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La casa con il laghetto verde

La casa con il laghetto verde
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Consegna prevista Agosto 2022
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Un ragazzo fragile viene iniziato alla cocaina che utilizza non come strumento per sballarsi e rimorchiare ma per far riaffiorare immagini di vita vissuta – legate alla sua famiglia – che la sua mente, per autodifesa, aveva deciso di seppellire per sempre. E quei ricordi fanno male, così male da indurlo a rompere ogni legame affettivo, anche il più forte e costringerlo a spingersi fin dove loro stessi hanno deciso di condurlo, alla ricerca della “sua” verità; vivrà nel rancore, verrà schiacciato dai sensi di colpa e dopo aver vissuto allo sbando cercherà a modo suo il proprio riscatto.

Perché ho scritto questo libro?

Come spesso capita il protagonista mi è venuto a cercare. È un personaggio bizzarro che esordisce estraendo una bottiglia di vodka dallo zaino e buttandone giù ampi sorsi durante una seduta degli alcolisti anonimi. Inizialmente mi sono limitato a descrivere la scena ma poi l’ho fatto muovere nel suo mondo, attraverso gli strumenti morali che possiede, cercando di capire fin dove avrebbe osato. Sono emerse le sue fragilità, le sue angosce e la sua capacità di provare forti sentimenti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

5. VEDO MIO PADRE

Vago fra i banchi del supermercato con un vago senso di stordimento. Ho un’erezione che dura ormai da quasi un’ora e una sensazione strana all’altezza dei genitali. É come se il sesso caldo e umido di una femmina mi si fosse appoggiato proprio lì. E mi provoca una piacevole sensazione. Tutti mi guardano. Incrocio famiglie felici che spingono carrelli semivuoti o semipieni, single, anziani. E il mio sesso è sempre lì, impalato e caldo.

Più tardi, rientrando a casa scopro di essermi pisciato addosso.

Mia madre mi vede all’altezza del banco della frutta. Mi dice allarmata: – come mai tutto questo tempo in bagno? – e ironizza: l’hai fatta tutta figliolo? Oppure…. -, e mi guarda dritto in faccia. Gli occhi: i miei occhi sono come due palle da tennis, cioè le pupille sono come due palle da tennis. Forse ha scoperto qualcosa perché mi dice – aspettami in macchina, alla spesa penserò io. E allora mi domando perché non mi ha lasciato a casa? Avrei evitato di incontrare quello stronzo di Giovannini e non sarei finito nel secchio di merda in cui mi ha cacciato.

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Con lui, a proposito, siamo rimasti d’accordo che ci vediamo di lì a un paio d’ore alla stazione dei treni. Ha un lavoretto da sbrigare e gli serve una mano, così ha detto.

Mia madre intanto estrae le chiavi della macchina dalla borsa e guardandosi intorno muove le mani in modo irrequieto: vuole che me la fili prima possibile. Non sopporta gli sguardi della gente attaccati ai miei coglioni. Il puzzo di urina pervade le sue narici ed è anche per questo che mi esorta a scomparire dalla sua vista. Mi dice proprio così: – scompari dalla mia vista, deficiente -. Obbedisco: – sissignore. Faccio come mi dici -. Le volto le spalle e passo fra i carrelli della gente. L’effetto di sincera inizia a fare capolino e a conoscere il mio cervello infarfugliato. Chissà come saranno state le presentazioni fra loro due. Me le immagino: piacere, io sono il cervello bacato del coglione qui sotto. Piacere io sono Sincera. Oh, piacere Sincera. Serviva un po' di sincerità da queste parti. Ci accoppiamo? Certo. Sono qui per questo dice lei. Lo ha già studiato mentre volteggiava vorticosamente dentro alle vene. Un cervello piatto, insignificante. Tuttavia devo fondermi con lui per il bene del ragazzo, avrà pensato. E così dopo le presentazioni e contrariamente alle leggi della natura umana – l’uomo entra dentro alla donna – lei entra dentro di lui. Gli provoca una sensazione di benessere, di sollievo. Finalmente una boccata di aria fresca. Finalmente qualcosa che non sia la solita routine. E lui reagisce: così passo vicino al banco dei surgelati e vedo balene azzurre che nuotano volteggiando sinuose nei mari del nord. Distese intere di carciofi adagiati su letti di erba fresca. Quando passo accanto al banco dei latticini vedo seni candidi e rotondi immersi in acque profonde e stagnanti. E intanto la mia erezione non accenna a scomparire. Passo accanto alle bottiglie di birra e alzo al cielo la coppa del mondo, quella che ho vinto nel pomeriggio contro la Francia, doppietta di Schillaci.

Finalmente esco da quel posto intasato dai guardoni. Cosa cazzo avete tutti da guardarmi? Manco me la fossi fatta sotto, ironizzo, inconsapevole, ancora, di essermela fatta sotto davvero. Il mio cervello infatti, in quel momento sta scopando talmente forte con sincera che mi fa vedere cose che forse vede solo e soltanto lui.

Durante il viaggio di ritorno dal supermercato mia madre non apre bocca. Ha dovuto fare tutto da sola. Le due casse d’acqua, le borse pensanti, carico e scarico, tutto da sola.

Infilo la chiave nella porta e la apro. So che mi aspettano giornate tristi e faticose. Mia madre mi farà nero. Ha sempre detestato le droghe e non me la farà passare liscia. Seppur ne abbia fatto uso una sola volta lei crederà, esasperando i toni come sempre, che sia un tossico cronico; prenderà un appuntamento per farmi controllare dal suo amico tossicologo con il quale, secondo me, ha avuto anche una storia un paio di anni fa. A quello seguiranno ristrettezze sotto tutti i punti di vista. Mi colpirà dove sa di farmi più male: mi sequestrerà la play, staccherà la spina della tv, mi proibirà di bere aranciata per un mese. E invece, contravvenendo le mie aspettative si limita a dire: – caro, vai subito a cambiarti e non prendertela. Sono cose che succedono – e sorride teneramente.

Come scusa? Avrei voluto controbattere: stai alludendo al fatto che me la sono fatta sotto oppure al fatto che ho incontrato un mio amico tossico, ladro, gay, barbone e mezzo svitato e che insieme ci siamo fatti una striscia di coca? Taccio. Prendo tempo in attesa di comprendere a cosa intendesse riferirsi la vecchia.

– Insomma. Sei arrivato in bagno, hai bussato ma era occupato e te la sei fatta sotto. Non farne un dramma, mi raccomando – e mi dà due schiaffetti sulla guancia sinistra. Poi sorride di nuovo, questa volta in maniera compassionevole e si allontana verso la cucina. Grido al miracolo. Possibile che non si sia accorta di niente? Non si è accorta della coca, di Giovannini, della violenta erezione? Intanto il tempo trascorre lento. Mi cambio gli abiti – i pantaloni sono bagnati sul davanti fino ai ginocchi – e mi stendo sul letto. L’effetto di sincera sta svanendo, lo sento. Quella sensazione di supremazia nei confronti del mondo se ne sta andando. Presto tornerò ad essere io, e questo non mi piace affatto. Se lei se ne va non sono più nessuno. Il mio cervello tornerà ad essere mediocre e il mio pisello assurgerà alla funzione di organo deputato alla semplice espulsione delle urine.

Vedrò Giovannini fra un’ora buona e forse sarà in grado di darmi altra roba, o forse no. E prima di incontrare lui, adesso, devo inventarmi qualcosa.

Penso e ripenso o per lo meno mi sforzo di farlo, finché…cazzo, il comodino. La bottiglia di vodka dentro al comodino. Che stupido. Come posso dimenticare una cosa così importante? Mi alzo dal letto di scatto, apro lo sportello di legno che cigola. Sposto i libri che gli si parano davanti. Spero che mia madre non si sia accorta della sua presenza – magari spolverando l’ha vista e ha gettato il contenuto della bottiglia nel lavandino -. Eccola. La vedo. Vedo la bottiglia trasparente. Grido al miracolo, di nuovo. La bottiglia è piena per metà. Quantità sufficiente per far affogare un elefante o per far ragionare in maniera contorta il cervello di una balena. Svito il tappo. Lo zucchero rappreso fa un po' di resistenza ma prevalgo su di lui. Sputo il tappo come fanno nei film western. Ingollo un paio di sorsi, forse tre. Ripongo la bottiglia al suo posto. Torno a stendermi sul letto. Faccio quattro starnuti, appoggio gravemente la testa sul cuscino e la stanza comincia a girare. La sensazione è piacevole, estremamente piacevole. Non gira vertiginosamente ma con rispetto. Guardo il soffitto, anzi lo osservo. Gli dico ti tengo d’occhio e quello comincia a magnificarmi con le sue figure: un orso a quattro teste, un canguro, sei pesci rossi che nuotano in un laghetto e non un laghetto qualsiasi ma il piccolo laghetto artificiale della nostra vecchia casa: acqua verde, sponde scivolose.

Dopo la morte di mio padre la mamma ha voluto lasciare immediatamente la casa. Diceva che era lugubre, morta, tenebrosa. Così’ la definiva mentre piangeva a dirotto, nel salottino arredato con stile.

La mia allucinazione continua. Sul soffitto adesso compare un bambino sui tre, forse quattro anni. Tiene per mano un adulto. L’uomo indossa una maglietta marrone chiaro, un paio di jeans attillati: mio padre, e quel bambino sono io. Mi chiedo se sto sognando, se sto guardando un album di diapositive oppure….il mio cervello è proprio strano. Sta andando in corto circuito, forse. Meglio se spengo l’interruttore e metto a riposo i complessi ingranaggi della mia mente. Chiudo gli occhi per poi riaprirli velocemente. In sottofondo sento una voce fuori dalla mia cameretta che sta pronunciando il mio nome. In realtà quello che si affaccia alle mie orecchie è solo un suono ovattato: mia madre. È lei di certo. Scommetto che vuole che la aiuti con la spesa. Tento, mi sforzo di tenere gli occhi chiusi ma non ce la faccio. Sono curioso. Il mio cuore inizia a battere all’impazzata e non so resistere. Voglio vedere cosa faranno quei due: il bambino e suo padre. Mi stropiccio gli occhi e li apro, anzi li sgrano. Le immagini nel soffitto prendono magicamente di nuovo forma. I due adesso stanno sorridendo. Mio padre mi sta accarezzando la testa. Stiamo giocando nel giardino, prende una corda di canapa. Lo osservo con interesse. Mi sta insegnando a fare un nodo scorsoio di quelli che si vedono nei film western – di cui mio padre era appassionato -. Lui adesso sta sorridendo, gioca, fa lo stupido. Il bambino ride a crepapelle. Mio padre infila la testa dentro alla corda e gioca a fare l’impiccato. Chiude e apre gli occhi in continuazione. Il bambino accanto a lui ride senza capire quanto è triste quel gioco.

Adesso resto immobile, fermo sul letto. La testa gira un po' più forte. L’immagine di mio padre mi fa battere il cuore all’impazzata. E non si ferma, non la smette. Sono sull’orlo del baratro, sto per avere un arresto cardiaco? Lo stomaco va sottosopra. Le immagini nel soffitto sono sempre meno nitide, stanno scomparendo del tutto. Strizzo gli occhi. Lavoro su me stesso, mi dico che devo calmarmi, che questo è solo l’effetto del mix terribile che ha dovuto subire il mio organismo: dalla punta delle dita dei piedi, le vene, le arterie, il cuore, lo stomaco, i polmoni, l’intestino e fino ai capelli. Quindi è tutto normale. Non devo avere paura, non mi verrà nessun infarto.

Provo ad alzarmi. Mia madre sta ancora parlando con me, dall’altra stanza. Non avrà ancora sistemato le bottiglie dell’acqua. Mi metto a sedere sul letto. Abbasso la testa. La vodka comanda ancora i miei movimenti, i miei pensieri. La cocaina forse si è disciolta nel nulla. Prima si è mescolata assieme al mio sangue, poi ha scopato con il mio cervello fottendolo, adesso sta svanendo pian piano, con il trascorrere dei minuti, con discrezione. Mi chiedo cosa mi abbia fatto così male nell’immagine di mio padre riflessa sul soffitto. Mi tocco i capelli. Ascolto il mio corpo. Lo stomaco è ancora sottosopra. Il cervello obnubilato. Le estremità delle dita intorpidite e un gran formicolio alle mani. Che nome posso dare alle immagini sul soffitto? Ricordi? Allucinazioni? Perché se sono le seconde chi se ne frega. Se sono le prime c’è da capire perché mi hanno sconvolto al punto di dover spegnere il cervello per porre fine alla proiezione.

Trovo il coraggio di alzarmi e mi alzo. Dico a me stesso che devo reagire a qualunque costo anche perché guardando l’orologio mi rendo conto che l’appuntamento con Giovannini (Gio, così facciamo prima) è fra meno di mezz’ora.

Mi dirigo verso il bagno barcollando. Mi aiutano lo stipite della porta, il cassettone dove tengo i cd musicali e la confezione della play. Guardo la tazza del cesso. Linda e limpida. Non voglio sporcarla ma…non so trattenermi.

Dopo sto meglio, come sempre succede in questi casi. Mi dirigo verso la cucina. Mia madre sta ancora parlando con me da lontano. Ha sistemato la spesa. Tutta la spesa.

– Ciao – le dico. Lei lascia la confezione di fagioli sul tavolo, mi guarda con aria attenta e dice a sua volta: – ciao. Bentornato nel mondo dei vivi -. Lo dice con disinvoltura perché non sa che io nel mondo dei morti ci sono andato davvero e ci sono rimasto fino a qualche minuto prima di incontrarla.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Vanessa Ruscis

    Ben scritto e molto interessante

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Emiliano Bianchi
Nasco a Siena il 22.03.1973, avvocato di professione.
A 27 anni inizio con le poesie ma erano troppo rapide da scrivere e così nel 2014 sento l’esigenza di comporre qualcosa di più complesso anche se la professione mi lascia per la scrittura solo “i ritagli di tempo”.
Nel 2015 esce il mio primo romanzo e qualche giorno fa il secondo.
Il terzo, “La casa con il laghetto verde” è nato nel 2018 ma l'ho potuto portare a compimento solo nella primavera 2020 a seguito del lockdown da covid 19
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