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E la cenere tornò a volare

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Consegna prevista Settembre 2022
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I viaggi sono come dei ponti sospesi sulla propria vita, attraversarli significa lasciare qualcosa per trovare qualcosa. Non sempre però la meta può essere piacevole, talvolta questi ponti possono vacillare e addirittura crollare. Lasciandoci inermi ai margini del silenzio. Giulia e Pietro, uniti da una forza indecifrabile, decidono di affrontare i propri, non senza prima aver visto il volto del proprio dolore.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per necessità, sarebbe ” esploso ” nel mio petto se non lo avessi fatto. Non so se avrei contenuto il dolore di Pietro, lo ritengo troppo grave per me. Scrivere mi sorregge nel mondo, mi sostiene, è una forma della mia realtà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

ON STAGE

Era stata una serata da dimenticare, una di quelle da prendere e avvolgere nel sacchetto dell’indifferenziata e gettare via, senza rimpianti. Un fiasco totale. Non ne aveva azzeccata una, la sezione ritmica aveva mandato fuori giri il chitarrista, il quale ad un certo punto della serata avrebbe mollato tutto e tutti e buonanotte ai suonatori. Si erano preparati in studio (si fa per dire, in realtà era una vecchia e squallida cantina ex deposito di alcolici andati a male) per tre abbondanti mesi. Purtroppo lei semplicemente non era lì, nemmeno un maledetto corvo aveva beccato sui fili del telegrafo, il che non le era mai successo. Durante la serata era un continuo di occhiate, imprecazioni e anche insulti, ma non c’era verso, quando non è aria non c’è nulla da fare. Succede, avrebbe detto loro, liquidando cosi la faccenda.

Si erano detti che quella serata avrebbe dovuto essere il loro testamento musicale nella scena rock romana e che sarebbe stato suggellato con l’ultimo pezzo in scaletta, Black Dog dei Led Zeppelin. Lì sì che sarebbe saltato tutto e loro avrebbero chiuso alla grande giacché ogni musicista sarebbe andato per conto suo e ciò veniva simboleggiato dalla discontinuità ritmica del pezzo. Ma Giulia andò fuori giri appena cominciarono, molti, persi fra i fumi e le esalazioni della birra che trasudava dai boccali, non ci fecero caso inizialmente, mentre alcuni il cui orecchio era più fine, specialmente in chi era musicista e amico della band, notarono lo sfasamento del basso, ma ancor di più della bassista. Nonostante fosse nell’ombra accanto al batterista, totalmente impazzito per cercare di tenere la corda ritmica, da quel punto buio giungeva una stonatura degna delle più infime bestemmie che il proprietario del locale dopo un po’ gli avrebbe scagliato.

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Di soldi per la maggior parte delle volte non se ne vedevano, alcuni gestori avevano le mani incollate alle federe delle loro tasche, ma loro suonavano per amore della musica, non si facevano condizionare dalla politica e non pronunciavano discorsi impegnati. Tanto meno i testi delle loro canzoni erano di natura sociale o politica. Fedeli al sound dei seventies parlavano d’amore, di odio, di rabbia e di miti ancestrali, di pupe da scorticare e di serate da gonzi per cui sballarsi senza pietà. Qualcuno di buon cuore gli mollava qualcosa, alla fine della serata, ma solo se il locale si fosse riempito e se alla fine della settimana non aveva impegni personali per cui sganciare quattrini, allora sì, qualche cosa si poteva pure rimediare. A loro per lo più bastava avere da bere gratis, prima durante e dopo la serata.

Sette lunghi anni di cover-band mescolati con qualche loro pezzo genuino, sempre in giro per la Capitale, con qualche escursione in varie bettole dislocate nei peggiori anfratti delle campagne laziali. Spesso topaie in grado di fornire loro la giusta dose di emozioni, affinché deflagrassero nelle iridi incandescenti del pubblico. Assalti elettrificati e una poderosa batteria che si incendiava come folgori scagliate in mare aperto, il basso che cupamente aleggiava silenzioso e così i loro concerti trasformavano delle normali serate – a sorseggiare e mandare giù pinte su pinte in attesa di un po’ di musica per accompagno – in turbolente esperienze masticate furiosamente.

Il loro programma fu chiaro sin da subito e venne spiegato dal dialogo, agli esordi, da Marco, il chitarrista e Maurizio, il batterista.

Marco: – Be, ora che ci siamo tutti e quattro, cosa diavolo facciamo?

Maurizio: – Suoniamo, cosa sennò.

Marco: – Ok, questo era chiaro, ma dove, cosa proponiamo che non abbiamo niente?

Maurizio: – Ecco, partiamo da quello, poi strada facendo qualcosa ci inventeremo, ma basta che gli diamo giù!

E tutto era filato liscio perché erano giovani e spensierati, adolescenti nel pieno vigore della loro caotica vita, riuscivano a vivere il proprio equilibrio sopra un sottile filo appeso alla follia. Semplicemente facevano ciò che loro piaceva, il loro nutrimento stillava dolce da ogni pizzicata di corda, scintillava ad ogni randellata rabbiosa sui piatti, perché senza si sarebbero persi in un mondo nero, che li voleva strumenti e strumentalizzabili, per un fine perpetuo e senza scopo a loro negato. Si sottraevano a quel perverso meccanismo capitalistico indefinito, di una società tecnicamente organizzata che non lasciava respiro, creando il loro sound e vivendolo e penetrandolo in ogni minimo pertugio.

Ogni volta era un’evasione da chi non li voleva per come erano, per chi erano davvero, ma per ciò che avrebbero dovuto essere e neanche per loro stessi, una fuga da una realtà ordinaria priva di vitalità, schermata alle passioni. La musica era la trama magica sulla quale poter incidere la propria biografia e i loro battiti la cadenza con la quale tenere il ritmo di quella frenesia viscerale.

           Anime dannate destinate a rivoluzionare il loro ordine del mondo, il loro unico possibile mondo, cedendolo alla follia, perché l’alternativa era rappresentata da quel sordo rumore grigio dalla cosiddetta “società normale”.

           Giulia alle tre del mattino si era addormentata: precipitò nel fondo del letto come un canovaccio intriso di stanchezza. Era letteralmente sfinita, dopo aver abusato fin troppo della pazienza del suo basso al Juda’s kiss pub, storico locale capitolino nel cuore del quartiere Trastevere, incastonato dentro un vecchio e sconsacrato monastero del XII sec. d.C. Lei e il suo amato e odiato amico fedele, sempre con lei nei momenti di dissoluzione adolescenziale, lo aveva raccattato anni fa da un suo amico alle superiori, un tizio strambo e fuori di testa, diceva spesso, con una punta di euforia. Non sapeva più che fine avesse fatto, se ci fosse stata una fine improvvisa o meno, ma se lo ricordava bene per via dei suoi sbalzi umorali ondivaghi e decisi istinti suicidi.

Ci vorrebbe un altro libro per raccontare la loro genesi, per cui basta dire che le vicissitudini che li hanno portati, dopo strambe peripezie a fare squadra, a essere una band e pure ben assortita meriterebbero ben più pagine. 

           Giulia arrivò per caso una sera, mentre Maurizio e Marco, amici anche al di fuori prima della loro unione, stavano strimpellando ubriachi fradici a casa di Maurizio. Roba senza senso, distorsioni neuronali accompagnate da assalti epilettici alla batteria conditi con una buona dose di marijuana dentro un calumet della pace. Dei sensi sicuramente. Facevano un fracasso assordante, tanto da beccarsi insulti e minacce dal vicino di casa. E nonostante le pareti fossero imbottite a mestiere, a quel signore sui cinquanta di fede cattolica proprio non andava giù che si divertissero. Volume troppo alto o vecchiaia precoce sta di fatto che Giulia fece in tempo a presentarsi alla loro porta affascinata da quel casino a cielo aperto che la polizia venne a citofonare per schedarli alla buona. Una ramanzina da fratello maggiore, uno sguardo di sbieco sul fumo che esalava dalla stanza e l’ammonimento di non farlo più. Sì, signore, e ora scambiatevi un segno di pace, amen.

Fottuto bigotto, vatti a fare un giro all’Eur all’una di notte e portati una cinquantina di euro, poi ne riparliamo.

Questo il loro pensiero appena furono di nuovo soli.

Il poliziotto se ne andò, guardandoli tutti e tre, e scorse quella sana e genuina voglia di divertirsi, un pensiero fugace lo trasportò negli anni settanta, quando era giovane e terribile anche lui, è per questo che li capiva nella loro gioia di stare insieme senza fare alcun danno. E chi se ne frega se avessero dimenticato l’acqua sul fuoco, al limite avrebbero bruciato qualche sinapsi, ma non avrebbero fatto del male a nessuno. Fatto sta che Giulia fu fatta entrare, da quei due stralunati e innocui ragazzi ubriachi e strafatti. Qualche tempo dopo composero un pezzo intitolandolo “Minima Immoralia” con chiari ed espliciti riferimenti al bigotto della prima ora, di religione.

           Si sarebbero chiamati gli ” Ipnotic Ocean “, Alex si sarebbe aggregato dopo un paio di settimane. Giulia al basso, le sue dita danzavano leggere su quelle corde, come un coro di cigni che veleggia su un lago d’autunno, creava un sound cupo e ipnotico, dalle tinte fosche e a tratti psichedelico. Maurizio suonava la batteria, ma il suo strumento era il flauto traverso, aveva una conoscenza musicale sconfinata, a non solo vent’anni viaggiava spedito al conservatorio e si arrangiava dentro un negozio di strumenti musicali. Esplodeva sui piatti tanto quanto sapeva evocare melodie ancestrali e sinuose vibrazioni col flauto, era un eccellente polistrumentista, ma soprattutto beveva come un cammello dopo un’ ultra trail senza un goccio d’acqua in pieno agosto nel deserto del Gobi in pieno giorno.

Marco, che era il suo gemello d’arte, arpeggiava con la chitarra. Già da ragazzino si vedeva chiaramente che avrebbe fatto carriera, di fatti l’avrebbero trovato dopo una decina di anni a dirigere una accademia musicale. Classica, acustica o elettrica era un fottuto genio della chitarra. Non solo li beccava tutti, ma quei corvi li faceva saltare come piattelli al poligono e in certe serate particolarmente calde acciuffava un riff demoniaco e scivolava nel baratro dell’inferno portandosi dietro tutta la platea, quelle pizzicate erano lame che strisciavano roventi sulle carni vive, e facevano male, dio santo, quanto era dannato quel ragazzo.

L’ultimo fu Alex, detto Migratore, per una nemmeno troppo sconosciuta voglia di esplorare l’universo femminile. Aveva il suo motto che era: se domani mattina mi sveglio sobrio e da solo la prossima serata va a puttane, sicuro. Quale che sarebbe stato il senso di questa affermazione, non si sarebbe fatto mancare nulla.

Mago delle tastiere aveva girovagato, da buon spirito libero, nel sottobosco italiano, in lungo e in largo. Con i suoi ventitré anni era il più anziano, il più consumato, in ogni senso. Figlio di professori universitari aveva ereditato il seme della conoscenza quale via di perdizione, perché o insegni a qualcuno e ti becchi uno stipendio da bravo impiegato statale o da qualcuno prendi lezioni, talvolta sonore, se non ti metti in carreggiata. Qualche decennio più tardi ci sarebbe rimasto secco su una di quelle carreggiate, incastrato dentro un catorcio in fiamme, simile ad un cubo di rubik squagliato dentro il microonde. L’inferno se lo sarebbe venuto a reclamare.

            Erano quattro angeli dell’angoscia dall’animo nichilista, tenebrosi e sfuggenti si esibivano sempre come capitava. Non avevano una ” divisa ” che li avrebbe contraddistinti, conservavano i crismi del punk in termini di ribellione e anticonformismo, la perdita di ogni valore e un senso di smarrimento del grunge, la voglia di mandare a quel paese una società che sentivano sotto pelle come un ago infestato e impazzito pronto ad iniettargli il veleno delle cosiddette buone maniere e cavalcando soprattutto l’hard core e il metal. Musicalmente erano virtuosi, ma senza ostentare, non si piacevano in riff da dieci minuti o si esaltavano con assoli alle tastiere. Roba da far saltare sul pianoforte il compianto Little Richard. Forse con un manager avrebbero potuto sfondare, tirare fuori qualcosa di più come tre album auto prodotti e terminati nel giro di ventiquattro ore dalla vendita nel circuito indipendente. Erano allergici al mainstream, la musica come ogni forma di arte doveva essere apprezzata e interiorizzata e non consumata per essere fagocitata.

Giulia, che apparentemente si mostrava come la più mite, in realtà emanava un sordo grido disperato: aveva un talento naturale per quel loro sound tetro e potente. Parole e musiche, quando sfornavano qualcosa di loro, erano sempre di Giulia e Alex, mentre gli arrangiamenti erano pane per Maurizio e Marco. Nonostante i loro fan chiedessero più album o pezzi, anziché quasi sempre cover, seppur talvolta rielaborate con intuizioni geniali, sembravano allergici a quelle richieste, dicevano che la storia insegna e che il profumo del danaro fa più vittime di un paio di peli ben rasati e serviti su un piatto d’argento, di una bella donna arrapata dalla punta dei capelli fin sotto le unghie di piedi. Si sapevano dosare allo stesso modo di quando facevano diventare i loro polmoni delle ciminiere alte trenta metri, avendo a disposizione una ventina di euro di fumo.

AC\DC, Led Zeppelin, qualcosa dei padri del metal, ovvero i Black Sabbath, sicuramente gli Who, questo e qualcos’altro infilato sempre all’ultimo momento a seconda di come girava era il repertorio, e attingeva direttamente dall’inferno musicale di quella straordinaria epoca d’oro che si sviluppò dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’70. C’era da masticare vetro e sputare adrenalina, come iniettarsi dosi di fuoco ghiacciato nelle vene, non si risparmiavano mai, erano maledettamente osceni, aprivano sempre i loro pezzi con questa frase: “Siamo fottutamente dannati, ad ogni pezzo che suoniamo scivoliamo nel baratro della follia e voi stasera galleggerete sul nostro inferno!“. E da quel momento una furia devastante martellava i piatti, come un dio cieco colpito a morte, aprendo la serata.

E ciò lo facevano come un pittore che intinge il pennello gravido di colore nella tavolozza, mescola nervosamente i colori e li assembla, senza sapere esattamente cosa sta facendo, dentro una catarsi impossibile da sciogliere. Ecco, quel suono serpeggiava ferino e quando ti colpiva era velenoso, una scheggia impazzita nel cervello che danzava per ore e ore. Talvolta alcuni tornavano a casa con quella strana sensazione di aver perduto qualcosa, senza però riuscire ad afferrare quell’immagine sfuggente, sembrava di essere stati in un non-luogo, tanto erano presi e frastornati dalla musica. Un vago stato di angoscia lì accompagnava fino all’indomani.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Riccardo Vidlicka Taddei
Sono fiero delle mie radici balcaniche, sono nato a Roma e sono cresciuto tra questa città e Dubrovnik. Pratico il karate - do, la meditazione zen, fra le mie passioni, alle quali non sono disposto a rinunciare, è presente l'immersione dentro i boschi. La natura conserva dei codici irrinunciabili. La mia formazione è filosofico - piscologica. Indiscutibile per me è non tradirmi mai. Sono nato libero e morirò tale. Se ci dovesse essere altro nella mia biografia lo diranno le esperienze esplorate nel tempo.
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