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La discendenza di Persefone

La discendenza di Persefone
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Consegna prevista Febbraio 2022
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Siamo all’ennesimo giorno pigro e pacifico nella comunità di valle di Salita Castello, come ve ne erano stati e come ancora ce ne saranno, ma qualcosa di oscuro sta per arrivare. Quando una donna svanisce nel nulla, senza apparenti motivi e senza lasciare tracce, gli abitanti si supportano l’un l’altro, ignari che è solo l’inizio di una lunga scia di sangue. Fatti inspiegabili e apparentemente scollegati tra loro manderanno in frantumi le esistenze di chi, coinvolto in un’escalation di orrore, si ritroverà al cospetto di un forza oscura ed ancestrale. Uomini e donne che si ritenevano parte di una comunità coesa affronteranno le conseguenze di un incidente a loro sconosciuto e avvenuto molti anni prima. Tasselli di una storia che getta le sue origini nella notte dei tempi.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea di base è quella di integrare nella vita di tutti i giorni, di un ambiente a me conosciuto, un racconto dell’orrore e provare ad immaginarne le conseguenze. Ho voluto creare più personaggi che fossero parimenti importanti nella storia, senza un protagonista principale, per potermi soffermare sulle loro vite e su come la loro persona avrebbe potuto affrontare un incubo ad occhi aperti. Mi piace pensare che siano loro la vera storia e non i fatti che ne sconvolgeranno le esistenze.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il lago di fronte a loro luccicava sotto al primo sole pomeridiano, riflessi argentei si rincorrevano sulla superficie appena increspata da una brezza leggera. Il cielo terso non permetteva di scorgere una nuvola in nessuna direzione e a nessuna distanza, l’aria era così limpida da poter distinguere con precisione i dettagli della riva opposta. Le spiagge antistanti ai piccoli paesi distanziati da una manciata di chilometri si alternavano ai ripidi tratti di roccia che si tuffavano repentinamente nello specchio d’acqua. Se non fosse stato per l’importante presenza delle montagne di fronte a loro la strada che correva sull’altra sponda poteva dare l’impressione di tagliare a metà un mare infinito. L’acqua era di un azzurro talmente intenso che senza un’interruzione si sarebbe mescolata al cielo non permettendo di riconoscere il punto di unione. Una coperta lo proteggeva dal contatto con il verde manto erboso, ma con la mano andava a cercare i fili morbidi e asciutti, ma non secchi. Quel contatto fisico gli permetteva di godere appieno del silenzio accompagnato solo dal cinguettio costante e della purezza dell’aria che respirava.

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Teneva gli occhi chiusi, rivolti verso il sole, i raggi estivi gli scaldavano la pelle senza che fosse così torrido da farlo sudare. Dietro le palpebre serrate trapelava quel po’ di chiarore che gli dava l’impressione di essere immerso in un mondo di luce e pace. Stava vivendo un’esperienza sensoriale che lo esortava ad abbandonarsi a sè stesso, un momento quasi mistico dove il corpo perdeva coscienza del proprio esistere. Riaprì gli occhi per poter volgere lo sguardo su quel paradiso in terra, attorno a lui solo verde, alberi che proteggevano una fetta di prato ancora immacolata. Un rettangolo schiacciato da un lato che terminava con una scogliera a picco sul lago, libero da quell’intervento umano che caratterizzava buona parte della riva e permetteva un comodo accesso alle acque cristalline. Per potersi accomodare su quel manto incolto e non regolato dai giardinieri comunali aveva dovuto attraversare un tratto di boscaglia non certo agevole, ma fattibilissimo anche da chi come lui non era abituato ad alcuna attività fisica. La camminata non era durata più di un quarto d’ora e il dolce declivio che partiva da un’anonima piazzola ai margini della strada gli aveva permesso di assaporare uno di quei momenti che si rendeva conto perdeva quotidianamente a causa della frenesia della vita moderna. Non riuscì a cedere alla tentazione di pensare che quel luogo fosse sconosciuto a chiunque altro, per quanto sarebbe stato magnifico. Immaginava che da un momento all’altro qualche giovane coppia sarebbe spuntata dal nulla per godere anche loro della pace data da quel gioiello incastonato nella natura. Tuttavia godeva nel pensare alle molto più affollate mete turistiche site a poca distanza da loro, raggiungibili solo allungando un braccio in quella limpida giornata. Quei luoghi che fino alla mattina erano stati anche per lui le uniche mete possibili su quel lago che aveva sempre tanto amato, ma che ora amava anche di più. Seduto sulla sgargiante coperta a tartan rossi, in netto contrasto con il verde su cui poggiava, si voltò per ammirare l’unica altra persona in quel momento presente in quel luogo. La donna che amava e idolatrava e che adesso gli aveva svelato un piccolo segreto fino a quel momento solo suo, quel luogo riservato che aveva scoperto con suo padre anni addietro, quando ancora era una bambina. Il suo corpo perfetto, coperto solamente da una maglietta e da un paio di calzoncini corti, era sdraiato affianco a lui su quella stessa coperta da cui le spuntavano i piedi nudi. Indossava degli occhiali da sole che non permettevano di comprendere se stesse dormendo o meno e in un impeto di passione lui decise che era arrivato il momento di appurarlo. Le baciò le labbra e dalla sua velocità nel ricambiare intuì che era sveglia. Non si mise a sedere, preferì rimanere sdraiata e si stiracchiò le braccia portandole sopra la testa. Mugolava come se si fosse appena alzata dal letto, ma lui sospettava che fosse tutta scena. Gli avanzi del pranzo al sacco erano già stati riposti negli zaini, ma la borraccia era ancora posata al suo fianco, bevve un sorso d’acqua prima di riporre anch’essa nella sacca con il resto.

– Ti piace allora questo posto?

– E’ magnifico.

Non esitò a risponderle, perché era ciò che sentiva veramente. Non solo era magnifico il luogo, ma tutta la giornata lo era stata. Ancora non lo sapeva, ma quel giorno divenne uno dei ricordi più cari per tutto il resto della sua vita. Un ricordo a cui si sarebbe aggrappato nei momenti più bui, per recuperare un po’ di serenità interiore. Lei si era alzata, togliendosi gli occhiali da sole e osservando il panorama circostante. Tutto era perfetto ed ebbe l’impressione che quell’istante sarebbe potuto durare in eterno. Non era un uomo che aveva vissuto particolari dolori, ma nemmeno troppe gioie, tuttavia faceva fatica a vedere il lato positivo delle cose. Durante quelle ore non aveva bisogno di sforzarsi perché neppure un puntino nero offuscava la sua felicità. Rise interiormente, all’idea che un puntino nero l’aveva invece trovato, era sulla guancia della sua amata. In un primo momento non comprese di cosa si trattava, forse terra, forse un avanzo di cibo, istintivamente gli passò sopra il pollice per pulirla. Ciò che avvenne fu strano e offuscò la sua gioia. Il puntino si allargò sulla guancia, diventando un largo baffo nero, come una pennellata di vernice scura. Lei neppure ci fece caso, continuava a fissare il vuoto come se neppure fosse stata toccata. Anche il suo pollice divenne nero e quando tentò di pulirselo nel palmo la mano si trasformò in un guanto di pece.

– Cos’hai sulla guancia?

Il suo tono trasferiva insicurezza, ma lei si voltò mostrandogli il più dolce dei sorrisi che avesse mai ammirato. I suoi profondi occhi castani lo fissarono come una madre fisserebbe il suo cucciolo ferito, dopo diversi secondi rispose con una naturalezza che contrastava con la durezza delle parole proferite.

– Ma come amore mio? Non ti ricordi? Mi stai cancellando.

Adesso anche un suo occhio era diventato completamente nero, una cavità buia e senza vita. Di istinto le afferrò il braccio che al suo tocco assunse lo stesso colore che stava invadendo i loro corpi. Ritrasse la mano inorridito, ma era troppo tardi, quell’opaco effetto carbone l’aveva avviluppata fino sopra al gomito. D’altro canto lei non sembrava preoccuparsene, come se fosse una reazione naturale e attesa. Continuava a fissarlo, con quell’unico occhio rimasto che trasmetteva dolcezza e quella mostruosa cavità oculare che rigettava la sua oscurità sul resto del viso. Era come se metà della sua faccia fosse in ombra, ma il sole continuava a colpirla in pieno viso.

– Come sarebbe ti sto cancellando? Cosa vuoi dire?

– Non preoccuparti, non agitarti, quel che è fatto è fatto. Mi dispiace solo che tu ti sia dimenticato di me, per tutto il resto invece ti perdono.

Adesso era veramente terrorizzato. Voleva scappare, me le gambe si rifiutavano di muoversi, non riusciva neppure ad alzarsi. Voleva urlare, urlarle contro che lui non si era dimenticato di lei, che l’amava e non l’avrebbe mai abbandonata, ma la voce uscì come un rantolo strozzato. Tutte quelle dichiarazioni di fedeltà e amore fatte sull’altare gli tornarono alla mente, assieme alla coscienza di ciò che le aveva fatto.

– Ma io ti amo.

Non riuscì a pronunciare altro, di tutti i discorsi profondi che gli affollavano la mente, di tutte le scuse che per anni aveva pregato di poterle porgere, nulla uscì dalla sua bocca. Solo quelle quattro parole che suonavano così infantili. Riuscì a scorgere l’ultimo abbozzo di sorriso prima che anche l’angolo della bocca superstite diventasse nero, ora il suo viso era un unico vuoto cosmico e anche la sua voce divenne più artificiale. Era il ricordo di lei che stava svanendo.

– Lo so che mi ami e anch’io ti amo ancora, tantissimo. Devi credermi in questo. Hai sbagliato, ma non te ne faccio una colpa, stai pagando anche tu come me per i tuoi errori. Lo so che non volevi che io morissi, è solo che forse non hai lottato abbastanza per me, ti sei solo arreso al tuo destino. Forse non puoi evitare il male e la sofferenza che porti, ma neppure ci hai provato. Non voglio darti del codardo, ma almeno ricordati di me.

Quelle parole, come pronunciate da un computer l’avevano straziato. Era tutta colpa sua, ora se lo ricordava perfettamente. Ogni giorno pensava che non ci sarebbe mai stata punizione sufficiente per tutte le morti che aveva causato, ma soprattutto non si sarebbe mai perdonato d’aver fatto morire lei. Quell’amore perduto ora non c’era più di fronte a lui, mentre parlavano la sua sagoma era diventata gradualmente scura, completamente nera. Tentò di accarezzare ciò che rimaneva del suo volto per un’ultima volta, ma prima che le sue dita potessero raggiungere l’ovale del suo viso divenne un’unica informe massa color ebano.

Giulio si ridestò dal suo viaggio onirico, sbarrò gli occhi senza muovere un muscolo. Sudava sotto la coperta, ma gli dava anche un senso di infantile protezione. Il suo sguardo vagava intorno a lui e appena gli occhi si abituarono all’ambiente buio cominciò a riconoscere la sua stanza. Riapparvero ai suoi occhi l’armadio, il comò su cui erano impilati i vestiti in attesa di essere stirati e la finestra con la tapparella abbassata da cui riusciva comunque a filtrare un minimo di luce lunare. Stava ritornando alla realtà e questo gli diede il coraggio di abbassare il pesante sudario che aveva addosso. Era la prima volta che faceva quell’incubo, ma di incubo non era certo il primo. Erano rare le notti in cui riusciva a dormire tranquillo, solo quando era particolarmente stanco. Da quando erano iniziati, molti anni addietro, aveva provato anche vari blandi sedativi che potesse reperire senza ricetta medica, l’avevano in molti casi aiutato, ma i suoi brutti sogni non erano mai spariti del tutto. A volte passava ore a fissare il soffitto, nel silenzio della sua camera, pagandone le conseguenze il giorno successivo dove una spossatezza persistente lo accompagnava per tutta la mattinata. La sera poi si ricominciava. Nella riacquistata lucidità rifletté che i suoi incubi non erano mai ricorrenti, ogni notte erano diversi. Non aveva mai sognato per due volte gli stessi orrori, almeno non che lui se ne ricordi. In genere avevano però un denominatore comune, sua moglie. Il ricordo da cui questo incubo partiva era reale e questo era un altro elemento spesso comune. Ricordava perfettamente quella giornata, fu una delle più belle della sua vita e a differenza di quanto quello spettro affermasse nella sua mente, non l’aveva mai dimenticata. Quell’unica donna che aveva amato non poteva essere rimossa dal suo cuore e dai suoi ricordi, ma su una cosa aveva ragione. Lui si sentiva in colpa, enormemente, e l’affermazione di lei in cui asseriva di averlo perdonato era da sempre la sua più grande speranza. Sporgendo un braccio fuori dal letto afferrò il telefono che fungeva anche da sveglia, posato sul comodino, erano le tre meno un quarto. Senza troppa delusione si sedette sul letto e infilò le ciabatte, ormai la notte di sonno era perduta. Il suo pellegrinaggio nella casa buia ebbe come prima tappa il bagno la cui porta era di fronte a quella della sua stanza. Bevve direttamente dal rubinetto del lavandino, sentiva il sudore che si andava ad asciugare sulla sua pelle e sul suo pigiama. Una volta uscito si stava per dirigere verso il soggiorno, dove si sarebbe gettato sul divano a guardare la televisione per ciò che restava della nottata, ma cambiò idea. Si diresse verso la stanza di Adelaide, quello era un vizio che era riuscito a togliersi, ma quella notte era più forte di lui. Aprì leggermente la porta e una lama di luce illuminò tenuamente la bionda chioma che spuntava dal piumone, dormiva sempre con le spalle rivolte alla soglia. C’erano stati periodi in cui l’andava a trovare tutte le notti, si appoggiava al muro, in piedi, e la osservava anche per ore intere. Non diceva nulla, non faceva nulla, la guardava solamente, riteneva che fosse inconsciamente un modo per controllarla, ma non poteva fare nulla per frenare questo suo istinto. Venne poi il giorno in cui lei gli confessò che lo sapeva, durante tutte quelle notti aveva dormito o così credeva, ma lei comunque lo sapeva. Non le dava fastidio, anzi, tuttavia quando pacatamente glielo confessò a colazione a lui si bloccò il cuore. Se lei era consapevole della sua presenza nella stanza, allora era anche inutile che lui andasse lì. Da quel giorno aveva smesso, salvo in alcune particolari notti, dove non riusciva a trattenere l’impulso di osservarla.

2021-05-27

Aggiornamento

Oggi abbiamo raggiunto il numero necessario per andare in stampa, a meno di una settimana dall’inizio della campagna! Di strada ce n’è ancora molta da fare, ma siamo partiti con il piede giusto!
2021-05-27

Aggiornamento

La campagna è partita e mi sento in obbligo di ringraziare di cuore tutti i lettori che già hanno deciso di darmi fiducia, sono convinto che non vi deluderò. Oltre ad attendere personalmente, nel bene e nel male, il giudizio di ognuno, invito i miei sostenitori a lasciare un commento qui sulla pagina una volta letto il romanzo. Potrebbe diventare lo spunto per qualche indeciso! Dato che mi è stato chiesto di sottolinearlo approfitto di questo breve spazio per far presente a chi non lo sapesse già che tutte le royalties verranno poi donate in beneficienza all'operazione Mato Grosso. Buona lettura a tutti

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Da brividi. Commento positivo o negativo? Scoprilo leggendo il libro se sei pronto ad immergerti in atmosfere a metà fra Stephen King e H.P. Lovecraft.

  2. (proprietario verificato)

    Sono un collega dell’autore, ora che ho letto il libro comincio a preoccuparmi!!

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Alfredo Cresta
Sono nato a Genova, nel 1990, ma abito in Trentino dall'età di sei anni, attualmente vivo a Trento con mia moglie e miei due figli. Da dieci anni affianco all'innata passione per la lettura quella per la scrittura, con una particolare vocazione a romanzi e racconti thriller, horror e noir.
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