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La fine non sta dove crediamo

La fine non sta dove crediamo
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Consegna prevista Aprile 2022

Un uomo e una donna si conoscono casualmente sul web, attratti dalla possibilità di trovare, in uno spazio indefinito, una voce vibrante tra i rumori di sottofondo, come un suono riconoscibile attraverso distanze siderali. Nonostante si ritrovino a conversare in rete nei ritagli di tempo, quando il lavoro o gli impegni familiari lo consentono, il loro incontro fortuito si trasforma presto in un rapporto umano intimo e sentito, che permette loro di aprirsi e di raccontarsi. La loro affinità spirituale ed emotiva li porta così a interrogarsi reciprocamente sulla complessità dell’esistere, del conoscersi, del rappresentarsi e dello scoprirsi nell’altro, con la consapevolezza che – in un mondo pieno di contraddizioni – la capacità di relazionarsi, sotto tutti i punti di vista, resta l’unica forza che permette davvero di vivere.

Perché ho scritto questo libro?

In questo ultimo anno, in cui i contatti tra le persone si sono rarefatti e trasformati, ho sentito il bisogno di approfondire il significato delle relazioni che intratteniamo con gli altri e con il mondo che ci circonda. E l’ho fatto proprio sfruttando e analizzando le potenzialità dei mezzi che abbiamo utilizzato di più per comunicare, ovvero i sistemi di messaggeria istantanea via telefono o sul web. Cercando di andare oltre i clichés.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

“Preferisco il tuo occhio sinistro, sai?”

“Che significa?”

“È il tuo lato magico, suppongo. Eppure ammetto che è più bello il tuo lato destro, se ti guardo bene. Non è bizzarro?” Agata stava fissando lo scatto che Teodoro le aveva inviato la prima volta per farsi vedere subito.

“Non sapevo di avere un lato magico.”

“Ora lo sai.”

“È presto,” osservò Teodoro dopo una breve pausa. La sua presenza virtuale brillava come un coleottero sullo schermo del portatile di Agata, dentro la stanza ancora buia.

“Per la tua magia?” rispose divertita.

“No, è che sono solo le sette.”

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Agata aprì la finestra. “C’è un rumore assordante qui fuori. Il giardiniere è già al lavoro.” Se avesse potuto, avrebbe aggiunto uno sbuffo alle parole che stava digitando sulla tastiera, perché il motore acceso del tosaerba di Ettore, il pensionato che andava a sistemarle la proprietà e che faticava a dormire, invadeva l’aria stranamente frizzante e limpida di quella mattina di fine giugno con la voce infervorata di uno sciamano in trance.

“Vorrei poterti toccare,” le confessò Teodoro all’improvviso.

“Lo stai già facendo da tempo. E poi io sono qui, lo sai.”

“Lo so,” replicò lui senza commentare.

“Sono qui anche quando non ci sono.”

“Lo so.”

“Anche tu?”

“Sì, in qualche modo anch’io.”

Agata non sapeva più come si fosse spinta ad avventurarsi dentro uno spazio tanto impalpabile, ma erano mesi ormai che gli parlava dall’altro capo della connessione remota che li teneva vicini. Quella rete di fitti nodi telematici totalmente spersonalizzata era diventata un fatto del tutto personale come la vita. 

“Ma se tu fossi costretto, sceglieresti loro, non è vero?” aggiunse con un certo azzardo.

“Ti riferisci ai miei figli?”

“Sì.”

Difficilmente Agata faceva allusione alla famiglia di Teodoro, era una risorsa emotiva che non voleva intaccare, ma in quel momento le sembrava l’unica maniera di iniziare la giornata, osando con la stessa prepotenza del tosaerba di Ettore.

“Non riesco a immaginare questa trappola, soprattutto nei tuoi confronti,” rispose lui.

“Non sto parlando di me, infatti. Se dentro di te scattasse un allarme, sceglieresti loro, non è così?”

“Sì.”

“Sei sicuro o credi di esserlo?”

“Sono sicuro.”

“È questo il significato di tutto?”

“Non lo so, non so tenere a freno le emozioni.” Teodoro capì che il brusco risveglio l’aveva resa inquieta.

“Pensi che abbiano bisogno di te, giusto?” andò avanti lei.

“Certo.”

“Ma si tratta del bisogno di te o di qualcuno che abbia cura di loro, chiunque sia a provvedere?”

“Credo che vada bene qualcuno di cui si possano fidare, ma ci sono sempre stato io.”

“È vero,” constatò lei.

Teodoro aveva due figli piccoli, di cui non parlava mai. Giorgio aveva sei anni e Teresa appena quattro. Li adorava, e si teneva quel sentimento in gola.

“Tu pensi che anch’io abbia bisogno di te?” insistette Agata.

“Spero di no. Il bisogno si trasforma in fretta.”

“E tu di cosa hai bisogno?”

“Di tutto, come vedi, ma mi illudo del contrario.”

“Per me tu non sei una necessità, comunque, sei piuttosto un rinvenimento. Ti ho riconosciuto prima ancora di conoscerti, se questo può davvero essere possibile.”

Teodoro sorrise senza che lei potesse vederlo, poi controllò in rete il traffico sull’autostrada in direzione nord e si preparò.

Si salutarono col pensiero, ciascuno richiamato dalle proprie occupazioni. Succedeva spesso, specie nei periodi di sovraccarico lavorativo in cui Teodoro era costretto a impegnarsi più del previsto per rispettare scadenze fin troppo ravvicinate o partiva per intraprendenti viaggi verso qualche centro nevralgico dell’economia digitale. Si ritagliavano gli spazi che potevano. Era un microcosmo nascosto, il loro, rosicchiato al mondo degli altri. Ma non avevano difficoltà a mantenere il contatto, ogni volta il loro dialogo riprendeva fluido da dove l’avevano lasciato, come se fossero trascorsi pochi minuti, giusto il tempo di spostarsi di stanza.

II

Teodoro era un chirurgo informatico, Agata lo definiva così. Analizzava e rimodernava i processi industriali superati per aprire nuove prospettive nel futuro della società produttiva, meccanizzata e fiduciosamente connessa, mostrandole le urgenze che ancora non sapeva di avere. Era l’occhio che guardava il futuro. Esaminava le procedure e valutava i meccanismi d’azione cercando di innescare la collaborazione dei cervelli.

Agata invece riciclava materiali di ogni tipo per costruire pezzi d’arte e affidare alla materia nuova vita. Anche lei guardava il futuro, ma con una visione più intima. Metteva mano agli avanzi del consumo globale dacché niente secondo lei moriva mai davvero, anche se era convinta che i suoi clienti fossero in grado di salvare le cose e dar loro un cuore solo perché non riuscivano a tenersi il proprio esattamente dove stava. Comunque fosse, li aiutava a riprendersi ciò che avevano buttato. Per di più, produceva sapone artigianale per non lasciare impronte pesanti dietro di sé e inventava bozzetti di vite, che di quando in quando pubblicava su piccole riviste letterarie che si sceglieva da sola: pagine che scorrevano veloci per scovare il fondo dell’esistenza.

Per svago, collezionava zucchero in bustina di qualsiasi origine – visto che nessuno concedeva un granché – e calendari da parete illustrati per dare al tempo la faccia che più le piaceva.

Si sentiva a dir poco una funambola in bilico sul filo, ma non avrebbe potuto fare altrimenti. La sua testa era un archivio di dati a ingresso libero che registrava tutto e le offriva spesso un bacino di raccolta troppo grande anche per lei.

Teodoro, all’opposto, incamerava soltanto il necessario. Aveva il presentimento di perdersi qualcosa, ma ci scherzava sopra, dato che la selezione gli permetteva di usare il cervello come una macchina con gli ingranaggi sempre pronti a girare. Faceva il lavoro sporco: mirava a semplificare, a togliere, per l’utilità comune. E ciò che detestava di più erano il chiacchiericcio e le futilità. 

“Una signora che ho conosciuto circa sei mesi fa, una professionista che lancia sul mercato talenti letterari come fossero petardi scoppiettanti, direbbe che non ha senso mettere il nostro caso per scritto. Manca di plot,” gli fece presente Agata mentre spiava i passeri che beccavano le briciole che aveva scosso fuori.

“Chi è questa signora?” chiese Teodoro curioso.

“Una che scopre le novità più convenienti, a quanto pare. Non sono convinta che apprezzerebbe le mie storie. Tu credi nel plot?”

“A dire il vero credo in ciò che faccio, nelle persone che mi conoscono, nel mio corpo e nelle mie emozioni. Non so se hanno a che fare con il plot. A cosa allude con un termine simile la tua signora?”

“Al concatenarsi logico dei fatti. Tu lo vedi?”

“Dipende su cosa ci si concentra. Se ci pensi bene la nostra vita non ci aspetta. Che cosa ci può essere di più assurdo? E poi ciò che per me è logico non è detto che lo sia per gli altri. Ci sono distanze personali da percorrere, deviazioni da seguire. E può accadere che succeda tutto mentre non succede niente e che nessuno se ne accorga.”

“Sono d’accordo con te. L’intreccio è di per sé la distrazione principale, che finisce per essere sempre la stessa e a spese di qualcun altro. In definitiva, è un viaggio monotono verso la reazione che ci si aspetta. E anche la sorpresa smette di essere sorpresa. A raccontarlo, nessuno ci crederebbe.” Agata fece per fermarsi, ma poi continuò: “la signora dice anche che è inutile descrivere i fatti con molti attributi, pare che non ami le sfaccettature di senso, le fiuta come una perdita di tempo. Per me invece danno alle cose il loro pieno valore. Sono spesso i dettagli a fare la differenza, non trovi?”

“Di sicuro correre non fa vedere di più e meglio,” affermò  Teodoro pensando alla strada che faceva tutti i giorni. Non avrebbe saputo dire quante traverse superava prima di arrivare al bar dove faceva colazione. “In realtà, c’è sempre un imbroglio da qualche parte,” rimarcò.

Agata sospirò. “Già, a volte mi sento tanto circondata da situazioni irrilevanti e immagini fasulle che mi chiedo se non ne abbia bisogno anch’io. Forse sta qui il vero guaio. Perché credi che ascolti i discorsi di Ettore?”

“Chi è Ettore?”

“Il giardiniere. È un fioraio in pensione. Sua moglie lo costringe a restare fuori casa per gran parte del giorno – è il suo regno indiscusso e non è più abituata a sentirlo vicino. Di conseguenza, lui va in giro a provvedere agli sfalci e a parlare con gli sconosciuti, o poco ci manca, si prestano meglio alle sue confessioni. Me lo ha detto liberamente. In tal modo intercetta anche quelle degli altri. Non lo ascolto per cortesia, mi diverte, mi trasmette una sensazione di sollievo. Mi distoglie per un attimo dalle mie congetture, mi mostra che esiste una realtà più facile e mi fa pensare che non devo sforzarmi di continuo.”

“Vuoi lasciar perdere tutto?” chiese Teodoro un po’ confuso.

“Niente affatto, so che potrei farlo però.”

“Ed è consolante?”

“No, non direi. Ma grazie alle sue confidenze ho scoperto che qui intorno esiste un mondo riposto. Uno in più, voglio dire. Marina, la ragazza che da qualche tempo mi consegna a domicilio la soda caustica e la cenere per il mio saponificio artigianale, organizza riunioni domestiche tra comari che pare ignorino di esserlo. Ho poi realizzato di persona che le pianifica, oltre che con i rappresentanti di prodotti casalinghi che girano in zona, anche con un commerciante di giocattoli erotici esclusivi, allo scopo di incrementare le vendite e salvare le apparenze. La resa del loro accordo si traduce in racconti di sesso sfrenato. Alcune sere fa, per l’appunto, mi sono fatta invitare. Insieme alle prestazioni dell’ultimo aspirapolvere, hanno messo in scena davanti a me, come se non fossi in ascolto, le abilità dei loro accompagnatori occasionali. Ma mi sono resa conto che tutto scaturiva da desideri contraffatti che a malapena facevano intuire i dolori che avevano ripiegato nello stomaco. Molte ospiti ridevano senza freno, qualcuna arrossiva ammutolendo. È incredibile che il corpo possa diventare la meta più ambita oppure sparire senza rimedio, rendendo in ogni caso le grandi aspirazioni impercettibili e vane. Ci hai mai pensato?”

“Che cosa intendi di preciso?”

“Che ci sono persone che si riducono in semplici pezzi senza nemmeno saperlo e inevitabilmente diventano piccole e insulse, perché non percepiscono né immaginano più ciò che sono davvero.”

“Io a volte desidero essere solo corpo. Con te mi capita spesso,” osservò Teodoro con una certa ironia.

“Sì, ma è un viaggio diverso, quello che facciamo io e te. Il loro attracco sarà la nostra partenza.” Agata sentiva che l’auspicato coinvolgimento della carne era già per loro una ricca e salvifica conversazione sul mondo.

“Tornando alla signora, lei dice che le sfumature oltretutto annoiano, appesantiscono i discorsi, che si fanno impegnativi. E oggigiorno non si vanno a cercare troppe complicazioni,” precisò. “Tu credi che la nostra esistenza sia diventata tanto complessa da non permetterci più di accettarla così com’è?” 

“Direi di no. Ma nessuno ha più voglia di niente. È un’epoca stanca.”

“Da parte mia,” sostenne Agata, “non capisco neppure che cosa la gente reputi importante: i figli che non accudisce, le parole che non usa, le relazioni che non coltiva, la terra che non scava.”

Difficile dirlo,” riconobbe Teodoro.

“E io e te dove siamo in tutto questo?” gli chiese.

“Siamo qui. Non c’è altro posto, d’altronde.”

Agata accese la luce. Doveva ancora mettere il sapone liquido nei recipienti per la vendita e confezionare quello solido, per poi stampare le etichette. Erano le nove passate e stava facendo buio. Erano le giornate più lunghe dell’anno. A quell’ora, il mese prima, era già notte fonda.

Non aspettava nessuno, ma evitò di chiudere le persiane per vedere il panorama che si sbiadiva pian piano. Rimirò la distesa d’erba espandersi nella semioscurità e i sassi sparsi farsi gli ultimi tesori visibili di un paesaggio che spariva gradualmente nel nulla.

Non si era ancora decisa a far livellare il vicolo sterrato che si apriva sullo spiazzo adiacente alla casa perché nei giorni di pioggia battente il terreno sconnesso creava scenografie insospettate che la incantavano, proprio lì, dove ogni superficie era stata un fondale. Non lontano dalla sua abitazione, in piena campagna, avevano ritrovato le ossa di animali marini preistorici vissuti nell’area quando l’acqua ricopriva le terre seminate a grano prima di essere sospinte a galla e l’uomo non era per niente un avvenire su cui scommettere. E lei presumeva che il suolo potesse mettere in mostra altri spettacoli.

Attese che la notte prendesse il sopravvento e poi concluse le attività che aveva lasciato in sospeso.

2021-07-29

Aggiornamento

La semplicità come frutto di una profonda riflessione. È questo il lavoro più duro. Alleggerire dopo che si è complicato tutto. Leggete (e invitate a leggere) i primi due capitoli alla voce ‘Anteprima’: questo mio piccolo libro vi assorbirà ;-)
2021-07-26

Aggiornamento

Siamo arrivati al 20% dei preordini! Ringrazio tutti coloro che stanno sostenendo la campagna e tutti coloro che, nei prossimi giorni, decideranno di partecipare attivamente a questo progetto. Questo libro, lungo un respiro, è una piccola pausa per scendere un po’ più a fondo dentro di noi. Sono certa che non vi deluderà.
2021-07-19

Aggiornamento

Mi hanno sempre affascinato i libri piccoli, quelli che si maneggiano facilmente. Quei libri leggeri in cui dentro ci sta tutto. Dove ogni parola, calibrata, si trasforma in musica. Libri da leggere e rileggere d’un sol fiato. Un esempio? “Notturno indiano” di Antonio Tabucchi.

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Rosa Rovini
Rosa Rovini nasce a Pisa nel 1973. Alle spalle ha una laurea in lingue e letterature straniere conseguita presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa e un master universitario in scrittura professionale. Dopo un breve periodo nell’insegnamento, per oltre dieci anni si occupa di comunicazione sociale nell’ambito del volontariato sui canali della carta stampata, della radio e del web. Nel 2016 cambia rotta per seguire dei corsi sulla storia, sulla cultura e sulla preparazione del tè e diventa "tea sommelier". Nel 2017 apre una sala da tè. Attualmente ha un negozio online di tè e una rivendita di tè presso un’erboristeria cittadina. La scrittura è stata per molto tempo la sua professione ed è da sempre la sua passione. “La fine non sta dove crediamo” è il suo primo romanzo breve.
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