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La fillossera della vite

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Sullo sfondo di una Toscana “slow”, dalla splendida natura e patria del buon vivere, si intrecciano le esistenze di diversi personaggi: Alberto, ragazzo cardiopatico che da anni non esce di casa e ha interposto un muro fra sé e il mondo; Federico, studente squattrinato; Ale, windsurfista e appassionato di gite nella natura; Franco, viveur coinvolto in loschi affari. La fillossera della vite è metafora di un “male” che agisce subdolamente e in modi diversi sulla vita di ognuno. Un romanzo corale, un ritratto di provincia verace e autentico in cui non è mai troppo tardi per redimersi.

1. L’orologio da taschino e il fumetto

Se mai qualcuno avesse detto ad Alberto che solo per un giorno poteva esprimere un grande desiderio, ecco, lui per trovare conforto e ammazzare la noia che lo tediava da tempo avrebbe risposto, in maniera inusuale: «Voglio mettere il naso fuori casa». Stare ore a pensare senza niente in cambio era diventato un esercizio snervante.

Era seduto sopra una sbilenca sedia in vimini e guardava ammirato un polveroso orologio da taschino provvisto di catenella e doppia cassa bombata in simil argento, un pezzo molto facile da acquistare con poche lire sulle bancarelle dell’antiquariato. Lo aveva trovato per caso mentre rovistava all’interno di un armadio in camera da letto, alla disperata ricerca di un fazzoletto per combattere il raffreddore. Forse era stato messo lì a caso da chi lavava e stirava in casa, coi calzini quasi sempre spaiati e le mutande di marca. Così per fare una buona azione iniziò a lucidarlo. Colpito dalla sua rara bellezza e concentrato a fare un buon lavoro, decise che il posto giusto del gioiello sarebbe stato in bellavista sul comodino del letto, vicino a una foto in cornice che lo ritraeva a dieci anni, accanto a una lampada moderna. Per farlo funzionare iniziò a scuoterlo dall’alto verso il basso, ruotando a più riprese la corona dentata di carica posta all’estremità, e quando vide che i tentativi cadevano nel vuoto pensò di aprirlo per lubrificarne i sofisticati ingranaggi. Prese un panno di spugna e lo imbrattò ben bene di grasso. Bisognava però prima spingere una lingua di metallo posta tra il vetro e il bordo della cassa bombata: un’operazione difficile, se non impossibile, col solo aiuto delle unghie. Allora andò in cucina a cercare un coltello da usare come puntello. Il passo successivo fu tenere fermo il polso più forte che poteva e aprire l’orologio come una scatoletta di tonno. Dentro vi trovò due fondi e altrettante linguette luccicanti. Fu un gioco da ragazzi arrivare al primo ambiente, tutto costellato di brillanti loghi, stemmi e premi da Bruxelles, Anversa e Parigi, bastò l’uso coordinato dell’indice e del pollice della mano destra. Per il secondo, con ogni probabilità il vero cuore del motore, constatò che bisognava invece confidare sull’aiuto di un cacciavite a stella, magari da chiedere al babbo che ne aveva a bizzeffe in cantina, piuttosto che forzare la vite con la punta del coltellino. Così lasciò perdere la cosa in attesa del suo arrivo. Ancora non immaginava che il bel cipollone sarebbe caduto in buone mani.

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Quel giorno soffiava un leggero vento di maggio più estivo che primaverile, le rondini garrivano assordanti sul tetto di mattoni e lamiere bollenti mentre i gatti oziavano tra le scale di un viottolo sassoso, all’ombra di cipressi e gerani in fiore. Accadeva tutto poco dopo l’ora di pranzo e l’aria era così calda che levava il respiro e soprattutto la voglia di lavorare.

A Bolgheri nel frattempo regnava sovrano il silenzio più assoluto. Era molto difficile vedere un passante per strada, neppure Carlo Vento, il proprietario di una delle enoteche presenti in largo Nonna Lucia – che come un orologio svizzero arrivava ogni giorno alla stessa ora per aprire le saracinesche e caricare il vino – era passato. E se il largo di nonna Lucia – ovvero la nonna di Giosuè Carducci, vera e propria istituzione del borgo a cui era stata dedicata anche una statua di terracotta al centro della limitrofa piazza Alberto – era deserto, non lo erano affatto le case lì intorno, abitate da numerose famiglie che proprio a quell’ora cominciavano il riposino pomeridiano. Il Carducci fu così affezionato a quella nonna che decise di celebrarla nella poesia Davanti San Guido, a differenza del nonno Giuseppe, noto dissipatore, e ora lei riposava nel piccolo cimitero dietro piazza Ugo, nei cui paraggi c’era un parcheggio per auto nel quale proprio Carlo ogni giorno giungeva col proprio furgoncino carico di merci. Questi aveva una corporatura pesante e il fiato perennemente spezzato dalle sigarette, dei veri e propri ostacoli per sollevare da solo pesanti casse di legno e accatastarle una a una secondo una logica geometrica. Mani grandi come angurie, un metro e ottanta d’altezza, quarantotto di piedi, barba lunga sale e pepe, orecchie piccole, pettinatura settecentesca con ampio spazio sulla fronte, contro ben nove casse da scaricare: un vero duello all’arma bianca che si ripeteva tutti i santi giorni. Quel giorno era in ritardo sulla tabella di marcia, stava ancora trattando il prezzo con un contadino per le forniture di frutta e verdura del mese successivo. Ci vollero cinque minuti, il tempo di un bicchiere e una sigaretta, per trovare un accordo e spuntare la promessa che le forniture sarebbero state costanti e senza alcun ritardo.

Accadde così, in quell’assolato giorno di primavera, nonostante la malsana abitudine di poltrire sotto candide lenzuola di lino fino a tarda mattina, che Alberto Gambini pensò a una valida alternativa per il cipollone, una soluzione altrettanto succulenta. Acquistare da Giovanna, la giornalaia del paese, il fumetto di Pablo Echaurren su Dino Campana. In assenza del babbo che poteva aiutarlo nel lubrificare l’orologio, questa idea divenne addirittura il primo obiettivo. Leggere fumetti del resto era diventata di gran lunga la sua vera passione e in questo poteva ritenersi fortunato, visto che il negozio rinnovava molto spesso il catalogo. C’era solo un ostacolo a prima vista insormontabile nel realizzare questo ambizioso progetto: quegli amati fumetti li comprava solo ed esclusivamente la mamma su commissione, e anche lei come il babbo era fuori casa. Era lei che faceva gli acquisti, era lei che usciva al posto suo e questo andazzo andava avanti da due anni, più o meno da quando lui aveva terminato la scuola. Era lei che lo aveva deciso, per paura di ricadute, e siccome fino ad allora era andato tutto liscio, per precauzione e scaramanzia voleva mantenere le buone consuetudini. La prima regola da osservare, la più importante, era che se voleva uscire di casa poteva farlo con entrambi i genitori o uno di loro, previo consenso di entrambi.

In attesa di mettere le mani sul vecchio cipollone, il bisogno di possedere il libro diventò allora più forte, ma di fronte a quel regolamento il ventaglio delle possibilità si restrinse. Se uscire di casa senza dire niente equivaleva con ogni probabilità a venir scoperto, altrettanto alto era il rischio di fare un giro a vuoto, in quanto quell’articolo era esposto in vetrina da più di due settimane e poteva essere già stato venduto. Messo allora con le spalle al muro da ipotesi così stringenti se ne fregò del calcolo delle probabilità. Per comprarlo preferì fare un’altra considerazione altrettanto sostenibile, anche se un po’ più azzardata. In meno di cinque minuti sarebbe sceso dal letto, avrebbe indossato un paio di infradito blu e chiesto a Giovanna di tenere segreta la sua sortita. E così andò, senza tener in alcun modo conto delle conseguenze di quella decisione.

Il primo segnale poco rassicurante fu l’ansia nel cercare un accendino per le amate sigarette. Rapito da un’irrefrenabile frenesia cominciò a rovistare tra i mobili dell’ingresso e le stoviglie della cucina, sollevando tutto ciò che gli capitava sotto tiro. Meno male che ricordò di averne lasciato uno accanto al water, sennò avrebbe messo ogni cosa sottosopra e detto addio troppo presto ai buoni propositi. Il segnale successivo arrivò appena varcato il portone di casa e fu inaspettato e violento, quasi come un pugno sui denti. Venne colpito da una raffica di pesanti e feroci fitte, prima all’addome e dopo, in rapida sequenza, alla parte bassa della schiena e ai reni, tanto che le gambe gli si irrigidirono di colpo e il respiro cominciò a diventare affannoso. Un agguato in piena regola.

Per prima cosa cercò di aggrapparsi al bel corrimano in legno delle scale del suo palazzo ottocentesco, per evitare di sfracellarsi al piano di sotto, e subito dopo provò a riprendere fiato e serrare le mascelle per sentire meno il dolore e combatterlo con ardore. Ma con la paura a farla da padrona comprese che continuare era diventato davvero impossibile e l’acquisto del libro un aspetto secondario. Anzi pensò che tornare a letto sarebbe stata la decisione più sensata da prendere, ma durò giusto un attimo quel dubbio; si asciugò il sudore freddo scesogli copioso sopra la fronte e tenne duro, più duro che poteva, giusto il tempo di arrivare all’edicola a pochi metri da casa. Fu talmente forte quella motivazione che quando vide il libro bello caldo dentro la scatola dei resi, più o meno un grosso pacco a cui mancavano l’inventario e una decisa chiusura ermetica con del nastro adesivo per essere ritirato dal corriere espresso, lo afferrò con tutte le forze. Una foga mai vista e difficile da dominare, tanto che per pura sbadataggine urtò col gomito lo spigolo del tavolo facendo cadere un’ordinata pila di libri a cui seguirono le monete e le chiavi che teneva in tasca, nel tentativo estremo di fare ordine. Un assordante tintinnio che fece scappare come indemoniati i numerosi gatti che dormivano sul marciapiede vicino alla porta d’ingresso.

«Faccio io, bel ricciolone,» disse Giovanna «ah, se fossi stata più giovane, oggi saremmo usciti insieme… ma non potevi arrivare prima!» aggiunse.

Un ingenuo ottimismo, quello della donna, vista la difficoltà di chiunque a scendere a patti con lui e le sue malsane passioni, i videogiochi per esempio, coi quali smanettava tre, quattro ore di fila. Un vizio che i genitori avevano cercato di eliminare da tempo senza ottenere niente in cambio. Giovanna però lo conosceva bene, quel ragazzo, e i complimenti glieli faceva per tirarlo su di morale. D’altro canto lo vedeva solo due, tre volte l’anno e tanto bastava per fargli le feste che meritava. Gli piacevano da matti quella sua capigliatura di riccioli nero corvino, tenuta in piedi da sua madre che la sfoltiva alla meno peggio uno, due volte l’anno, e gli occhi grandi color chicco di caffè, il naso all’insù, il fisico affusolato simile ai fusti di bambù e quel viso tondeggiante, anche se quel giorno martoriato dalle bolle di zanzara. Fatto sta che lui, a parte il sorriso per ricambiare quella gentilezza, dimenticò di chiederle il favore e la sua unica preoccupazione fu di raccogliere in fretta e furia le monetine e pagare il fumetto per tornare a casa nel più breve tempo possibile. Sapeva di avere la strada spianata: i genitori sarebbero tornati al tramonto e così la sorella maggiore, di cui in paese si mormorava frequentasse un uomo sposato, un poco di buono. Dunque avrebbe avuto tutto il tempo che voleva per leggere e riposare sotto fresche lenzuola mangiando uno yogurt alla fragola. «Tanto ho uno stomaco di ferro» raccontava ai pochi che frequentava, ma nessuno ormai gli credeva più, la mamma per prima, che già aveva dovuto ingoiare il boccone amaro delle sue bugie sui brutti voti a scuola. Erano anni che combatteva per convincerlo ad andare da un bravo dietologo per capire le ragioni della sua voracità e ora che ne aveva trovato uno a Cecina che lo avrebbe visitato volentieri senza appuntamento, lui non voleva sentirne parlare. Aveva perfino minacciato di chiudersi a chiave in camera per tre giorni di fila senza uscire e mangiare e lei sapeva che ne aveva le forze e sarebbe stato capace di farlo.

Quel giorno per nessuna ragione al mondo avrebbe rinunciato al nuovo libro di Echaurren e, mentre lo sfogliava sdraiato a letto, l’eccitazione saliva ancora di più al pensiero di possederne l’unica copia in tutto il paese. La curiosità morbosa di conoscere come avesse disegnato questa volta il poeta Dino Campana dentro un ospedale psichiatrico lo rapiva pagina dopo pagina. Del resto era attratto come api al miele dai perdenti, dagli eroi decadenti, e leggere storie bizzarre lo faceva stare sempre bene. Fu a metà della storia che arrivò qualcosa che ruppe l’incantesimo, un fatto tremendamente tragico e inaspettato: un copioso rigurgito di sangue gli fuoriuscì dalla bocca come un geyser in eruzione. In quell’attimo di terrore Alberto spruzzò sul pavimento tutto il rosso che aveva in corpo e nella fretta di correre in bagno calpestò un posacenere colmo di cicche e un vaso d’acqua che si ruppe in mille pezzi. Il fumetto cadde a terra e anch’esso venne imbrattato, ma invece di pensare a se stesso e alla salute ebbe come prima preoccupazione quella di pulire le pagine del libro e le bianche piastrelle del salotto con l’aiuto di una spugnetta imbevuta di detersivo. Ci aveva fatto ormai l’abitudine. Era diventato così bravo a rimettere in sesto gli oggetti di casa e a gestire quelle situazioni che mai nessuno nel corso degli anni si era accorto di niente.

Carlo, nel frattempo, aveva appena finito di caricare in cantina l’ultima cassa di vini, doveva sbrigarsi perché i primi clienti sarebbero arrivati in breve tempo e lui doveva fare ancora una doccia rinfrescante.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Paolo Moruzzi
Paolo Moruzzi, nato nel 1972 a Desenzano del Garda, ha una laurea in scienze politiche con master in studi internazionali e collabora attivamente con il SOS-Kinderdorf in Trentino Alto Adige. Ha scritto vari articoli con temi che spaziano dalla musica alla navigazione, ma "La fillossera della vite" è il suo primo romanzo.
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