sarebbe iniziato
il torneo di poker. Ora le ragazze davano spettacolo esibendosi sui tavoli, facendo ondeggiare i fianchi mentre
i giocatori si facevano un giro per ammazzare il tempo.
Erano tutti vestiti rigorosamente eleganti, altrimenti non avrebbero potuto partecipare.
Venti minuti dopo era tutto pronto. Quattro tavoli da nove persone. Trentasei giocatori. Ognuno aveva
investito centomila dollari. Una cifra non indifferente.Mancavano solo tre giocatori all’appello. Ernesto,
che di carattere era molto calmo, si sentiva un’insolita fibrillazione in corpo. Aveva uno strano presentimento, che però si rifiutava di seguire fino in fondo.
Dieci minuti dopo, i fratelli Nuts arrivarono assieme.
Mancava ancora un giocatore. Ernesto stava iniziando a
innervosirsi. Si trattava di un torneo di lusso e il ritrovo era per le dieci, ed erano già le dieci e mezza. I fratelli
Harry e Sam erano gli unici giustificati perché dovevano
finire di sistemare un vecchio affare legato al clan.
Improvvisamente si udì un gran trambusto.
Dall’entrata dello yacht proveniva un vociare confuso e indistinto.
«No, tu non puoi entrare!» gridava il colosso nero
sbarrando il passaggio a un ragazzo di mezza statura
che doveva avere suppergiù vent’anni, ma era vestito
come un adolescente delle scuole superiori, e pareva
scappato di casa, con i capelli tutti arruffati. Oltretutto, aveva un atteggiamento veramente strano. Gli
occhi sbarrati come fosse piovuto da un altro pianeta,
il volto come imbambolato e paralizzato in un’espressione assurda, insignificante. Portava dei jeans larghi
e una maglia verde col cappuccio con delle scritte sulla parte sinistra e un asso di cuori stampato sopra.
«Sono io!» continuava a ripetere con insistenza.
«Sono il giocatore, fatemi entrare!»
Ernesto, spazientito, si diresse verso l’entrata dello yacht e alla vista del ragazzo si bloccò di colpo.
«Chi sei?» gli chiese con un’espressione incredula
in faccia.
«Sono Jean Prest, mi avete invitato voi, Monsieur.» «Io non vi ho assolutamente invitato» ribatté Ernesto.
«Ma sì, non vi ricordate?» insistette l’uomo. «Mi
avete mandato un invito e io ho accettato. È stato
qualche mese fa.»
Ernesto sembrò ipnotizzato. Come se si fosse risvegliato da un incubo. Quel tipo da qualche parte
doveva averlo già incontrato, ne era sicuro. Inspiegabilmente il suo cuore prese a battere forte, non si
spiegava il motivo per cui dovesse aver paura di un
essere così ridicolo.
«Ho i soldi» disse il ragazzo. «Centomila, giusto?»
Così dicendo estrasse dalla borsa vari malloppi di
banconote da cinquecento.
Le guardie del corpo si scambiarono un’occhiata
incredula.
«Entra pure» fece Ernesto, quasi come se una
strana forza lo avesse obbligato a dire quelle parole.
«Grazie» rispose l’altro.
«Però» fece prima di andar via «controllate che i
soldi siano veri e schedatelo.»
***
Dieci e quarantadue. Gli ospiti erano nervosi. Non
era mai capitato che qualcuno arrivasse all’ultimo momento in quel modo e si dovesse aspettarlo per giocare.
Ernesto prese in mano il microfono e disse: «Silenzio!».
Tutti tacquero.
«Purtroppo abbiamo avuto un imprevisto e c’è un nuovo arrivato che stanno finendo di schedare. Tra
non molto la partita avrà inizio.»
I giocatori intanto abbordavano le ragazze e le
palpavano avidamente. Una brasiliana, alta un metro
e ottanta, stava seducendo per bene Sam.
Lui l’afferrò per i fianchi e la tirò verso di sé. Lei,
guardandolo con gli occhi fiammeggianti e leccandosi
le labbra, gli sussurrò: «Andiamo un attimo nel privé!».
Ma l’ingresso dello strano giocatore interruppe
di colpo l’amoreggiare di gruppo e Sam, dopo averle
rifilato due banconote da cento dollari, mandò via la
brasiliana e le disse che si sarebbero visti dopo.
Appena Jean Prest fece il suo ingresso calò il silenzio più totale. Come se, di colpo, fosse saltata la
corrente per un blackout improvviso. Tutti immobili
a fissarlo, le luci rosse erano state sostituite da una
lanterna che illuminava la grande sala. Anche le ragazze erano ammutolite.
I capelli ricci tra il rosso e il marrone erano bizzarramente scompigliati. Gli occhi sbarrati e fermi a
fissare un orizzonte lontano che non esisteva, fuorché
nella sua mente.
Il look da ragazzino senza un soldo aveva suscitato l’attenzione di tutti. Si trovava come un pesce fuor
d’acqua in mezzo a tutta quella gente elegante che fissava con sconcerto il suo abbigliamento, dalla felpa
verde col cappuccio ai pantaloni larghi e slavati e, per
finire, le scarpe con i lacci di colore diverso.
«Ciao, mi chiamo Jean Prest» disse. «E voi?»
D’un tratto tutti scoppiarono a ridere, non si tenevano più. Sam si mise a ridere così forte che non riusciva a respirare. Iniziò un tramestio generale che
cresceva di intensità, in cui i giocatori stupiti e divertiti discutevano tra di loro.
«Ma questo da dove sbuca?» disse Sam.
«Secondo me è uno scherzo» fece uno. «E poi
guarda com’è vestito! Uno così come fa ad avere centomila dollari?»
«Ma se lo hanno fatto entrare vuol dire che li ha
messi» osservò un altro.
Jean annunciò che voleva fare un trucco di magia.
Tutti lo osservarono, e il silenzio calò nuovamente.
Qualcuno era irritato perché aveva fretta di giocare,
ma i più volevano godersi la scena.
«È un trucco ridicolo, cara gente, ora vi farò vedere» disse, tra le risa generali.
«Ecco, ho bisogno di cinquantadue carte, come
nel mazzo di poker.» Una ragazza gli passò le carte.
Lui le rimescolò con una rapidità incredibile.
«Be’, almeno una cosa la sa fare… perché non ci fai
da croupier?» disse uno.
«Shhh!» fece Harry che sembrava interessato.
A un certo punto cominciò a buttare le carte per
terra senza una ragione e senza guardare, fino a rimanere con cinque carte in mano.
«Ora…» disse sorridendo e continuando a fissare
il nulla. «Ho cinque carte.»
Poi si voltò su se stesso come un bambino e buttò
via una carta. Lo fece per quattro volte.
«Ora ho una carta.» La girò e disse: «È un otto di
picche. Questa carta sarà molto importante». Mentre
parlava faceva sì con la testa, come un robot.«Questa sarà la carta che segnerà la fine del gioco.»
Sguardi increduli provenivano dalla folla, e a quel
punto le guardie lo presero per le braccia e lo trascinarono verso l’uscita, ma Ernesto li fermò.
«Non toccatelo» disse. «Questo ragazzo deve giocare la partita.»

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Commenti

  1. Alfredo

    Grazie ancora per i vostri commenti positivi: sono entusiasta, e mi viene voglia di scrivere sempre di più. Per Cherol, rispondo che sì c’è dietro un piccolo studio, molto trasfigurato dalla mia fantasia. Per Isabelle, ti ringrazio di cuore, se mi metto su questa strada è anche perché voglio creare un mondo che i lettori possano scoprire, e vivere come se fosse reale. Credo che sia il sogno di ogni artista, e che richieda tanto impegno e dedizione, ed io sono solo all’inizio.

  2. Isabelle

    (proprietario verificato)

    Premessa: non sono un’amante incallita della lettura. Ho 21 anni e avrò letto, sì e no, una decina di libri in tutta la mia vita, però se un libro mi prende, lo “divoro” fino in fondo! Con grande sorpresa, posso affermare che “La carta maledetta” è uno di questi: non mi ha stancato nemmeno un secondo! L’ho letto tutto d’un fiato in un paio di giorni e l’ho trovato molto intrigante in tutte le sue sfumature, anche originale. Detto ciò volevo fare i complimenti ad Alfredo, che mi ha stupito positivamente e spero che continuerà su questa strada. Aspetto altri tuoi lavori!
    Grazie per la piacevole lettura, che consiglio vivamente a tutti,
    Isabelle

  3. Alfredo

    Grazie di cuore Cherol!!

  4. Cherol

    (proprietario verificato)

    Ho letto il libro tutto d’ un fiato…proprio perché una pagina tirava l altra… L’ho trovato molto interessante… I miei complimenti vanno all autore che ha saputo intrattenere sin dalle prime pagine la mia attenzione. L evolversi delle vicende è stato arricchito di particolari precisi ed affascinanti, che dimostrano un previo ed attento studio. Consiglio a tutti di leggerlo!

  5. Alfredo

    Grazie Valentina! Il fascino dell’ignoto e del mistero legato al gioco e alle carte, mi hanno acceso la creatività, è vero. Penso che non si finisca mai di stupirsi dietro le storie e i personaggi, questo vale per chi legge, ma spesso anche per chi scrive! 😉

  6. Valentina

    (proprietario verificato)

    Ho letto la trama di questo libro è, onestamente,non avendo mai approfondito questo genere di lettura,ho riscontrato interesse per il fatto che l’idea sia nata da un gioco. O
    Quindi un vero e proprio “colpo di fulmine” ha fatto nascere un libro pieno di idee intriganti. Inoltre ho trovato interessante come le prime pagine siano volate,nella mia lettura,provocandomi la voglia di continuare per poterlo finire.
    Lo consiglio,perché deve essere molto piacevole!
    Valentina

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Alfredo Boccalatte
Alfredo Boccalatte è nato nel 1991 a Biella. Ha conseguito nel 2014 la laurea in Fisioterapia e da allora lavora come libero professionista. Ha concluso il primo anno di studi del corso di cabaret e stand up comedy presso l’Accademia del comico di Milano e ha partecipato a diversi spettacoli comici teatrali. Si dedica alla scrittura con passione fin dall’età adolescenziale e La carta maledetta è il suo romanzo d’esordio.
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