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La cassetta rosa

La cassetta rosa
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Consegna prevista Luglio 2022
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Ugo Vannini nel giorno di Natale dell’ultimo anno del Liceo, si trova ad affrontare la sua “prima volta” con Marina e nello stesso tempo a compromettere l’amicizia con Giorgio che con la ragazza ha una relazione.
Nell’attesa dell’incontro, per cercare di chiarire le incertezze che lo assillano, ripercorre le varie fasi della sua educazione sessuale: le differenze, le confusioni, le parole sconce, i giochi, il primo amore, la scuola, fino alla curiosità di spiare il padre al quale vorrebbe chiedere chiarimenti senza riuscirci, per la tragedia che li coinvolgerà.
Dopo il fatto Ugo comincia a ricercare quelle risposte in ogni situazione fino ad arrivare ai primi approcci sessuali.
Dall’incontro con Marina però rimarrà profondamente deluso e deciderà di dare una svolta decisiva alla sua vita per trovare in se stesso le soluzioni, la chiarezza delle parole e uscire dallo smarrimento.

Perché ho scritto questo libro?

Ho realizzato questo libro per il piacere di scrivere, ispirandomi a diverse attività creative svolte coi ragazzi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

TUFFO AL CUORE

L’ultimo anno di liceo era appena iniziato e nel pomeriggio di un ottobre allegro e soleggiato avevo deciso di andare a fare un giro fino al mare. Una passeggiata sul molo a vedere i pescatori e a immaginarmi oltre lo spazio dell’orizzonte che al mare sembra più ampio e luminoso. La solitudine era diventata da tempo una necessità e ogni tanto dovevo prenderne il respiro. Al ritorno, sull’autobus mi sedetti dietro. Dopo qualche fermata vicino a me prese posto una ragazzina. Jeans sdruciti e una maglietta rosa attillata che si intravedeva sotto una giacca di lana pesante colorata di marrone chiaro e ancora di rosa. Capelli ricci e neri.

Un tuffo al cuore.

I capelli ricci e neri mi facevano ripensare alla mamma, a Winnie e non ricordo, ma ero pronto a scommettere che anche Cesira avesse i capelli ricci e neri.

I suoi erano lunghi ma raccolti dietro in una grossa e lenta treccia che le lasciava il viso circondato e incorniciato dalla chioma. Zaino in spalla e in mano cellulare che stava infilando nella tasca dietro dei pantaloni. Dopo un po’, “ecco” disse a se stessa ad alta voce, si alzò in piedi e andò alla discesa. Io la seguii con gli occhi e la osservai ancora dal finestrino quando, ormai scesa, si allontanava.

“Carina” pensai.

Una camminata lenta e ritmata, un lieve ancheggiare elegante e sbarazzino, più marcato dal lato sinistro.

Pensai che avrei dovuto dirle qualcosa, attaccare bottone. Mi chiesi perché non è mai così facile come accade nei film o come penso accada ai miei compagni! Mi sentii inadeguato, impacciato e il ricordo di Jennifer era meglio che lo chiudessi in un cassetto e ne buttassi la chiave. Da quella sera di avventura con lei mi sentivo ancora più bloccato di prima, per come si era svolta la serata, per il mio insuccesso e per la mancanza di scintille che proprio non si erano accese.

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Invece qui l’avevo sentita la scintilla, un lampo improvviso, denso, che mi aveva fatto sussultare gli organi interni e rimescolare il sangue come diceva la nonna, ma l’occasione mi era scappata, lei era già scesa ed io non avevo fatto niente per fermarla.

Abbassai gli occhi per la delusione e vidi il suo cellulare. Le era caduto il cellulare e non se n’era accorta. Lo presi e pensai a una botta di culo. Per me. Se l’indomani avessi avuto ancora occasione di incontrarla avrei saputo cosa dirle e magari lei mi avrebbe ringraziato e saremmo usciti insieme. Era praticamente scarico.

A casa feci le prove per essere preparato all’incontro. Stavolta avevo tempo per evitare deludenti conclusioni. In camera mi misi a parlare con me stesso a voce alta.

L’altra volta ti è caduto il cellulare, eccolo. Dove scendi ?” No, troppo sfacciato.

“Ho trovato il tuo cellulare. Ciao, chi sei ?” Neanche.

“Io sono Ugo e tu? Se mi dici come ti chiami ti darò il tuo cellulare.” Un ricatto bell’e buono.

Forse dovevo provare ad immaginare un dialogo.

“Tieni, ti è caduto ieri.”

“Oh, grazie, ero disperata!”

“Prego” e sarebbe finito tutto lì. Troppo breve, troppo conciso. Dovevo lasciare spazio ad un discorso che mi permettesse di approfondire.

Tieni, l’ho trovato ieri. E’ tuo?”

“Grande! Si. Ero disperata. Ma come fai a sapere che è mio?”

“Era caduto proprio dove eri seduta tu.”

“Ma tu eri in autobus ieri ?” Eh no, proprio questo non dovevi dirmelo. Non mi avevi neanche notato, non ti eri proprio accorta che c’ero! Anche questo non andava.

“Tieni, credo che sia tuo.”

“Si cazzo, è mio, dove l’hai trovato ?” Mi era sembrata un tipo dinamico e moderno con annesso l’uso di quell’intercalare.”

“Ieri, in autobus, proprio dove eri seduta tu.”

“Che fortuna, ero disperata, grazie.” E qui si concludeva un’altra volta. Capitolo chiuso. Come quest’estate. Come le barriere del babbo “e finiamola qui”.

Non c’era altro da sperare che fosse lei ad offrirmi uno spunto per poter continuare.

“Tieni, credo che sia tuo” poi si sarebbe visto il resto.

E così il giorno dopo ritornai al mare e ripresi lo stesso autobus alla stessa ora ma lei non salì. Ripetei l’operazione per una settimana anche se dovevo studiare o qualche amico mi chiedeva di andare da lui. “Non posso, ho un impegno” “Cosa devi fare?” “Coi nonni.”

Come al solito non svelai a nessuno il mio progetto. Un po’ per il timore di essere apostrofato con gli epiteti “imbranato, pirla, testa di minchia” che io stesso mi ero attribuito, un po’ per la mia abituale riservatezza e incapacità di espormi. Il Boss poi avrebbe trovato senz’altro una presa adatta e si sarebbe intrufolato nei suoi segreti cellulari ed io né volevo gli insulti, né volevo invadere il mondo privato di qualcun altro. Mi era bastata una volta e ne avevo amaramente pagato le conseguenze.

Ma lei non saliva.

Per sicurezza tenevo sempre il suo cell. nello zaino. Ogni tanto lo tiravo fuori, lo guardavo, lo annusavo, mi sentivo un depravato e lo rimettevo via.

I viaggi inutili e infruttuosi mi deludevano e, dopo la prima settimana di assiduità, divennero più radi e non ci sperai più.

“Vieni alla festa di Hallowen così ti faccio conoscere Marina” mi disse un giorno il Boss in classe.

“E chi è Marina ?”

“Sto con lei da circa un mese, guarda” e mi fece vedere la sua foto sul cellulare.

Marina era lei, i ricci neri sull’autobus. Porca puttana come diceva “Mangia merda”. Fregato. Da un mese. Non valeva. L’avevo vista prima io ma se l’era beccata lui. Al diavolo i miei tentennamenti. Se le avessi detto qualcosa quel primo giorno! Dannate parole mancate! Un’occasione che non mi sarebbe capitata mai più.  Non c’era scampo. Non avevo scampo. Come con Winnie. Ancora una volta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Bruna Alboni
Mi chiamo Bruna Alboni, sono stata insegnante di lettere e ora sono in pensione.
Sono nata a Bagnacavallo (RA) nel 1950 e mi sono laureata in Materie Letterarie a Bologna nel 1973.
Ho iniziato a insegnare nella provincia di Treviso dove mi sono trasferita a 24 anni e lì ho lavorato sia alle scuole medie che alle superiori per 10 anni circa.
Quando sono tornata in Romagna ho sempre insegnato Lettere alla scuola media dove ho spesso realizzato attività creative, prevalentemente teatrali e video che hanno ottenuto premi in concorsi e partecipato a programmi TV.
Questo racconto si ispira anche dalle esperienze con le classi che ho incontrato.
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