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La Chiave Maledetta

La Chiave Maledetta
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Consegna prevista Ottobre 2021
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Umiliazione, maltrattamenti, odio: ecco cosa la vita riserva a chi nasce metà umano e metà demone, a chi viene generato dall’unione tra i tentati e i tentatori. Sophia Leroy, diciassettenne londinese, ha subito la stessa sorte dei mezzosangue senza sapere di essere una di loro, anzi, senza avere la minima idea che esistessero. Ma tutto cambia quando i suoi occhi incontrano quelli di Tristan Drake, un mezzo-demone che, dopo aver visto la ragazza in difficoltà, decide di rischiare ogni cosa pur di salvarla.
Una demone cieca, dai capelli color sangue e dal sorriso spietato. Un demone capace di prevedere ogni loro mossa. Un ignoto burattinaio che agisce nell’ombra. Una guerra imminente.
Tutti sembrano volere il misterioso gioiello che Sophia porta al collo, ma se la ragazza vuole sopravvivere, dovrà prima imparare a combattere contro il suo più grande nemico: se stessa.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere è sempre stato un bisogno per me, uno di quelli fisiologici. Riempire d’inchiostro pagine bianche è ciò che mi aiuta a scorgere la luce nei momenti di buio, ciò che mi permette di esprimere emozioni che altrimenti non sarei in grado di esprimere con la voce.
Ho creato un universo ispirandomi al mondo là fuori e dei personaggi che sono il riflesso del mondo che ho dentro. Perché l’ho fatto? Perché sono nata per raccontare storie.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Intorno a lei c’era solo il buio, ma se avesse scostato le tende e avesse permesso al sole di irradiare la stanza, nulla sarebbe cambiato.

«Cosa vedi?»

Madeline, sua sorella e fedele servitrice, non rispose subito. Si stava sforzando di scorgere qualcosa, anche la minima cosa.

«Ancora nulla, Reine» si decise finalmente a dire. «Oh! Aspetta, ora vedo!»

Un sorriso compiaciuto si dipinse sulle labbra rosse e carnose di Nahenia, che intanto immaginava cosa avrebbe potuto mostrare la Fonte dei Sogni a Madeline. Avrebbe pagato qualsiasi prezzo per poter vedere di nuovo con i suoi occhi, i suoi meravigliosi occhi, ma solo la morte glieli avrebbe restituiti… e non era ancora giunto il momento di morire. Quello era infatti il momento in cui avrebbe dovuto aggrapparsi con ancora più vigore alla vendetta, una vendetta che presto sarebbe riuscita a mettere in atto.

«Dimmi ciò che vedi, Mad.»

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Madeline guardò attentamente attraverso la Fonte dei Sogni. Era come osservare il Mondo degli Umani attraverso una serratura, un piccolo buco in un muro che sembrava invalicabile. Eppure, i demoni e le altre Creature conoscevano bene i segreti per interferire, in un modo o nell’altro, nella vita degli uomini. C’era chi li studiava, chi era affascinato dalla loro cultura, chi si divertiva facendosi beffe di loro, chi li uccideva. I Demoni Superiori erano sicuramente i più pericolosi tra tutti: essi influenzavano il corso della storia in modo diretto e indiretto, scatenavano guerre e radevano al suolo intere città, mozzando spesso vite con la stessa facilità con cui si strappa lo stelo di un fiore. Perché lo facevano? L’eternità era un tempo infinito, interminabile, così lungo che spesso finivano col perdere interesse nei confronti di qualsiasi cosa. Il prezzo per una vita infinita era lo sbiadimento dei sentimenti e delle emozioni; il rischio quello di diventare involucri vuoti. I Demoni Superiori, dunque, scappavano dalla monotonia della loro esistenza osservando le vite brevi e intense dei mortali e talvolta legandosi a loro. A volte li odiavano. A volte soffrivano per loro. A volte si innamoravano e finivano con il generare figli umani solo per metà. I mortali rendevano le loro infinite vite interessanti, ma rimanevano pur sempre fragili schiavi del tempo. Quando morivano e venivano dimenticati ritornava la noia, ritornavano le giornate vuote, le lancette dei loro orologi smettevano di ticchettare. La follia si impossessava nuovamente dei Demoni Superiori, che ricominciavano quindi a litigare, a uccidersi a vicenda per poi rinascere. Tutto per riempire esistenze interminabili, ma soprattutto per riempire l’enorme buco che, giorno dopo giorno, si allargava nei loro petti.

«Vedo una bambina dall’aspetto umano. Ha i capelli neri, la pelle candida e gli occhi sono… viola.»

«Una mezzo-demone» sussurrò Nahenia. «Una mezzo-demone speciale e non una qualsiasi, come tu ben sai. Continua a dirmi ciò che vedi.»

Madeline vedeva i contorni delle figure sbiaditi, come se tutto fosse fosco e annebbiato. La bambina era vestita di bianco, le mura erano bianche e persino le persone che la circondavano erano vestite del medesimo colore. Tutta quella luminosità non faceva altro che rendere la visione più imprecisa, meno nitida.

«Non voglio farlo» piagnucolava la bambina. «Non voglio farlo, zia!»

Nonostante la piccola la stesse supplicando e fosse palesemente spaventata, la zia si comportava come se non sentisse le sue lamentele. La bimba le tirava l’orlo del vestito per attirare la sua attenzione, ma lei continuava a non degnarla di un singolo sguardo. Quando infine scoppiò in lacrime, finalmente la zia smise di ignorarla.

«Non piangere, Sophia.»

Nonostante quelle parole sembrassero di conforto, uscirono dalla bocca della donna con una freddezza tale da privarle di qualsiasi sentimento. Erano vuote e aride, sature di una durezza quasi tagliente.

«Non voglio!» Le lacrime continuavano a scendere copiose lungo le guance arrossate di Sophia, che era perfettamente consapevole del fatto che presto avrebbe provato un dolore lancinante.

La donna si piegò sulle ginocchia in modo da raggiungere l’altezza della bambina. Le asciugò gli occhi con la punta delle dita e poi la guardò con lo sguardo vacuo di chi aveva perso tutto.

«Ma tu devi» le disse.

«Perché?»

La zia sorrise impercettibilmente. Un’ombra celata le attraversò gli occhi per un istante, poi un uomo le passò una corda e lei la legò stretta intorno ai polsi sottili di sua nipote.

«Perché il Male che c’è in te deve essere eliminato, estirpato, cancellato» le sussurrò quella frase all’orecchio come se fosse un segreto, ma il tono con cui marcò le ultime tre parole mise i brividi alla piccola, che non aveva la minima idea di cosa ci fosse di tanto sbagliato in lei. Un’innocente condannata: ecco cosa sarebbe stata per tutta la sua vita, ecco qual era il destino che l’attendeva.

«Procediamo?» Domandò a quel punto uno degli uomini vestiti di bianco, interrompendo di conseguenza il dialogo tra le due.

La zia lo guardò per un attimo e poi annuì. Anche lei, come tutti gli altri presenti, indossava una cappa bianca e sorrideva in maniera decisamente poco rassicurante. Si coprì i capelli con il cappuccio dietro alla schiena, dopodiché condusse Sophia al centro del cerchio che gli altri avevano disegnato con il sale. A quel punto, i presenti si riunirono intorno a lei sistemandosi lungo il perimetro del cerchio. Sophia li guardava spaventata come un cerbiatto in trappola, terrorizzata come una pecora tra i lupi. Tremava e piangeva, ma nessuno sembrava essere disposto ad aiutarla. Cosa le sarebbe successo? Cosa volevano farle quelle persone?

«Libera nos a Malo» fu la zia a parlare per prima. Liberaci dal Male.

«Libera nos a Malo» ripeterono gli altri in coro.

La visione si interruppe bruscamente. Il bianco e la luce avevano lasciato posto al buio totale, ma Madeline aveva scorto qualcosa prima che le tenebre calassero su quello scenario: fiamme blu. Fu a quel punto che guardò Nahenia. Le aveva raccontato tutto ciò che aveva visto in tempo reale, ma il sorriso che prima increspava le labbra di sua sorella aveva lasciato il posto ad una smorfia di disgusto.

«È diventato tutto nero» le spiegò. «Come se il potere della Fonte fosse stato offuscato da qualcosa.»

«Sono stati quegli stupidi umani» dedusse Nahenia irritata. «Devono mettersi sempre tra i piedi, quegli sciocchi. Ripetono inutili rituali di purificazione per cancellare il Male, ma non si accorgono che il Male proviene da loro stessi.»

«Stavano facendo qualcosa alla bambina mezzo-demone, qualcosa per sopire la sua natura demoniaca, credo» osservò Madeline. «Ho visto del fuoco blu. Pensi che si tratti di… Fuoco Fatuo?»

Nahenia annuì gravemente, poi strinse i pugni lungo i fianchi e si conficcò le unghie nella carne. Avrebbe tanto voluto usare le proprie dita per squarciare i petti degli umani, ma non poteva farlo. Esistevano maniere molto più eleganti per uccidere, e guarda caso lei le conosceva tutte.

«Non permetterò che interferiscano con i miei piani. Ho aspettato secoli e ancora mi tocca aspettare, ma l’attesa è quasi terminata, Madeline. Li ucciderò tutti, uno a uno, e mi assicurerò che le loro morti siano lente e dolorose.»

«Come desideri, Reine

Sul viso di Nahenia riaffiorò il sorriso perduto. «Sentirò le loro urla di dolore e tu mi descriverai i loro volti agonizzanti. Li condurrò alla pazzia lentamente, mi divertirò nel guidarli verso la morte così come loro si sono divertiti con quegli stupidi giochetti da umani.»

Mentre pronunciava quelle parole, tra le sue mani si stava formando una sorta di nebbia nera, un agglomerato denso e letale. Quando il soffio del respiro di Nahenia si mischiò a esso, ecco che due occhi rossi come rubini fendettero le tenebre che erano nate tra le sue dita affusolate. Aveva dato vita alla Morte.

«Vai» disse compiaciuta rivolgendosi all’entità nebulosa. «Nahenia Nata dalle Lacrime, portatrice di pestilenze e capo dei Malvagi, ti affida un incarico: distruggi lentamente gli uomini in bianco che combattono il Male con altro Male, porta loro disgrazia e falli cadere uno per uno. Lascia però che la donna di nome Elisabeth viva più a lungo degli altri e poi toglile ogni cosa, compreso il senno. La mia maledizione su di loro è impressa da ora e per sempre, finché non periranno tutti. Va’, e fa che il tuo marchio sia l’unico testimone delle mie parole.»

Madeline scostò le tende rosso sangue e aprì la finestra. Nahenia, con un altro soffio, lasciò che la Morte volasse via dalle sue mani come una farfalla.

«Sophia mi serve» rivelò a quel punto. «Lei è l’elemento cardine, il fulcro di tutto. Tuttavia, cara Madeline, sento che non basterà una maledizione per eliminare tutti i miei problemi.»

«Perché dici questo?» Domandò Madeline. «E che mi dici della donna di nome Elisabeth? Perché vuoi una morte ancora più atroce per lei?»

Un sorriso amaro comparve sul volto pallido di Nahenia. I lunghi capelli rossi furono mossi dal vento, che intanto le accarezzava la pelle. Era di una bellezza regale, eterna, una di quelle bellezze che il tempo non avrebbe mai scalfito, ma che l’odio aveva già deturpato.

«Come ho già detto, non puoi distruggere il Male con altro Male, semplicemente non puoi distruggerlo. Il Male torna sempre, è inutile supplicare qualcuno affinché ci liberi da esso» prese una breve pausa. Ricordi dolorosi stavano minacciando di tornare a tormentarla, ma lei li scacciò prima che ciò si potesse verificare. «Elisabeth sapeva di stare giocando con il fuoco, ma nonostante tutto ha continuato a sfidarmi e a provocarmi negli anni. Ho un conto in sospeso con lei, ma non preoccuparti: io pago sempre i miei debiti.»

1. La Voce

L’autunno, quell’anno, era arrivato in anticipo. Un manto di foglie dorate e scarlatte ricopriva buona parte delle strade della periferia londinese, che risultavano così in netto contrasto col colore cupo del cielo che sovrastava la città. Le persone si stringevano nelle loro giacche a vento, nascondevano i visi dietro le sciarpe, guardavano i loro orologi e poi correvano via come se il tempo li stesse inseguendo, come se non potessero permettersi un solo minuto di pausa. Sophia, che stava guardando fuori dalla finestra della propria classe, si domandò come facessero le persone a vivere avendo la continua sensazione che la vita stesse sfuggendo loro di mano, il continuo sentore di non potersi concedere un istante di pausa, di non potersi fermare nemmeno per contemplare i colori dell’autunno.

«Come stavamo dicendo, il Bene e il Male sono concetti che buona parte dei filosofi e dei letterati hanno trattato nel corso della loro vita, e Dostoevskij è sicuramente tra questi» disse il professore di letteratura appoggiandosi alla cattedra. «Ma ora vorrei che rifletteste su questo: secondo voi, dove finisce uno e dove comincia l’altro? Esiste oppure no un confine netto tra le due cose?»

La classe sprofondò in un silenzio tombale. Sophia era abbastanza sicura che buona parte dei presenti non stesse nemmeno formulando una risposta alla domanda, ma rifletté comunque sul quesito. A lei piaceva parlare di quelle cose, o meglio, le piaceva sentire gli altri parlarne.

«Leroy? Cosa puoi dirmi in merito?»

Sophia vide tutti i presenti voltarsi nella propria direzione. Odiava il fatto che il professore di letteratura, dopo aver notato il suo “acume tragicamente celato dalla timidezza”, per citare le sue parole, stesse cercando di farla uscire dal duro guscio in cui era cresciuta e in cui si sentiva ormai al sicuro. Disse dunque la prima cosa che le passava per la mente, giusto per non mostrarsi impreparata:

«Ne “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij, Fëdor chiede al figlio Ivan chi si prende gioco degli uomini» cominciò. «Ivan risponde che forse è il diavolo, ma poi sorride e afferma che questo non esiste» fece una pausa. Tutti fingevano di ascoltarla, ma in realtà aspettavano trepidanti il suono della campanella. «Forse sono gli uomini a prendersi gioco degli uomini. Forse il Bene e il Male non sono separati come sembrano, dal momento che incarniamo entrambi i concetti. Forse…»

Poi finalmente giunse il suono tanto atteso. Tutti si alzarono e uscirono dalla classe interrompendo il discorso di Sophia, che non poté fare niente per impedirlo.

«Mi dispiace» il professore rivolse a Sophia un sorriso stanco mentre osservava i suoi studenti sghignazzare liberi e superficiali. «Continueremo la prossima volta. Hai un punto di vista piuttosto interessante.»

La prima a essersi alzata era stata Lydia, la ragazza che ogni adolescente avrebbe voluto essere, quella che faceva cadere il mondo ai propri piedi solamente sbattendo le ciglia. In realtà non si sapeva molto di lei, solo che si era trasferita da poco in quella zona e che era molto amica di Stephan Brown, una delle poche persone su cui Sophia sapeva di poter contare davvero.

«Vi aspetto tutti questa sera» annunciò Lydia entusiasta. Pareva avesse organizzato una sorta di festa “per integrarsi con i nuovi compagni”, come aveva detto lei. Pareva anche che avesse invitato mezza scuola. «Mi raccomando, ricordate che è a tema vittoriano e in maschera: spero abbiate preparato i vostri costumi!»

Tutti esultarono. Sophia si limitò a uscire dalla classe in fretta, stanca a causa della pesantezza delle lezioni di quel giorno. Il corridoio era a dir poco inondato da volantini su cui erano stati indicati luogo e orario della festa di Lydia, ma lei non si fermò a leggerne neanche uno. La verità era che sapeva già che sua zia Elisabeth, con la quale ormai viveva da diversi anni, non le avrebbe mai permesso di andare a una festa. Dopo la dolorosa perdita del marito era diventata… particolare, se così poteva essere definita.

«Soph, ci sarai questa sera?»

Stephan le avvolse le spalle con un braccio in modo naturale e disinvolto, mentre Sophia si irrigidì come un pezzo di legno sotto il suo tocco. Non era la prima volta che Stephan si prendeva quelle confidenze con lei, ma il modo in cui la faceva sentire era diverso ogni volta. Forse era merito della sua voce profonda, dei suoi occhi verdi come le foreste più rigogliose o magari del suo sorriso sicuro di sé; fatto sta che Stephan era carismatico, e lo era così tanto da riuscire a far sentire protetti persino i più indifesi, Sophia compresa.

«Non lo so» rispose con un filo di voce.

Avrebbe dovuto dire di no e basta, ma quando c’era Stephan di mezzo tutte le sue certezze si dissolvevano come nebbia al sole.

«Andiamo, dovresti venire» insistette lui cercando di persuaderla. Il suo tono di voce era dolce e pacato, ipnotico. «Volevo che venissi con me, sai.»

Lo guardò per un istante, un istante in cui tutto sembrò congelarsi intorno a lei. Come si poteva dire di no a Stephan Brown?

«D’accordo» alla fine cedette.

“Che cosa ho fatto?”, pensò immediatamente.

Sulle labbra di Stephan si dipinse un sorriso soddisfatto, vittorioso.

«Allora ci vediamo stasera, eh?»

E quella frase le rimbombò nelle orecchie durante tutto il viaggio di ritorno. La scuola non era molto distante dalla casa di sua zia Elisabeth, quindi le piaceva attraversare il parco a piedi tra pensieri e riflessioni. Le piaceva anche vedere la gente portare a spasso il cane, vedere le persone che si facevano una corsetta, vedere turisti persi che spesso e volentieri le chiedevano indicazioni per raggiungere i quartieri più conosciuti come, per esempio, Notting Hill o South Kensington. Le piaceva anche aiutarli, la faceva sentire bene con se stessa. Non le piaceva altrettanto, però, rimettere piede in casa.

«Sono tornata» annunciò chiudendosi la porta alle spalle.

Non importava abitare in una delle villette a schiera color mattone nella bella Londra se, ogni volta che entravi in casa, quei muri ti sembravano sempre più estranei della volta precedente.

«Bentornata, Sophia» rispose una voce fredda. Elisabeth.

Ogni volta che si rivolgeva a Sophia usava le parole e la voce come armi, armi che puntualmente le facevano del male. Sapeva benissimo che sua zia non era contenta del fatto che fosse rincasata, perciò aveva imparato a sopportare quel teatrino in silenzio, consapevole che quella fosse solo finzione. Quel “bentornata” era falso, così come era falso il sorriso con cui Sophia aveva risposto a quell’affermazione.

«Com’è andata oggi a scuola?» Le chiese senza guardarla.

«Tutto bene» rispose.

Attraversò il corridoio bianco pallido e andò a posare lo zaino in camera sua, che si trovava al piano superiore. Tutti i muri della casa erano bianchi e tappezzati di quadri antichi, questo per la strana fissazione di sua zia per i primi anni del ‘900 e per la religione. Era come se vivesse in un’altra epoca, un mondo tutto suo in cui l’unica cosa che contava era avere “un’anima pura”, come diceva sempre lei. Era una fanatica, ma non era sempre stata così. Quando Adrien Leroy, padre di Sophia, aveva lasciato sua figlia nelle mani della sorella e del cognato, pensava che loro si sarebbero presi cura della bambina meglio di quanto non avrebbe potuto fare lui. Peccato che non fosse mai tornato per assicurarsi che tutto andasse bene, perché se l’avesse fatto, avrebbe capito immediatamente che ogni cosa era andata in frantumi.

“E ora che faccio?”, si domandò buttandosi sul letto di schiena.

Se sua zia avesse scoperto che quella sera avrebbe dovuto vedersi con un ragazzo a una festa, beh, l’avrebbe senza dubbio chiusa in casa per un mese. Sapeva bene che tutto quello era tremendamente ingiusto, per questo si sentiva spesso soffocata da quelle pareti così bianche e linde. Non riusciva più a vivere in quel posto in cui le ore sembravano non passare mai, in quella casa priva di calore. Avrebbe davvero voluto andare via da lì, ma quelle mura erano tutto ciò che le era rimasto, l’unico punto di riferimento che aveva. Si sentiva come una rondine rinchiusa in una gabbia che continuava a sognare la libertà, ma che allo stesso tempo aveva paura di spiegare le ali.

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Commenti

  1. Mi piace leggere e solitamente sai già dalle prime pagine se un libro davvero ti piacerà fino in fondo e ti lascerà il segno oppure sarà uno dei tanti. Mi ha incuriosito il titolo e le parole della giovane autrice e devo ammettere che non mi sono sbagliata: una volta che si inizia a leggere effettivamente ti prende e ti rapisce dal mondo reale. Le descrizioni ben fatte e dettagliate ti fanno entrare nel mondo del libro e ti fanno vivere la storia appieno accanto alla protagonista e ai suoi amici e compagni di avventure. In alcuni passi si può sentire la paura di Sophia, si può quasi avvertire il suo profumo leggendo, bella, impairita, ma coraggiosa. Sentimenti contrastanti invece durante la lettura nei confronti dei suoi antagonisti, mentre è amore per Tristan. Ci si immedesima e si combatte con questi ragazzi. Lo consiglio e spero che ci sia un seguito.
    Monica

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Myriam Maroncelli
Myriam Maroncelli è nata a Pavullo nel Frignano, in provincia di Modena, nel 2000. Cresciuta a Sassuolo, si appassiona sempre di più al mondo del fantasy e, tra un viaggio e un altro, si diploma in Relazioni Internazionali per il Marketing. Subito dopo, si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne presso l'Università di Bologna.
Nel tempo libero, si diletta a scrivere articoli di attualità online e romanzi. "La Chiave Maledetta", il suo esordio, è il ritratto di un mondo ostile ed eterogeneo che, tuttavia, ha paura del diverso.
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