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La Collina delle Stelle

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Consegna prevista Agosto 2020
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Nardo, uno studente dell’ultimo anno delle superiori, ama suonare il pianoforte. Tutti quelli che lo conoscono gli fanno i complimenti: ha talento, dicono; è un davvero un bravo musicista. Tuttavia una sera, mentre sta suonando, Nardo si convince di star solo sprecando tempo. Ha la sensazione di non riuscire a trasmettere niente attraverso la sua musica; sente che c’è qualcosa che non va in lui, e quella stonatura interiore si traduce in una serie di suoni piatti e freddi all’esterno. Nardo arriva alla conclusione che evidentemente “non era destino” e decide che da quel momento in poi si costringerà a stare alla larga dal suo pianoforte.
Quali saranno le conseguenze della sua scelta? Riuscirà a mantenere il suo proposito? Sarà il cielo notturno, apparentemente così lontano e impassibile di fronte alla sofferenza umana, a suggerire a Nardo una nuova prospettiva da cui esaminare le sue mancanze.

Perché ho scritto questo libro?
Perché mi è capitato di trovarmi nella stessa situazione di Nardo all’inizio del romanzo. Come lui non riesce a premere i tasti del suo pianoforte poiché, pur non dubitando delle sue abilità, si sente vuoto, così io mi sentivo respinto dalla tastiera del mio portatile: mi sembrava di non avere nulla di significativo da dire. Allora ho provato a mettere per iscritto la mia frustrazione. Pian piano mi sono reso conto che quello che stavo scrivendo, forse, non era poi così insignificante…

Piedi per terra, dita sulla tastiera. Quando devi sollevare le buste della spesa, alzare le serrande, spostare un divano, il tuo corpo subito ti mette in guardia: se non sei allenato, se sei debole, probabilmente farà un po’ male. Vedi, però, il problema è questo: quando io devo schiacciare i tasti del pianoforte, a me il mio corpo non dice proprio nulla. Non mi parla della resistenza che incontreranno i miei polsi nel momento in cui proverò a fare pressione. Non mi parla, ancora, di come le mie dita si fletteranno e contorceranno in segno di protesta dopo l’ennesimo tentativo fallito. L’unica cosa che dice è: “Forse farà male, forse no; se lo vuoi scoprire a tutti i costi, sappi che non mi prendo alcuna responsabilità”. Dev’essere un po’ sadico, il mio corpo. A volte penso che sarebbe bello poterne scegliere un altro su un catalogo. Uno più forte; uno che si concili meglio con l’anima di una persona che vuole suonare il pianoforte. Un corpo a cui voler bene senza sforzo, insomma.
Forse i bravi pianisti non incontrano tutte queste difficoltà quando si mettono a suonare. Forse il punto in realtà è questo: che io sono un pessimo pianista e una pessima persona. Continua a leggere
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È così che ho deciso di smettere di suonare. Ora, in questo momento, l’ho deciso.
Le prese di coscienza sono sempre dolorose, di qualunque cosa si tratti. Io ho preso coscienza del fatto che non sarò mai un buon musicista. Non sono “nato per questo”, come si suol dire. Se ci ho messo tanto a capirlo è perché sono stupido e perché tengo alle apparenze in un modo strano.
Ebbene, sto soffrendo. Penso che ci siano sofferenze semplici e sofferenze articolate. Questa è una sofferenza articolata: è senso di sconfitta misto a disillusione mista ad angoscia mista a terrore. Per mandarla giù devo deglutire quattro volte.
Questo stupido pianoforte, il vecchissimo pianoforte a muro che ho davanti proprio ora, aveva preso il posto delle mie corde vocali: mi ero convinto – si sa, ci si convince di tante sciocchezze – di poter parlare attraverso di lui in una lingua che conoscevo solo io. Anzi: un linguaggio che conoscevo solo io. Ed ecco, ora mi ritrovo a non poter fare altro che far scivolare le dita lontano dai tasti, lasciarle alla mercé dell’aria, senza un appoggio e senza nessun ostacolo contro cui lottare.
Conoscere quel linguaggio segreto aveva tanti vantaggi: potevo esprimermi e sfogarmi all’infinito senza dover dare spiegazioni a nessuno, senza correre il rischio di essere frainteso o di essere capito troppo. Se qualcuno mi chiedeva: “Cosa vuoi trasmettere con questo pezzo?”, potevo inventarmi una bugia e farla passare per vera.
Potevo.
Sia chiaro, sono lo stesso un ottimo bugiardo. La novità è che, senza la mia musica, non sono più un bugiardo fuori dal mondo.

Primo giorno dopo il Giorno In Cui Ho Deciso Di Smettere Di Suonare. Lo chiameremo “Giorno X” per comodità.
È lunedì e la scuola è ricominciata da una settimana, il che vuol dire che da oggi si fa sul serio. Abbiamo avuto tre ore di lezione lunedì scorso, poi quattro ore al giorno da martedì a sabato; d’ora in poi saranno sempre cinque o sei, ad alternanza.
Mi hanno già stancato tutti questi numeri. Preferisco le parole normali, anche se sono ugualmente pesanti.
Sull’autobus c’è puzza di chiuso e di stanchezza mattutina, i posti tutti occupati, qualche adolescente sfortunato in piedi. Più che sfortunato, lento. Se dovessi contare sulla mia agilità o sulla mia competitività, di certo resterei in piedi anch’io; tuttavia ho la fortuna di avere un migliore amico molto agile e molto competitivo e abbastanza generoso da tenermi il posto.
Si chiama Alessio. Ha un cespuglio di riccioli neri in testa e un sorriso stanco, schifato e impertinente incollato alle sue labbra gonfie e pallide. Non sa davvero come liberarsi di quel sorriso. Credo che lui stesso lo consideri come una sorta di maledizione: non gli dona, è di troppo, gli dà un’aria inaffidabile. Anche oggi non appena mi vede sposta lo zaino dal sedile e mi fa un cenno col capo per salutarmi. Gli vado a genio: per lui sono un pezzo di felicità che cammina. Sembra sempre tanto entusiasta di avermi accanto, di raccontarmi aneddoti vuoti, di condividere silenzi scomodi. Mi sono chiesto tante volte perché: perché mi vuole così bene, cosa vede in me di così interessante, cosa posso regalargli, cosa posso vendergli. Non lo so. Cerco di spiegarmi il suo affetto in qualche altro modo: sarà che eravamo amici di infanzia e non sa come liberarsi di me. Sarà che siamo amici per inerzia.
Mi domanda: «Che fai oggi pomeriggio?». Vuole che usciamo insieme. Io, lui e i suoi amici. In teoria sono anche amici miei, ma quando parlo di loro dico “gli amici di Alessio”, non “i miei amici”.
Gli rispondo che sono libero e che possiamo fare quello che vuole.
Allora Alessio si gira verso i sedili dietro di noi e fa: «Vieni anche tu?».
Una vocina dolce e squillante gli risponde di sì. È un’altra mia amica. Dovrei dire: la mia migliore amica. Viene subito dopo Alessio in ordine di importanza. Si chiama Lilli, o meglio, si chiama Aurelia. L’ultima volta che l’ho chiamata per nome di battesimo sarà stata tipo sette anni fa. Alessio la chiama Lilì. A lei non piace, ma è troppo buona per dirglielo. Anche lei sorride spesso, ma il suo è un sorriso vero, radioso e pulito. Nota bene: non ho detto sincero. Forse sarebbe meglio dire che quello di Lilli è un sorriso convincente. Oltre a sorridere, Lilli sa anche fare una faccia triste. Piega gli angoli delle labbra all’ingiù e arriccia il naso e inarca le sopracciglia in un modo strano. Più che una faccia triste sembra un broncio, ma la conosco e so che non si tratta di quello.
Ad ogni modo, oggi è contenta come sempre. Verrà con noi di pomeriggio: anche lei fa parte della nostra comitiva, anche se le manca il senso di appartenenza che proviamo noi. Vorrebbe sempre stare da un’altra parte quando usciamo tutti insieme, e glielo leggi in faccia perché è totalmente incapace di nascondere i suoi pensieri. Se pensa: “Questo posto fa schifo”, o “Questa persona fa schifo”, lo pronuncia forte e chiaro con gli occhi. Il problema è che la sua bocca la contraddice e le fa fare brutta figura. Sotto questo aspetto, siamo così diversi.
Oltre che la mia seconda migliore amica, Lilli è anche la mia compagna di banco. Alessio non viene a scuola con noi, frequenta un altro istituto. Perciò quando l’autobus si ferma di fronte alla Villetta scendiamo solo io e Lilli, insieme a tutti gli altri studenti del nostro liceo.

[…]

Mi infilo la giacca ed esco. Sono le cinque e mezza, c’è ancora il sole e l’aria è tiepida. Vado a piedi fino a casa di Alessio, tanto abitiamo vicini, non c’è molta strada da fare.
Suono il campanello e me lo ritrovo subito davanti, col solito sorriso sgraziato a colorargli il volto dai tratti appuntiti. Andiamo sul retro del cortile a fumare una sigaretta, ce la dividiamo.
Christian fa sempre tardi. Nel frattempo io e Alessio chiacchieriamo e condividiamo uno di quei silenzi scomodi. Sono al mio agio, ma ho addosso qualche residuo di tristezza da… poco fa, ieri sera, il mese scorso. Chi se lo ricorda.
Sentiamo il clacson della macchina di Christian. Facciamo il giro del cortile e saliamo a bordo, Alessio si mette davanti e io dietro, accanto a Lilli. Christian è già passato a prenderla prima: casa di Lilli è di passaggio, gli viene comodo così. Ci salutiamo e nel farlo diamo tutti l’impressione di essere stanchi. Che bello, e io che pensavo di essere l’unico.
Christian guida una Panda verde acqua vecchia, scassata, minuscola, una di quelle che ti fanno sentire come un tonno in scatola. A vederla diresti che gliel’ha lasciata in eredità il suo bisnonno. Come se non bastasse la guida di merda. E mette musica di merda, tipo i tormentoni di quest’estate e dell’estate scorsa, ma la sua scelta è insindacabile, la macchina è sua.

Roccaleone dista poco da Poggio Sant’Anna, dove abitiamo io e Alessio e Lilli e Christian. Con la macchina impieghi dieci, undici minuti ad arrivare. Andiamo a Roccaleone perché a Poggio Sant’Anna non c’è un cazzo e perché è lì che abita il resto della nostra comitiva: soprattutto Francesco, la sua fidanzata e la migliore amica della fidanzata di Francesco. Le ultime due mi stanno sul cazzo, così come mi sta sul cazzo Christian. Quanto a Francesco, non lo conosco bene ma quando parla mi viene da pensare che non mi dispiacerebbe conoscerlo bene.
La fidanzata di Francesco dice che mi vede pallido, mi chiede se sto male, se mangio abbastanza. La sua migliore amica aggiunge che in effetti mi vede dimagrito. Ecco, il suo sembra un complimento, più che un modo di mostrarsi preoccupata per la mia salute.
Rispondo che sto bene e che mangio abbastanza. Lilli mi guarda come per dire: “Anche a me sembra che ci sia qualcosa che non va, te l’ho fatto notare prima”. La ignoro: ignoro lei e i suoi occhi fastidiosamente eloquenti.
Camminiamo e parliamo e immagino che ognuna delle nostre parole scivoli addosso ai nostri corpi e coli fino a terra e finisca nelle fogne come acqua piovana. Non ce ne teniamo stretta nessuna, le parole non ci servono, se è per questo non servono neanche alle fogne. Eppure le pronunciamo. Mi ritrovo a pensare che mi piacerebbe che al posto delle parole dalla mia bocca uscisse musica. Non una canzone: un brano strumentale. Un brano senza testo, da interpretare a caso, senza criterio. Quanto agli altri, loro possono anche continuare a parlare come sempre.
A un certo punto Christian mi dà una manata sulla spalla e ride. Dice che mi faceva più sfigato, che non si aspettava che fossi in grado di fare una cosa del genere. Dice: «Cazzo, Nardo, ci vogliono le palle». Si riferisce a un aneddoto che gli ha appena raccontato Alessio, risale a Ferragosto e preferirei dimenticarlo, ma puoi dimenticare qualcosa solo a condizione che non ci siano altri a ricordartelo. Bella fregatura, no?
Intanto Francesco si aggiusta per l’ennesima volta gli occhiali anche se sono già dritti. In effetti lui è tutto dritto, tutto in ordine, tutto perfetto: ti viene da chiederti cos’abbia da aggiustare in continuazione quando non ha mai un capello fuori posto, una piega nella camicia, una scarpa sciolta. Sono giunto alla conclusione che i suoi sono gesti simbolici, ma ancora non riesco a capirli fino in fondo. La sua fidanzata ci riesce? Me lo chiedo spesso, quando li vedo fianco a fianco e lui si aggiusta gli occhiali o si stira la camicia con la mano o si controlla le scarpe e lei non lo guarda neanche, guarda da un’altra parte, con le palpebre semichiuse, come se stesse per addormentarsi. Sembrerebbe di no, ma in fin dei conti chi sono io per stabilire ciò che capisce o non capisce la fidanzata di Francesco a proposito di Francesco?
C’è da specificare, visto che l’ho chiamata “la fidanzata di Francesco” un sacco di volte, che non sono davvero fidanzati: cioè, non si stanno per sposare, stanno insieme e basta e forse dovrei chiamarla la sua ragazza piuttosto che la sua fidanzata. Il punto è che quando parli di loro due ti viene da dire “sono fidanzati”, non “stanno insieme”.
Ad ogni modo: la migliore amica della fidanzata di Francesco è una bella ameba, una specie di appendice del corpo della sua best. Giuro che se le guardi entrambe attentamente ti accorgi che respirano allo stesso ritmo e ti viene da pensare che anche i loro neuroni siano in qualche modo interconnessi, che il cervello dell’una funzioni di pari passo con quello dell’altra, che elabori stimoli diversi alla stessa maniera, e che all’interno di quelle due teste avvengano in sintonia le stesse reazioni chimiche. Non si assomigliano, a vederle in foto, della serie: una (la fidanzata) è mora l’altra (l’amica) è bionda, una è alta l’altra è bassa, una è uno stecchino l’altra è rotonda, ma l’aspetto fisico non dice niente in questi casi. Bisogna guardare come si muovono.
Dicevo che mi stanno sul cazzo, e che mi sta sul cazzo anche Christian. Il motivo per cui mi sta sul cazzo la fidanzata di Francesco è che è troppo perfetta, come lui, ma a Francesco non sta bene quella perfezione addosso, a lei sì, quindi non è per niente interessante. Il motivo per cui mi sta sul cazzo la sua migliore amica è che quando mi sta vicino mi viene da vomitare, così, per istinto. Il motivo per cui mi sta sul cazzo Christian è che è un cazzone, è aggressivo e stupido e invadente, e mi guarda come uno stivale guarderebbe una formica, posto che il suddetto stivale abbia gli occhi e una coscienza abbastanza articolata da poter apprezzare il potere che ha sulla suddetta formica.
Però fanno tutti parte della nostra comitiva, e devo farmeli andare bene. C’è chi è messo peggio, c’è chi ha solo amici di merda, io almeno ne ho un paio a cui sono affezionato, devo ringraziare il cielo.

01 febbraio 2020

Aggiornamento

Resoconto della presentazione presso la Sala della Musica del Palazzo Lombardo, organizzata dall'Associazione Culturale Athena: La Collina delle Stelle di Lucien Riccio non è soltanto un libro: è una scommessa. È una scommessa, perché si tratta di un libro di esordio. È l’opera prima, il primo romanzo, la prima volta di un giovane che prova ad inseguire un sogno e spera di realizzarlo. È una scommessa perché il libro - che c’è, perché Lucien lo ha scritto, riscritto, rimaneggiato, rieditato - deve ancora vedere la luce, muovere i suoi primi passi. Ma ieri sera, noi quel libro lo abbiamo ascoltato, lo abbiamo sentito ed anche vissuto un po’, per quel pó che si può sentire e vivere, leggendone qualche pagina qua e là. Così abbiamo conosciuto Nardo, le sue inquietudini, le sue difficoltà, e le paure, i timori, i travagli, i sogni... abbiamo conosciuto i suoi genitori, zio Guido, Alessio, Valentino, Ettore. Lo abbiamo ascoltato, mentre si strugge e decide di non suonare più, di abbandonare il suo sogno, pensando che la sua musica non abbia nulla da dire: lui che ama la musica e suonare il pianoforte più di ogni cosa... Abbiamo guardato le stelle, sdraiati per terra dall’alto della collina; Abbiamo cercato la pace e la quiete, sperando di vedere i veri volti al di là delle maschere di chi lo circonda e di comprendere il senso del tutto. Questo libro è una scommessa, perché il suo autore ci chiede di scommettere su di lui e di acquistarlo - per così dire- sulla fiducia, perché se in 200 lo acquisteremo in prevendita verrà pubblicato e finalmente vedrà la luce. Per Lucien e Nardo, ieri sera è stata una sera di festa, che - in qualunque modo andrà la loro storia - non dimenticheranno facilmente. È stata una piacevole serata, aperta dai saluti di Giovanni Salvaggio e Patrizia Amato in cui Lucien Riccio e Silvana Rinallo hanno chiacchierato accompagnati al pianoforte dalle giovani ed agili mani di Simona Puma, talentosa e promettente allieva dell’Associazione Lo Nigro. Allietata dalle lettura di Gianpaolo Greco, Mariausilia Daniele e Grazia Vella Cannella. Coronata da una mirabile e emozionante performance degli allievi del liceo artistico statale “Filippo Juvara” di San Cataldo, che si sono esibiti ne ”L’albero della vita”, davanti agli occhi incuriositi e compiaciuti dei presenti. È stata una bella serata, di quelle che ricorderemo a lungo."
31 gennaio 2020

Evento

Canicattì Il 31 gennaio ci sarà la presentazione del romanzo La Collina delle Stelle di Lucien Riccio presso l'associazione culturale "Athena" di Canicattì.
08 dicembre 2019

Aggiornamento

Voglio parlarvi della persona a cui ho voluto dedicare questo romanzo. Si tratta di zia Pina, una mia prozia che prima di andarsene ha raggiunto la veneranda età di 107 anni. Zia Pina ha sempre vissuto con me; non esagero se dico che la ritenevo una seconda mamma, nonostante l'età. Aveva un carattere forte, deciso, oserei dire prepotente. Amava stare al centro dell'attenzione, perciò sono sicuro che adesso non le dispiacerebbe sapere che qualcuno parla ancora di lei. Zia Pina ha passato la maggior parte della sua vita a dare lezioni di pianoforte. Se non fosse per lei, non avrei mai scritto La Collina delle Stelle. È grazie a lei se mi affascinano tanto i pianoforti. Forse in un'altra vita sarei addirittura potuto diventare un pianista, invece che uno scrittore. Essere cresciuto – oltre che dai miei genitori – da una donna così straordinaria ha contribuito a rendermi ciò che sono oggi. Di zia Pina ammiravo la determinazione, il senso dell'umorismo, la laboriosità, il modo in cui si preoccupava degli altri, la capacità di farsi valere. Quando avevo una curiosità e le chiedevo qualcosa, mi dedicava sempre il tempo necessario a dare una risposta lunga e interessante; non si stancava mai di raccontare aneddoti e storielle. Col senno di poi mi rendo conto che nessun altro è mai stato così paziente con me. So di aver fatto delle scelte "strane", ma voglio credere che nonostante questo zia Pina – ovunque si trovi – sia estremamente orgogliosa di me, come lo è sempre stata fin da quando ero piccolo. Grazie per tutto quello che mi hai dato. zia pina

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Lucien Riccio
Sono un ragazzo transgender siciliano. Ho fatto il liceo classico; nel 2018 mi sono laureato in Lingue e Letterature Moderne a Torino, e attualmente sto frequentando l'ultimo anno della magistrale a Napoli.
Scrivo da quando avevo 5 anni. A un certo punto, probabilmente verso la fine delle medie, ricordo di aver spedito una lettera immaginaria al me-stesso-del-futuro; in quella lettera, mi auto-ordinavo di scrivere e pubblicare un libro prima del mio diciottesimo compleanno. La facevo facile!
Ho capito che dovevo prendermela con calma. Intanto, nel 2014 ho vinto il concorso letterario "Modello Pirandello" organizzato da Kiwanis Agrigento con una novella intitolata "DDI - Disturbo Dissociativo dell'Identità".
"La Collina delle Stelle" è il mio primo romanzo completo. Ho molti altri progetti aperti; oltre a scrivere, compongo musica digitale e adatto canzoni dal giapponese all'italiano.
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