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La cima del cielo

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Federico, consulente industriale a Grenoble, durante una trasferta di lavoro a Marsiglia incontra Catherine Durand, agente della gendarmerie da poco rimasta vedova. Poco dopo il loro incontro, Catherine lascia la polizia e si trasferisce ad Antibes per diventare socia in un’agenzia investigativa. Qualche anno dopo Federico viene contattato dalla donna, che sta indagando sulla sparizione di un industriale britannico trasferitosi recentemente con la moglie nel sud della Francia. Poiché il suo socio è impegnato in un’altra indagine, Catherine chiede a Federico di aiutarla, svolgendo le prime ricerche per conto dell’agenzia. L’uomo inizia a conoscere il mondo della famiglia Fray, mentre si alternano diverse ipotesi che inizialmente non sembrano portare a risultati tangibili. Una rapida serie di colpi di scena si sussegue, infittendo un mistero che Federico riuscirà a sbrogliare grazie al suo intuito e al suo coraggio.

Capitolo uno

Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.

Il tempo scorreva mentre, inchiodato sulla sedia, non riuscivo più a distogliere lo sguardo dal disastro.

Analizzavo ogni millimetro quadrato del campo di battaglia, sperando di trovare non solo la soluzione, se mai fosse esistita, ma anche le ragioni che avevano portato a quello scenario imprevisto. Osservai i caduti. Dentro di me tanto rammarico. Una specie di senso di delusione verso me stesso.

Per un attimo distolsi gli occhi dalla scacchiera, e guardai a destra e a sinistra, quasi mi aspettassi che un aiuto esterno mi togliesse da quel pasticcio. Intorno a me riconoscevo la sala di sempre, con i tanti tavolini allineati, la maggior parte di essi impegnati da una partita in via di svolgimento.

Sulla parete in fondo la grande scacchiera magnetica, solitamente utilizzata durante i corsi, sembrava in procinto di animarsi per attrarre l’attenzione dei giocatori. Ma nemmeno lei venne in mio soccorso.

Trovai anche il tempo di riflettere su quale fosse l’unica differenza tra quella sala e quelle che frequentavo tanti anni prima. Quella differenza era il fumo. Tre quarti dei giocatori di scacchi usavano fumare e, durante la partita, duplicavano o triplicavano la razione di sigarette quasi a cancellare quelle pause che normalmente si provano a mantenere tra una sigaretta e un’altra. E il quarto restante non si lamentava di quella nuvola grigia che galleggiava sui tavoli. Erano ancora lontani i tempi delle polemiche sul “fumo passivo”.

Era quasi un processo naturale. Anche per me. Quando bisognava cominciare a pensare, cosa di meglio che accendere una sigaretta? Lo facevo sempre, anche sul lavoro. Come tutti. Una volta mandai persino a fuoco un tabulato, appena uscito dal calcolatore aziendale, con le simulazioni del circuito elettronico che stavo progettando. Che paura per me e per i colleghi!

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Si fumava alla fermata dell’autobus, nella convinzione addirittura che il mezzo pubblico sarebbe arrivato subito dopo aver riposto l’accendino in tasca, facendo così sprecare, ma senza dispiacere, mezza sigaretta. Una specie di pedaggio aggiuntivo.

Fu traumatico quando vietarono il fumo nei cinema. Io, che amavo vedere i film polizieschi, smisi per anni di andarci. Che gusto c’era a guardare scene cruente o di forte pathos senza una sigaretta accesa?

Esaurite queste brevi divagazioni, paragonabili a dei piccoli esercizi di stretching del cervello, tornai con la testa alla partita.

Allora, cosa aveva portato a quella situazione? Dovetti tristemente ammettere che ancora una volta quella sera mi ero distratto e avevo inseguito altri pensieri, anziché far ciò per il quale ero uscito da casa, vale a dire non pensare a nulla che non fosse il gioco per almeno un paio d’ore.

Non va bene così! Non va mai bene così!

Alzai lo sguardo davanti a me. Seduto di fronte, dall’altra parte del piccolo tavolo, c’era François. Non so se lui pensasse ad altro durante la partita, ma credo proprio di no. Lui prende sempre sul serio la partita, e fa bene, anche se non è parte di una competizione ufficiale.

In realtà è giusto nella logica delle cose prepararsi a casa, studiando un po’ di teoria e riguardando le partite giocate dai grandi campioni, cercando soprattutto di ghermirne la logica. È un’operazione ambiziosa, perché le decisioni dei grandi giocatori vanno oltre il semplice ragionamento e sconfinano nella genialità. E, ahimè, chi genio non è, forse non arriva poi neanche ad afferrare la linea logica che esiste dietro tali pensieri.

Poi, in seconda fase, la partita serve ad applicare, o cercare malamente di farlo, le teorie acquisite.

Chi gioca a scacchi sa che tutta l’architettura studiata a casa dura pochi minuti, perché l’avversario non giocherà mai la mossa del grande campione, facendo invece della partita un percorso inedito tutto da scoprire. In generale, la risposta dell’avversario, essendo difforme dalla teoria, è da considerare debole. Questo significa che sulla carta offrirebbe una vulnerabilità maggiore, ma questa la riesce a individuare solo il grande giocatore, mentre noi dilettanti non capiamo più niente e finiamo per inventarci a nostra volta un’altra mossa altrettanto debole. La partita diventa così una cosa che non rassomiglia neanche più lontanamente a quella che si era scorsa sulla rivista e sulla quale ci si era preparati un po’.

Osservai François come se non l’avessi mai visto prima.

Più giovane di me, e di una stazza così grande da occupare tutto il lato del tavolo, François riusciva sempre a sorprendermi quando le sue mani enormi, allungate sulla scacchiera, afferravano delicatamente il pezzo e lo spostavano con sicurezza, mentre ci si poteva aspettare che andassero per aria tutti i pezzi vicini a quello da lui toccato.

Lo guardai con più attenzione.

François, al contrario di me, aveva un’espressione tra il soddisfatto e l’emozionato. Un ghigno di felicità era contenuto a malapena, mentre rimaneva in attesa della mia mossa.

Lui aspettava che io facessi la mia mossa. Una mossa apparentemente logica. Aspettava come il gatto davanti al buco del muro sapendo che il topo prima o poi sarebbe uscito. E, rispetto al gatto, aveva anche il vantaggio dell’orologio segnatempo, che continuava a ricordarmi che l’ora a testa che c’eravamo dati per la partita volgeva al termine.

Non c’erano altre strade, dovevo catturare l’alfiere bianco… ma poi?

Sarei rimasto con due pedoni in meno, e per di più con la differenza della qualità, che, nel gergo scacchistico, vuol dire aver perso una torre in cambio di un cavallo.

Partita in sostanza persa, conclusi tra me e me.

Alla decima mossa avevo giocato b7-b5.

Com’era stato possibile?

Da allora diciotto turni di gioco sicuro di poter recuperare, ma la situazione era addirittura peggiorata.

Adesso non sapevo neanche io perché stessi riflettendo sulla ventottesima mossa da quaranta minuti.

François pazientemente aspettava, sempre concentrato e senza muovere un solo muscolo. Forse immaginava che da un momento all’altro, con uno schiocco delle dita facessi cadere il re in senso di resa.

Che senso aveva, in effetti, continuare? Era tardi, avevo bisogno di un caffè e di chiudere gli occhi. Ero sicuramente un po’ depresso.

Non volevo uscire quella sera, ma da tre giorni ero tappato in casa.

Maledetto WhatsApp!

Forse sarebbe stato meglio che a casa ci fossi rimasto anche quella sera. Mi sarei potuto accomodare in poltrona a guardare il Paris Saint-Germain in TV, pensai tristemente.

C’era anche da considerare che il mercoledì sera era il culmine dello stress, equidistante dal week-end passato e da quello che doveva arrivare.

Non che quello passato fosse stato un granché, così come neanche quello in procinto di arrivare si prospettava indimenticabile. Durante la settimana non hai neanche l’illusione che possa accadere qualcosa. La gente corre di qua e di là e nessuno sembra avere tempo da dedicarti e da dedicarsi.

Rialzai gli occhi ancora una volta. Adesso François sembrava meno felice. Si chiedeva perché io non catturassi quell’alfiere e la finissi lì.

Non so dove François trovasse l’energia, la forza e, quella sera, la pazienza per ingaggiare una nuova partita contro di me come tutte le volte che ci s’incontrava lì, al Club d’Échecs.

Avremmo giocato una ventina di volte e solo in due occasioni François era riuscito a pattare, e una volta solo perché il club stava chiudendo e non si poteva proseguire.

È vero che negli scacchi bisognerebbe giocare sempre con qualcuno più forte in amichevole e qualcuno più debole in torneo. Dunque tra i due è sempre stato lui a beneficiare del fatto di giocare insieme.

In ogni caso, sembrava che per François fosse arrivata la grande serata che attendeva da tempo: quella dell’allievo pronto a battere il maestro. Sarebbe stata per lui vera gloria? Ero sicuro che questo per François sarebbe stato solo un fatto secondario.

Avevo giocato di malavoglia le prime ventisette mosse in poco più che dieci minuti, spendendo più tempo a guardare gli altri tavoli in quel brusio tipico del Club d’Échecs, dove il silenzio irreale è rotto solo dalla pressione sui pulsanti degli orologi segnatempo. Dieci minuti soltanto, mentre lui ne aveva utilizzati ben quarantacinque.

Lui, che si era aggiudicato per sorteggio i pezzi bianchi, aveva stranamente aperto di donna, e questo era già di per sé un brutto inizio. Infatti, non potendo utilizzare la comoda e supercollaudata difesa siciliana, ero stato costretto a optare su una difesa est indiana, che annunciava una partita più noiosa e lunga del solito, proprio la sera in cui avevo meno voglia e avrei preferito guardare e criticare le cappelle fatte dagli altri.

E di noia in quei giorni ne avevo già digerita tanta per accumularne dell’altra durante una divertente partita a scacchi con un amico.

Comunque contro François, qualunque fosse stato nel passato il metodo di gioco, era sempre stato poco rilevante. Ci avrei messo soltanto un po’ di più, avevo pensato all’inizio e, a meno che non mi fossi suicidato…

E questo era esattamente ciò che stava avvenendo.

Dopo l’errore marchiano alla decima mossa, era stato tutto un inseguimento svogliato per tenere in piedi la partita, nell’attesa di un errore o di una mossa debole da parte sua, cosa che usualmente capitava. E adesso, alla ventottesima mossa, lo svantaggio era cresciuto e François non sembrava neanche lui. Si era dopato? Chi si nascondeva sotto le sue spoglie? Aveva un ricetrasmettitore collegato con qualche amico maestro internazionale?

1 d4 Cf6

2 c4 g6

3 Cc3 Ag7

4 e4 d6

5 Cf3 O-O

6 Ae2 c5

7 dxc5 dxc5

8 Ae3 Cb-d7

9 O-O a6

10 Af4 b5 ??

11 cxb5 axb5

12 Axb5 Ch5

13 Ag5 Axc3

14 bxc3 Ch-f6

15 Ah6 Te8

16 e5 Cg4

17 Af4 Ta5

18 a4 Rg7

19 Rh1 Rg8

20 h3 g5

21 e6 fxe6

22 Cxg5 Cg-e5

23 Db1 Cg6

24 Cxe6 Db6

25 Ac7 Dxe6

26 Axa5 Tf8

27 Ac7 Ab7

28    Axd7

Adesso cosa posso farci?, rimuginavo in silenzio.

Quaranta minuti che ci pensavo, e forse non c’era più modo di cambiare le sorti del gioco.

Che c’era di male poi a perdere una partita? Non era preventivato, ma adesso che stava succedendo… sembrava quasi una buona azione per François: sarebbe tornato a casa felice, come se avesse completato finalmente un lungo percorso, come se avesse conseguito un piccolo diploma; ne avrebbero beneficiato quella santa donna della moglie e forse anche i suoi tre marmocchi. L’indomani, al lavoro, ne avrebbe parlato con tutti. Chissà se avrebbe più incrociato i pezzi con me! Come un pugile che raggiunge il titolo di campione del mondo e si ritira quando è ancora in carica. Nessuno avrebbe più dovuto controprovare che era stato solo un episodio!

Queste ultime considerazioni però non piacciono a un giocatore di scacchi in odore di clamorosa sconfitta contro chi non reputa alla sua altezza.

Continuando a osservare la scacchiera, mi rendevo conto che era la stessa situazione che mi ero trovato ad affrontare sul lavoro, quando ero stato chiamato in qualità di consulente al capezzale di compagnie sull’orlo del collasso, con dirigenze che le avevano provate tutte senza mai riuscire a mettere che delle pezze temporanee.

Era capitato.

Uno che arriva dall’esterno è meno affezionato ai processi correnti perché non sono i suoi, non è abbagliato da risultati passati che certe soluzioni, ormai obsolete, hanno garantito. È più open mind. Ricordo quella volta… ma sì, c’era da sacrificare una parte nobile dell’azienda. Spesso le uniche soluzioni nascono dal ripensare tutto, dal re-ingegnerizzare i flussi.

Quanto furono sbigottiti nell’ascoltare la mia relazione!

Pensavo: Mi cacceranno via, non capiranno, non si fideranno, forse riusciranno a spiegarmi che ho preso una cantonata perché ignoravo qualcosa che non potevo sapere.

Ci voleva un grande sacrificio per ripartire.

Lo proposi, lo accettarono, funzionò.

Un sacrificio!

Chissà, mi chiesi, se potrebbe funzionare anche questo mercoledì sera. La partita di scacchi più spettacolare di tutti i tempi non fu quella giocata dal campione del mondo Adolf Anderssen contro Lionel Kieseritzky a Londra nel 1851? E non fu soprannominata poi “l’Immortale” proprio perché la vittoria fu ottenuta con il sacrificio di pezzi importanti?

Certo, considerai tra me e me, cercare la mia immortale dopo gli errori marchiani fatti nei primi dieci minuti… Però, però… E se invece di confermare il cambio schiantassi l’alfiere sulla sua difesa? Ma sì! Non potrà andar peggio. Forse ci vorrà addirittura un doppio sacrificio. E sembra che possa funzionare! No, no, non ci credo finché non lo vedo!

Avevo previsto una sequenza di sei mosse. Mi ero sbagliato? Sei mosse sono molte per un dilettante come me. Pensai che in quel periodo, con la testa che mi ritrovavo, tutto fosse possibile, anche che una qualche banalità mi sfuggisse da quella lunga analisi.

Ma eravamo lì per divertirci… perso per perso… e allora… avanti!

François mi guardò attonito ritirare la mano dopo aver rilasciato il pezzo e messo da parte il pedone bianco catturato, e con tono di protesta: «Che fai ancora? Stasera non ci sei! Dai, se devo finalmente vincere una partita, lo vorrei fare senza che finisca in buffonata. Torna indietro e rifai la mossa!».

«Tu gioca!»

«Ok, ma così non si fa!»

E con il suo re catturò il mio alfiere eroico. Il boccone avvelenato venne buttato giù tutto di un fiato.

Il resto fu conseguente. Matto alla trentaquattresima mossa. Inevitabile, almeno credo.

E la mia personale “immortale post svista” fu completata.

Povero François. Per quella sera qualcuno sarebbe stato peggio di me. Sperai che la moglie dormisse, quando lui fosse rientrato.

Lo salutai, non so se mi sentì andar via. Era lì a consultare i suoi appunti e a riportare indietro i pezzi di sei mosse per rivedere il film del ciclone che si era abbattuto sulla scacchiera.

Sul suo foglio di note della partita c’era scritto:

28 Axg2+

29 Rxg2 Ch4+

30 Rg3 Tf3+

31 Rxh4 Dh6+

32 Rg4 Dxh3+

33 Rg5 h6+

34 Rg6 Tf6++

E nessuno aveva fermato l’orologio segnatempo che continuava con il suo martellante tic-tac.

22 novembre 2018

Evento

Biblioteca di Borgofranco d'Ivrea, giovedì 22 novembre, ore 20:30
Presentazione "La cima del cielo"
07 Novembre 2017
Non perdete giovedì 9 novembre alle 20.30 la presentazione de "La cima del cielo" con Alfredo Maria Batti! Tutti i dettagli al link https://bit.ly/2Ag9cH5
18 Ottobre 2017
Su la Sentinella del Canavese si parla di Alfredo Maria Batti e "La cima del cielo" https://bit.ly/2ydiMdg

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    È stata una piacevole sorpresa leggere questo romanzo, la cui trama si dipana veloce, senza inutili esagerazioni e con i protagonisti ben delineati nei loro sentimenti. Se non avessi avuto impegni di lavoro lo avrei letto tutto d’un fiato, ma ci ho impiegato purtroppo tre giorni. Il finale non è affatto scontato e lascia con il desiderio di ritrovare i protagonisti in una nuova avventura. Anche la parte dedicata alla descrizione dei luoghi è particolarmente attenta e questo insieme di cose mi ha portato a rileggere il libro per gustarlo ancora una volta.

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Alfredo Maria Batti
Alfredo M. Batti, nato a Crotone nel 1954 e laureato in Ingegneria elettronica, ha sempre lavorato in multinazionali della componentistica e dell’informatica. Dal 1998 risiede in Francia, ma da qualche anno spende un po’ del suo tempo in Canavese. Attualmente sta lavorando al sequel de La cima del cielo, il suo primo romanzo poliziesco.
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